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domenica 11 settembre 2011

L'Egitto e il piangere sul sangue versato.

Wael Ghonim, uno dei fighetti promotori*, se non il principale fighetto promotore della rivolta di Piazza Tahrir piange sul latte (o meglio sarebbe dire sangue) versato, affidando all'ormai famosa pagina facebook "Siamo tutti Khaled Said" un laconico commento in merito all'assalto dell'ambasciata israeliana al Cairo: "I tentativi di attaccare una qualsiasi rappresentanza diplomatica, inclusa quella del nemico sionista, può essere qualificato solo come l'atteggiamento di gruppi adolescenziali che hanno dimenticato i principali obiettivi della rivoluzione e che in questo modo ci trascinano in problematiche interne ed esterne che finiranno per soffocare la rivoluzione stessa. Ciò che è accaduto è inaccettabile e assolutamente ingiusticabile".

Sul fatto che fossero davvero degli adolescenti, gli irresponsabili che prima o poi ci porteranno in guerra con il vicino, non vi è nessun dubbio. Basta scorrere la lista degli arrestati: 14 anni, 16 anni, 17 anni, 20 anni e via discorrendo. Il futuro del paese è diventato ostaggio di "figli di papà" e bimbi allo sbaraglio. Ghonim consapevolmente aggiunge: "Ci stiamo lasciando prendere dalle emozioni e dalla passione che sta svuotando la rivoluzione del suo senso. Stiamo festeggiando vittorie immaginarie e se non useremo i nostri cervelli, tutto questo si trasformerà nel fallimento e nella delusione di una generazione che sognava di cambiare il proprio paese. Non mi importa cosa penserà chi leggerà questo, ma ciò che sta succedendo adesso è contrario al nostro sogno per l'Egitto. Dobbiamo svegliarci, e subito, per correggere la rotta e realizzare il sogno della rivoluzione".

Inutile dire che queste cose le scrivevo il 9 febbraio scorso, due giorni prima delle dimissioni di Mubarak: "I manifestanti egiziani devono solo organizzarsi e anticipare il bene del paese all'entusiasmo giovanile". Ed è la seconda volta che Ghonim si rende conto, con colpevole ritardo rispetto al sottoscritto, dell' "abc" di una vera rivoluzione di successo che eviti il "si stava meglio quando si stava peggio" e l'essere ricompensati con la cacciata dalla tribuna di Piazza Tahrir. D'altronde quando porti un popolo immaturo in piazza, e per immatuo intendo sia anagraficamente (il 29% della popolazione ha tra i 15 e i 29 anni), che culturalmente (il tasso di scolarizzazione è quello che è e non è difficile farsi trascinare dai predicatori) che economicamente (il 40% della popolazione vive con meno di 1,50 € al giorno), te ne assumi anche la piena responsabilità.

L'editoriale dell'intellettuale egiziano Moataz Abdel Fattah (che Ghonim stesso ripubblica in evidenza sulla sua pagina FB) sembra riferirsi proprio a lui e agli altri leader "virtuali" della rivolta egiziana: "Le manifestazioni pacifiche necessitano di entità organizzate in grado di controllare il comportamento degli aderenti. Chi invita a scendere in piazza senza sapere come controllare le masse ha una responsabilità quantomeno intellettuale se non proprio politica. Non basta dire: "Ho lasciato la piazza alle 19, non c'entro con ciò che è accaduto dopo". E chi è responsabile di chi è morto e di chi è rimasto ferito tra i nostri figli? Non è forse un peccato ciò ci stiamo facendo con le nostre mani? Abbiamo forse deciso di imboccare la strada del suicidio collettivo?".

I protagonisti di Piazza Tahrir hanno preso atto del fatto che chi ha assaltato l'ambasciata israeliana usciva dalle loro file o quantomeno hanno ammesso di non essere stati in grado di evitare che ciò accadesse. I movimenti islamisti invece avevano, con acuta saggezza politica, deciso di non partecipare alla giornata di ieri e - una volta consumato l'incidente - lo hanno giustamente condannato, essendo nostro dovere - legale e morale - proteggere i diplomatici israeliani. Ciononostante, le "autorevoli" voci che commentano i fatti egiziani in Italia continuano a dire che l'assalto all'ambasciata "pone molte domande, e molti dubbi", si chiedono come mai la polizia non è intervenuta a sedare migliaia di ragazzini scalmanati (ma se l'avesse fatto l'avrebbero accusata di brutalità) e che quindi tutto sto casino sarebbe da attribuire nientepopodimeno che a una "controrivoluzione" che esiste solo nelle loro teste.

Eppure anche un bambino di tre anni sa che l'odio per Israele è radicato nella società egiziana e che il regime è caduto espressamente per la sua politica di collaborazione con Israele, nonché per l'esportazione di gas al suddetto*. I pochi egiziani che tentano di ricordare che su Israele c'è scritto grande come una casa "Maneggiare con cura", vengono - come il sottoscritto tra l'altro - immediatamente tacciati di essere "mubarakiani" e "controrivoluzionari", oppure derisi perché "Oh: fa figo di sicuro, essere un egiziano che ci tiene a non accusare Israele della diffusione dell'AIDS (in Egitto, ndr)". Non lo so: sarà anche meno figo per qualche mentecatto non dare all'ebreo dell'untore di medievale memoria, ma vi assicuro che è più logico, ragionevole e utile per tutti calibrare le proprie parole e azioni rispetto al surriscaldato contesto mediorientale.

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* Tengo a precisare che ho sempre ammirato il coraggio e la perseveranza di questi giovani borghesi, ma da quando ho scoperto che non sono capaci di andare oltre i sit-in, e che anzi non hanno nessun programma per risollevare le sorti delle baraccopoli se non quello di "insegnare loro a usare facebook", la mia fiducia nei loro confronti si è notevolmente raffreddata.

** La fornitura di gas ad Israele è parte integrante degli accordi di pace di Camp David, in cui l'Egitto si è impegnato a fornire energia al vicino. Originariamente tali accordi prevedevano forniture di petrolio ma siccome l'Egitto ne necessitava per la propria economia, scarsa di materie prime, il governo di Mubarak attuò la sostituzione con forniture di gas.