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martedì 27 settembre 2011

La Primavera araba, l'economia e l'euforia.

"L’importanza della sequenza e della simbiotica relazione fra trasformazione politica e economica - scrive Hossein Askari, commentando le rivolte del Medio Oriente - potrebbe essere sfuggita agli strateghi politici e agli esperti della regione, o è stata sottovalutata nel trambusto di Washington".

Che questa banalità sia sfuggita agli strateghi (ma anche a molti giornalisti e bloggers dell'ultima ora che si erano lasciati inebriare dalla cosiddetta "Primavera Araba"), lo dicevamo su questo blog ancor prima delle dimissioni di Mubarak. E dire che c'era persino chi ridicolizzava la mia "preoccupazione per l'economia", manco fossi un matto che perde tempo in concetti teorici e astratti...

Eppure era evidente, come scrive Askari, che "fra le ragioni principali (se non in assoluto le principali) dietro alle proteste in Medio Oriente e Nord Africa ci sono arretratezza e ingiustizia economica" e che "in un simile contesto, se da un lato i manifestanti possono esultare all’indomani della caduta di un dittatore, dall’altro la loro euforia potrebbe essere di breve durata. I cittadini dovranno poter vedere presto un concreto miglioramento economico, almeno nell’ambito dei bisogni primari, e in seguito dell’occupazione. Diversamente, scoppieranno altri disordini, e il caos conseguente non farà che esacerbare le già difficili condizioni economiche".

Più o meno ciò che succede in Egitto: mentre il governo provvisorio è alle prese con una crisi finanziaria globale, il crollo del turismo e degli investimenti e tante promesse di aiuti che puntualmente non arrivano, tutti scioperano o manifestano perché vogliono stipendi più alti o essere assunti a tempo indeterminato. Nel frattempo qualche migliaio di cretini attacca l'ambasciata israeliana, buttando benzina sul fuoco.

Proprio in seguito a quell'attacco è stata annunciata la riattivazione, in tutte le sue clausole, della legge sullo stato di emergenza che rimarrà in vigore fino a giugno del 2012, conformemente alla legge: quella approvata nel 2010 da un parlamento ormai disciolto. Nel frattempo, e cioè nel corso degli ultimi otto mesi, 12.000 civili sono stati deferiti ai tribunali militari. Val la pena notare che nei tre decenni di governo di Mubarak i civili giudicati da tribunali militari erano stati appena 2.000. Un raffronto che spiega molto bene la situazione caotica in cui versa il paese.

Qual'è il rischio, in una situazione simile? Askari scrive, a giugno scorso, che "L’esercito potrebbe intervenire per restaurare l’ordine pubblico con le più nobili intenzioni, ma a quel punto potrebbe trovarsi a suo agio in questa nuova posizione, e l’euforia cesserebbe con l’istaurarsi di una dittatura militare e con il proseguimento di un circolo vizioso fatto di povertà e ingiustizia economica".

Come scrivevo all'indomani delle dimissioni di Mubarak: Auguri.