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lunedì 1 agosto 2011

L'Egitto, la democrazia e il gabinetto "alla turca".

In questi giorni sono successe alcune cose che sarebbe importante mettere in correlazione: da una parte la mega manifestazione salafita a Piazza Tahrir, seguita da un tentativo di colpo di stato islamista nella città di El-Arish nel Sinai da parte di un esercito di circa 150-200 individui che indossavano un'uniforme nera, pesantemente armati (sono stati trovati 10.000 bossoli, RPG inclusi, a battaglia finita) a bordo di pick-up con tanto di bandiere islamiste (sono stati arrestati dieci palestinesi, fra l'altro, il che ci riporta al discorso su Gaza), e dall'altra le dimissioni in blocco dei vertici dell'Esercito turco in polemica con il partito AKP del presidente Erdogan: una crisi che - a quanto pare - si è risolta in appena quattro ore.

Molti osservatori, infatti, e soprattutto molti egiziani hanno ingenuamente pensato, in un primo momento, che l'Egitto si sarebbe miracolosamente trasformato in una democrazia "alla turca": laica e moderna ma senza rinunciare all'identità musulmana. Peccato che abbiano dimenticato che ogni paese ha un proprio percorso storico, un proprio retaggio culturale, e una propria situazione economica che ne definiscono mentalità ed evoluzione, come ha scritto giustamente Ali Nihat Özcan in un editoriale comparso alcune settimane fa su Hurriyet e intitolato "Primavera araba, il dibattito sul "modello" e l'esperienza turca". Sostiene Özcan: "Diversi gruppi credono che la democrazia turca sia nata dopo le elezioni del 2002 (vinte dall'AKP, ndr)", a cominciare dagli "occidentali astuti che dicono ai politici islamisti "Siate pazienti, guardate la Turchia: si può arrivare al potere senza causare troppi problemi". Ma "Ogni paese ha un'esperienza diversa nella costruzione della democrazia, determinata da una sua peculiare storia, geografia, cultura e piscologia".

L'autore ricostruisce molto bene quella della Turchia, che
"ha avuto la fortuna di avere un leader efficace e pragmatico come Mustafa Kemal Atatürk già nel 1923. Un leader che non era influenzato da interessi personali, familiari, tribali o settari" che "è stato in grado di concentrarsi sull'obiettivo dell' "occidentalizzazione" senza imposizione esterna, in grado di respingere sia il fascismo che il comunismo e di attuare una serie di riforme giuridiche, politiche e sociali. La sua fede nella laicità e uguaglianza di genere è stata di grande importanza. Di conseguenza, ha cambiato radicalmente la condizione delle donne. Fu seguito da Ismet İnönü che ha permesso una transizione pacifica verso un sistema multipartitico e trasferito il potere ad un nuovo partito di governo. Più tardi, Adnan Menderes ha portato la Turchia nella NATO. Questa opportunità non solo ha garantito la sicurezza per il paese, ma anche trasformato la Turchia in un partner ideologico dell'Occidente", quindi l'economia di mercato, la candidatura all'Unione Europea e via discorrendo.

E dal momento che, come
afferma Özcan,"La continuità storica è importante" bisogna giustamente chiedersi come da sua conclusione: "La democrazia turca è il frutto del lavoro dell'AKP o è l'AKP ad essere frutto della democrazia turca"? Ebbene: l'Egitto non può vantare una figura torreggiante come quella di Mustafa Kemal Atatürk (Nasser è stato un disastro assoluto e il percorso di Sadat è stato prematuramente stroncato, mentre Mubarak ha attuato tardi e male le riforme dovute). Il paese è stato quindi lasciato in balia di ideologie islamiste di stampo radicale, a cui si sono aggiunte le correnti estremiste d'importazione: una risposta alla gestione fallimentare di stampo socialista e alla successiva corruzione economica. Se a questo aggiungiamo il fatto che l'Egitto è sempre stato il paese con i limiti strutturali più gravi dell'area, incapace di triplicare il suo reddito pro-capite in soli dieci anni come ha fatto invece la Turchia, emerge chiaramente perché non possa sbocciarvi una democrazia "turca".

La democrazia costa e necessita di un'economia più o meno sana che la sostenga e più che altro di una cultura diffusa di base che la protegga, elementi entrambi assenti in Egitto, come giustamente ha osservato l'ex-responsabile dei Servizi segreti egiziani Omar Suleiman. L'uomo politicamente bruciato dalla nomina come Vice Presidente negli ultimi giorni del regime (ma che tuttora gode del rispetto di una parte consistente dell'opinione pubblica egiziana) aveva asserito una grande verità, anche se a qualche "anima bella" non è piaciuta: senza una "cultura della democrazia", i voti possono essere comprati con un pollo o la minaccia della fiamme dell'inferno. Esattamente come è successo al referendum per i cambiamenti costituzionali, che ha dato il via ad una costante rimonta dei movimenti radicali, oggi talmente ringaluzziti tanto da prospettare l'idea di costituire emirati islamici indipendenti in giro per il paese.

Tra l'altro basterebbe dare un'occhiata alle condizioni in cui versano le parti comuni dei palazzi del Cairo (i condomini non si mettono né sono interessati a mettersi d'accordo per il bene comune) per capire che non saremmo in grado di gestire un gabinetto "alla turca", figuriamoci un'omonima democrazia. O forse l'opposizione "radical chic" in salsa cairota pensa che questi problemi possano essere risolti, come quelli delle baraccopoli, insegnando alla gente come "usare Facebook"? Mi viene difficile individuare nel caso egiziano i presupposti affinché vi sorga una democrazia "turkish style" senza che l'Esercito mantenga un ruolo di supervisore e di arbitro, esattamente come è accaduto in Turchia nei decenni passati: percorso che ha permesso alla Turchia di essere quello che è oggi. E chi si aggira per l'Egitto con il fine di mettere il popolo contro l'esercito, come si è tentato di fare a Tahrir, o con l'intenzione di scatenarvi il caos, come è accaduto nel Sinai, dovrebbe stare molto attento. I nostri servizi di sicurezza continuano ad essere decisamente efficienti e sono sicuro che schiacceranno chiunque metta a repentaglio la sicurezza del paese. Dio salvi l'Egitto.