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venerdì 30 dicembre 2011

25/01/2012. Fine serie Tv "Tahrir" (I)

Fra meno di un mese i "Fighetti di Tahrir" tenteranno di ripetere l'"exploit" del 25 gennaio scorso che ha portato alla caduta di Mubarak. Stavolta ce l'hanno con la giunta militare che governa il paese e gli islamisti che hanno vinto le elezioni.

Ho buoni motivi per credere che ci siano altissime probabilità che questo nuovo tentativo finisca in un modo completamente contrario alle loro rosee aspettative, motivo per cui mi sento di consigliare loro di non provarci e di concentrarsi a recuperare il terreno politico perduto in modi meno avventurosi e provocatori. Spero di non sprecare fiato e bytes, come quando consigliavo loro (inutilmente) di organizzarsi meglio calandosi nella realtà egiziana.

I "Fighetti di Tahrir" hanno molte capacità. Nonostante li critichi e li chiami "fighetti", non esito a definirli la meglio gioventù dell'Egitto: sono istruiti e colti, creativi e coraggiosi, hanno girato il mondo e vogliono il meglio per il loro paese. Ma si sono evidentemente montati la testa, non riescono a capire i loro limiti e fin dove stressare il sistema.

Sono convinti, assieme ai loro sostenitori e finanziatori occidentali, di essere stati loro a far cadere Mubarak. Non si rendono conto che se il cosiddetto "Ultimo" Faraone è su una barella nella gabbia degli imputati assieme a buona parte del suo ultimo governo, è solo perchè i movimenti islamisti si sono decisi di aggregarsi alla loro protesta e perché il Consiglio Supremo delle Forze Armate non è intervenuto per reprimere la rivolta.

Evidentemente ciò non è abbastanza chiaro ai Fighetti di Tahrir. Sono convinti che la loro sconfitta alle elezioni e prima ancora al referendum sia dovuta ad un patto tra le forze armate e gli islamisti e che i salafiti siano stati sovra-dimensionati rispetto al loro peso nella società. Come ho già scritto, è ovvio c'è gente che vive in Egitto senza viverci: che gli islamisti fossero la forze politica egemone lo sapevano tutti. Ma proprio tutti: esercito, islamisti, copti, gente di strada, il sottoscritto. Tutti tranne i giovani di Facebook e i loro sostenitori occidentali, che a forza di twittare si sono pappati il cervello. Al punto di affermare che i salafiti fossero "quattro gatti" e che per risolvere i problemi delle baraccopoli basta insegnare agli abitanti "come usare facebook".

Le forze armate hanno indetto delle elezioni, che - qualunque cosa dicano gli sconfitti - sono state regolari e trasparenti, perfettamente rispecchianti la volontà popolare. In poche parole l'esercito ha dato ai giovani laici e liberali un' occasione unica per rendersi conto del loro vero peso nella società: zero assoluto. Nella speranza che non si montassero la testa, appunto. Che si rendessero conto che non basta ricevere finanziamenti dagli Stati Uniti, addestramento in Serbia e gestire qualche blog per far cadere un sistema, per instaurare una democrazia all'occidentale. Non a caso gli islamisti hanno stravinto e loro hanno perso.

E' stato un progetto destinato al fallimento sin dall'inizio. La solita americanata sfuggita di mano, mi verrebbe da dire. Ormai però la frittata è fatta: dobbiamo arrenderci all'evidenza, accettare la volontà popolare e sperare che le forze islamiste si dimostrino davvero pragmatiche e capaci di gestire il paese. Molti sono ottimisti, in quel senso. Ma dal momento che certe uscite non lasciano ben sperare, l'alternativa sarebbe quella illustrata da Michael Burleigh sul Daily Mail: aspettare pazientemente - nella speranza che nel frattempo non si scateni l'apocalisse o non dover aspettare cent'anni - il fallimento del loro modello politico quindi cercare, dove sarà possibile, di rimediare ai danni. (Leggi la seconda puntata).