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venerdì 2 dicembre 2011

L'Egitto, il Cancro e la Cura.

L' annunciato, ma non ancora ufficiale, successo dei partiti islamici (in Egitto, ndr), moderati e radicali, apre o accentua il confronto tra il fronte religioso e i militari, e marginalizza quello tra i rivoluzionari di piazza Tahrir e i militari. Quest'ultimi appaiono adesso come i potenziali difensori di una democrazia limitata, zoppa quanto si vuole, ma laica. Se ci si affida ai dati parziali, ma attendibili, i generali diventano paradossalmente una diga dietro la quale possono rifugiarsi i liberali e i rivoluzionari, insidiati da un legittimo potere, uscito dalle urne, che auspica l'applicazione parziale, se non proprio integrale, della legge coranica. (...)

I risultati del voto per l'Assemblea del popolo nelle prime nove province (nelle restanti diciotto si voterà fino a gennaio, per poi passare al Senato), darebbero il 40-45 per cento al partito moderato dei Fratelli musulmani, e circa il 20-25 per cento al partito integralista dei salafiti (Al Nur, ndr). Al Nur esprime un Islam politico intransigente. Proibisce l'alcol, non riconosce l'emancipazione delle donne, vuol dare un'impronta religiosa all'educazione dei giovani, ed esige che i principi della Sharia, la legge islamica, dominino la Costituzione repubblicana. Di recente lo Sheikh Hazem Shuman, ascoltato esponente salafita, ha fatto irruzione in un'università dove si teneva un concerto e ha invitato i presenti ad andarsene, sostenendo che ascoltare quella musica fosse un peccato. È salito sul palco e si è presentato come un medico che cura l'Egitto ammalato di cancro.

Se confermato dai prossimi voti, il 20-25 per cento ottenuto dai salafiti di Al Nur nelle elezioni dei giorni scorsi risulterebbe determinante per formare una maggioranza parlamentare. Quindi un governo. Da qui l'inquietudine dei laici e dei rivoluzionari più arrendevoli. I quali cominciano a considerare con interesse la volontà dei militari di collocarsi al di sopra delle istituzioni, anche se elette, e di conservare il diritto di intervenire sulle decisioni di quelle istituzioni. Ieri giudicata una decisione antidemocratica, quella pretesa dei generali appare adesso come necessaria per frenare gli eccessi dei salafiti, investiti da un legittimo voto popolare ma in preda a un integralismo religioso difficile da vivere.

(Repubblica, di Bernardo Valli)