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sabato 26 febbraio 2011

Le rivoluzioni arabe e l'economia per Dummies.

David Rieff su Internazionale ha scritto un articolo magistrale il cui succo è riassunto "nella forza dell’amara osservazione di Brecht nell’Opera da tre soldi: “Prima viene lo stomaco, poi viene la morale”. Ne consiglio vivamente la lettura, con una dedica particolare a coloro che hanno deriso la mia immediata e allarmatissima preoccupazione per i disastrorsi danni economici conseguenti alle rivoluzioni arabe (specie in Egitto) con la scusa che tali danni erano "un rischio e un costo accettabile quando si fanno le rivoluzioni". Mentre questi rivoluzionari con il culo al caldo cianciavano di "Rete", "Facebook", "Tweet" e di concetti astratti come "orgoglio" e "fierezza", io ero ben consapevole che la maggioranza della gente era scesa in piazza per bisogni molto più terreni e concreti. Mi ero quindi posto il problema del come accontentare le migliaia di egiziani, politicamente immaturi, che avrebbero chiesto l'impossibile e cioè immediati abbassamenti dei prezzi, immediati aumenti di stipendio, immediate assunzioni a tempo indeterminato e in alcuni casi - e con buona pace della meritocrazia invocata dalla rivoluzione - promesse di assunzione dei figli.

La cruda verità però è che gli arabi semplici, poveri e bisognosi sono sempre stati al di fuori dei piani mentali dei sessantottini frustrati. Questi erano talmente presi dalla loro personalissima crociata internettiana e dall'avanguardia di bloggers, da dimenticarsi la tremenda realtà, ricordata invece saggiamente da Rieff: "La democrazia, la libertà di espressione, i diritti sono cose molto belle. Ma senza giustizia economica – cioè senza la speranza di una vita decente, di avere un’assistenza sanitaria adeguata e di non vivere nello squallore – quei sogni democratici rischia di goderseli solo una minoranza della popolazione. (...) Certo, sarà una gran bella cosa se l’esercito manterrà la promessa, fatta sia in Egitto sia in Algeria, di mettere fine allo stato d’emergenza in vigore da decenni. Ma questi cambiamenti dall’alto, che porteranno vantaggi quasi immediati al ceto medio-alto serviranno a dare un destino migliore a tutti i Mohamed Bouazizi del mondo? È ancora tutto da vedere". Sarà bene quindi aprire gli occhi - soprattutto dopo la batosta economica - perché, come scrive ancora Rieff: "quest’anno le rivoluzioni del mondo arabo faranno molto per alcuni, ma lasceranno emarginata e sofferente la maggioranza dei cittadini. Con tutte le conseguenze, sia morali sia politiche, che ne deriveranno".

Ad essere pessimisti però non è solo Rieff o il sottoscritto ma anche "I tunisini poveri non sembrano molto ottimisti. Nelle settimane successive alla caduta della dittatura di Ben Ali, migliaia e migliaia di loro sono salpati a bordo di gommoni per cercare di raggiungere l’Europa e una vita migliore, e sono sbarcati nell’isola italiana di Lampedusa. Questa gente non sembra nutrire una grande fiducia di ottenere migliori prospettive economiche in una Tunisia democratica. Perché giustamente "i ragazzi che salgono a bordo di quelle carrette del mare non si mettono certo a fare la cronaca della traversata con la videocamera del telefonino, non scrivono su Twitter o su Facebook per far sapere agli amici che hanno deciso di tentare la sorte in Europa. E oggi, nel Medio Oriente arabo, questi ragazzi sono ben più numerosi dei giovani attivisti per la democrazia che noi occidentali abbiamo giustamente elogiato in queste settimane". Sorprendentemente, sembra che io e Rieff siamo più vicini ai desiderata della maggioranza dei giovani arabi degli attivisti democratici e dei loro sostenitori in occidente.

Sostenitori che - nel totale sprezzo del ridicolo - fanno campeggiare sui propri blog "la diretta Twitter dal Cairo", tre quarti della quale è in arabo: una lingua che non capiscono. Il perché assistiamo a queste scene ridicole è ben presto spiegato da Rieff: "nella narrazione dei ciberutopisti, i gesti di auto-immolazione non trovano posto: sono troppo lontani dalla mentalità di noi occidentali. Invece Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita. In realtà quando facciamo il tifo per i tweet di piazza Tahrir, tifiamo per noi stessi. A questo punto potreste rispondere: che c’è di male, se poi ciò per cui facciamo il tifo a Tunisi o al Cairo sono gli ideali ai quali tendiamo come persone e come società, cioè la libertà personale e la democrazia rappresentativa? E io risponderei: niente, basta non confondere la nostra condizione con la loro. E invece lo stiamo facendo". Ma quando l'ho scritto io, che le condizioni non erano confrontabili qualcuno ha avuto l'ardire di dire che ero un "contro-rivoluzionario neconservatore". E dire che si credono pure democratici.

giovedì 24 febbraio 2011

Le rivoluzioni arabe e la scuola ottimista.

Prima la Tunisia, quindi l'Egitto. Ora la Libia. Poi il Bahrein, lo Yemen, l'Algeria, il Marocco. Non si fa in tempo a capire che cosa sta succedendo da una parte che scoppiano manifestazioni dall'altra. Paesi diversissimi per forme di governo, situazione demografica, condizioni economiche e background culturale sono in preda all'agitazione. Una differenza che si rispecchia nelle reazioni dei propri leader: c'è chi fugge, chi si dimette, chi aumenta gli stipendi, chi cambia i ministri, chi è disposto a sterminare migliaia di vite. Eppure in alcuni di questi paesi la popolazione è esigua e il reddito procapite è altissimo, quindi un maggiore benessere economico non può essere invocato come elemento scatenante del caos: nessuno avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe scoppiata una rivolta, figuriamoci una rivoluzione. Davvero tutti i popoli del mondo arabo hanno deciso di sollevarsi in massa, nel giro di poche settimane, nel nome degli ideali della democrazia e della libertà? Credo sia alquanto ingenuo ridurre un fenomeno di questa portata a parole d'ordine a cui l'Occidente è aggrappato come uno scimpanzé all'albero di banane. Temo che il furore ideologico che sta animando diversi giornalisti, bloggers ed osservatori occidentali in queste ore stia impedendo loro di analizzare tutte queste rivoluzioni caso per caso e con le dovute cautele. Qualcuno paventa Califfati islamici guidati da barbutissimi fanatici, altri profetizzano democrazie laiche migliori di quelle occidentali ma pochi sono quelli che si fermano per riflettere seriamente, considerando ognuna di queste rivoluzioni in sé, valutandone attentamente origini e probabili sviluppi sulla base dei precedenti storici, delle forze in campo, delle strategie attuate, della situazione economica e dei tassi di alfabetizzazione e crescita demografica.

Lucia Annunziata, alcuni giorni fa, ha scritto su La Stampa un articolo in cui è partita da un esempio sbagliato (lo stupro di una giornalista americana in piazza Tahrir, un episodio tragico le cui responsabilità non possono essere accertate in modo univoco e che pertanto è inutile ai fini di un'analisi) per giungere comunque ad una conclusione giusta su come i media occidentali stanno seguendo questi eventi: "parte la grande macchina dei media, si forma una catena totale e globale, che crea un circuito virtuoso perfetto, in cui ogni immagine e idea rimbalza su se stessa, confermandosi a vicenda, e presto siamo tutti lì ad accettare questa rappresentazione come realtà, dimenticando ogni dubbio, ogni dato, conoscenza e studio acquisiti in precedenza". Siamo davvero sicuri che dietro tutte queste rivoluzioni ci siano veramente nobili ideali e non regolamenti di conti tra apparati, lotte tra tribù, tentativi di destabilizzazione che sfruttano l'onda dell'attenzione mediatica scatenata dalla "Rivoluzione del Gelsomino", secondo il dettame che recita "le rivoluzioni le pensano gli idealisti, le attuano i coraggiosi e le sfruttano i mascalzoni"?

Ma se io per ora sono scettico sul domani, quelli che in queste ore stanno facendo il tifo partendo dal presupposto "Quando c'è una rivoluzione è bello a prescindere e indipendentemente da ciò che succederà domani" non saprei se definirli ingenui o irresponsabili. Mi riferisco in particolare a quelli che David Rieff su Internazionale definisce i "ciberutopisti", che Miguel Martinez sul suo blog chiama "bloggers progressisti della scuola ottimista" e che io, molto meno prosaicamente, chiamo "Rivoluzionari col culo al caldo". Come quei bloggers e giornalisti che si sono "sciolti" non appena hanno visto, in Egitto, persone intente a ripulire e ad abbellire Piazza Tahrir. Secondo loro, il popolo avrebbe deciso di affermare che tutto quello che c'era prima - la sporcizia, l'incuria, la negligenza - era colpa di Mubarak (Ma dai...). Mi viene allora spontaneo fare un'affermazione che svela l'immaturità politica sia di coloro che sono scesi adesso a pulire le strade che di quelli che hanno lacrimato vedendoli: In un'intervista di 5 anni fa Mubarak disse chiaramente che non sapeva neanche come erano fatte, le strade. Quindi come la mettiamo con il fatto che noi, cittadini comuni, siamo vissuti nella negligenza per anni? Siamo proprio sicuri che il senso civico acceso dalla dipartita di Mubarak non scomparirà di colpo a telecamere spente, come quando è scomparso con la dipartita dei colonizzatori inglesi, odiati pure loro, dal paese? Spero vivamente di no, ma in ogni caso Lucia Annunziata non ha tutti i torti quando afferma che "C’è un eterno fanciullino nei nostri cuori di occidentali, sempre bisognosi di pensare che il mondo è molto meglio di quello che vediamo. Abboccando a ogni momento di felicità, a ogni bandiera che sventola, a ogni lacrima che si versa. Ma se la rivolta araba in corso in tanti Paesi è destinata a durare, sarà bene osservarla con occhi molto aperti".

martedì 22 febbraio 2011

Salvate il Colonnello Gheddafi!

Non ho mai fatto mistero che trovassi molto simpatico il Fratello Colonnello Gheddafi. Detto in questo tragico momento per il popolo libico suona come una provocazione. E effettivamente lo è, come lo era d'altronde il personaggio di cui parliamo. In un blog come questo, dove l'invettiva e la provocazione sono strumenti quotidiani e dove il "tra le righe" e il "non detto" conta molto di più di ciò che è scritto nero su bianco, Gheddafi era in sé la summa e la quintessenza della provocazione a scopo di denuncia. Purtroppo l'invettiva, la provocazione e la denuncia è roba per gente che se ne intende e non pretendo che tutti siano in grado di apprezzarne la portata. Ma grazie al suo linguaggio colorito e alle sue originali provocazioni, il Colonnello metteva infatti a nudo la viltà e il doppiopesismo sfacciatamente interessato di molti governi occidentali. Come chiamare diversamente il fatto che sbarcasse in Italia con la foto di un eroe antifascista appuntata - assieme ad una tonnellata di medaglie - sulla divisa, pretendesse di dormire in una tenda beduina - nel bel mezzo di un parco - circondato da amazzoni africane, chiamasse a raccolta - a pagamento - qualche centinaio di hostess a cui impartire dotte lezioni sull'Islam? Capisco perfettamente che a molti lo spettacolo offerto da Gheddafi non andasse proprio giù: fossi un cittadino occidentale mi sarei adirato pure io. Ma non con Gheddafi, che a modo suo diceva all'occidente una cosa molto semplice: "Il Re è nudo". Abbiate pazienza: un qualsiasi immigrato arabo - uno che quotidianamente si sorbiva gli insulti di ogni politicante europeo di passaggio - non poteva che sghignazzare di fronte al circo che si scatenava prima e dopo ogni visita del Colonnello. Se volete capire perché, c'è una brillante osservazione di Gian Antonio Stella in commento ad una delle profonde lezioni del leader libico che riassume tutto in pochissime parole: "L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa". Lo dicesse l'imam di una sgangherata moschea di periferia sarebbe scaraventato fuori tra strilli di indignazione. Lo dice lui? Spallucce". Ecco: la mia simpatia per il Colonnello era dovuta proprio alla sua capacità di provocare fortissima indignazione con zero reazione (salvo alcune urla isteriche e sconclusionate) dimostrando quanto l'Occidente fosse forte con i deboli e debole con i forti: almeno lui, grazie al petrolio e al gas libico, si poteva permettere questo curioso e unico "miracolo diplomatico". Proprio questa mancanza di reazione alle provocazioni del Colonnello dovrebbe far riflettere i democratici da operetta che trovano le mie posizioni su di lui "insostenibili". Insostenibili, semmai, erano le acrobatiche posizioni assunte per compiacere il governo libico in cambio di lauti contratti per le imprese locali e del respingimento indiscriminato dei poveracci che tentavano di raggiungere l'Europa senza curarsi della loro sorte. Se cadrà Gheddafi, scomparirà l'unico leader arabo che non aveva timore di mettere a nudo, seppur a modo suo e spesso con la sua sola presenza sulla scena, la natura servile e strumentale di certi rapporti geopolitici e diplomatici e di denunciare la fasulla dignità e democraticità con cui alcuni si ammantano senza merito. Se la sua destituzione comporterà il riversamento di centinaia di migliaia di migranti sulle coste italiane, ci sarà veramente da ridere: vorrei proprio vedere come faranno le democrazie europee a respingere in mare questa massa oceanica di disperati senza un dittatore su cui riversare false e patetiche lamentele umanitarie. Anzi spero vivamente che la Libia apra le sue frontiere in questo stesso istante: era ora che finisse 'sta farsa, con i governi occidentali che accusavano di abusi chi svolgeva il lavoro sporco per cui loro stessi lo avevano appena pagato.

lunedì 21 febbraio 2011

Fulvia De Feo. Donna coerente in Egitto.

Fulvia Maria De Feo è la signora che ha colto l'occasione dei recenti sviluppi in Egitto per scatenare dal suo blog, Haramlik, un' imponente campagna di deligittimazione (almeno tre articoli mi sono stati personalmente dedicati) in cui mi ha falsamente dipinto come "mubarakiano". Poiché di rimando l'avevo etichettata come "Rivoluzionaria col culo al caldo", la signora ha pensato bene di definirmi ironicamente "Cuordileone", invitandomi a dimostrare il mio nazionalismo "andando a fare il servizio militare" in Egitto (!). Ebbene, questa è la stessa signora che nel 2005, dopo gli attentati all'Hilton del Cairo, scriveva (dallo Sheraton): "Poi mi hanno richiamato perché avevano sparato a un pullman di stranieri alla Cittadella e, a quel punto, mi sono guardata attorno e ho constatato che ero totalmente circondata da turisti, lì in piscina. Quatta, ho preso le mie carabattole e mi sono tolta da lì. Me ne sono andata nel bagno turco: ho pensato che se davvero erano in corso attacchi contro stranieri in tutto il Cairo, infilarsi nell’hammam era la cosa più intelligente da fare". Avrei proprio voluta vederla sta Giovanna d'Arco da sceneggiata napoletana a Piazza Tahrir, sotto la sassaiola dei sostenitori di Mubarak.

Nel 2007 invece, Fulvia Maria De Feo ha dedicato un articolo ad un cittadino extracomunitario - probabilmente un altro poveraccio vessato dal razzismo dilagante in questo paese - che si aggirava per i vicoli di Genova chiedendo “Birché, ma birché non mi volete bene?? Io lavoro!”. Siete curiosi di sapere se questa coraggiosa missionaria si è fermata per capire come mai sto pover'uomo era cosi disperato o se ha quantomeno chiamato i servizi sociali? Eccovi la sua reazione: "Io perdo un po’ di tempo a guardare i giornali, aspetto il momento propizio per uscire e poi, vedendo passare un gruppone di turisti francesi, mi ci infilo dentro e fuggo, mentre lui è girato perché lo sta chiedendo tra i tavolini del bar lì accanto, come mai non riesce a farsi volere bene". Poveri turisti: a volte sono un pericolo, altre fanno comodo. L'articolo in questione è significativamente intitolato "Vada a farsi amare più in là" e tutto sommato è in linea con un altro articolo in cui la signora De Feo, invitava gli stranieri in Egitto a stare attenti "che gli stranieri, spesso, finiscono con l’abbassare di parecchio la propria soglia di prudenza, quando sono in paesi molto diversi dal proprio". Eggià, bisogna stare all'erta e non farsi fregare. Come quella volta in cui ha litigato con un tassista egiziano per l'equivalente di 28 centesimi (di euro). All'epoca si era immediatamente vergognata. Ora che è un egiziano a ricordarle come ha sfruttato il paese e la sua gente, non le va proprio giù.

Curioso poi notare come la signora De Feo, oggi molto "critica" nei confronti della polizia egiziana, sia proprio quella che invitava a seguire l'esempio di un suo amico cairota ovvero minacciare di rivolgersi alla polizia i tassisti abituati ad ascoltare, durante le corse, violente invettive contro i cristiani. E' la stessa che ha inviato ad un ignoto molestatore telefonico egiziano il seguente messaggio: “Oggi pomeriggio consegnerò il tuo numero alla polizia: mi hai stufato e ho intenzione di darti parecchi problemi.” Evidentemente la polizia egiziana a volte faceva comodo alla signora tanto impaurita. Quando questa stessa polizia ha arrestato e imprigionato il primo blogger egiziano per gli attacchi alla facoltà teologica di Al Azhar, la signora De Feo ebbe a dire che era "un blogger più pericoloso per se stesso che per la sicurezza nazionale egiziana". Certo, il tutto le sembrava poco democratico e le dispiaceva, però la cosa "le tornava" perché: "non creare problemi” è un comandamento molto egiziano, in effetti, e per quello che so io della polizia egiziana, la sola idea che questo blogger potesse infiammare gli animi già abbastanza infiammati di Alessandria deve essere stata una ragione più che sufficiente per volergliene fare passare la voglia". Poi è finita li. Non ci furono più articoli a favore della libertà di espressione. D'altronde nel 2005 la De Feo non era affatto scandalizzata per le botte ai manifestanti egiziani che "non è tanto il fatto che una ventina di manifestanti prendano botte, quello che mi colpisce: sai quante botte si possono prendere in Italia, volendo?" ma per il massiccio schieramento della polizia egiziana a Piazza Tahrir visto che quelli dell'opposizione laica - i bloggers che oggi difende a spada tratta - le sembravano, neanche tanto tempo fa, degli "UFO" perché "sono così borghesi, questi, e così intellettuali, così élite…". Ora arriva l'indovinello: chi è più coerente? Io o Fulvia De Feo?

PS: la signora dirà sicuramente che i passi sopra riportati sono stati estrapolati e fraintesi. D'altronde è un vizio tipico dei "comunisti mubarakiani" quello di manipolare dichiarazioni fatte in buona fede. :-)

Aggiornamento: i link portano tutti alla cache, la memoria virtuale di Google, poiché la signora ha "coraggiosamente" provveduto a cancellare tutti i post qui segnalati. Beh, se uno il coraggio non ce l'ha, non se lo può certo dare.

domenica 20 febbraio 2011

Il Bouazizi d'Italia.

In un'Italia paragonata dal Financial Times ad un paese arabo con "un'economia sclerotica, una cultura corrotta dal crimine organizzato, una classe politica controllata dalla gerontocrazia (leggi il resto qui)", Noureddine Adnane, ambulante con licenza e permesso di soggiorno in regola, è deceduto dopo essersi dato fuoco per protestare contro l'ennesima multa dei vigili (cinque controlli in due settimane): era fermo nella stessa strada da troppo tempo. Come Mohamed Bouazizi in Tunisia. Qualcuno lo segnali a Paola Caridi che a quanto pare queste tragiche notizie non arrivano a Gerusalemme.

sabato 19 febbraio 2011

Le Piaghe d'Egitto.

Prima di riprendere ad occuparmi a pieno ritmo del tema che mi sta a cuore, ovvero quello dei diritti degli immigrati in un contesto che si definisce democratico, mi piacerebbe chiarire alcune questioni da me sollevate nel corso del recente dibattito sull'Egitto.

In particolare avrei qualcosa da aggiungere sull'incredibile spettacolo che hanno dato alcuni (ripeto: alcuni) cittadini occidentali che dalle loro comode postazioni internettiane - e senza capire nulla di Egitto ma forti di una breve permanenza turistica nel paese - pretendevano (e pretendono tuttora) di dettare agli autoctoni le linee politiche e ideologiche da seguire, con annessa distribuzione di patenti di democraticità e onestà intellettuale.

Questo potrebbe suonare come un ragionamento "leghista" (questa è l'accusa che mi è stata rivolta), perfettamente ribaltabile anche per zittire il sottoscritto: ci si potrebbe infatti chiedere perché costoro non sarebbero in grado di partecipare al dibattito pubblico arabo e io invece perfettamente autorizzato a impicciarmi di quello italiano? La risposta è ovvia: perché ci sono differenze sostanziali, di natura sociale, culturale ed economica, che separano verticalmente l'essere un immigrato arabo integrato in un paese europeo che si dice democratico e l'essere un immigrato europeo che non è affatto integrato ma che sfrutta il paese arabo in cui risiede.

La definizione "scandalosa" di sfruttatore è in realtà presa in prestito dal romanzo autobiografico di un intellettuale egiziano il quale, adirato per come la sua neofidanzata francese fosse stata messa in guardia dai suoi concittadini del rischio di essere "sfruttata" dal futuro sposo, elencava come gli stranieri residenti nel paese sfruttassero l'Egitto e il suo popolo. Mi sono limitato a menzionare due di questi ambiti di sfruttamento: il vivere da nababbi grazie alla svalutazione inflazionistica e le comodità garantite dal servilismo endogeno del popolo egiziano nei confronti degli stranieri.

Un servilismo che l'autore su citato ha riassunto benissimo raccontando un breve episodio capitatogli mentre accompagnava in crociera, in qualità di guida, un gruppo di turisti francesi: "una notte i membri del mio gruppo sono venuti a lamentarsi per il volume altissimo che proveniva dalla televisione di una cabina sita nel loro corridoio. Bussai alla porta e l'occupante - egiziano - mi coprì di insulti, rifiutando di abbassare il volume e invocando la sua libertà individuale. Tornai quindi dai francesi e chiesi ad uno di loro di andare a bussare nuovamente. Lui non capiva ma lo convinsi e mi nascosi dietro l'angolo. Trovandosi di fronte il francese, l'occupante che mi aveva appena insultato abbassò immediatamente il volume del televisore profondendosi in mille scuse".

Ora, cosa differenzia uno come il sottoscritto che partecipa attivamente al dibattito pubblico italiano (seppur limitatamente alle questioni inerenti l'immigrazione), da un europeo che pretende di contribuire al dibattito pubblico egiziano (immischiandosi in questioni puramente interne), pur essendo totalmente avulso dalla realtà in cui vive (o in cui ha vissuto) e quindi incapace di valutarne esigenze e aspettative?

1) la lingua: il sottoscritto ritiene modestamente di avere una totale padronanza della lingua italiana (per cui analizza in prima persona le fonti di informazione di ogni tendenza e estrazione ed è in grado di capire cosa dice la gente per strada specie quando nessuno sospetta la sua provenienza). Quelli che si sono espressi in questi giorni sull'Egitto non capiscono invece nemmeno la lingua del paese di cui vorrebbero sviscerare le problematiche. Alcuni europei volenterosi seguono qualche corso di dialetto locale che non portano avanti: a malapena sono in grado di cogliere qualche parola (soprattutto gli insulti) o spiaccicare convenevoli in arabo classico. Di fatto non sono capaci di seguire compiutamente un film in lingua originale, figuriamoci capire cosa pensa la gente. Eppure costoro hanno - con la tipica sicumera neocoloniale - la pretesa di essere in grado di cogliere perfettamente lo spirito più profondo di un popolo leggendo ciò che media e blogger scrivono in inglese, e quindi ad uso e consumo di un pubblico occidentale.

2) Le condizioni economiche:
l'era degli immigrati europei che potevano affermare di essere vissuti a stretto contatto con gli strati più umili del popolo egiziano (seppur godendo di tanti privilegi) è finita tanto tempo fa. Non ci sono più manovali, facchini, camerieri e prostitute provenienti dall'Europa come nei bei tempi andati. Il personale altamente qualificato, i giornalisti, gli insegnanti di lingue straniere e gli studenti di arabo che oggi vivono in Egitto lavorano con stipendi da favola o possono contare mensilmente su alcune centinaia di euro che comunque consentono loro una vita di lusso: la casa in un quartiere d'élite, la piscina dello Sheraton, il tè al Marriott, la palestra all'Hilton... una vita che la stragrande maggioranza degli egiziani non può permettersi né in Egitto col reddito medio egiziano né in Italia col reddito medio italiano.

3) Il trattamento sociale:
Gli europei nei paesi arabi godono di un trattamento di favore e di corsie preferenziali (un trattamento che non viene esteso a coloro che emigrano nei loro paesi, anzi) vuoi perché i governi dell'area sono interessati a mantenere buoni rapporti con l'Occidente da cui dipendono politicamente e economicamente oppure perché il turismo è un pilastro del Pil locale, vuoi perché i popoli arabi sono estremamente ospitali (al limite del servilismo appunto). E così il cittadino europeo, se deve farsi rilasciare un documento, si fa accompagnare da un tuttofare locale che gira per conto suo come una trottola nei fatiscenti uffici pubblici, mentre lui aspetta - bicchiere di tè in mano - nell'ufficio climatizzato del direttore. E al primo problema con un cittadino autoctono il fortunato tira fuori il passaporto rosso e comincia a urlare richiamando l'attenzione della polizia che - invece di chiedergli il "permesso di soggiorno" - ovviamente gli darà ragione, "perché potrebbe coinvolgere l'ambasciata e vorremmo evitare incidenti diplomatici". Un lusso che un cittadino arabo in un paese europeo può tranquillamente sognare.

Ora è evidente che stiamo parlando di due realtà diverse e della vera differenza fra chi è integrato e chi non lo è affatto?

martedì 15 febbraio 2011

Simbolo e Sistema.

Dopo aver allegramente festeggiato le dimissioni dell'ottantaduenne Mubarak, diventato simbolo e ricettacolo di tutti i mali del paese - dalla povertà alla burocrazia - i manifestanti hanno quasi completamente svuotato piazza Tahrir, ad eccezione di duecento irriducibili che sono stati invitati - pena l'internamento militare - a sgomberare. L'Esercito egiziano al controllo degli affari del paese, guidato dal Feldmaresciallo Tantawi (ministro della difesa dal 1991), ha chiesto al governo in carica, lo stesso nominato dal presidente uscente una settimana fa, il disbrigo degli affari correnti fino alle prossime elezioni. Il primo ministro, Generale Ahmad Shafiq, ha dichiarato che la priorità è la sicurezza mentre il ministro delle Finanze, in un'intervista alle reti arabe, ha dichiarato che "le dimissioni del Presidente Mubarak non cambieranno né modificheranno la politica di riforma economica del paese che proseguirà normalmente e senza alcun cambiamento". L'esercito ha comunicato che garantirà il rispetto dei trattati regionali e internazionali, con buona pace di chi voleva chissà quale sconvolgimento geostrategico. Il paese - in cui l'esercito ha giocato un ruolo da protagonista dal 1952 - sembra quindi, al momento, solido e stabile. E come egiziano nazionalista (e me ne vanto) non posso che essere contento: non voglio che la mia patria si trasformi in un altro Iraq e, detto fuori dai denti, non auspico nemmeno che si trasformi in un circo i cui abitanti sono convinti di vivere in una democrazia solo perché un branco di politici si scanna ogni sera in diretta TV. Spero che l'esercito riesca a riportare un po' d'ordine in un paese che è sull'orlo del collasso.

In questo nuovo Egitto che tanto ha entusiasmato il mondo, si pone una domanda cruciale: quanto è maturo politicamente, il popolo egiziano? E' una domanda a cui preferisco rispondere senza ricorrere a slogan e ancor meno con parole mie, se non altro per evitare i democratici tentativi di deligittimazione di alcuni squadristi virtuali. Lo farò quindi con le parole di Amr Osman, uno degli intellettuali che hanno portato la gente in piazza e che l'11 febbraio scorso, a rivoluzione conclusa, ha scritto su Al Shorouq, noto quotidiano dell'opposizione egiziana (non addomesticata), un lungo articolo di cui mi piacerebbe estrapolare alcune frasi. Primo: "Gli accadimenti recenti hanno dimostrato che ampie fasce del popolo egiziano non sono preparate a sopportare il peso del cambiamento. Evidentemente il popolo egiziano pensa che le rivoluzioni durano pochi giorni dopo di ché se ne raccolgono i frutti. Ma la storia ci dice che le rivoluzioni sono processi molto lunghi con molte vittime e perdite che possono essere immense. La rivoluzione francese, per esempio, è durata una decina d'anni, morirono centinaia di migliaia di francesi e la democrazia si potè dire acquisita solo dopo ottant'anni". Secondo: "La storia, a partire dal 1952, ha rivelato che gli egiziani non hanno fatto i conti con la legittimità del governo autoritario individualistico. Quando alcuni egiziani sfilano con le foto di un dittatore precedente allo scopo di rovesciare il dittatore attuale, significa che sono incappati in una contraddizione che induce sia al riso che al pianto. Una contraddizione che indica chiaramente una forte debolezza nella cultura politica che rende il popolo incapace di rinunciare ad un governo autocratico". Terzo: "l'empatia di diverse fasce del popolo egiziano nei confronti del presidente Mubarak dopo il discorso di mezzanotte del 2 di febbraio (quello in cui diceva che voleva morire nella sua patria, ndr) indica chiaramente l'incapacità di queste fasce di considerarlo un impiegato pubblico che serve il popolo e non il padre del popolo".

Tutto ciò che Osman ha scritto a rivoluzione conclusa è stato affrontato in diversi post pubblicati su questo blog mentre i fatti erano ancora in pieno svolgimento. Osman conferma sostanzialmente quanto dissi circa il fatto che la maggior parte del popolo egiziano sperava e spera in una rapidissima conclusione di questi eventi, non importa come: la gente vuole stabilità e pane. E il problema è insito proprio nel fatto che questa gente non ha la maturità di aspettare: le manifestazioni ora in corso (dai poliziotti ai dipendenti del museo egizio) per l'aumento degli stipendi - dopo un'incredibile batosta economica - ne sono la piena dimostrazione, altro che "embrione della democrazia". Osman conferma anche quanto affermai circa la memoria storica corta e l'incapacità di valutare criticamente l'operato dei presidenti che hanno governato il paese dal 52. Cosi come conferma la presenza di fasce popolari disposte a solidarizzare con Mubarak per convinzione e non necessariamente perché "pagate" e quindi la predisposizione endogena ad un governo autocratico. A questo punto non rimane che porsi la stessa domanda con cui Osman conclude il suo articolo: "Il popolo egiziano è pronto a farsi carico del peso della libertà e dell'esercizio democratico che necessita di scegliere tra più opzioni?". E' alquanto singolare e indicativo che nel 2011 ci si ponga la stessa domanda su cui il consiglio militare rifletté dopo la deposizione di Re Faruk nel 1952, arrivando alla conclusione che no, il popolo non era pronto.

lunedì 14 febbraio 2011

Museo Egizio: come volevasi dimostrare.

Come volevasi dimostrare, il Museo egizio del Cairo ha subito danni molto più gravi di quelli che si presupponeva nei primi giorni di agitazione a piazza Tahrir. Quando lo scrissi, Fulvia Maria De Feo, nota come "Lia di Haramlik" - che non sapevo fosse esperta di patrimonio egizio - lo prese come pretesto per sommergermi di contumelie, affermando che ero disinformato: "Se Sherif è tanto bravo con le fonti e tanto preoccupato per le antichità, come mai non era informato del fatto che lo stesso Zahi Hawass, massima autorità del museo, intanto si sgolava a destra e a manca dicendo che i danni al museo erano ridottissimi e rimediabili e che gli stessi manifestanti lo stavano proteggendo? Invece no. La fonte di Sherif sono le agenzie italiane, con buona pace della sua egizianità". All'epoca le risposi: "Aspetto l’inventario completo che in un museo come quello del Cairo non si può fare in una settimana di tensione: mi piacerebbe sapere cosa è successo, per esempio, nei magazzini. In ogni caso, se il museo del Cairo è, grazie a Dio, salvo non lo sono molti altri musei in giro per l’Egitto a cominciare da quello del Sinai completamente svuotato".

Ieri è stato lo stesso Zahi Hawass ad annunciare "Tristi notizie", come recita il titolo del suo allarmatissimo articolo: «Ho detto in passato che se il Museo egizio è sicuro anche l'Egitto è sicuro. Ora sono preoccupato che l'Egitto non sia sicuro». Oltre gli oggetti rotti infatti, sono scomparsi otto reperti di inestimabile valore, di cui due statue di Tutankhamon. Ed è un bilancio destinato ad aggravarsi man mano che si procede nell'inventario, anche nei musei periferici, nei magazzini dislocati lungo l'Egitto e nei luoghi di scavo. Già nei primi giorni di caos la casella di mia sorella, egittologa, era intasata dalle gravissime segnalazioni dei colleghi in tutto il mondo. Philippe Colombert, capo della missione francese a Saqqara aveva per esempio denunciato i danni nel suo sito di scavi non appena atterrato in Francia: "I sacheggiatori si sono riversati in cento, duecento, gran parte ragazzini di 10-15 anni, venuti dai villaggi vicini di Saqqara ed Abusir. Sono piombati in gruppi di dieci. Erano armati di pistole e hanno sparato in aria per far scappare i guardiani. Approfittando del caos speravano di trovare dei tesori. Si sono messi a scavare freneticamente dappertutto: sono ignoranti che pensavano di trovare oro, gioielli, la maschera di Tutankhamon. Ma non hanno trovato nulla che avesse valore ai loro occhi. Ci sono stati danni, i lucchetti dei magazzini sono stati rotti, mummie fracassate, una tenda dove era depositato del vasellame incendiata".

L'ignoranza è tale che alcuni reperti considerati "senza valore" sono stati ritrovati successivamente buttati nel deserto. Il che conferma quanto scrissi pochi giorni fa riguardo ad "una maggioranza del popolo egiziano che è povera e analfabeta. Non facciamoci abbagliare dall'avanguardia di bloggers colti e informati". Certo, se non ci fossero questi ultimi e la loro catena umana intorno al museo cairota, forse oggi sarebbe scomparsa anche la Maschera di Tutankhamon, ma ciò non toglie che il danno al patrimonio archeologico sia - in tutto l'Egitto - disastroso, come correttamente anticipato il 6 febbraio scorso da questo articolo de La Stampa e come adesso conferma lo stesso Hawass. La cosa più grave però è il danno di immagine: chi si occupa di egittologia sa benissimo che in questi giorni sono state montate, in gran parte dei paesi occidentali con cui Hawass aveva delle cause aperte per la restituzione di beni archeologici (Germania e Stati Uniti in primis), ferocissime campagne volte a dimostrare che gli egiziani sono incapaci di proteggere il proprio patrimonio storico. E l'efficientissimo neoministro si è ritrovato a dover respingere anche queste accuse, in un modo o nell'altro. La scomparsa e la distruzione di reperti inestimabili non solo ostacolerà tutte le trattative in corso ma permetterà a molti governi e collezionisti occidentali di chiudere un occhio sulle migliaia di pezzi - specie i meno noti e/o non ancora catalogati - che sono andati persi in queste ultime due settimane e che nei prossimi mesi verranno clandestinamente trafugati dal paese, con buona pace degli "esperti fai da te".

Nella foto, uno degli oggetti rubati dal Museo del Cairo.

sabato 12 febbraio 2011

Storia egiziana per Dummies

1952 - L'Esercito depone Re Farouk, ultimo re d'Egitto: viene nominato un consiglio militare per traghettare il paese verso la democrazia.

1953 - Il consiglio militare nomina il Generale Ahmad Naguib Presidente della Repubblica. Nel 1954 viene messo agli arresti domiciliari, assume la presidenza il suo vice, il Colonello Nasser.

1954 - Il Colonello Nasser è Presidente della Repubblica. Muore nel 1970, assume la presidenza il suo vice, Colonello Anwar El Sadat.

1970 - Anwar El Sadat è Presidente della Repubblica. Muore nel 1981, assume la presidenza il suo vice, Generale Hosni Mubarak

1981 - Hosni Mubarak è Presidente dell'Egitto. Si dimette nel 2011 in seguito alle proteste popolari, e delega i suoi poteri ad un consiglio militare per traghettare il paese verso la democrazia.

2011 - Auguri.

venerdì 11 febbraio 2011

Egitto. Lasciare non (era) una passeggiata.

Pochi giorni fa, di Mubarak scrissi: "Spero e credo voglia dimettersi" ma ero assolutamente incerto sui tempi e le modalità in cui ciò sarebbe avvenuto e per questo sempre più preoccupato degli effetti sociali ed economici del prolungarsi del braccio di ferro tra governo e manifestanti. Personalmente ero abbastanza scettico sull'ipotesi delle dimissioni immediate sia per la formazione militare del personaggio che per come è strutturato il sistema che governa l'Egitto dal 1952 ma non avevo nessun dubbio - e lo ripeto a beneficio di chi mi ha insulsamente dipinto in questi giorni come "Mubarakiano" - sul fatto che fosse finita la parentesi politica di Mubarak, tanto da definirlo "Presidente uscente". Mi sono ricordato però l'altro giorno un'intervista rilasciata ad Alarabiya cinque anni fa in cui Mubarak disse una cosa che mi aveva colpito molto e che si è rivelata assolutamente vera in queste ore: "governare l'Egitto non è una passeggiata. E nemmeno lasciare il governo dell'Egitto lo è". Mubarak era quindi, già allora, ben consapevole delle responsabilità che derivavano dall'abbandono del potere e del fatto che la gestione dei vari punti di vista persino all'interno dello stesso sistema egiziano non sarebbe stata esattamente un gioco. Aveva perfettamente ragione: le pressioni - interne ed esterne - esercitate da più parti sia per obbligarlo ad andarsene immediatamente sia per costringerlo a rimanere fino alla scadenza del suo mandato erano veramente tante, cosi come erano tanti gli sviluppi possibili di una situazione che più osservatori hanno correttamente definito "fluida". Tanto per fare un esempio, proprio l'altro giorno il re dell'Arabia Saudita aveva chiamato Obama per dirgli che nel caso gli Stati Uniti insistessero nel minacciare di tagliare il miliardo e mezzo di aiuti annuali elargiti all'Egitto per ottenere le dimissioni immediate di Mubarak, l'Arabia sarebbe subentrata immediatamente versando quei soldi, di fatti vanificando qualsiasi pretesa di pressione. Specchio di questa confusione politica sono le posizioni contraddittorie dell'amministrazione americana, le notizie contrastanti, i comunicati ambigui che si sono susseguiti, le dimissioni prima annunciate e poi di fatto negate nel discorso notturno di ieri.

Tutto questo la dice lunga su quanto è complesso per un grande paese come l'Egitto svoltare pagina e sul quanto fosse comunque legittima la mia preoccupazione che - vi confesso - non si calmerà fin quando il mio paese non tornerà alla sua pacifica quotidianità. Ieri pensavo che non potevano esserci che due soluzioni: o la strada del dialogo nazionale che i giovani manifestanti hanno rifiutato, impuntandosi su un obiettivo che a me (ma anche a tutti quelli che hanno ascoltato il discorso di ieri) sembrava sempre più lontano oppure l'esercito - la stessa istituzione che ha rovesciato il Re nel 1952, e che ha dato all'Egitto Nasser, Sadat, Mubarak - assumeva il controllo per proteggere "le conquiste e le ambizioni del popolo egiziano" e il bene supremo del paese. Nella pratica, dettagli tecnici a parte, è avvenuta la seconda: ora bisogna vedere se la calma tornerà spontaneamente nel paese o se l'esercito sarà costretto ad applicare in toto o in parte la legge marziale (che non è la legge di emergenza invisa ai manifestanti e applicata dal 1981, poiché la legge marziale normalmente implica il congelamento della costituzione, lo scioglimento delle camere, il blocco di quasi tutti i mezzi di informazione e la formazione di tribunali militari con sentenze immediatamente esecutive). Io spero che la transizione sia morbida e ordinata, che tutto cambi pacificamente e veramente nel paese - perché io continuo comunque a sostenere che non basta togliere Mubarak per risolvere i problemi gravi dell'Egitto - e che gli egiziani, come ho già scritto, tornino a vivere. Dio salvi l'Egitto!

PS: questo post era stato preparato ieri, prima delle dimissioni di Mubarak, con il titolo "Egitto. Lasciare non è una passeggiata". Ho pubblicato per sbaglio la bozza, disponibile nei feed, poi ovviamente adesso l'ho aggiornata alla luce della nuova situazione, ma di fatti struttura e contenuti sono gli stessi.

Sul loro cuore un suggello.

Lo so, ci sono problemi molto più seri e impellenti del tizio - a me ignoto - al quale dedico questo post oggi. Ma Abu Yasin, pseudonimo di un commentatore di lungo corso di questo sito, uno di quelli che venivano qui ad applaudire sotto ogni mio articolo in difesa dei musulmani e dei loro diritti, è paradigmatico di una categoria di cui sono costretto a parlare in questo momento difficile: quella degli ipocriti. In questi giorni questo tale ha fatto parte di quella gente che non ha capito (oppure l'ha capito benissimo ma gli conveniva - per vari motivi - far finta di non averlo capito) che tutto quello che volevo era che i giovani manifestanti presenti a piazza Tahrir uscissero dal loro braccio di ferro col governo con il massimo dei risultati ma con il minimo danno per il paese, il popolo e quindi loro stessi, che del popolo fanno parte e sono nobile espressione. Ad Abu Yasin avevo già chiesto, a più riprese, di non usare diversi nick per spacciare come pensiero di una maggioranza di miei lettori le sue infamanti insinuazioni, già lanciate e reiterate velatamente da altri, che hanno manipolato sapientemente la mia posizione e la mia preoccupazione per farmi passare come uno "al soldo del regime". Non solo ha continuato a farlo usando una pletora di falsi nick, ma è andato persino in giro a scrivere che "mediare è stare dalla parte del dittatore" e che io starei lanciando, in questi giorni, nientemeno che "appelli contro il pericolo islamico". Appelli di cui sfido chiunque a trovarne traccia.

Il fatto di essere stato descritto come "Mubarakiano" da questo tizio ed altri esseri insignificanti non mi fa né caldo né freddo, sinceramente. Sono abituato alle false accuse: per anni sono stato descritto, e lo ricorderete spero, come un Fratello musulmano (avendo tra l'altro difeso quel movimento dalle generiche accuse di Magdi Allam. Oppure ve li devo proprio riportare, i commenti dei lettori che dicevano che avrebbero segnalato il mio nome al Consolato egiziano in quanto "simpatizzante dei fratelli musulmani"?), quindi fate voi. Sono un uomo abituato alla vita pubblica, ho delle posizioni molto chiare che non ho paura di difendere fino in fondo e non pretendo ovviamente che piacciano a tutti: vado avanti sulla mia strada. Prendo atto, con dispiacere, che è molto difficile essere imparziali in un mondo pieno di teste calde che cercano per forza la contrapposizione, anche a costo di ottenere solo distruzione e sangue. In questo frangente storico ho potuto apprezzare purtroppo, come recitava un commento che mi ha colpito, "la natura strettamente manichea ed intellettualmente miserrima dell'Italiano medio. La sua incapacità di evitare la catalogazione dell'altro come "buono" o come "cattivo"". Ma che l'accusa di essere "un altro Magdi Allam" mi venga rivolta da gente che credeva in ciò che scrivevo e applaudiva mentre venivo definito "cavallo di troia dell'invasione islamica" non mi va proprio giù. Non mi piacciono i bugiardi e non sono più disposto a tollerare - su questo blog almeno - tali insulti. E per capire perché, consiglio a questi ipocriti che affermano di essere pii religiosi di prendere il Corano in mano e leggere il capitolo a loro dedicato: "E questo perché prima credettero, poi divennero increduli. Sul loro cuore fu quindi posto un suggello, affinché non capissero". Che Allah li perdoni.

giovedì 10 febbraio 2011

In Egitto.

L'ho detto, è stato strumentalizzato, lo ripeto: comunque vada a finire, sarò contento. Basta che finisca, pacificamente. Un po' d'ordine non può che far bene al paese. Dio salvi l'Egitto!

Aggiornamento: le annunciate dimissioni del Presidente Mubarak non ci sono state. E' ancora più evidente che siamo in una situazione di stallo. O si avvia il dialogo nazionale o si manda il paese a rotoli. Cominciamo a ragionare, santo cielo!

Paola Caridi scrive...

Sotto il mio post intitolato "L'Egitto e le sporche coscienze", ripreso anche da Nazione Indiana, in cui ho duramente criticato i "rivoluzionari col culo al caldo" che dai propri blog ci sommergono con analisi affrettate e ideologicamente viziate, spingendo alla contrapposizione ad oltranza invece che alla mediazione fra governo e opposizione per il bene supremo dell'Egitto, è comparso il seguente commento, a firma "Paola Caridi". Lo riporto e rispondo brevemente.

Il blog suppongo sia il mio, invisiblearabs. Il mio ‘culo al caldo’ è a Gerusalemme, città dalla quale mi muovo per andare in giro (a bordo piscina?) tra Israele, Cisgiordania, Gaza, mondo arabo. Ci sto da dieci anni esatti, invece di fare la giornalista ‘di lusso’ in Italia. Parlo e scrivo di quello che so, che conosco e che ho visto con i miei occhi, testimoniati in due libri (“Arabi invisibili” e “Hamas”, entrambi da Feltrinelli) che non sono poi andati malissimo… Sono a Gerusalemme e non al Cairo perché sto scrivendo il mio terzo libro e, purtroppo, mi sto perdendo la rivoluzione dei ragazzi di Tahrir. Che poi il signor Sherif el Sebaie non sia contento del mio blog, libero di esserlo. Per fortuna, l’Italia è una democrazia. I blogger, al Cairo, venivano e vengono arrestati. L’unica cosa, si astenga dai giudizi sulla qualità del lavoro altrui, quando non ha altre armi intellettuali per combattere opinioni diverse dalle sue. E’ la prima regola di un atteggiamento serio dal punto di vista intellettuale e professionale. Ah, racconto un aneddoto della Fiera del Libro di Torino. Alaa al Aswany, Egitto ospite d’onore, partecipò ma non nella delegazione ufficiale, per dimostrare la sua distanza e la sua critica nei confronti del regime. Ecco, questo è il tipo di egiziano, e di intellettuale, che mi piace. Uno che rischia per la sua dignità, e per la sua democrazia. Che al signor Sebaie piacciano altri tipi di persone, è un suo problema. Non certo il mio.

Gentile Signora Caridi,

Sono sicuro che anche il suo prossimo libro non andrà malissimo. Non la invidio: deve essere un libro proprio impegnativo per costringerla a non attraversare un confine e perdersi purtroppo la rivoluzione dei ragazzi del Cairo di cui pur scrive abbondantemente, e con grande ardore, in questi giorni. Dicono però che Gerusalemme sia molto bella e tranquilla in questa stagione. Pensi come sarebbe stato finire un libro a Gaza o al Cairo con l'aria che tira da quelle parti!

PS: riguardo alle mie argomentazioni nonché alle altre accuse e insinuazioni che ne sono conseguite, credo di aver già ampiamente risposto su questo blog.

mercoledì 9 febbraio 2011

Perché mediare in Egitto (II)

Leggi la prima puntata

Molti si scervellano per capire se la rivoluzione egiziana è dovuta ad un'autentica voglia di democrazia o più semplicemente al collasso economico. Io non nego né sottovaluto ovviamente il ruolo giocato da nobili principi quali "Libertà", "Identità", "Dignità" fra i tanti giovani, professionalmente molto ben inseriti e con tanto di profilo Facebook, che sono scesi in piazza. Anzi, sono stati proprio questi ideali ad accendere la miccia, e questo è perfettamente rispondente a quanto ho sempre affermato su questo blog: i grandi cambiamenti avvengono grazie agli ideali di un'élite istruita e benestante. Ma la società egiziana è in larghissima parte povera e analfabeta, nonostante alcuni si siano fatti abbagliare dall'avanguardia di bloggers che manifestano. La gente semplice - quella che sopravvive giorno per giorno con poche lire - spera soltanto che tutto si sblocchi al più presto, non importa come, per riprendre a vivere. Di certo questa gente non è ostile al cambiamento (e chi rifiuterebbe la prospettiva del meglio?), ma non scende neanche in piazza in massa. Non per paura, che ormai la barriera della paura è crollata da molto tempo, ma perché la loro priorità è quella della mera sopravvivenza. La fuga dei turisti e la chiusura delle fabbriche e dei cantieri minaccia seriamente il loro pasto giornaliero nel senso letterale del termine. Poi ovviamente c'è la chiusura di internet e della rete mobile per 5 giorni che ha danneggiato l'economia come fa notare qualcuno (90 milioni di perdite su non so quanti miliardi), ma i poveri non campano mica comprando azioni sul web o al cellulare: campano di mance, di vendita di souvenir, del duro lavoro in un cantiere. Comprano fave e un pezzo di pane giorno per giorno. Dire loro "abbiate pazienza ma stiamo facendo la rivoluzione per il vostro bene, non importa quanto duri" è logico, lo capisco io, ma non è funzionale al raggiungimento degli obiettivi auspicati dai manifestanti perché alla lunga potrebbe far mancar loro proprio il sostegno della maggioranza per cui dicono di combattere. Ecco perché bisogna, ancora una volta, mediare.

Dal punto di vista politico ed economico, molti popoli arabi si trovano oggi in una situazione simile a quella in cui si sono ritrovati tedeschi e italiani dopo la II guerra mondiale: un totale disastro economico. Ma con aggravanti strutturali, culturali e demografiche che in Europa non c'erano, rese ancora più insuperabili dalle conseguenze della recente instabilità. Per di più l'opposizione laica e istruita che piace all'occidente non è affatto organizzata - si sta organizzando, sembra, solo in queste ore - e i suoi esponenti più in vista sono persone, rispettabilissime e capaci senza dubbio, ma che mancano dall'Egitto da diversi decenni. Credere che riusciranno a risolvere miracolosamente gli atavici problemi del paese grazie alle dimissioni immediate di un solo presidente e dopo aver fatto piazza pulita di tutta la precedente classe politica è pura illusione. Chi la storia la conosce seriamente e non parla per slogan sa che un paese retto per trent'anni da un partito non può risollevarsi senza riciclare anche esponenti del vecchio sistema, ovvero quelli capaci - almeno in un primo momento - di "mandare avanti la baracca". Qualcuno cercherà di strumentalizzare questa mia riflessione: pazienza. Ma la verità storica è che Germania e Italia sono oggi economicamente migliori grazie a questa intuizione dei vincitori americani. L'Irak invece è piombato nel caos proprio a causa dello scioglimento totale del partito e dell'esercito di Saddam.

Mi sia permesso di scrivere un'ultima cosa: non mi fido dei sessanttotini europei che si riempiono la bocca con la loro "solidarietà" e "empatia" per il popolo egiziano. Il motivo principale è riassunto nel proverbio arabo "Chi ha la casa di vetro non butta sassi sui vicini". In alcuni paesi civili e democratici, politici inqualificabili e corrotti continuano a governare da almeno un ventennio, imperterriti, con la complicità di media che non hanno nulla da invidiare a quelli di un regime. E stendiamo un velo pietoso su tutto il resto. Dov'è finito il loro ardore rivoluzionario, come hanno funzionato i decantati strumenti democratici? Cosa sono riusciti a fare? Non cambia nulla perché la maggioranza confermerebbe comunque lo status quo. Il più umile degli operai ha da mangiare, la televisione accesa e almeno una settimana di vacanza in programma. E pazienza se qualche giovane si suicida per mancanza di prospettive o muore dopo un fermo, tanto "nelle dittatture i numeri di chi finisce cosi sono molto più grandi" (sic). Ci sono anche i poveri, certo, ma non nelle dimensioni dell'Egitto. Ed è qui che le dimensioni contano sul serio. Mi perdoneranno quindi i lettori se, come egiziano, non sono disposto ad accettare lezioni e consigli democratici da questi falliti (nel senso politico del termine) che ora scrivono o addirittura scendono in piazza o vanno alla volta del Cairo "per solidarizzare con i manifestanti egiziani". I manifestanti egiziani sono molto più capaci di loro: devono solo organizzarsi e anticipare il bene del paese all'entusiasmo giovanile senza prestare ascolto ai suddetti falliti d'importazione. (Fine)

martedì 8 febbraio 2011

Il dibattito su Mubarak

Interessante videocommento di Antonio Ferrari sul Corriere che riprende, quasi letteralmente, gran parte di quanto ho affermato su questo blog sulla situazione egiziana.

Perché mediare in Egitto? (I)

Fortunatamente il popolo egiziano non è monolitico come lo vorrebbero dipingere i media e i blog italiani che delineano un quadro in cui si sta "O con la feroce dittattura o con la piazza unita". Le opposizioni scese in piazza contro Mubarak sono fra le più disparate. Non è vero che sono tutti "Fratelli Musulmani" né che essi siano solo "Bloggers e ragazzi laici per bene". Anzi, in questo frangente, spesso e volentieri gli antidemocratici sembrano essere proprio questi ultimi, anche se non se ne rendono conto: a più riprese giovani manifestanti hanno dichiarato che "non accetteremo di essere governati da una corrente islamista". E se a volerla fosse il Popolo? Leggo su La Stampa che un gruppo di manifestanti che intonava "L'islam è la soluzione" è stato accerchiato e costretto a scandire lo slogan "Musulmani e cristiani per l'Egitto". Non so voi, ma a me non sembra tanto democratico, tecnicamente parlando: obbligare la gente a gridare ciò che tranquillizza l'occidente e i laici egiziani non è democrazia e maschera quella che potrebbe essere la volontà del popolo. Se la vuoi davvero, la democrazia, devi essere diposto ad accettare anche ciò che non ti piace. Ecco perché presentare la piazza come una "piazza unita" solo perché adesso ha una sola richiesta è davvero pericoloso. Tant'è vero che le differenze diventano più evidenti quando si parla proprio dell'obiettivo finale: c'è chi vorrebbe processare Mubarak, chi lo vorrebbe esiliare, chi vorrebbe solo le sue dimissioni e chi è disposto, anche fra le opposizioni con buona pace di chi non ci crede, ad aspettare altri 200 giorni. Ci sono copti che sono andati in piazza e altri che hanno accolto l'invito del loro Papa - schieratissimo con Mubarak - a non partecipare alle manifestazioni.

C'è quindi anche chi - e qui mi spiace andare controcorrente - Mubarak lo sostiene convintamente o che si è rassegnato ad accettare l'idea che si dimetta "purché non venga umiliato" senza per forza essere "criminali pagati dal regime", "poliziotti in borghese" o gente "interessata" come hanno ingenuamente (?) lasciato intendere i media occidentali. Basterebbe leggere i giornali e i forum egiziani per capirlo o gli stessi commenti sotto gli articoli del sito di Aljazeera in arabo (mi raccomando: imparate l'arabo prima di occuparvi di mondo arabo, è utile per andare oltre i commenti in inglese fatti ad uso e consumo dell'occidente). Tra i miei ex-compagni delle superiori, tutti trentenni "con facebook", si è scatenata la bagarre fra chi vorrebbe rovesciare Mubarak e chi vorrebbe una nuova Tienamen (Dio ce ne scampi) giudicando Mubarak "troppo morbido con un branco di agitatori", chi non lo sopporta affatto ma lo ritiene comunque "un simbolo trentennale dell'Egitto" ed altri che vogliono che "il casino finisca e basta" non importa come "purché si torni a vivere". Proprio questa babele di posizioni dovrebbe spingerci a cercare la via della mediazione, invece che soffiare sul fuoco della guerra civile, come irresponsabilmente fanno quelli che dipingono un quadro di contrapposizione tra sgherri pagati dal regime e un piazza monolitica.

Il fatto che un governo autoritario abbia sostenitori convinti non dovrebbe sorprendere nessuno, soprattutto nell'Italia che ha conosciuto la popolarissima dittattura mussoliniana e la successiva Repubblica di Salò. Con questo non sto paragonando il governo egiziano a quello fascista, ma cerco semplicemente di chiarire che un governo non dura venti o trent'anni basandosi solamente sulla repressione: nel bene o nel male gode di un margine di sostegno o quantomeno di apatia rassegnata che va al di là delle forze armate o di sicurezza controllate non tanto dal presidente di turno ma da un ben più largo e radicato sistema di potere. Nemmeno la più feroce delle dittatture - quella nazista - sarebbe riuscita a reggersi sulla sola Gestapo e le prigioni. Il quadro cambia quando i popoli cominciano a percepire il baratro. Durante la seconda guerra mondiale, il malcontento - soprattutto in Italia - è venuto fuori con la fame e la distruzione generata dalla sconfitta, non perché ci fosse una generica "voglia di democrazia" e un'autentica solidarietà con la Resistenza. La cruda verità è che se Mussolini non fosse andato in guerra, o non l'avesse persa, probabilmente oggi ci sarebbe stato qualcuno della sua famiglia a governare l'Italia. (Leggi la seconda e ultima puntata)

lunedì 7 febbraio 2011

Grazie, di cuore.

Voglio ringraziare tutti coloro che mi hanno chiamato oppure mandato email e commenti di sostegno e solidarietà. In particolare Jan Reister, membro del team di Nazione Indiana (fucina intellettuale che dimostra di meritare ampiamente la propria posizione in cima alla classifica dei blog italiani), Vincenzo Maddaloni, stimatissimo inviato speciale della Rai e da sempre testimone in prima linea della storia mondiale degli ultimi anni e non ultimo Hamza Piccardo dell'UCOII (che, pur non condividendo le mie analisi ha smentito categoricamente che alcun organo dell'UCOII abbia mai parlato di miei presunti "strani rapporti con il consolato egiziano"). Ma sono anche grato a tutti i lettori che, pur pensandola in maniera diversa e nonostante la difficoltà reciproca di confrontarsi compiutamente con un mezzo come internet, mi hanno reso partecipe - in un momento davvero difficile per il mio paese e il mio popolo - delle loro riflessioni e delle loro critiche costruttive con estrema preparazione ed eleganza. Grazie, di cuore.

domenica 6 febbraio 2011

L'Egitto e i tempi che furono

Quando ammiravo le belle fotografie che illustravano i libri delle scuole occidentali in cui ho avuto la fortuna (una fortuna dovuta ai sacrifici dei miei genitori) di studiare al Cairo oppure quando ascoltavo le storie ambientate a Parigi o a Roma che ci venivano raccontate dai nostri insegnanti madrelingua (grazie ai quali oggi mi posso esprimere senza far sorridere alcuni benpensanti per "l'italiano non proprio perfetto") mi chiedevo spesso, pur vivendo in condizioni infinitamente migliori di molti miei connazionali, perché i nostri palazzi storici non fossero cosi curati, le strade di campagna cosi pulite, gli ospedali pubblici cosi efficienti, i mezzi di trasporto cosi puntuali come in quelle città e in quei paesi. Non ce lo meritavamo, forse? Perché c'era tutta questa povertà in giro, questa gente cosi calpestata nei propri diritti e aspettattive ma sempre sorridente, sempre disposta ad essere ospitale ed accogliente nei confronti di tutti, a cominciare dagli stranieri i cui paesi per troppi anni ci hanno sfruttato? O - meglio ancora - come abbiamo fatto a perdere tutte queste cose, che pur sono documentate nell'album dei miei nonni? Quando poi sono partito, ho sempre pensato che se tutto ciò ci fosse stato, in Egitto, non avrei mai e poi mai lasciato il mio paese.

Credete forse che mi sia piaciuto il modo in cui mi squadrò l'addetta dell'ufficio turistico dell'aeroporto di Torino, che mi catalogò automaticamente come "marocchino" dopo aver preso in mano il mio passaporto, fornendomi le indicazioni di quella che poi si è rivelata una stamberga dove tutte le stanze del piano avevano un solo bagno in comune? O le brusche maniere con cui venivo liquidato da quelli che - increduli che non fossi italiano per come mi esprimevo - proponevano appartamenti in affitto non appena mi chiedevano il nome e, in subordine, la nazionalità? O forse mi è piaciuto, io "ragazzo di buona famiglia" riciclarmi come imbianchino e restauratore di un appartamento in pessimo stato solo perché l'unico disposto ad affittarmelo (in nero) era un tizio, segnalatomi per vie traverse da un'italiana d'Egitto? "Non ho mai potutto affittarlo per via dello stato in cui si trova", mi spiegò aprendo la porta e lasciando i barattoloni di vernice e gli attrezzi di lavoro sul pavimento. Dopo due mesi di duro lavoro mi ha chiesto di lasciare l'appartamento perché "ne aveva bisogno". Già.

Mi è forse piaciuto fare la fila dalle 5 del mattino in pieno inverno per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno? Oppure sentire - strada facendo sul pullman di ritorno - i cittadini lamentarsi di quelli che "vengono a rubarci il lavoro"? Mi fa forse piacere arrabbattarmi con monotone traduzioni dall'arabo e consulenze varie solo perché vivo in un paese dove il lavoro, quello vero e gratificante per le tue competenze - specie se hai un curriculum umanistico - già scarseggia ma se lo trovi è solo grazie alle raccomandazioni di una famiglia o di un politico che ambisce al tuo voto quando tu non hai né l'una né l'altro da offrire? Mi fa forse piacere essere allietato ed illuso con un'assunzione per poi scoprire che era una truffa, col datore di lavoro che sperava che fossi io a pagarlo per garantirmi il rinnovo del permesso? Vogliamo continuare, a parlare della bella "carriera" che avrei fatto, che alcuni mi rinfacciano per dirmi quanto è al caldo il mio culo?

Per quanto mi riguarda, quando uno viene attaccato per una cosa e poi, nel giro di poco tempo, viene attaccato per l'esatto contrario significa che è imparziale e nel giusto. A causa dei miei articoli sulla presenza dei musulmani in Italia ero considerato da alcuni lettori, fino a non molto tempo fa, un amico dei fondamentalisti sul libro paga dei Fratelli Musulmani. Oggi, a causa dei miei articoli sull'Egitto e su Gaza scopro di essere un amico dei dittatori sul libro paga di chi perseguita i Fratelli Musulmani. E - in ogni caso - sarei un arrivista: un punto fermo praticamente in entrambe le versioni. Cosa mi ha portato tutto questo sforzo arrivista - durato anni - al di fuori di qualche riconoscimento, per altro non italiano? Un posto pagato in un partito? Una collaborazione retribuita con un quotidiano? No: inviti del Dipartimento di Stato USA e attestati di benemerenza dell'Ambasciata egiziana che vengono oggi strumentalizzati per dimostrare quanto sia un agiato venduto che pontifica. Sappiate che ho a cuore l'Egitto più di tutti voi messi insieme: mi piacerebbe vederlo voltare pagina, ma so che non sarà il braccio di ferro attualmente in atto a garantire ciò. Perché quando si risolverà questa contrappoisizione tra un presidente che - io credo e spero voglia dimettersi - ma che non lo fa prima della scadenza del mandato perché sottoposto alle pressioni dei governi arabi vicini che se la fanno sotto e dell'esercito a cui appartiene in qualità di comandante supremo da una parte e gli oppositori che hanno il sacrosanto diritto di dire basta ma che per ora non hanno alternative da offrire dall'altra, porterà solo a guai strutturali di natura economica di cui pagheremo, noi egiziani e non i sessanttotini occidentali frustrati in giro per il web, le conseguenze.

sabato 5 febbraio 2011

L'Egitto e la memoria corta

Una delle foto trionfalmente sbandierate da molti manifestanti dell'opposizione egiziana dimostra, purtroppo, quanto può essere corta la memoria di un popolo. Mi riferisco alla foto del Colonello Nasser, secondo presidente della Repubblica Araba d'Egitto e vero artefice della rivoluzione del 1952 che ha portato l'Esercito al potere nel paese. Ebbene, Nasser viene oggi osannato come un eroe d'altri tempi soprattutto dai poveri che ricordano o hanno beneficiato dai provvedimenti di redistribuzione dei terreni agricoli confiscati ai ricchi latifondisti. Uno scrittore egiziano dell'attuale opposizione - che è pur finito in carcere sotto il regime nasseriano - spiega in un'intervista al Corriere che allora si stava meglio economicamente "Perché ai suoi tempi ho trovato lavoro in sei mesi". Evidentemente, come molti egiziani, non riesce a capire che Nasser aveva ereditato un paese con le casse ancora piene e che gli effetti di ciò che avrebbe combinato negli anni della sua presidenza si sarebbero sentiti solo sotto Sadat per poi esplodere violentemente sotto Mubarak con la crisi finanziaria globale.

E' a Nasser, infatti, che dobbiamo la totale distruzione delle basi dell'economia egiziana nel lungo termine, aggravata ovviamente da decenni successivi di corruzione e ruberie. Fino al 1952 anche i centesimi della lira egiziana erano coniati in argento, dopo si è passati alle banconote e la riserva aurea della Banca centrale è servita a finanziare guerre di "liberazione panaraba" a destra e a manca. Non parliamo poi delle nazionalizzazioni che hanno ridotto l'economia egiziana ad un inefficiente carrozzone statalizzato. E come se non bastasse, Nasser era - lui si che lo era sul serio - un feroce e spietato dittatore, uno che gli oppositori (tutti: dai Fratelli Musulmani ai Comunisti) li buttava in prigione dimenticando la chiave (se ti azzardavi a dire una barzelletta sul presidente o a criticare la sua politica al bar il giorno dopo eri prelevato dai Servizi di Sicurezza e non si sapeva dove eri finito, altro che bloggers e scrittori contrari al regime, pur tra mille difficoltà). E infine, la ciliegina sulla torta: è a lui e alla sua brillante retorica panaraba (leggasi "parole") che dobbiamo una lunga guerra con Israele che ha privato l'Egitto del Sinai, della sua forza militare e dei suoi giovani, bloccati sul fronte per sette dolorosi anni, fino al sacrificio di sangue finale nella guerra del 1973.

Ecco chi era l'eroe riformatore il cui ricordo viene oggi invocato da molti manifestani dell'opposizione. Ma a Nasser si è evidentemente disposti a perdonare tutto perché lui si è opposto fermamente ad Israele. Per contrapposizione, quelli che invece sono stati costretti a bloccare le frontiere con Gaza sono dei codardi e dei venduti. Il dramma è che molti manifestanti, figli di trent'anni di pace, credono davvero che la guerra sia una passeggiata e che Israele se ne starà li ad assistere all'abbraccio fraterno fra egiziani e palestinesi. L'ipotesi che Israele possa reinvadere il Sinai con la scusa di creare "una zona cuscinetto" e chiudere la striscia di Gaza in una morsa ancora più stretta di quella di Mubarak non li sfiora nemmeno. Già all'epoca spiegai (rileggetevelo, quell'articolo) che la decisione presa dal governo egiziano era la "meno peggio" e che se la si voleva cambiare si doveva fare pressione sulla comunità internazionale che l'ha imposta all'Egitto. Eppure, in questi giorni, qualcuno mi rinfaccia questa analisi facendola passare - anche questa, mica solo il fatto che ho curato eventi culturali in collaborazione con le istituzioni egiziane - come "sostegno al regime" e "vile collaborazionismo".

Cosa e chi c'è dietro queste patetiche accuse è presto detto: non c'è solo, per dirla con un commentatore, "Quella che andava in piscina in Egitto nell'hotel a cinque stelle, quella tanto rivoluzionaria che appena ha avuto il posticino fisso in Italia, ha mollato l'Egitto veloce come una saetta, quella che ha cambiato città per lavoro con il certificatino che diceva che Milano l'angustiava" e che ce l'ha con me per motivi strettamente personali ma - cosa ancor più grave - gente che vuole dipingermi come agente di una dittatura per impormi, d'ora in avanti, di "smetterla di dire a noi italiani come ci dobbiamo comportare con gli immigrati". Spiacente di deludervi: la battaglia per la democrazia in Egitto combattuta da gente che l'Egitto l'ha visto sul catalogo dell'agenzia viaggi o come temporanea opportunità lavorativa per fare la vita da nababbi a basso costo non c'entra molto con quella contro il razzismo in Italia combattuta da un immigrato che in questo paese ci lavora e ci vive da anni tra mille difficoltà.

Si sa molto bene che, anche se si presenta bene, un immigrato arabo in Europa non gode dello stesso trattamento di favore - economico e sociale - di cui gode un immigrato occidentale nei paesi arabi. Il modo in cui l'ultimo degli europei viene trattato al Cairo è largamente più dignitoso del modo in cui è stato trattato un membro dell'ex-famiglia reale egiziana quando era in esilio in Europa. Un soggiorno a proposito del quale affermò: "Mon cher, en Europe tu es un chien", sei un cane. Ed è altrettanto evidente che c'è un enorme differenza fra chi incita alla divisione in un paese che non è il proprio e chi invece invita a evitare la guerra civile perché il suo paese ce l'ha a cuore. Paragonare i rivoluzionari col culo al caldo con chi il culo non ce l'ha al caldo affatto, semplicemente per esortarmi a "non fare la morale sul razzismo in Italia" è un gioco sporco e fa vedere come alcuni la intendono veramente, la democrazia per cui combattono a distanza. Finita questa crisi in Egitto (insciallah), tornerò quindi a fare la morale come e più di prima. Democrazia permettendo, of course.

venerdì 4 febbraio 2011

L'Egitto e le sporche coscienze.

Alcuni individui sono duri di comprendonio. Non si spiega, altrimenti, il fatto che qualcuno continui a chiedermi se sto con o contro Mubarak, manco fosse una partita di calcio. Lo voglio ribadire forte e chiaro: dividersi fra chi sta con e chi sta contro Mubarak in questo particolare momento storico e con la brutta piega che stanno prendendo gli eventi, è stare semplicemente contro il bene supremo del paese. Dividersi fra chi è e chi non è disposto ad aspettare le sue dimissioni fra soli 200 giorni, permettendogli di salvare l'onorabilità della carica di Comandante supremo delle Forze Armate (una qualifica direttamente collegata al prestigio dell'esercito, unico garante dell'unità nazionale, tra l'altro festosamente accolto dai manifestanti antigovernativi) e di militare che ha combattuto la guerra contro Israele e governato il paese per trent'anni con meriti e demeriti che non mi metto certo a quantificare, porterà soltanto al caos e alla distruzione delle infrastrutture e dell'economia del paese in modo irremediabile (e dire che persino al nostro ultimo Re, totalmente screditato, travolto dalla corruzione e dalla dissolutezza della sua corte, è stato permesso di abbandonare l'Egitto firmando un proprio editto reale, vestito in alta uniforme di ammiraglio e salutato da 21 colpi di cannone e da truppe dell'esercito).

Chiunque erediterà l'Egitto in gestione, di qualunque colore politico o ispirazione ideologica sarà, non dovrà risanare e rilanciare un paese ma ricostruire delle macerie. Vogliamo davvero che la svolta che si auspica per l'Egitto venga subito inaugurata con il ritornello "Si stava meglio quando si stava peggio"? Nel corso dei recenti avvenimenti sono stati distrutti non solo musei ma anche - solo per fare un esempio - l'ospedale per i tumori infantili, costato milioni: soldi del popolo che sarà difficilissimo recuperare avendo perso decine di miliardi in pochi giorni. Dove andranno a curasi questi bambini? Li accoglieranno in massa gli ospedali occidentali? Anche ciò che questo governo ha fatto di buono andrà distrutto. Aziende straniere come la Nestlè, che da sola dava lavoro a tremila dipendenti, hanno chiuso a tempo indeterminato. Quella gente fra un po' non saprà come campare. Ricordiamoci che fame e rovina non portano democrazia e diritti. Quelli che hanno aspettato trent'anni per scendere in piazza contro Mubarak senza avere un leader da proporre in alternativa davvero non riescono ad aspettare 200 giorni per evitare al paese di sprofondare in un abisso da cui nessuno, ma proprio nessuno, riuscirà a tirarlo fuori?

Non entro nel merito di chi siano i manifestanti che a migliaia hanno partecipato alla marcia pro-Mubarak che è poi degenerata in scontri sanguinosi, non mi interessa. Che l'abbiano fatto per soldi o perché hanno ricevuto un sms del governo - come sostengono gli oppositori - o perché convinti che bisognava farlo perché esasperati dal danno economico - come sostengono i diretti interessati, fra cui i cammellieri che lavoravano con i turisti vicino alle piramidi - è irrilevante visto il disastroso esito finale: un assaggio di guerra civile. Anche se trovo francamente ridicolo che qualcuno creda davvero che bastino tre euro e mezzo, cioè 25 pound - una cifra che da anni non basta a comprare due bottiglie di olio al Cairo - per convincere chiunque a rischiare la pelle a pagamento per un presidente ormai uscente. Non basterebbero neanche mille di pound, oggi. E i rimanenti 23 milioni di abitanti del Cairo quanto sono stati pagati per non scendere a fianco dei 2 milioni che erano in piazza?

La verità è che le cose sono molto più complesse di ciò che i media occidentali sono abituati a propagandare. Non esiste solo il bianco e il nero, il moderato alla zio tom e il terrorista, la democrazia e la dittattura. Esistono anche vie di mezzo, come nel caso dell'Egitto, la singolare forma ossimoro di democrazia autoritaria che ha garantito una stabilità geostrategica a livello internazionale, quindi anche pace e stabilità per il paese, anche se è fallita nel garantire un'equa suddivisione della ricchezza internamente. E' la stessa che ha permesso a scrittori come Alaa Al Aswani ed altri intellettuali di scrivere editoriali di fuoco e ispirare film e romanzi durissimi contro il presidente, suo figlio e il governo, formando e via via galvanizzando l'opinione pubblica che poi si è ritrovata a piazza Tahrir. Certo, c'è anche la tortura e la repressione. Ma chi si scandalizza farebbe prima a ricordarsi che persino in molti paesi democratici - dove l'opinione della maggioranza della popolazione non spesso condiziona l'azione dell'esecutivo eletto - capita che manifestanti pacifici vengano manganellati e torturati o che giovani fermati escano cadaveri dalle stazioni di polizia in cui sono entrati vivi e vegeti, senza che i colpevoli siano adeguatamente puniti.

Come egiziani - musulmani e copti, religiosi e laici - come cittadini arabi e come cittadini del mondo abbiamo una sola ed unica responsabilità: proteggere l'Egitto, il baricentro del mondo arabo, la culla della civiltà, dal caos che può giovare solo ai suoi nemici. E pazienza se ciò non piace ad alcuni rivoluzionari col culo al caldo residenti in Occidente. A loro non interessa affatto ciò che succederà, dopo: semplicemente cambieranno meta di vacanze o di lavoro. A loro basta cavalcare l'onda del momento rinvagando l'ambiente che li ha resi celebri sul web, regalarsi l'illusione di aver contribuito ad un "evento storico" o più semplicemente vendere più copie dei loro libri sul Medio Oriente e sugli Arabi, area e popoli che hanno sfruttato con ipocrisia e irresponsabilità. Sfruttatori, si. E non solo a parole. Questo vale anche per coloro che dicono che sono andati li per "lavorare" mentre erano li per fare una vita da "gauche sardine" che nei loro paesi non si sarebbero mai potuti permettere. Perché anche se fosse vero che non erano pagati profumatamente, hanno sempre potuto contare su qualche entrata extra in euro - su cui non hanno mai pagato le tasse in Egitto - e sulla svalutazione della lira egiziana per fare una vita che nessuno dei poveri che oggi dicono di difendere a spada tratta poteva o potrà mai permettersi.

Ma, cosa ancora più importante, hanno potuto approffittarsi dell'innata disponibilità, gentilezza, ospitalità ed oserei dire persino della singolare servilità masochista dei miei bravi ed onesti concittadini, che si sciolgono appena vedono il "khawaga", lo straniero, magari biondo o semplicemente con un passaporto rosso. E che per questo si ingegnano in mille modi per aiutarlo, risparmiargli la fila, cedergli il posto, rendergli la vita più facile. Non sanno, poveretti, che quando sono loro a finire nei paesi dei Khawaga, non hanno diritto a nessuna corsia preferenziale per via della loro pelle scura e del loro passaporto verde, semmai le cose diventano molto più difficili. Eh no, cari rivoluzionari da tastiera: io scrivo e dico quello che voglio sul paese dove sono nato, cresciuto e di cui porto la cittadinanza pur vivendo e lavorando in una seconda patria, delle cui politiche interne - eccettuate quelle sull'immigrazione - non mi sono mai occupato. Voi invece se volete scatenare il caos là dove avete avete vissuto solo da turisti, da ospiti - voi si che lo eravate - serviti e riveriti, lavatevi prima la sporca coscienza.

giovedì 3 febbraio 2011

Egitto. Armiamoci e partite!

Non auguro neanche al peggiore dei miei nemici di trovarsi nella mia situazione oggi. La mia preoccupazione per il mio paese, per la mia gente, per i miei famigliari e per i miei amici non può essere descritta in nessun modo. Davvero, nessuno. L'Egitto sta andando a rotoli sotto i miei occhi increduli in diretta: saccheggiatori e pericolosi fuggitivi che attaccano famiglie inermi, scontri sanguinosi tra manifestanti pro e contro Mubarak con centinaia di feriti e vittime e l'immancabile corredo di accuse e controaccuse, distruzione del patrimonio culturale e storico, un tracollo economico alle porte e solo Dio sa cosa ci riserva il futuro. Non dormo da una settimana, incollato come sono alle varie televisioni, inclusa Aljazeera: la rete tanto brava a buttare benzina sul fuoco del Cairo quanto lo è a non denunciare le satrapie del Golfo da cui trasmette. Leggo decine di analisi, opinioni e commenti sulla situazione egiziana apparsi su media, quotidiani e blog in almeno cinque lingue diverse con la speranza di intravedere un barlume di luce in fondo al tunnel imboccato dal mio popolo: uno qualsiasi, purché si torni alla normalità.

In mezzo a tutto questo caos, condito da altri problemi, mi devo pure sorbire le pasionarie sessantottine del web che - evidentemente incapaci di sfogare il loro ardore rivoluzionario cambiando governi democratici a loro molto più famigliari - si sfogano giocando alla rivoluzione col culo (scusate la terminologia) degli egiziani e, visto che ci siamo, anche con la mia reputazione. E così la mia casella di posta viene inondata ogni tre minuti dalle email di un'articolista che cura un blog da cui lancia accuse a destra e a manca, punta il dito contro questo e quell'altro, incita alla rivolta stando opportunatamente a distanza, tanto ci sono i colleghi di Aljazeera e della Cnn che mandano le segnalazioni da cui scegliere a piacere. Oppure mi tocca leggere un post in cui mi si accusa di "vigliaccheria", "ricattabilità" (?) e persino di "strane voci sui miei rapporti con il Consolato egiziano" (!!!) scritto da Fulvia Maria de Feo, nota anche come Lia di Haramlik, un' insegnante delle superiori residente a Genova (tanto per giocare alla rivoluzione c'è sempre la solita Aljazeera più gli amici spagnoli residenti al Cairo che vanno a manifestare contro un governo che non è nemmeno il loro). La mia colpa? Essere stato, alcuni anni fa, l'involontario testimone degli strascichi giornalistici di un'assurda commedia matrimoniale in salsa italo-islamica che ha coinvolto la suddetta signora, un cittadino italiano convertito all'Islam e nientepopodimeno che il Corriere della Sera. Ma ovviamente la signora si guarda bene dall'esplicitare queste meschinità tragicomiche, quindi si nasconde dietro motivazioni "auliche" come il fatto che - secondo lei - non sono riuscito a esprimere nient'altro che una "vaga" preoccupazione per il paese, la sua economia e in particolare il suo museo egizio (visto che mia sorella, egittologa emigrata all'estero perché il suo posto è stato soffiato dalla figlia del potente di turno è caduta in depressione per i saccheggi) nonché tenere "una conferenzella" (a cui hanno partecipato circa 200 persone) e proiettare qualche film (tra l'altro veri e propri "J'accuse" dei registi simpatizzanti dell'opposizione). Che dire? Mi spiace non essere stato all'altezza delle aspettattive della novella Giovanna D'Arco. Badrona za sicuramente cossa è meglio ber il mio baese.

La domanda a cui queste rivoluzionarie col culo al caldo vorrebbero che rispondessi è una delle più stupide che si siano mai poste in un contesto come quello egiziano. Il che dimostra che non conoscono nulla del paese in cui hanno vissuto, ovviamente come turiste, nonostante tutta la buona volontà che ci hanno messo per "vivere da egiziane" (il che è impossibile per un occidentale per una serie di ragioni): sei con o contro Mubarak? Un tranello illusorio in cui, purtroppo, è caduto anche parte (la maggioranza?) del popolo egiziano che ha individuato in un signore di ottanta e passa anni (prima o poi se ne sarebbe andato comunque) i problemi atavici e strutturali in cui l'Egitto è piombato almeno dagli anni 50. Questo è il vero dramma: credere che cambiare il signore in questione, magari dopo aver bloccato e distrutto il paese per settimane o mesi e senza nemmeno avere un leader credibile per l'opposizione, risolverà tutto: non ci sarà più mafia, corruzione, parentopoli, povertà. Un nuovo Egitto risorgerà con un governo come Dio comanda e prescrive, magari dalle ceneri di una guerra con Israele, visto che il signore in questione è pure "agente degli americani e degli israeliani". Mi piacerebbe tanto crederci, ma non ci riesco perché conosco il mio paese (è permesso?) e la situazione strategica, economica e politica in cui si trova. Sicuramente meglio delle pasionarie che fanno la rivoluzione nei paesi altrui con una parabola puntata sul satellite e il computer connesso a fastweb. E' triste constatare quanto queste mature signore, che magari scrivono pure per i quotidiani italiani in quanto esperte del medio oriente, assomiglino al giovane manifestante intervistato da Lorenzo Trombetta per Limes: "Mi sono sentito come se giocassimo alla Bleistescion (Playstation). Sembrava un gioco. Anche un soldato mi ha detto la stessa cosa". E ora? "Sto male". Perché? "Come perché? Non vedi che il Paese è andato?!". In che senso? "E' andato, khalas (finito, ndr), il paese è andato". Ma tu eri qui stanotte? "Certo, che ero qui". Hai partecipato alle manifestazioni? "Certo. Dall'inizio". Sembra che abbiate fatto ritirare la polizia e la piazza è ora vostra. "Non puoi esser contento quando vedi che il Paese viene distrutto". Lui l'ha capito ma loro?

Sherif El Sebaie
Ed ora, qualche precisazione per la pasionaria genovese:

1 - la mia "prudenza - proprio lui, che ha sempre scodinzolato davanti a qualsiasi microfono" non è "prudenza" (sic). Semplicemente ai media italiani intervistare un egiziano su ciò che succede in Egitto non interessa: preferiscono le "esperte" di cui sopra. Ma è già da tempo che ai democratici media italiani non interessa interpellarmi perché evidentemente quello che dico non piace e perché non sono abituato a "scodinzolare". A quei pochi invece che mi hanno contattato - qualche canale locale e la radio iraniana (che tifa per la rivoluzione egiziana) - ho detto come la pensavo: la mia priorità è che torni la calma nel paese.

2 - viene rispolverata un' accusa relativa ad un mio vecchio articolo in cui ho affermato che sarei onorato di essere governato dal figlio di Mubarak. Il sito che ospitava l'articolo, che non è mio, non c'è più da anni ma questo passaggio è ricopiato tale e quale in una mia vecchia risposta proprio all'accusatrice, quindi non lo nego. Basta infatti rileggere quel passaggio per capire che il mio ragionamento non era cosi babbeo come lo fa sembrare la pasionaria: ne sarei stato onorato se l'avesse scelto il popolo egiziano senza interventi esterni (a suon di bombe o di parole). Ora è chiaro che non è cosi e ne sono felice: mi basta che sia una decisione che viene dal popolo e non dagli sciacalli che guadagnano qualche lettore sulle sue disgrazie.

3 - sembra, ammesso che sia vero, che qualcuno dell'UCOII faccia girare "strane voci" sui miei "rapporti con il consolato egiziano". Mi spiace molto: tengo regolari contatti con più rappresentanze diplomatiche inclusa ovviamente (e ci mancherebbe altro) quella del mio paese. Sono orgoglioso di aver curato iniziative culturali di alto livello assieme alla Biblioteca alessandrina e agli intellettuali (molti dei quali membri di spicco dell'opposizione) ospiti della Fiera del Libro quando l'Egitto è stato l'ospite d'onore. E siccome l'ho fatto gratuitamente, non vedo dove ci sarebbe il rapporto "interessato" insinuato dalla rivoluzionaria de noantri.