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giovedì 1 settembre 2011

L'Egitto, Israele e la guerra che verrà.

In questa rovente "estate araba", sono avvenuti due fatti importanti che avrei voluto commentare mentre erano ancora "caldi". Dal momento che ero tecnicamente impossibilitato a farlo recupero adesso nella consapevolezza di essere ancora (pienamente) in tempo. Cominciamo con il primo: il paventato ritiro dell'ambasciatore egiziano da Tel Aviv come atto di protesta per l'uccisione di cinque soldati egiziani nel corso di un'incursione israeliana sulla frontiera. Gli israeliani erano infatti sulle tracce di un gruppo armato palestinese che ha ucciso sette dei loro e le vittime egiziane, se cosi si può dire, sono stati un "danno collaterale" dell'operazione.

Vale la pena fare un giretto a ritroso su questo blog, sebbene questo mio invito (della serie "L'avevo previsto") potrebbe fare saltare la mosca al naso a qualche blogger indispettito circa l'attendibilità delle mie previsioni geopolitiche: 29 Dicembre 2008. "L'Egitto dovrà, ovviamente, impedire che (i palestinesi di Gaza, ndr) lancino dei missili su Israele. Su questo Pipes è chiarissimo. I precedenti del Libano e della Giordania ci insegnano, però, che i palestinesi non rinunceranno alla resistenza. Quindi chi dovrà beccarsi le prossime tonnellate di cluster-bombs e magari una bella invasione difensiva? L'Egitto". 30 dicembre 2008. "Gaza rischia di essere il "Chiodo di Giuha" martellato sul suolo egiziano. Un regolare invito a pranzo e cena per Israele. Che certamente non si presenterà a mani vuote, ma con un sacco di doni poco graditi, come quelli che piovono in questi giorni di festività su Gaza". 1 Giugno 2011: "Le recenti accuse israeliane all'Egitto di ospitare gruppi terroristici nella penisola del Sinai, già occupata da Israele nel 1967, sono particolarmente allarmanti. L'esperienza insegna che un'accusa simile, da parte di Israele, può presagire tutto tranne qualcosa di buono: ove ci sono terroristi o presunti tali, Israele colpisce, senza sé e senza ma".

Appena due mesi dopo
i miei timori si sono rivelati pienamente fondati e cinque egiziani hanno pagato con la loro vita: spero vivamente che siano anche gli ultimi. Ovviamente per ora si parla (fortunatamente) solo di un incidente, di una commissione d'inchiesta, di contatti diplomatici ad alto livello tesi a chiare l'accaduto e di un probabile aumento delle truppe egiziane, con il consenso israeliano, per riprendere il pieno controllo del Sinai dove gli islamisti radicali non hanno esistato a terrorizzare un'intera città (El Arish) scorazzando a bordo di pickup e motorini con tanto di divise e bandiere. Non si è ancora verificato l'evento apocalittico che temo vivamente: l'invasione del Sinai da parte di Israele con la scusante dell'autodifesa e la "caccia ai terroristi". Ma ho buoni, ottimi, motivi per credere che l'ipotesi - nel lungo periodo - non sia del tutto peregrina. Soprattutto se consideriamo che centinaia di egiziani hanno manifestato per giorni davanti all'ambasciata israeliana, sbandierando le foto di quel ditattore irresponsabile che era Nasser (i suoi proclami retorici ci hanno trascinato impreprarati in una guerra da cui siamo usciti disastrosamente sconfitti) e chiedendo a gran voce l'espulsione dell'ambasciatore israeliano.

La prospettiva di una guerra con Israele non mi piace, e non dovrebbe piacere a nessuno sano di mente (a mio parere potrebbe scatenare persino una terza guerra mondiale) anche se mi rendo conto che l'ipotesi di una guerra in diretta Tv su cui riversare fiumi di inchiostro e pixel non spiace affatto ad alcuni personaggi intimamente antisemiti e, diciamocelo, anche un po' razzisti nei confronti degli arabi di cui pur dicono di difendere la causa. L'Egitto ha versato il sangue per quattro volte nelle guerre contro il vicino (1948, 1956, 1967, 1973): credo che basti e avanzi. Solo gli accordi di Camp David hanno permesso al paese di concentrarsi sui suoi atavici problemi strutturali e di dedicare risorse a obiettivi sociali e di crescita economica. L'unica cosa che ci manca, dopo la crisi finanziaria globale e il crollo economico conseguente alla "rifo-luzione" di Piazza Tahrir è l'ennesima guerra mediorientale.

Per sdramatizzare, e pur avendo piena fiducia nelle forze armate egiziane e nella loro capacità di difendere il paese, vorrei concludere con una barzelletta riportata da Paolo Branca nel suo bellissimo e consigliato "Il sorriso della mezzaluna. Umorismo, ironia e satira nella cultura araba": Poco tempo dopo la sconfitta del 67, una guida egiziana che sta accompagnando alcuni turisti alle piramidi decide di interrompere le spiegazioni per fare propaganda al suo paese. "L'Egitto è la culla della civiltà". Poi sente l'eco ripetere la sua frase. Allora lui dice "L'Egitto è la madre del mondo!". E l'eco ripete di nuovo la sua frase. E quindi lui coglie l'occasione per dire: "L'Egitto combatterà contro Israele". A quel punto però l'eco gli risponde: "Ora piantala, cretino!". Dedico questa barzelletta a quelle "barzellette umane" convinte di essere più egiziani degli egiziani, sindacando persino sul patriottisimo del sottoscritto tanto da stracciarsi le vesti quando ho asserito che noi egiziani eravamo "incapaci di gestire un gabinetto alla turca, figuriamoci una democrazia alla turca". Il loro è forse è un tentativo per nascondere l'incapacità di guardare il proprio, di paese e le proprie, di magagne. Per questo motivo credo sia il caso di fare un'altra dedica, stavolta ricorrendo alle parole di Curzio Malaparte: "Non mi stancherò mai di ripetere chi vi sono due modi di amare il proprio paese: quello di dire apertamente la verità sui mali, le miserie, le vergogne di cui soffriamo, e quello di nascondere la realtà sotto il mantello dell'ipocrisia, negando piaghe, miserie e vergogne, anzi esaltandole come virtù nazionali (...) l'esperienza insegna che la peggior forma di patriottismo è quella di chiudere gli occhi davanti alla realtà, e di spalancare la bocca in inni e ipocriti elogi, che a null'altro servono se non a nascondere a sé e agli altri i mali vivi e reali".