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giovedì 4 agosto 2011

Mubarak, l'ultimo sacrificio e la vera colpa.

Sono abituato a scrivere le cose che penso, ammesso che anche chi mi legge riesca a capire pienamente quanto scrivo e abbia la pazienza di leggere tutto fino in fondo. Credo che il processo a Hosni Mubarak, iniziato ieri al Cairo, debba essere valutato su due piani: quello umano e quello politico. Ora, se non dicessi che sono dispiaciuto sul piano umano nel vedere il presidente dimissionario dell'Egitto su una barella dietro una grata, affermerei il falso. Sia chiaro che questo "dispiacere passionale" è condiviso da moltissimi egiziani. E anche se sembrano eresie o pensieri reazionari, queste sono anche le riflessioni esternate molto civilmente da intellettuali egiziani rispettabili e rispettati in televisione e sui giornali, mentri cittadini più scalmanati hanno purtroppo manifestato la loro rabbia per l'umiliazione subita dall'ex-presidente picchiando i suoi oppositori (speriamo non degeneri in guerra civile in caso di condanna).* Forse la soluzione migliore sarebbe stata quella "alla Mandela" come giustamente** suggerito da Ugo Tramballi sul Sole24Ore e come ho invocato sin dai primi giorni di agitazione a febbraio.

Qualcuno afferma correttamente che ciò è dovuto al fatto che molti egiziani percepiscono la figura del presidente, chiunque esso sia, come una specie di "padre della patria". Personalmente non ho mai pensato che Mubarak fosse un dispensatore di amore paterno. Sul fatto però che ci rappresentasse come egiziani all'estero non avevo ovviamente nessun dubbio. E siccome noi egiziani non siamo abituati ad andare in giro per il mondo ed essere presi per i fondelli per via di chi ci governa né siamo abituati ad avere rappresentanti dello stato che manifestano ad ogni piè sospinto la loro incapacità di calibrare le proprie parole e i propri atti (o almeno ci siamo lasciati alle spalle il ricordo di Nasser), non ci ho pensato due volte a pretendere e ottenere le scuse di Massimo Gramellini quando il noto giornalista ha scritto su La Stampa che "forse solo in Egitto il presidente telefonerebbe alla polizia per far rilasciare una minorenne". Il difendere il nome di Mubarak da un'ironia gratuita sul caso Ruby coincideva, come ho letteralmente scritto a Gramellini, con una difesa dell'immagine del "paese che egli rappresenta". E poi diciamocelo: chi ha vissuto l'esperienza dell'emigrazione - a differenza di molti borghesi cairoti che credono che i paesi europei siano un paradiso idilliaco, come credevo io del resto - sa benissimo che certe cose accadono proprio nei paesi che si definiscono civili, a cominciare dalla corruzione.

A dispetto delle apparenze, il nostro paese è sempre è stato uno stato di istituzioni e non di persone. Ecco perché non vorrei che Mubarak e qualche ministro dell'ultimissimo governo vengano sacrificati sull'altare degli sbagli commessi dalle gestioni che li hanno preceduti. E non vorrei che la pressione dell'opinione pubblica, che ha individuato in Mubarak il capro espiatorio per qualsiasi cosa accaduta in Egitto non in questi ultimi trent'anni ma dal 52 abbia una qualche influenza sull'esito di un processo in cui i giudici hanno molto correttamente contestato agli imputati accuse ben precise e circostanziate. Diciamocelo: è alquanto preoccupante che Mubarak venga giudicato per crimini gravissimi, punibili con la pena capitale, dopo che il suo nome è stato ufficialmente cancellato da ogni infrastruttura, stazione della metropolitana, scuola e museo inaugurati durante il suo mandato: una damnatio memoriae, un "furore giacobino" come lo chiama Tramballi che non lascia presagire nulla di buono. E se abbiamo difeso il sanguinario Saddam e il suo diritto ad un processo equo, non vedo perché non dovremmo invocarlo per Mubarak che almeno ha avuto il coraggio di non fuggire con qualche tonnellata d'oro come qualche suo collega.

Ho già avuto modo, in passato, di scrivere che ogni presidente ha avuto meriti e demeriti. Lo stesso vale per Mubarak: fra i suoi meriti ho già menzionato in passato le infrastrutture realizzate sotto il suo governo (Rubavano? Certo, come in tutti i paesi del mondo) e, paradossalmente, per ciò che un noto presentatore egiziano ha chiamato in Tv pochi giorni fa, ringraziandolo, "L'arma con cui l'abbiamo ucciso": la libertà di espressione. Ma solo chi ha vissuto i tempi di Nasser sa cosa significa avere una rete telefonica che funziona, internet e paraboliche e non temere di essere trascinati in un campo di concentramento per una barzelletta raccontata in buona fede. E anche la moglie, Suzanne, ha avuto il merito di varare leggi a favore dei diritti delle donne, a far nominare la prima donna - giudice: leggi che i radicali islamisti ora vorrebbero abolire in nome dell' "epurazione del regime". L'Egitto non era una dittatura, come erroneamente qualcuno continua a sostenere, bensi una "democrazia autoritaria" in cui uno scrittore come Alaa Al Aswani ha potuto pubblicare il suo libro e farne un film, anche se attraverso editori e produttori privati, e criticare apertamente il presidente e suo figlio per anni sui giornali dell'opposizione. Certo, Mubarak di errori ne ha commessi ed è giusto che venga chiamato a risponderne, ma chi conosce altri paesi arabi sa benissimo che "quando tutto va male, pensa che potrebbe andare anche peggio". E gli egiziani il peggio l'avevano già visto e vissuto, appunto, ai tempi di Nasser e speriamo che non debbano rivederlo.

Ciò detto, sul piano politico non posso che esprimere soddisfazione per il fatto che il processo sia tenuto in Egitto da giudici egiziani, in presenza di un procuratore egiziano, di avvocati egiziani e di un pubblico egiziano e che soprattutto sia trasmesso solo da telecamere egiziane: la nostra sovranità nazionale è fortunatamente salva e mi auguro che così sia per l'eternità, che non venga mai il giorno in cui un paese qualsiasi possa ritenere opportuno intervenire in Egitto con la scusa di dover deporre un governante, difendere una minoranza o sconfiggere i terroristi. Ce la faremo da soli. E i fatti di piazza Tahrir, indipendentemente da come potrebbero evolvere, l'hanno comunque dimostrato. Proprio quello che affermavo anni fa quando scrissi che avrei accettato anche il figlio di Mubarak come Presidente, pur di non dover subire l'onta di un'invasione straniera e le sue conseguenze (quando scrissi quell'articolo ero intimamente sicuro che il popolo e in primo luogo l'esercito avrebbe saputo benissimo come sbarazzarsi del figlio ingombrante del Presidente). Ora scrivo che sono disposto a vedere anche il presidente alla sbarra. Mubarak ha più volte ribadito che si è sacrificato per l'Egitto. Se ama davvero l'Egitto, faccia quindi questo ultimo sacrificio: accetti il suo processo con dignità affinché l'Egitto sopravviva a lui. Qualcuno però dovrebbe dirgli che se non avesse assecondato le brame di potere del figlio oggi sarebbe stato ancora il presidente dell'Egitto. Troppo amore paterno ma nella direzione sbagliata, è questa la vera colpa di Mubarak.

* la borsa egiziana ha subito un fortissimo calo come conseguenza del processo. Nella foto scontri tra sostenitori e oppositori di Mubarak davanti al tribunale.

** Condivido la sostanza dell'articolo di Tramballi, per esempio quando dice che è "difficile chiamare Norimberga il processo" confrontando Mubarak ad altri leader dell'area e le loro reazioni, che "la tradizione laica delle forze armate è la sola garanzia per costringere l'islamismo in un quadro di regole democratiche" anche se contesto fortemente la frase in cui afferma che "Il perdono non è parte della cultura araba".