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giovedì 22 settembre 2011

Primavera Araba? Les jeux sont faits.

Neanche due mesi fa, ho riportato su questo blog l'incipit di un editoriale di Caracciolo su Limes che illustrava molto bene il passaggio - da me previsto mesi prima - dalla "lirica rivoluzionaria alla depressione economica, emergenza sociale e insicurezza geopolitica". Ora, a sancire definitivamente la morte di quella farsa etichettata dai media come "la rivoluzione dei tweet" è anche il Time che, con un editoriale di Tony Karon titola: "Primavera araba finita. Islamisti, generali e vecchio regime combattono per il potere dalla Tunisia alla Siria". E i "giovani di facebook, Twitter, Flickr" e chi più ne ha più ne metta che hanno fatto andare in brodo di giuggiole i sessantottini italioti, gli Al-jazeera dipendenti, i rivoluzionari col culo al caldo della Gauche Sardine, che fine hanno fatto?

"Nella maggior parte dei casi - scrive Tony Karon citando un'analisi di Hussein Agha e Rob Malley comparsa sulla New York Review of Books - lo slancio e l'iniziativa politica si sono già spostati da quelli che erano in prima linea, e che però mancavano di struttura organizzativa, leadership riconoscibile o una chiara prospettiva strategica - i giovani manifestanti di piazza Tahrir, per esempio - a strutture di potere più consolidate". E meno male che scrivevo, due giorni prima delle dimissioni di Mubarak, che "I manifestanti egiziani devono solo organizzarsi e anticipare il bene del paese all'entusiasmo giovanile". Un consiglio ribadito meno di un mese dopo, anche se ormai era troppo tardi: "I laici dovevano organizzarsi meglio se volevano che la loro rivoluzione avesse successo anche nel dopo Mubarak perché loro non rappresentavano affatto la maggioranza degli egiziani".

Già, lo scrivevo allora, che "nonostante alcuni si siano fatti abbagliare dall'avanguardia di bloggers che manifestano. La gente semplice - quella che sopravvive giorno per giorno con poche lire - spera soltanto che tutto si sblocchi al più presto, non importa come, per riprendre a vivere. Di certo questa gente non è ostile al cambiamento (e chi rifiuterebbe la prospettiva del meglio?)", ma "attenzione a deludere le loro aspettative e tirare troppo la corda dell'economia". Proprio quello che ribadisce l'analisi di Agha e Malley: "La gente, una volta eccitata dai benefici potenziali del cambiamento è sbalordita dai suoi costi reali e ovvii".

"L'esito del risveglio arabo non sarà determinato da chi lo ha lanciato - sentenzia l'analisi di Agha e Malley - I sollevamenti popolari sono stati ampiamente accolti, ma essi non erano esattamente adatti alla composizione sociale e politica delle comunità tradizionali, spesso organizzate lungo l'asse dei legami tribali e di parentela, dove la religione gioca un ruolo centrale e l'ingerenza straniera è la norma. L'esito sarà deciso da altre forze, più calcolatrici e realistiche". Lo stesso realismo che caratterizzava e tuttora caratterizza le mie posizioni, liquidate invece come "conservatrici e reazionarie" da chi pontificava senza capire nulla di quel contesto.

Ed è sempre lo stesso realismo che mi fece dire: "Io vi posso prevedere già ora che la minoranza laica soccomberà - non so se elettoralmente o fisicamente - nello scontro che inevitabilmente avverrà (...) La rivoluzione mangerà i suoi figli, come è successo anche in altri paesi ed altre epoche dove, per rovesciare regimi dispotici, sono scesi in piazza fiumi di persone di ogni estrazione e ideologia. E alla resa dei conti, hanno inevitabilmente vinto gli estremisti. Perché gli estremisti parlano la lingua della violenza, non dei tweet". Karon mi fa eco sul Time: "le decisioni che plasmeranno gli eventi sono nelle mani di uomini armati con occhi di ghiaccio, piuttosto che in quelle di giovani armati solo con i loro telefoni cellulari, il loro coraggio e il loro idealismo che hanno dominato la copertura della prima ondata di protesta".