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lunedì 5 settembre 2011

I laici in Egitto? Senza agenda né programma.

Sono perfettamente consapevole che nell'ultimo periodo i miei post sull'Egitto suonano come un continuo "lo avevo detto". Ma siccome non gestisco un "Diario del Cuore" bensi un blog che, nel suo piccolo, cerca di analizzare dati e ipotizzare scenari geopolitici attendibili, non posso che prendere atto del fatto che mesi dopo aver buttato giù qualche riflessione sul mio paese si verifica un episodio o viene pubblicato un articolo o un'intervista che ne confermano anche le virgole.

L'illusione di un'idilliaca unione tra cristiani e musulmani, il rischio della deriva fondamentalista, lo scollamento dell'opposizione laica - elitaria e disorganizzata - dal paese reale, le conseguenze del deterioramento dell'economia, l'insicurezza che ha travolto la vita quotidiana degli egiziani
: sono tutte cose di cui parla oggi il patriarca Naguib nell'intervista che vi propongo. Ma il sottoscritto quelle cose le ha scritte mesi fa, appunto, anche a costo di subire ingenerosi attacchi che qualificano solo coloro che li hanno lanciati. Seguire i link per credere.

Allarme del Patriarca Naguib, Terrasanta.net, 5/9/2011

I timori espressi da diversi osservatori internazionali sull’ascesa dei partiti islamici dopo la caduta del regime del presidente Hosni Mubarak trovano conferma nelle parole del patriarca cattolico di Alessandria dei copti, il cardinale Antonios Naguib, in un colloquio con Terrasanta.net a chiusura del Meeting di Rimini. Interpellato su quale direzione prenderanno i prossimi mesi in Egitto, dove nella seconda metà di novembre si svolgeranno le elezioni legislative, seguite un po' più avanti da quelle presidenziali, il patriarca ha espresso senza mezzi termini il timore che tanto i partiti salafiti quanto quello creato dai Fratelli musulmani, Giustizia e libertà, con la loro organizzazione e disciplina possano dirottare il processo di democratizzazione avviato il 25 gennaio scorso. «Questa transizione – osserva – rappresenta una fase certamente molto difficile e oscura. Perché le rivoluzioni sono ottime per mettere fine ai regimi precedenti, ma questi attivisti non hanno né agenda né programma: sono sorti spontaneamente per la volontà di cambiamento, ed il cambiamento è arrivato. Ma poi? Ogni giorno che passa è sempre più chiaro, tanto in Egitto come negli altri Paesi, che non c'era un'organizzazione in queste rivolte, ma solo la forza spontanea degli individui». Secondo il porporato il pericolo maggiore, «che fino a poco tempo fa era una un'ipotesi e ora è una realtà soprattutto in Egitto», è dettato dallo squilibrio fra «gruppi e correnti che sono favorevoli a uno Stato civile democratico, ma restano un'élite che non può portare un cambiamento dirompente, di massa, e quei partiti islamici che hanno molto più ascolto presso la gente comune, che segue quello che viene predicato nelle moschee. E gli imam parlano tutti di instaurare uno Stato religioso». «I partiti islamici – rimarca il cardinale – non fanno che ripetere che verranno rispettati i diritti dei cristiani sulla base della legge islamica. Ma io non riesco a capire già la necessità di questa premessa: che tutto debba essere regolato dalla legge islamica. Che uguaglianza c'è? Per me è una contraddizione. Per questo, nonostante le nostre speranze che restano forti e la nostra visione che non perde l'ottimismo, siamo inquieti, come cristiani, per questa situazione». Dopo i giorni «gloriosi» ma lontani che hanno visto cristiani e musulmani marciare fianco a fianco per la fine del regime, gli ultimi mesi oltre alle aggressioni contro i cristiani hanno registrato un crescendo di affermazioni discriminatorie da parte dei partiti salafiti. «Mentre i gruppi e gli individui favorevoli a uno Stato civile democratico faticano ad organizzarsi, i partiti religiosi sfruttano a pieno regime due canali privilegiati di propaganda: le tivù religiose e le moschee. Adesso sono dominate da voci estremiste, e sentiamo ripetere a più non posso messaggi inquietanti. Ad esempio ultimamente hanno detto chiaramente che in uno Stato islamico non c'è spazio per i non musulmani, se non come dei "protetti” (sotto l’Impero Ottomano la condizione di dhimmi, cioè di protetti dello Stato islamico, imponeva oltre al pagamento della jizya molte limitazioni di carattere religioso e giuridico - ndr). Perciò sostengono che dovranno pagare una tassa, altrimenti o si convertono all'islam o devono lasciare il Paese. E sono mesi ormai che queste dichiarazioni vengono amplificate dai media, ripetute ossessivamente, mentre chi è a favore di uno Stato civile democratico, non ateo ma rispettoso delle religioni, resta ai margini del dibattito e con pochi mezzi. È evidente dai sondaggi che non saranno questi ultimi ad avere la maggioranza dei consensi, come abbiamo visto dal referendum sulla Costituzione (il referendum sulla nuova Costituzione non prevedeva il cambiamento dell’articolo 2, che pone la sharia come fondamento della legislazione egiziana, anche se i giovani vogliono sottoporlo a referendum in un prossimo futuro - ndr). Un quadro che, nella grave crisi economica che ha colpito l’Egitto con l’aumento del prezzo del grano ed il crollo del turismo, aggrava le preoccupazioni che, per i copti cristiani, non sono diverse da quelle di tutti gli egiziani: «Ci sono soprattutto tre priorità. La prima – rimarca Naguib - è ritrovare la sicurezza svanita, visto che la criminalità e gli atti di vandalismo si diffondono ad una velocità pazzesca, e a malapena l'esercito riesce a mantenere l'ordine. In secondo luogo lavoro, e mezzi di sussistenza: tutti chiedono un aumento di salario, il governo per cercare di rimediare alla povertà e andare incontro alle richieste della gente sta dissipando le riserve dello Stato. In terzo luogo costruire l'avvenire: perché non è affatto chiaro che cosa ci riserva il futuro».