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venerdì 9 settembre 2011

L'Egitto rimasto con un pugno di mosche

Qualcuno si ricorderà il mio allarmismo per la situazione economica egiziana, mentre le masse erano ancora stabilmente accampate in Piazza Tahrir con lo scopo di far cadere il regime di Mubarak.

Mesi dopo, e chiacchere "democratiche" a parte (adesso, oltre la vituperata legge d'emergenza sono in funzione anche i tribunali militari di cui - sia detto per chiarezza - non contesto affatto la necessità, dato il momento storico), la situazione è quella che riferisce l'editoriale odierno di Alberto Negri sul Sole24Ore.

Noto con piacere che l'articolo ricalca quasi alla lettera diversi miei post e in particolare quest'ultimo, riferimento alla "repubblica delle banane senza banane" incluso (battuta da attribuire comunque a Spengler che l'ha usata per primo e non al sottoscritto che l'ha semplicemente riproposta). Non è che Negri sia un lettore del mio blog, per caso? Se cosi è, colgo l'occasione per ringraziarlo per il suo articolo.

La retorica della primavera araba si scontra con un'amara realtà: dopo tante promesse di aiutare la transizione, Tunisia ed Egitto sono rimasti con un pugno di mosche. Le rivolte hanno aggravato la crisi economica e la sofferenza degli strati più poveri della popolazione si è fatta più acuta. In Egitto il 40% vive con due dollari al giorno: senza pane e lavoro le democrazie, anche quelle meno fragili di queste in fase embrionale, sono a rischio. Sono stati colpiti i ceti medi, la piccola borghesia e soprattutto i più giovani, milioni di disoccupati protagonisti delle sollevazioni di piazza. Forse ci siamo già dimenticati che tutto è cominciato quando il 17 dicembre scorso Mohammed Bouazizi, giovane ambulante precario di 26 anni, si diede fuoco per protesta in uno sperduto villaggio della Tunisia più interna ed emarginata. Alla sponda Sud erano stati promessi, secondo il ministro delle Finanze tunisino, fondi per 40 miliardi di dollari di cui 20 per le riforme economiche da qui al 2013. Non è arrivato quasi nulla nelle casse di Tunisi e in quelle del Cairo soltanto 500 milioni di dollari erogati dagli arabi. Anche gli Stati Uniti, che all'Egitto forniscono aiuti per un paio di miliardi di dollari l'anno, appaiono esitanti: con la caduta di Mubarak sono stati bruciati coloro che favorivano riforme di stampo liberista, contrastati ora da un inevitabile populismo economico che per altro deve fare i conti con fughe di capitali e bilanci in rosso. A Marsiglia, dopo il vertice dei ministri delle Finanze del G-8, si terrà sabato una riunione allargata a rappresentanti dei Paesi del Golfo per capire come mobilitare dei fondi: secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times si parla di 20 miliardi di dollari (10 dagli occidentali e 10 dagli arabi), con la Banca europea della ricostruzione (Bers) chiamata a replicare, in scala minore, quanto fece già nei Paesi dell'Est dopo il crollo del Muro. Ma con la crisi che morde al collo le economie occidentali i soldi potrebbero essere anche molti di meno. Dopo la primavera, Egitto, Tunisia, Siria, Yemen, sono piombati nell'inverno economico. I problemi sono gli stessi che segnalavamo già nel novembre 2010 come i fattori che rendevano assai difficile la successione agli autocrati del Maghreb: le richieste di libertà che poi hanno abbattuto le dittature sono state accompagnate da alte aspettative di giustizia sociale e redistribuzione della ricchezza. Il più disperato dei Paesi di questo autunno arabo è l'Egitto con i suoi 80 milioni di abitanti che fanno fatica a mangiare: importa gran parte dei generi alimentari e metà dei consumi di grano. La casse sono vuote, si teme una rivolta degli affamati e il crollo dei sogni di Piazza Tahrir. Qualcuno al Cairo osserva con amara ironia che rischia di diventare «una repubblica delle banane senza banane» (...).