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sabato 10 settembre 2011

E' ora di riprendersi l'Egitto.

La notizia non è ancora definitivamente confermata, ma se lo fosse ci sarebbe da festeggiare. A quanto pare verrà finalmente revocata la possibilità di entrare in Egitto chiedendo un visto direttamente all'aeroporto. Un'opzione di cui hanno usufruito a lungo sopratutto i turisti occidentali o presunti tali, ovviamente senza che i loro paesi di origine restituissero il favore.

D'ora in avanti chi vorrà recarsi in Egitto da solo (e cioè senza far parte di un gruppo turistico organizzato) dovrà chiedere un visto di ingresso presso l'ambasciata egiziana del proprio paese di residenza, come fanno tutti i paesi del mondo, in particolare quelli della Fortezza Europa, particolarmente gelosa delle proprie frontiere. Anche se dubito che le ambasciate egiziane si comporteranno con i cittadini europei con la stessa cafonaggine e tracotanza con cui noi egiziani veniamo trattati quando andiamo a chiedere un visto presso alcune ambasciate straniere.

Non credo ci sia da preoccuparsi per eventuali contraccolpi negativi sul settore turistico. Al di là del fatto che il turismo è letteralmente andato a quel paese (non so quale, ma sicuramente non l'Egitto) a causa del clima di agitazione politica, il turismo egiziano è soprattutto un turismo di gruppi, gestito da agenzie e compagnie charter. Questo tipo di turismo non dovrebbe soffrire, essendo stato escluso dalle misure adottate. I singoli, invece, quelli che si presentano belli belli alla frontiera non si sa se per turismo, per turismo d'avventura o per fare da corrispondenti non autorizzati che buttano benzina sul fuoco, dovranno finalmente spiegare alle nostre autorità diplomatiche perché vogliono andare in Egitto. E le nostre autorità valuteranno attentamente, molto attentamente, se è il caso di concederglielo, il visto.

Qualche funzionario egiziano afferma che in questo modo si trasmette l'immagine di un "paese instabile". Evidentemente non si rende conto che il paese lo è già: la manifestazione di ieri, quella dedicata a "sollecitare le riforme democratiche", è sfociata in un assalto all'ambasciata israeliana (con tutte le conseguenze del caso) e in una marcia del bestiame da stadio (che ha avuto un ruolo non indifferente nella rivoluzione di piazza Tahrir), verso il Ministero dell'Interno dove hanno vendicato gli scontri intercorsi fra polizia e tifosi dopo una recente partita (quasi un centinaio i poliziotti feriti, pochissimi fra gli ultras) bersagliando la sede del Ministero con un fitto lancio di pietre.

Inutile dire che ho sempre caldeggiato l'introduzione di rigorose procedure per il rilascio dei visti. Già nel 2010, in commento all'allucinante sketch in cui un attore comico italiano impersonava un agente di frontiera egiziano mentre interrogava, con domande a dir poco surreali, un turista in viaggio per il Mar Rosso, scrissi: "Peccato che nessun italiano venga "interrogato" al suo ingresso in Egitto, anche perché agli italiani è permesso di entrare con la sola carta d'identità (sic). Quando penso a ciò a cui devono sottostare i cittadini egiziani per poter entrare in Italia, mi viene voglia di sputare in un occhio all'attore in questione". Non sono l'unico a pensarlo, sia chiaro. Anche un attivista egiziano afferma in questa recente intervista: "Non penso che qualcuno non deciderà di venire in Egitto solo perché dovrebbe chiedere un visto. E' una buona idea ed è bene che la percezione degli egiziani del proprio paese venga cambiata. Siamo un paese sovrano, e molti paesi chiedono di seguire le procedure prima di prendere un visto, come gli Stati Uniti".

Neanche tanto tempo fa, alcune anime belle si stracciavano le vesti parlando a sproposito di "xenofobia in crescita in Egitto". Per il Wall Street Journal, segno di "xenofobia" era anche il rifiutare un prestito-capestro del Fondo Monetario Internazionale. Stento a immaginare quali altri deliri tireranno fuori adesso che si vedono sfilare sotto il naso i piccoli "privilegi" di cui hanno goduto per tanti anni. Ripeto il mio invito a una certa "gauche sardine" che ha inondato il web con giudizi e verdetti sulla rivoluzione e persino sul patriottismo e l'onestà intellettuale del sottoscritto, colpevole di non condividere il loro entuasiasmo infantile per la "thawra", la rivoluzione: invece di preoccuparvi della "xenofobia" in Egitto solo perché alcuni egiziani vi chiedono perché vi aggirate per le piazze a gridare slogan in un paese in cui non vivete e non lavorate, preoccupatevi attivamente di cose più concrete e a voi sicuramente più comprensibili, come ha giustamente fatto l'ottimo Zagrebelsky.

Io credo, come molti egiziani, che è ora di riprendercelo, sto benedetto paese. E di usare la mano di ferro, controllando un po' ste frontiere diventate un colabrodo. La misura riguardante i visti è solo il primo atto. Speriamo che le autorità non tornino sui propri passi.