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martedì 2 agosto 2011

L'Egitto, il turismo d'avventura e il dolore indigeno

Seguendo diversi blog che scrivono di Egitto e Medio Oriente scopro - tra il divertito, il perplesso e l'incavolato - che la cosiddetta "Primavera araba" ha incentivato un nuovo tipo di turismo che combina spirito di avventura e giornalismo dilettante. Parecchie persone si sono improvvisate reporter "di guerra" con risultati tutt'altro che esaltanti: manca solo l'elmetto alla Fallaci e sarebbero pronte per uno sketch della Guzzanti. Memorabile, per esempio, il post di un'articolista-esperta che affermava, nei primissimi giorni dei fatti libici (ovviamente non scriveva dalla Libia), che in Libia non era in atto una guerra civile ma nientepopodimeno che una "sollevazione popolare" perché quello dicevano i medici intervistati da Aljazeera, la grancassa propagandistica del Qatar. Un'ipotesi decisamente affascinante, ma smentita dal fatto conclamato che il paese fosse e sia tuttora diviso in due parti contrapposte.

Ma ciò che desta più perplessità sono i luoghi da cui vengono stilati questi sapienti editoriali: nei giorni caldi della rivoluzione egiziana la signora di cui sopra sfornava articoli per diversi quotidiani stando in un altro paese perché affermava che aveva da finire, presumo urgentemente, un'indipensabile pubblicazione da dare alle stampe. Un'altra blogger - un'operatrice turistica autrice di un instant book sull'Egitto dove come unico merito biografico rivendica l'essere stata intervistata come "testimone dai media" di tutto il mondo dopo un attentato contro i turisti a Dahab nel 2006 - ha tirato su un sito con la cronaca dei fatti del Cairo descritti nientepopodimeno che dal Sinai. Quella era, secondo lei, la "distanza giusta per non essere tanto vicina da farsi travolgere dagli eventi né tanto lontana perché le notizie oggettive (sic) non potessero raggiungerla". Ovvero la distanza giusta per non prendersi le manganellate della polizia e per poter dire che almeno lei si trovava in Egitto...

Ma un c'è blog che batte tutti gli altri in quanto a originalità nella scelta delle località da cui sfornare appassionati racconti folcloristici, convinto che l'Egitto sia ancora una meta turistica e non un paese sull'orlo del baratro. E' quello di una signora che ogni volta che va in trasferta al Cairo e la situazione si surriscalda, si barrica in qualche locale climatizzato per allietare alcuni allocchi con i suoi "reportage" molto umani e molto radical-chic. Sarebbe tutto molto ridicolo se non fosse che da cotanto pulpito mi sono giunte accuse di collaborazionismo con il deposto regime, di codardia e persino di essere in Italia per fuggire dal servizio militare (dal quale, per inciso, sono stato legalmente esentato ancor prima di partire alla volta dell'Italia). Probabilmente c'è in giro parecchia gente in crisi d'identità, se io - egiziano - devo essere sottoposto ad esami di patriottismo da parte di italiani che si credono più egiziani degli egiziani e più islamici degli islamici mentre il loro paese ha offerto un pulpito mediatico e uno scranno parlamentare ad un ex-egiziano che è convinto di essere più italiano degli italiani e più cattolico dei cattolici.

Ebbene: anni fa questa signora ha scritto la cronaca di un attentato al Cairo dal bagno turco di un albergo di lusso: era tutta preoccupata di stare sul bordo piscina dove c'erano un sacco di turisti (e se ce l'avevano coi turisti mica era "saggio" stare in mezzo a loro). Ora che si gode vacanze basso-costo mentre gli egiziani manifestano, litigano tra di loro, si danno le botte, si disperano perché le loro attività commerciali stanno fallendo, lei racconta candidamente che segue, sì, ma poi si stanca e si stufa dei "dibattiti, delle urla, del casino", per esempio dei negozianti "invasati" (ovvero disperati perché rischiano di chiudere) che tentano di sgomberare i manifestanti "pacati e tranquilli" (e te credo, mica hanno bisogno di lavorare, i Twitter-borghesi) e quindi si mette a "contemplare" il tutto dalle vetrine di un bar "con una birra fredda" davanti o "li guarda un po'" poi va "a mangiarsi un dolce". Mi viene in mente un proverbio greco che mia nonna era solita ripetere: Ξένος πόνος όλο γέλια, "Il dolore dello straniero è tutto una risata". Il fatto che la disperazione di un popolo e degli autisti bloccati sotto il caldo cairota si trasformi in uno spettacolo live per qualche turista stravaccato davanti ad una birra ghiacciata che riprende il tutto con l'i-phone, quasi divertito nel vedere gli "indigeni" azzuffarsi, mi fa venire veramente il voltastomaco.

Io vedo giovani borghesi muniti di facebook e imbottiti di ideali mentre si scontrano con i negozianti senza lavoro e mi preoccupo per il futuro degli uni e degli altri e soprattutto di come potrebbe degenerare il tutto. Leggo le notizie quotidiane degli scontri, dei feriti e dei morti nei vari quartieri del Cairo - per terrorismo, scontri confessionali, criminalità e liti ideologiche - e mi viene solo da piangere, altro che birre e dolci. Ma certe battute fanno capire benissimo quanto sia falsa l'ostentata solidarietà di chi quel paese non l'ha mai vissuto veramente né amato dal profondo del cuore, di chi non capisce cosa significhi "rivoluzione" come alcuni non sanno cosa potrebbe essere una guerra in Medio Oriente eppure la invocano. Non è questione di "sangue", si badi bene, ma di differenza fra ipocrisia e empatia, di preoccupazione per la sopravvivenza di chi si ama, come giustamente osservava Miguel Martinez quando ha scritto: "Però io non sono arabo, e Sherif lo è. E quindi è difficile dargli torto, quando lui critica chi vorrebbe giocare a fare la rivoluzione “con il culo al caldo”, a spese dei suoi parenti, amici e connazionali". La domanda sorge infatti spontanea: e se il casino e le urla dovessero trasformarsi un giorno in quelle delle vittime di una guerra civile tra laici e islamisti, tra copti e musulmani, tra sostenitori di Mubarak e chi vorrebbe processarlo, tra chi vorrebbe vivere normalmente e chi vorrebbe fare la rivoluzione ad oltranza o tra tutti questi contemporaneamente o se al Cairo succedesse qualcosa come quello che è capitato ad El Arish, nel Sinai, quando centinaia di islamisti hanno terrorizzato la città per una notte intera, dove avrà intenzione di ripararsi, la signora, e da dove ci dispenserà i suoi indispensabili resoconti?

Ve lo dico io che l'avevo scritto - pensate un po' - nel 2006, a riprova che certe cose le ho sempre pensate e che certe persone purtroppo non cambiano: "Credo di saper bene cosa dire e cosa non dire sulla mia patria, con cui tuttora mantengo legami forti e stabili, molto più forti di chi ha il coraggio di criticare, potendo tranquillamente tornare a casa in qualsiasi momento, all'ombra dell' American Way of Life, del benessere che tanto disprezza a voce ma di cui implicitamente approffitta di fatto, con quell'Euro che vale otto volte di più in Egitto solo per fare un esempio. (...) i rivoluzionari di cartapesta a cui ora fa tanto schifo tutto da Mubarak in giù faranno a gomitate presso le proprie ambasciate per pigliare un posto sul prossimo elicottero, prima di essere dilaniati da qualche bomba umanitaria o da qualche autobomba guerrigliera". Pacchetto vacanza rivoluzione inclusa? Non ha prezzo. Per tutto il resto c'è Mastercard.

PS: alle due del pomeriggio di ieri, le Forze Armate hanno sgomberato piazza Tahrir. Gli applausi, i fischi (in Egitto segno di approvazione) e lo slogan "L'Esercito e il popolo sono una mano sola" urlato a squarciagola da centinaia di egiziani che circondavano la piazza (video, dal minuto 2:12) dimostra quanto dicevo: prima o poi l'opposizione fighetta in salsa egiziana si sarebbe messa contro la stragrande maggioranza degli egiziani, con grande soddisfazione degli islamisti radicali.