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lunedì 31 gennaio 2011

Perdite irrecuperabili

"Quello che sta accadendo al Cairo è scioccante e terrificante. Nel Museo Egizio sono state rotte le vetrine con il corredo di Tutankhamon, un tesoro di rilievo enorme. Ma in quel museo tutto è di fondamentale importanza, perche', a differenza che in altri musei del mondo incluso quello di Torino, custodisce le testimonianze di tutte le epoche della civiltà egizia, senza lacune o salti storici". La direttrice del Museo delle Antichità egizie di Torino, Eleni Vassilika, si sofferma con l'ADNKRONOS, su quanto sta avvenendo nella capitale dello Stato nord africano, evidenziando come "tutto quello che andrà disperso non potrà essere reintegrato in nessun modo, perche' è unico nel mondo". "Negli ultimi anni - rileva - al Cairo la pressione è andata aumentando sempre di più. Ora una minoranza, molto islamizzata, si sente legittimata a distruggere i reperti perche' pre-islamici. Li considera irrilevanti e rappresentativi del capitalismo. Per fortuna si tratta di una minoranza, perche', di contro, la maggioranza è molto fiera della propria storia e quindi anche di cio' che ne conserva la memoria". "Sono comunque speranzosa che il Museo del Cairo non venga troppo danneggiato. E' un museo unico, copre tutte le epoche della civiltà egizia - ribadisce - e custodisce tutto quello che non si trova negli altri musei. Sono speranzosa perche' in tanti hanno circondato il Museo al Cairo per proteggerlo e hanno individuato uno dei saccheggiatori".

domenica 30 gennaio 2011

Danni al Museo Egizio del Cairo

Individuati diversi oggetti danneggiati al museo.
Alcuni appartengono, purtroppo, al corredo funerario
del faraone Tutankhamun.

sabato 29 gennaio 2011

Dio salvi l'Egitto

Come si può ben immaginare, la situazione attuale in Egitto - vissuta per di più a distanza - mi preoccupa, e non poco. Sono in ansia per il paese e per il popolo in generale, per i famigliari e gli amici in particolare e, tra le altre cose, anche per i capolavori del Museo egizio a rischio saccheggi e incendio, almeno fino a poche ore fa. In questo momento non posso che esprimere vicinanza alle persone che hanno sofferto e che soffrono ancora. Dio salvi l'Egitto.

mercoledì 26 gennaio 2011

Qualunquemente italiota

Di certo, come scrive Massimo Gramellini su La Stampa, "non sarà stato facile convincerla a forzare la proverbiale ritrosia per rivelare che la sua vita è un susseguirsi di orchi che la usano e la maltrattano". Stiamo parlando di Ruby Rubacuori, al secolo Karima El Mahroug, e dell'intervista che ha rilasciato a Kalispera! (programma condotto da Alfonso Signorini su canale 5). Intervista in cui - come scrive Francesco Merlo su Repubblica - Karima afferma di essere stata "violentata a nove anni dagli zii, picchiata dal padre che le versa l'olio caldo sulla testa, bambina vittima del medioevo musulmano. Signorini le ha messo in bocca tutti gli stereotipi positivi e politicamente corretti". Un melodramma che si dipana sotto gli occhi dei telespettatori, con dettagli sempre più interessanti: "Quando ne aveva nove (di anni, ndr) era una piccola femminista tra i maschi di Marrakesh: "Mi ribellai perché noi ragazze non potevamo andare a fare il bagno". A dodici abiura Maometto: "Dissi a mio padre che non credevo nella sua religione". A sedici "andavo a scuola di nascosto". Sogna la cultura, l'istruzione, "non mi hanno fatto studiare e dunque mi sono messa a cercare il guadagno facile del mondo dello spettacolo". Conclusione della "Traviata di Arcore" (titolo di Repubblica): "Mi aspettavo, avendo rinnegato la mia di cultura, di essere adottata da questo paese. Ho scelto la sua cultura, la sua religione, la sua gente. Io amo questo paese, e dicevo anche che non ero marocchina, mi dava fastidio". Un video satirico sul sito dell'Unità traduce le su citate dichiarazioni a beneficio dei profani: "Sono molto cattolica. Come la maggioranza dei telespettatori. Empatizzate con me. Sono proprio come voi. Si, e odio anche i marocchini. Mi danno fastidio". Karima, che afferma di aver scelto il nome Ruby da giovane perché "era una ragazza protagonista di un libro, molto intelligente e ambiziosa: volevo assomigliare a lei", ha capito bene quale è il modello che piace da queste parti: 1) affermare di amare l'Italia, quanto e possibilmente più degli italiani. 2) abbandonare cultura e soprattutto religione di origine. 3) rinnegare e prendere le distanza dal proprio paese natìo e dai propri connazionali. Nulla di originale: altri - lo sappiamo bene - hanno inaugurato questa strategia con grande successo, ottenendo in cambio prebende, visibilità mediatica e carriera politica. Fino a poco tempo fa, ero solito affermare che - a differenza di paesi come la Francia, l'Inghilterra, gli Stati Uniti e il Canada - in Italia non esisteva ancora nessun "modello" per l'integrazione. Mi sbagliavo: mentre esperti ed accademici parlavano di modelli, i media avevano già provveduto a plasmarlo e a promuoverlo. Se quello francese è definito assimilazionista e quello inglese pluralista, quello italiano è semplicemente, banalmente e qualunquemente italiota. Rimane solo un dettaglio da perfezionare, una domanda inevasa che la stessa Ruby si pone, che Merlo riporta su Repubblica e a cui gli studiosi forse un giorno potranno rispondere:"Perché una cubista italiana è un ballerina mentre una cubista marocchina è una troiona?".

lunedì 24 gennaio 2011

Il vento di Cartagine

Qualcuno mi ha chiesto un commento sulla "rivoluzione del gelsomino" in Tunisia. Non ho commentato finora perché reputo inutile fare i salti di gioia quando non si sa ancora come andrà a finire: saprà, il popolo tunisino, capitalizzare la sua neoconquistata libertà oppure passerà dalla padella di Ben Ali alla brace del caos, del fondamentalismo o del golpe militare? In ogni caso l'esito della sollevazione popolare tunisina sfata almeno tre pregiudizi ben radicati in Occidente: quello secondo cui la tirannia si estirpa con l'aiuto di eserciti importati dall'estero, che i popoli arabi sono geneticamente inclini alla sottomissione e - quello che viene smentito in maniera clamorosa - che le donne arabe sono considerate alla stregua dei "tappettini": è ormai evidente, infatti, che a governare il paese non era Ben Ali ma la moglie. Ma l'aspetto più divertente è che, allo stato attuale, nemmeno dei popoli che vivono in paesi democratici, e che si sono alimentati - politicamente e mediaticamente - dei pregiudizi sopra citati sugli arabi, possono meritatamente vantarsi di ciò di cui si possono vantare oggi i tunisini: essersi liberati di un leader squalificante con la sola discesa in piazza. E senza truppe alleate alle porte della Capitale. Tutti si chiedono se il vento di Cartagine spirerà in altri paesi dell'area: io mi chiedo piuttosto se si spingerà, carico di qualche goccia di dignità, anche verso qualche altro punto cardinale.

venerdì 7 gennaio 2011

Una fatwa per Checco Zalone

Premetto di aver visto solo il trailer di "Che bella giornata" quindi il mio è un giudizio "a pelle" e non di merito. Ma da quel poco che ho visto in giro, la nuova fatica di Checco Zalone sembra intelligente e divertente anche se riprende (e in un certo senso radica nell'immaginario comune) le bufale - quasi sempre successivamente smontate da indagini e processi - relative ai vari attentati che i musulmani avrebbero voluto (o vorrebbero) compiere in Italia. Non a caso il film è stato immediatamente premiato dagli spettatori: 7 milioni in due giorni, record di sempre per il box office italiano, addirittura meglio di Avatar e Harry Potter. A dimostrazione, quindi, che non c'è bisogno di fatwe, minacce, reazioni e polemiche e tanto meno di ribadire a ogni pié sospinto che il film prende in giro gli italiani e non gli arabi, per sbancare il botteghino. Zalone riesce a essere più comico nelle interviste che rilascia ai media, ovvero quando interpreta sé stesso che nel film di cui è protagonista. Non si poteva infatti che provare tenerezza di fronte ad un Zalone evidentemente colpito dai sintomi della Fatwite (termine coniato dal sottoscritto e per il quale venni definito nientepopodimeno che "esponente di un tribunale di inquisizione islamica" su un libro di Magdi Allam), ovvero quella malattia che fa sì che qualunque deputato, giornalista, caricaturista o attore aneli ad essere oggetto di una fatwa - foss'anche del kebabbaro sotto casa - pur di finire sui giornali e moltiplicare la propria fama e quella dei propri disegni di legge, editoriali, caricature o film. Nel caso di Zalone i sintomi di questa simpatica malattia si evincono da affermazioni ingenue come "ci tengo a sottolineare che il terrorismo non mi fa paura" oppure quando dice che "Quando abbiamo scritto la sceneggiatura abbiamo detto che l'arabo ne deve uscire indenne da questa cosa perché anch'io ne devo uscire indenne. C'ho famiglia". Evidentemente - ma non lo biasimo - Zalone non sa che i primi film a prendere in giro fondamentalisti e terroristi islamici sono egiziani. Per esempio "Il terrorismo e il kebab" di Adel Imam, l'attore comico più famoso del Medio Oriente che è addirittura del 1993, quando il mondo occidentale non sapeva neanche cosa fosse il terrorismo islamico, visto che le bombe venivano piazzate sui pullman del Cairo e non su quelli di Londra. Sono contento per il successo del film perché dimostra che non é vero che bisogna "agognare", come ha detto Zalone in un'intervista a Repubblica Tv, "reazioni e polemiche perché sono quelle che tengono vivo un prodotto". A volte basta semplicemente saper fare un buon film.

giovedì 6 gennaio 2011

La rabbia (controproducente) dei Copti

E' sempre stata mia intima convinzione che il problema degli Arabi, in questo particolare periodo storico, fosse essenzialmente un problema di gestione dell'immagine e delle relazioni pubbliche. I paesi arabi infatti - a differenza degli Stati Uniti o di Israele, tanto per fare un esempio - sono incapaci di confezionare un'immagine con cui possa identificarsi l'uomo di strada in altre parti del mondo e i cittadini arabi - piazzati davanti alle telecamere occidentali - sono spesso e volentieri un disastro totale: invece di piegare il mezzo a proprio vantaggio, riescono a farselo ritorcere contro. Molti governi arabi, e assieme a loro diversi esponenti politici italiani, sono più impegnati nel sostenere i progetti di costruzione di luoghi di culto invece di far conoscere la straordinaria complessità culturale e ricchezza storica dei paesi arabi, che va ben al di là del dato religioso. A dimostrazione di questa totale incapacità di gestione del quarto potere, basti pensare all'incredibile autogol dell'UCOII che acquistò alcune pagine di quotidiani per pubblicare un annuncio che, invece di contribuire a sponsorizzare la causa palestinese - come era probabilmente nell'intenzione dei suoi promotori - servì a farsi emarginare dall'intero arco parlamentare. O alle infelici battute, per usare un eufemismo, dei musulmani che a vario titolo vengono invitati in televisione a dire la loro sulle questioni tanto care ai media (velo, poligamia, moschee) e che spesso contribuiscono a dimostrare ciò che essi stessi volevano negare. Purtroppo in questi giorni anche i copti egiziani dimostrano di non far eccezione. Dal momento che sono arabi - per lingua, cultura e tradizioni, come scrive giustamente Alain Gresh, firma di punta de Le Monde Diplomatique - sono anch'essi incapaci di gestire mediaticamente una situazione di emergenza, riuscendo a volgere il corso degli eventi a proprio svantaggio, sia all'estero che, soprattutto, in patria. Basti pensare all'infelice uscita del Vescovo copto che ha affermato di "non voler musulmani" (e secondo altre fonti nemmeno gli ebrei) alla manifestazione per la libertà religiosa prevista a Roma il prossimo 9 gennaio, un'uscita che ha sollevato più di una perplessità sui quotidiani italiani, o all'incredibile marcia intitolata "Salviamo i cristiani" messa in atto da alcune decine di copti ortodossi capeggiati da un cattolico ex-musulmano ed ex-egiziano (già, Magdi Allam), sotto uno striscione che titolava "Oggi in Egitto. Domani in Europa". La rabbia della comunità copta è comprensibile, ma la rabbia è cattiva consigliera: slogan e personaggi estranei agli interessi dell'Egitto e della comunità copta non contribuiranno di certo a suscitare la simpatia o la solidarietà dei musulmani egiziani, bensì a radicare i pregiudizi e la sfiducia di alcuni nella lealtà della comunità copta al paese e al suo popolo.

lunedì 3 gennaio 2011

Gli squali di Alessandria

Non si può che provare profonda rabbia e vergogna per ciò che è accaduto ad Alessandria la notte di Capodanno. Non c'è niente di più vile e criminale che colpire i fedeli radunati in un luogo di culto in aperta violazione dei dettami islamici che vietano di attaccare i luoghi di culto e i credenti in preghiera persino in caso di guerra al nemico, figuriamoci i propri connazionali in un giorno di festa. E a dimostrazione del fatto che coloro che hanno pianificato e realizzato l'attentato non hanno a cuore nemmeno i propri correligionari, basta ricordare che proprio davanti alla chiesa colpita sorge una moschea, danneggiata sia dall'attentato che dalla successiva irruzione dei manifestanti copti e che otto musulmani sono morti per l'esplosione: le loro parenti velate piangevano assieme ai famigliari dei copti martirizzati. Non c'è nulla di più triste di vedere, in un momento di profondo dolore per la nazione egiziana, cristiani e musulmani pronti allo scontro e a profanare i rispettivi luoghi di culto, trattenuti dalla polizia schierata in tenuta anti-sommossa, in una città che fu culla della civiltà umana per millenni. Le ricadute di questo attacco si faranno sentire ancora a lungo, sia in termini sociali con l'acutizzazione dello scontro fra connazionali cristiani e musulmani sia in termini economici con l'inevitabile calo del turismo, già duramente colpito dagli attacchi degli squali sulle spiagge di Sharm El Sheikh. Ora siamo alle prese con altri squali, ancora più pericolosi e micidiali di quelli del Mar Rosso. La speranza è che il governo egiziano non solo li rintracci al più presto per punirli in modo esemplare ma che metta in atto subito tutte le misure necessarie per sradicare la malapianta del pregiudizio e della discriminazione religiosa che ormai serpeggia nella società egiziana. Perché se è vero che ci sono mani straniere che pianificano o che semplicemente si approffittano di questa situazione è altrettanto vero che esse hanno trovato un terreno molto fertile di pregiudizi religiosi in cui piantare il seme della discordia. Ai connazionali copti, soprattutto coloro che sono residenti all'estero, non posso quindi che porgere le mie (in questo momento inutili) condoglianze, ed invitarli a non prestari alle strumentalizzazioni politiche di esponenti e istituzioni che non solo non hanno nulla da condividere con le loro sacrosante richieste di pace e protezione in patria ma che probabilmente gioiscono segretamente per le loro disgrazie, che sono quelle di un paese intero. La battaglia per la convivenza sul suolo egiziano è una battaglia che dovranno combattere tutti gli egiziani, cristiani e musulmani, senza farsi baciare dai vari Giuda pronti a strumentalizzare tutto pur di guadagnare popolarità o voti, perché come recita lo stesso Corano: "Certo se Dio non respingesse alcuni uomini per mezzo di altri, sarebbero ora distrutti monasteri e sinagoghe, e oratori e templi nei quali si menziona il nome di Dio di frequente. Orbene Dio soccorerà di certo chi soccorre Lui, in verità Dio è potente possente" (Sura del Pellegringaggio, versetto 40).

domenica 2 gennaio 2011

La paura della comunità copta

«Alessandria è un laboratorio ormai», sostiene invece Sherif el Sebaie, egiziano di fede islamica da 10 anni in Italia ed esperto di diplomazia internazionale. «Temo che quello che sta succedendo sia una prova generale per fare dello scontro religioso una strategia della tensione da parte dei movimenti fondamentalisti». Bisogna inoltre fare una distinzione fondamentale per quanto riguarda l'Egitto precisa ancora Sherif: «Quello che vive la comunità religiosa copta è una discriminazione popolare piuttosto che persecuzione di una minoranza religiosa, che invece avviene in altri paesi. E questo avviene anche perché manca sicuramente una strategia educativa alla convivenza con altre religioni e in particolare con quella copta».

Leggi l'articolo di Karima Moual su Il Sole24ore