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sabato 17 dicembre 2011

Quando i musulmani si autodiscriminano.

Alcuni giorni fa una lettrice, presumo un'italiana convertita all'Islam, mi ha scritto una lettera indignata in cui mi ha invitato a togliere "quell'immagine della donna nuda nel tuo articolo che condanna il niqab. Sai che nell'islam c'e' il divieto di esporre la propria awra e di guardare quella altrui quindi da musulmano dovresti toglierla". Segue una lunga difesa del velo integrale - condita di accuse varie, a cominciare da quella di conoscere poco la "scienza islamica" - che si conclude con una precisazione circa "il fatto che tu ci abbia grandemente deluso come fratello conta poco".

Non è difficile, leggendo la missiva in questione capire perché i musulmani sono odiati e indesiderati in Occidente. Alla fine lo dobbiamo ammettere, che l'odio per i musulmani prima ancora di essere il risultato della propaganda razzista e xenofoba di politicanti e scribacchini vari, è frutto della mentalità che permea frange della comunità che - nella migliore delle ipotesi - pretendono di dettare agli altri cosa pubblicare e cosa non pubblicare, cosa indossare e cosa non indossare, lanciando accuse di ignoranza ed eresia a destra e a manca, di fatti alimentando l'allarme sociale. Queste persone sono complici quanto gli islamofobi nel propagandare un'immagine preoccupante della fede islamica e sono complici tanto quanto le dittature corrotte nella regressione culturale ed economica dei nostri paesi di origine che fino a neanche un secolo fa erano meta di immigrazione per gli europei.

Se i musulmani in occidente oggi non possono pregare in luoghi di culto decenti, hanno difficoltà ad ottenere la cittadinanza, vengono discriminati quotidianamente non lo devono solamente ai razzisti e xenofobi vari ma anche a tutti i cosiddetti "sapienti" che forniscono loro il materiale - fatwe, interpretazioni, accuse ecc - di cui si nutrono e con cui alimentano il fuoco dell'islamofobia. E lo devono anche ai seguaci di costoro, a cominciare dalle signore più realiste del re che desiderano coprirsi con quella "veste tribale", cosi come l'ebbe a definire l'Imam di Al-Azhar in persona, che di scienza islamica sicuramente si intende più del sottoscritto, dell'autrice della lettera e del misterioso gruppo deluso dalle mie posizioni messi insieme. Perché se la lettrice ha scovato una scuola giuridica che ritiene il velo integrale addirittura un obbligo ce ne sono altre che lo condannano sic et sempliciter.

L'immagine che tanto ha offeso la signora (che, vivendo in occidente, dovrebbe averne visto di peggiori) verrà tolta - e sostituita con un'altra meno provocatoria ma non meno ironica - per il semplice motivo che non aggiunge né toglie nulla alla sostanza dell'articolo, che invece rimarrà tale e quale. Perché il mio scritto non vuole "accontentare" nessuno, tanto meno chi dell'islam ha una percezione ridotta a questioni di vestiario: se avessi voluto accontentare qualcuno l'avrei fatto su altri temi e in altri momenti, risparmiandomi l'accusa di essere "esponente di un tribunale di inquisizione islamica", un "fratello musulmano" e un difensore degli Imam integralisti.

Non è nemmeno "moderno o all'avanguardia" come recita l'atto di accusa bensì tradizionalista: e per rendersene conto basta vedere come si viveva nei paesi musulmani fin quando non si sono imposte, a suon di petrodollari, "novità" ideologiche che hanno ridotto la fede alle apparenze: ai centimetri di pelle esposti da una turista quando fino agli anni settanta le musulmane andavano in giro al Cairo in minigonna, alla liceità o meno di visitare i monumenti faraonici sopravvissuti a centinaia di califfi e sultani, all'opportunità di entrare in bagno con il piede destro piuttosto che con il piede sinistro e via delirando. Che dire? Spiace constatare che queste ideologie si siano fatte strada anche tra le comunità immigrate e persino tra alcuni convertiti/e, che per formazione e cultura di origine, dovrebbero fare da ponte tra culture e non da barriera.