Notizie

Loading...

giovedì 31 marzo 2011

Decreto N. 451 del 2011

Nell'ambito della ristrutturazione e della riorganizzazione del settore giornalistico, e in ottemperanza allo spirito del cambiamento e in risposta ai bisogni collegati allo stato attuale che l'Egitto sta attraversando e tenendo in considerazione il ruolo importante che svolgono le case editrici e le istituzioni giornalistiche in questa fase delicata, il Sig. Primo Ministro ha emanato il decreto N. 451 del 2011, in base all'accettazione del Consiglio Supremo delle Forze Armate, che nomina il Sig. Labib El Sebaie Presidente del Consiglio di Amministrazione del quotidiano Al Ahram.

(si, è mio cugino :-))

martedì 29 marzo 2011

Quattro urne e un funerale

Nei giorni scorsi ho fatto riferimento più volte al sermone di un noto Imam salafita al Cairo. Vi ripropongo qui il testo integrale, reperibile su Limes.

Cari in Dio, mi sono giunte buone notizie. Ha vinto il sì! [dal pubblico: Dio è grande!] Dio è grande! Questa è stata una ġazwa [termine che indica le battaglie e le razzìe guidate dal profeta dell’islam oppure battaglie di conquista associate con l’espansione dei territori islamici]. Le prime generazioni islamiche [al-salaf] dicevano agli eretici: “A decidere tra noi è il giorno del funerale”. Cioè: quando morirò, guarda quante persone verranno al mio funerale e quante ne verranno al tuo di funerale. “A dividerci sarà il giorno del funerale”. Oggigiorno, invece, si dice: “A decidere tra noi due sono… le urne”. Abbiamo fatto decidere alle urne e le urne hanno detto “sì” alla religione! Diciamo il takbīr [preghiera islamica] della festa insieme. Dio è riconoscente ai mie fratelli di Imbāba [quartiere del Cairo]. Sono stati quelli che hanno risposto più prontamente all’appello. Dio vi ricompensi. Vi amo in Dio. Voi siete la mia famiglia e i miei uomini. Dio vi ricompensi. Ho seguito tutte le operazioni, grazie a Dio. Dio ci ha fatto vincere. Lode a Dio.


Loro dicevano… ci volevano spaventare! Tutti i loro programmi televisivi, tutti i loro giornali… era il caos più totale! Lode a Dio. Adesso invece che dicono? Adesso la religione entrerà in tutte le cose? E noi cosa rispondiamo loro: (il pubblico urla: “Sì”). Sìììì. Non siete voi che avete detto che saranno le urne a decidere? Non è questa la vostra democrazia? Il popolo cosa vuole? Il popolo dice sì alla religione. Basta, è un sì alla religione, noi vogliamo la religione. E a chi dice “noi non riusciamo a vivere in questo paese” [è chiaro il riferimento ai cristiani e ai laici] rispondiamo: fa’ come ti pare [fa segno con il braccio verso l’esterno, il pubblico ride]. Arrivederci, fai buon viaggio! Non avete i visti per il Canada, gli Stati Uniti…? Facciano come gli pare. Ma il paese e il popolo… la vostra democrazia dice “che dice il popolo?”. Il popolo vuole un paese religioso! E così sia. E a occuparci di religione siamo noi [indica se stesso]. Vi amo in Dio.


Veniamo al nostro argomento. Abbiamo detto che parleremo della via più facile per andare in paradiso, il metodo più facile per andare in paradiso. E abbiamo visto che la via più facile per andare in paradiso è “l’integrità del cuore” [prega]. “L’integrità del cuore”. Per questo diciamo che non siamo arrabbiati con tutti quelli che hanno detto no. Hanno, infatti, capito il loro valore. Hanno confrontato il loro peso con quello della religione: ci hanno messi su una bilancia ed ecco qua, grazie a Dio, il nostro piatto è quello più pesante. Lode a Dio. Chiediamo a Dio di confermarvi nella fede. In questa situazione in cui viviamo, vi invito ad agevolare la gente. Macellai, fate sconti sulla carne, in occasione di questa vittoria, di questa grande festa! Per favore abbassate il prezzo della carne. I fruttivendoli abbassino i prezzi della frutta e della verdura. A chi si occupa di beni di prima necessità dico abbassate i prezzi del riso, zucchero, fagioli, fagiolini e lenticchie. Vogliamo davvero che la gente viva felice e tranquilla perché le circostanze in cui ha vissuto nel mese di febbraio e di marzo hanno fatto sì che le loro entrate si riducessero. Agevolate. Tutti quelli che possono agevolare i musulmani, lo facciano anche se ci vanno a perdere. Se per esempio per un chilo di carne guadagnate due ghinee, guadagnatene una soltanto. Tanto lo so che ne guadagnano dieci… Chi guadagna una, ne guadagni cinquanta centesimi. Così Dio benedirà il poco. Dio aumenta i guadagni dei musulmani [prega].


Sono stato sorpreso dal fatto che alcuni erano infervorati per il “no”. Perché? chiedevo loro… “Non ci accontentiamo di una costituzione rattoppata e rappezzata”. La questione non è la costituzione! Qui la vera e sola questione è che la gente si è divisa in due tende [fisṭāṭ*]: la tenda della religione in cui ci sono tutti i religiosi [ahl al-dīn] che dicevano “vorremmo che i predicatori si unissero”, eccoli si sono tutti uniti! Tutti i religiosi dicevano “sì”! Tutti, senza eccezioni: Fratelli Musulmani, il gruppo del tablīġ, gam‘īyya šar‘iyya, anṣār al-sunna, salafiti… tutti! Tutti dicevano “sì”! Questi da una parte. Dall’altra parte c’era altra gente. Quindi, che brutta figura hanno fatto tutti quelli che stavano dalla parte in cui non c’erano i religiosi! Giusto o no? [il pubblico: giusto!] Anche se chi ha votato “sì” crede che la costituzione può andarsene anche all’inferno! Tanto alla fine questa costituzione a che serve a noi? Ma la situazione era questa [fa segno della bilancia]. Francamente, ho temuto. Ho temuto che la gente ci avrebbe deluso. Ma lode a Dio, Dio ci ha tranquillizzati per mezzo di voi e a vostro proposito. Chiediamogli di far continuare a esistere tra di noi la grazia dell’amore in Dio. Quando lo šayḫ ti dice di dire “sì”, devi dire “sì”. Anche se non ti piace. Non ti dico “Seguimi se sbaglio”. Ma stai sicuro che nelle cose religiose io sceglierò per te ciò che certamente piace a Dio. Noi non siamo politici e non vogliamo niente dalla politica. State sicuri di Muḥammad Ḥusayn Ya‘qūb: non entrerò mai in un partito, né mi candiderò mai ad alcuna cosa. Io resterò… questa cosa l’ho sempre detta. Vi ricordate nella galleria di Imbaba? “Sulla fronte del predicatore c’è scritto ‘proprietà inalienabile di Dio’”. Come sulla copia del Corano c’è scritto: “Proprietà inalienabile della moschea”. Come non è possibile quindi far uscire la copia del Corano dalla moschea perché proprietà della moschea, così il predicatore non può smettere di predicare. Questo è il nostro metodo: come salafiti, dobbiamo predicare Dio; studiamo le cose shar‘itiche, le insegniamo e predichiamo. Non cambieremo questo mestiere. Dio ne è testimone, non mi vedrete in altra veste. Chi non mira ad alcuna posizione sociale, sceglierà per te certamente quello che piace a Dio, anche se questa cosa dovesse far arrabbiare tutti gli uomini. Che Dio ci confermi nella verità [prega]. Pregate sul profeta. Pregate ancora di più! Non temete! Basta, questo paese ormai è nostro [ride]. Pregate sul profeta.


* chiaro riferimento al ḥadīṯ che dice che “la gente si dividerà in due tende: la tenda della fede in cui non v’è ipocrisia e la tenda dell’ipocrisia in cui non vi è fede” (šarḥ sunan Abī Dāwud - ḥadīṯ n. 4242).

domenica 27 marzo 2011

Il Conto (salato) della Democrazia.

A Lampedusa il numero degli arrivi è in crescita esponenziale. Ogni giorno arrivano due o tre barconi di migranti, in maggior parte tunisini. Gente che oggi vive su quella minuscola isoletta in condizioni indescrivibili, che si rivolta pretendendo più cibo, più acqua, più sigarette, che i lampedusani non vedono l'ora di togliersi di torno e di cui il governo non sa che farsene al punto che è arrivato a promettere "una dote" di 1700 euro a ogni immigrato che decide di rimpatriare, visto che tutti gli altri paesi europei fanno finta di guardare altrove. Eppure la Tunisia era il primo paese arabo a rivoltarsi contro il proprio dittatore in epoca contemporanea. L'esempio che ha ispirato l'Egitto, la Siria, lo Yemen, il Bahrain e che ha dato l'opportunità alle tribù avverse a Gheddafi di rivoltarsi contro di lui con l'aiuto delle potenze occidentali. Quindi, secondo i canoni dei media occidentali, la Tunisia dovrebbe trasformarsi prima o poi in una bella democrazia che provvede generosamente ai bisogni di tutti, no? Ma gli immigrati tunisini, a cui presto - inshallah - si aggiungeranno a frotte quelli egiziani e quelli provenienti dalla Libia (africani, ma forse anche libici), sono molto più lungimiranti dei consulenti dei governi occidentali, dei giornalisti di Repubblica e dei bloggers ottimisti del web italiano, e quindi non si fanno illusioni sul futuro dei propri paesi. Un ottimo servizio sul Sole24ore, con interviste agli immigrati tunisini sbarcati a Lampedusa, è altamente istruttivo: quando Karima Moual chiese loro perché scappavano, perché non avevano pazientemente aspettato i "tempi della rivoluzione", per poco non l'hanno sbranata (erano trattenuti dal reticolato :-)). Perché questa gente semplice sa benissimo che il problema dei propri paesi, come ha detto uno di loro, non è tanto "Ben Ali" quanto "il sistema e anche la mentalità". In altre parole sanno bene che le cose non cambieranno e che non si possono permettere di aspettare: questa è l'occasione d'oro per tentare il grande balzo in avanti. Quando uno di loro disse "I paesi europei dovrebbero sopportare un po', e distribuirci sui vari stati" per poco non applaudivo. Aveva ragione: è impensabile che l'Italia da sola si faccia carico di questa fiumana di disperati, tutti i paesi europei devono pagare. Perché questi poveracci non sono l'avanguardia dell'invasione, come qualche mentecatto sostiene, ma il Conto della Democrazia. Non si può giubilare per la democrazia nei paesi arabi guardando Aljazeera English col popcorn in mano e poi, come fa qualcuno, scappare a gambe levate di fronte al primo maghrebino disperato che si aggira nei vicoli sotto casa invitandolo ad "andare a farsi amare un po' più in là". Abbiate pazienza, sopportate un po': i popoli arabi stanno pagando il salatissimo conto della Democrazia e continueranno a pagarlo caro e amaro tra crolli finanziari, fuga di investimenti, distruzione di infrastrutture, assenza di turismo e il rischio di svolte illiberali (non necessariamente di ispirazione religiosa, una svolta illiberale può essere anche laica o uno status quo peggiore di quello precedente). I paesi occidentali che tanto hanno fatto, a suon di bombe e campagne stampa, per giungere a questo brillante risultato devono contribuire anche loro, partecipare ai costi, sganciare i danè. Come diceva l'Imam salafita al Cairo, mentre invitava laici e copti a lasciare il paese (presto anche loro in Europa?): Non è questa la Democrazia che volevate? Eggià...Signori, la cena è servita e anche il salatissimo conto. Pagheremo caro, pagheremo tutto e - nel caso non sia chiaro - pagheremo tutti.

sabato 26 marzo 2011

Tahrir: la Vittoria benedetta dei Salafiti.

Lasciamo da parte, per un attimo, il caos libico e torniamo a ciò che rischia di diventare il caos egiziano. L'altro giorno vi ho riferito che un influente Imam salafita ha fatto una predica molto eloquente che ha conquistato le prime pagine di tutti i media egiziani e arabi, in cui ha invitato chi non era d'accordo con l'intromissione della religione nella vita pubblica ad andarsene altrove. Il riferimento a "coloro che hanno i visti per l'America e il Canada" e che quindi possono facilmente "cambiare paese" era specificatamente rivolto, come ben intepretato anche da Aljazeera, ai cittadini copti. E proprio l'altro giorno, un gruppo di Salafiti ha tagliato le orecchie di un copto a Qena, nell'Alto Egitto, in applicazione delle "pene coraniche" previste per gli atti di immoralità: un episodio che ha suscitato grande clamore sui quotidiani egiziani e la riprovazione di tutte le forze religiose e politiche in un momento che vede la distensione dei rapporti fra Chiesa Copta e Fratelli Musulmani. Ma chi sono i Salafiti? Sono i concorrenti intrasigenti dei Fratelli Musulmani, da loro definiti "fallimentari" (per un'analisi dettagliata, leggere questo editoriale de Le Monde Diplomatique). I Salafiti, per tutto il regno di Mubarak, si erano saggiamente definiti "apolitici" e tenuti lontano dai riflettori ma ora molti di loro sono usciti dalle prigioni e sono risaliti sui pulpiti benedetti da cui erano banditi e si apprestano a scendere democraticamente in campo. Infatti l'altro giorno un imponente gruppo di salafiti ha attaccato ad Alessandria, perché diretti verso una moschea locale, 5000 giovani manifestanti appartenenti al gruppo denominato "25 gennaio" - uno dei motori della rivoluzione di Piazza Tahrir - impartendo loro una lezione che non dimenticheranno presto. Su Al Masri Al Yaum, uno dei giornali di riferimento dell'opposizione laica, un giovane studente protesta: “Eravamo uniti fino a poco tempo fa ma adesso il movimento salafita sta imponendo il suo modo di pensare contro di noi”. Ebbene, se vi ricordate quello che scrissi mentre era ancora in corso la manifestazione di Piazza Tahrir, dissi chiaramente che era molto pericoloso presentare Piazza Tahrir come "una piazza unita". Non lo era, nonostante le apparenze, e non lo sarà mai più. Perché ora che l'obiettivo finale, la cacciata di Mubarak, è stato raggiunto, emergeranno in tutta la loro drammaticità tutte le divisioni che prima sembravano inesistenti, facendo entusiasmare qualche rivoluzionario col culo al caldo. Ricordatevi ciò che scrissi quando i manifestanti erano ancora in piazza: "in questo frangente, spesso e volentieri gli antidemocratici sembrano essere proprio i laici, anche se non se ne rendono conto: a più riprese giovani manifestanti hanno dichiarato che "non accetteremo di essere governati da una corrente islamista". E se a volerla fosse il Popolo? Leggo su La Stampa che un gruppo di manifestanti che intonava "L'islam è la soluzione" è stato accerchiato e costretto a scandire lo slogan "Musulmani e cristiani per l'Egitto". Non so voi, ma a me non sembra tanto democratico, tecnicamente parlando: obbligare la gente a gridare ciò che tranquillizza l'occidente e i laici egiziani non è democrazia e maschera quella che potrebbe essere la volontà del popolo. Se la vuoi davvero, la democrazia, devi essere diposto ad accettare anche ciò che non ti piace". Aveva quindi ragione l'Imam salafita, quando ha dichiarato a voce alta: "Tra noi e loro ci sono le urne. E le urne hanno detto che abbiamo vinto. Ora la gente della fede sa quanto vale e loro sanno quanto valgono". Infatti l'invito ad andarsene era chiaramente rivolto anche a tutti coloro che avevano votato "No" al referendum per le modifiche costituzionali e che quindi si erano schierati dalla parte della miscredenza. L'esito del referendum sulle modifiche costituzionali, un 77% di "Si" contro un 22% del "No" a favore del quale avevano combattutto proprio i giovani laici, è stato la pietra tombale sulle loro aspettative. Su un altro quotidiano egiziano, un giovane rivoluzionario, appartenente al gruppo 6 aprile, dà sfogo alla sua delusione, sentimento che invece io avevo correttamente anticipato quando erano ancora in piazza e le "esperte" Aljazeera-dipendenti tambureggiavano senza capirci niente. I laici dovevano organizzarsi meglio se volevano che il loro successo, la loro rivoluzione avesse successo anche nel dopo Mubarak perché loro non rappresentavano affatto la maggioranza degli egiziani. Ma quando la affermavo io, questa ovvietà, qualcuno diceva che provava "disgusto" per le mie posizioni. Ora andate a dirlo ai ragazzi di Tahrir che affermano testualmente che: "Purtroppo i cervelli di quelli che erano in fila per votare erano pieni di idee che non erano le loro, e l'aspetto più pericoloso era che erano idee pericolosissime. E' forse corretto votare "Si" perché sono musulmano e "No" perché sono cristiano? Purtroppo questo è stato il risultato deludente del referendum. La nostra felicità per l'affluenza alle urne è proporzionale alla nostra tristezza per coloro che hanno consegnato i propri cervelli ai predicatori delle moschee. Ciò che è successo conferma che l'Egitto ha bisogno di un dialogo continuo da cui la gente semplice possa imparare come esercitare la democrazia perché ciò che verrà potrebbe essere molto pericoloso". Eh no, caro mio giovanotto: non puoi ricomporre le uova a frittata fatta. L'Imam salafita aveva ragione da vendere: "Non è questa la democrazia che volevate?".

venerdì 25 marzo 2011

Da chi copiare, senza Aljazeera?

Dopo aver buttato benzina su un fuoco che ha fruttato al popolo libico (finora) ben sei giorni di "volenterosi" bombardamenti, Aljazeera ammette, seppur implicitamente e per "interposta persona" (traducendo cioè in arabo un editoriale del Washington Post), la verità nota a qualsiasi persona informata minimamente sui fatti: "Gheddafi continua a godere di un' autentica popolarità presso una fetta non indifferente del popolo libico". Nell'editoriale, comparso stamane sul sito dell'emittente qatariota, si legge: "Dopo sei giorni di bombardamenti, diventa evidente che Gheddafi può contare sulla lealtà di una parte molto consistente della popolazione in ampie zone territoriali fuori dal controllo degli insorti". E ancora: "Il governo libico ha garantito un livello elevato di benessere, e un pacchetto di generosi servizi sociali che spaziano dall'istruzione alla sanità. Persino gli oppositori di Gheddafi, attenti a non farsi sentire dagli informatori della sicurezza, ammettono che egli gode di percentuali autentiche di sostegno". E uno. Un mio lettore mi scrive confermando che la stessa impressione si ricava anche dall'esame approfondito del diario da Tripoli su Repubblica, che pur non è tenera (più che altro in chiave anti-berlusconiana) con il governo libico (il quale ovviamente cerca di tirare acqua al suo mulino con ogni mezzo possibile, messinscene incluse): "Non posso che restare ammirato dalla tua conoscenza della materia e, nel tentativo di sgrassare la mia limitata comprensione del caso libico dai condizionamenti della superficie dei nostri media, oggi ho esaminato con attenzione tutte le 'puntate' del "Diario da Tripoli" che Vincenzo Nigro tiene su Repubblica: Ho così scoperto cose interessanti: i bombardamenti sulle folle e la fossa comune sulla spiaggia, in effetti, sarebbero informazioni quanto meno non confermate diffuse da Al Jazeera e tuttavia almeno in apparenza prive di fondamento; in Tripolitania Gheddafi gode di un ampio sostegno popolare, per quanto le città di Misurata e Zawia siano in rivolta; quelli che i media occidentali chiamano 'scudi umani' sono in realtà cittadini libici certamente condizionati e mobilitati dal regime, ma che si radunano nei luoghi che potrebbero essere bersaglio dei bombardamenti occidentali con relativa convinzione personale". E due. Ma mentre le opinioni dei libici e degli arabi favorevoli al Fratello Colonnello (o che semplicemente lo considerano il male minore rispetto all'Occidente) si sprecano nei commenti del sito di Aljazeera, ciò che ha sorpreso e lasciato interdetti molti lettori del Manifesto è che le stesse opinioni vengono ribadite anche sul loro quotidiano di riferimento da firme di primo piano: Valentino Parlato ha confermato di non essere affatto "un sostenitore pentito" di Gheddafi, e ribadisce che in Libia "c’è una sorta di welfare petrolifero, nel senso che la manna dell’oro nero non si ferma alla famiglia dominante ma viene distribuita anche alla base sociale". Luciana Castellina lo descrive invece come "Il vecchio leone ancora spavaldo". E tre. Ieri, se vi ricordate, ho anche riportato l'analisi di George Friedman, influente esperto di intelligence che ribadiva le stesse identiche cose. E quattro. E dire che queste sono cose note a questo blog da anni. Lo dissi già nel 2009, in occasione della sua prima visita ufficiale in Italia (come passa veloce il tempo, neh), che il simpatico provocatore Ghedaffi godeva di un sostegno non indifferente nel suo paese. Affermazione che ho ribadito immediatamente alle prime avvisaglie di agitazione in terra libica, mentre alcuni dilettanti allo sbaraglio affermavano che le mie posizioni su Gheddafi erano "insostenibili" e che mi mancassero nientepopodimeno che "gli strumenti culturali" per analizzare la situazione nel mondo arabo. Mi chiedo cosa faranno ora questi "corrispondenti" specializzati nel seguire gli eventi dagli schermi della rete del Qatar che neanche un mese fa si stracciavano le vesti dicendo che quella libica era "una sollevazione popolare", che definirla guerra civile "era improprio" perché ci sono le testimonianze di quelli che "parlano con Aljazeera". Ora che anche l'ipocrita rete del Qatar, unica fonte di ispirazione delle loro cosiddette analisi e articoli, lascia timidamente trapelare le stesse cose che dicevo io sin dal primissimo giorno possono crederci o si aspettano che anche Sarkozy gliele detti in conferenza stampa?

giovedì 24 marzo 2011

Un nuovo banner in Homepage

E' temporaneo: serve a rinfrescare la memoria.

Il lupo, il gatto, la Libia (e l'Egitto) (II)


Leggi la prima parte

Secondo quale scenario evolverà la situazione libica? I "volenterosi" saranno costretti a mandare le truppe sul terreno per farla finita con Gheddafi inaugurando l'ennesimo scenario somalo, iracheno o afghano, con tribù e fazioni che si fanno la guerra mentre attaccano anche "i liberatori"? Oppure - come lasciano intendere i tentennamenti italiani e arabi, le tensioni con la Francia, l'astensione della Germania, l'opposizione di Cina, Russia, Iran e America Latina - Gheddafi riuscirà a resistere e magari anche a sottomettere i ribelli? Anche se i media occidentali tendono a liquidarlo come un pazzo scatenato, il Fratello Colonnello è al potere da quando aveva 27 anni. Come giustamente sottolinea George Friedman, un influente esperto di intelligence, "Gheddafi non ha governato la Libia per 42 anni perché era un imbecille, e tanto meno perché non aveva sostegno. Era molto attento a ricompensare i suoi amici e a indebolire i suoi nemici. I suoi sostenitori sono molto motivati. Parte della narrazione attuale afferma che il tiranno sopravvive solo grazie alla forza e che la rivolta democratica lo avrebbe spodestato. La verità è che il tiranno in questo caso gode di molto sostegno, e che l'opposizione non è particolarmente democratica, organizzata e coesa". Un personaggio come Gheddafi verrebbe definito "un gatto dalle sette vite" e se questa volta gliene sarà concessa un'ulteriore, ci sarà da tremare per le sue creative ritorsioni (tanto per incominciare il figlio ha promesso che non accetteranno più immigrati arabi, egiziani, tunisini ecc. La Libia farà come il Qatar: porte aperte solo agli immigrati del sud-est asiatico). Se invece Gheddafi soccomberà, il futuro della Libia sarà tutt'altro che roseo. In entrambi i casi non lo sarà quello dell'Italia nel Mediterraneo: oltre al rischio ritorsioni, alla figura diplomaticamente barbina (che fine ha fatto il trattato italo-libico siglato neanche tre anni fa?), il Bel paese dovrà farsi carico delle decine se non centinaia di migliaia di disperati che inevitabilmente piomberanno sulle sue coste. Probabilmente cominceremo a vedere, in caso di sconfitta di Gheddafi se non prima, anche immigrati libici: una specie che non esisteva - checché si dica - grazie al welfare ghedaffiano. E in cambio? L'Italia otterrà probabilmente il ridimensionamento della propria fetta della torta energetica e di infrastrutture.

In ogni caso ciò che sta succedendo in Libia spiega benissimo perché non ho gioito eccessivamente per le rivoluzioni che si sono scatenate nei paesi arabi. Il rischio che un'agitazione prolungata in paesi geostrategicamente interessanti, politicamente immaturi e magari anche economicamente malmessi, si trasformasse in un invito a nozze con annesso lauto banchetto per ospiti voraci e sgraditi era ed è alquanto forte. Nel caso dell'Egitto si trattava e si tratta di un'ipotesi tutt'altro che remota, considerata la delicata posizione geografica del paese e la spinosa questione dei rapporti interreligiosi, che spesso ha visto lobby di espatriati agire a favore di un intervento esterno. Un rischio che rimane in piedi fin quando non rimane aperta la questione relativa al futuro del paese: come sottolinea ancora Friedman (ma l'avevo già scritto su questo blog): in Egitto, le telecamere si sono focalizzate sui manifestanti e non hanno affatto dedicato spazio alla stragrande maggioranza della popolazione che non si è ribellata. A differenza dell'Iran del 1979, i proprietari dei negozi e i lavoratori non hanno protestato in massa. Se essi sostenevano i dimostranti di Tahrir è tuttora oggetto di congetture. Forse si, ma i dimostranti erano comunque una minuscola frazione della società egiziana". Ebbene, come la pensa questa maggioranza? "Non è chiaro quale sarà l'esito finale", afferma Friedman, "l'Egitto potrebbe rimanere come è, diventare una democrazia liberale oppure una democrazia illiberale" (Friedman intende l'Iran, ndr). La cocente sconfitta del fronte laico dei "giovani di Tahrir" pesa non poco. Il movimento che ha spodestato Mubarak ora mostra i suoi limiti, e si dimostra (proprio perché minoritario e ininfluente, come sospettavo e avevo anticipato) incapace di orientare e influenzare l'opinione pubblica in questa fase di transizione. Al referendum per le modifiche costituzionali che si è svolto pochi giorni fa, ha stravinto il "Sì". Un esito a sostegno del quale si erano schierati il partito Nazional Democratico dell'ex-presidente e i Fratelli Musulmani, ossia i due storici antagonisti della scena politica egiziana, ma anche i Salafiti che sono passati dal buio delle celle ai pulpiti delle moschee. Pulpiti dai quali definiscono pubblicamente i giovani di Tahrir che tanto piacciono agli occidentali e ai rivoluzionari con il culo al caldo "atei e miscredenti". Il recente sermone di un influente Imam ha scatenato il panico sui quotidiani delle forze laiche, che pur esultavano - nonostante l'esito - per questo primo "referendum democratico" (che tra l'altro non aveva niente a che vedere con la religione o un presunto futuro orientamento teocratico del paese, ma che cosi è stato interpretato da molte forze di ispirazione religiosa): "Dio è grande. Abbiamo vinto. Era una battaglia fra la gente della fede e gli altri. Il popolo vuole la religione e l'ha detto nelle urne. Non è questa la loro democrazia, la democrazia che volevano? Ebbene, il popolo si è pronunciato. Dovete seguire i vostri Imam: se l'Imam vi dice di votare si, dovete votare si, anche se non vi piace. Perché l'Imam sa cosa è meglio per voi e per la fede. Adesso quelli del "No" sanno quanto valgono loro e quanto vale la religione e la sua gente. E a coloro che affermano che in questo modo la religione si insinuerà nella vita pubblica diciamo che cosi sarà. E chi non è soddisfatto può anche andarsene: non è vero che hanno i visti d'ingresso per gli Stati Uniti e il Canada? Non abbiate paura, amici miei: il paese è nostro". A favore del Si ha votato più del 70%. degli egiziani. Auguri democratici agli ottimisti laici.

mercoledì 23 marzo 2011

Il lupo, il gatto e la Libia (I)

In Libia è finita esattamente come anticipato su questo blog, e cioè con la vecchia e cara "guerra umanitaria" dettata dalla "necessità di proteggere i civili" (che - sia detto per inciso - hanno bombardieri, carri armati, cannoni e un sito internet registrato nel Surrey). Chi frequenta questo sito sa che sono contrario alle intromissioni occidentali nelle vicende interne arabe per diversi e validi motivi. Sono talmente contrario che qualche anno fa scrissi (e la cosa venne puntualmente strumentalizzata) che avrei preferito il figlio di Mubarak al potere che un'intromissione esterna in Egitto, da cui non si poteva attendere niente di buono (Iraq e Afghanistan docet). L' "Occidente" è infatti un lupo che perde il pelo ma non il vizio: sappiamo tutti che le sue intromissioni "à la carte" non sono affatto disinteressate e che spesso sono persino montate ad arte per giustificare la successiva spartizione della torta. Peccato che questi interventi si rivelino puntualmente controproducenti sia per chi li ha subiti che per chi li ha attuati, esclusa quella piccola élite di multinazionali specializzata nel ricostruire ciò che ha appena distrutto.

Come andrà a finire? Difficile dirlo, ma vale la pena ricordare il detto arabo che recita "Io e mio fratello contro mio cugino ed io e mio cugino contro l'estraneo": il rischio che i libici, magari assai tentati fino all'altro giorno di scannarsi tra di loro, reagiscano oggi all'intromissione straniera stringendosi intorno al Fratello Colonnello piuttosto che intorno alle tribù a lui avverse e ai loro alleati "crociati", come definiti da Gheddafi (e da Putin), è tutt'altro che remoto. Soprattutto se consideriamo che l'unico risultato finora raggiunto dai suoi democratici oppositori è quello di essere riusciti a far bombardare le città libiche prima dall'esercito libico quindi dalla coalizione dei "volenterosi" a cui hanno dovuto ricorrere (segno che non avevano abbastanza sostegno per resistere nelle proprie posizioni, figuriamoci avanzare). Niente male, per un paese che fino a qualche settimana fa vantava uno dei redditi procapite più alti dell'area e che proprio recentemente era riuscito ad ottenere dall'Italia lauti risarcimenti per la parentesi coloniale (il centenario della quale ricorre proprio quest'anno).

Di certo, nessuno altro governante arabo sembra autenticamente convinto che sia "cosa buona e giusta" permettere che un altro collega, seppur fastidioso e insopportabile, lasci le penne o la poltrona sotto il ricatto delle bombe occidentali: anzi, qualcuno di loro comincia a rivalutare Gheddafi come modello per reprimere le rivolte in corso nei propri paesi, piuttosto che seguire l'esempio di Ben Ali e Mubarak. E nessuno di essi sembra entusiasta (giustamente, direi) per l'accensione di un altro focolaio di destabilizzazione nella regione, con migliaia di espatriati che tornano nei paesi di origine praticamente in mutande. Nessuno, ad eccezione del Qatar che sguinzaglia Aljazeera nella speranza di prosperare sulle disgrazie altrui: non a caso è stato l'unico paese arabo a mettersi a disposizione della coalizione per sostenere la rivolta e, contemporaneamente, a mettersi a disposizione del Bahrein per schiacciare la rivolta (mah..). Ma guai a dubitare dell'imparzialità della famosa rete satellitare araba di questi tempi: il nuovo Nasser parabolico, esattamente come quel sistema di schedatura planetario che risponde al nome di Facebook, ha onnubilato le menti arabe e quelle dei progressisti occidentali, veri e propri rivoluzionari col culo al caldo che applaudono oggi ciò per cui si sarebbero stracciati le vesti appena ieri. Leggi la seconda puntata

martedì 22 marzo 2011

L'Italia tradisce sempre

di Marco Travaglio

(...) Ci siamo dimenticati che in realtà quest’anno cade un’altra ricorrenza, il centenario della spedizione italiana in Libia, 1911, il Governo Giolitti. A 100 anni dalla spedizione italiana in Libia ci riaffacciamo in armi sulla Libia, si dirà: è una cosa diversa, certo che è una cosa diversa, quella era una spedizione coloniale, arrivava tra l’altro ben oltre il secolo dell’apoteosi del colonialismo, dell’800, eravamo già un po’ fuori tempo, anche se poi gli anni 30 ci affacciamo anche nel corno d’Africa e fummo impegnati ancora in Libia, quindi il fatto che gli italiani tornino in armi in Libia, non è la stessa cosa dei francesi che vanno in armi in Libia, degli inglesi che vanno in armi in Libia, degli americani che vanno in armi in Libia o dei tedeschi che non vanno in armi in Libia, il ritorno degli italiani è ovvio che espone l’Italia non soltanto perché l’Italia è il paese più vicino alla Libia, ma anche perché l’Italia diventa in qualche modo recidiva, e certi ricordi a soli 100 anni si mantengono, in Libia ci sono ancora vivi figli e nipoti di quelli che hanno visto la prima missione armata italiana in Libia. (...) Immettetevi adesso nei panni di Gheddafi che si vede bombardare da noi, vede i nostri caccia sulla sua testa che cercano di fargli la pelle nell’ambito della coalizione alla quale ci siamo aggregati all’ultimo momento, facendo finta di stare ovviamente da una parte e dall’altra, armiamoci e partite questo è stato il tentativo di Berlusconi all’inizio, noi siamo sempre così, provate a ricordarvi quando Mussolini è entrato in guerra, è entrato in guerra quando ormai pensava che la guerra fosse finita, infatti noi andammo a dare la pugnalata alla schiena alla Francia, quando il lavoro sporco l’avevano già fatto i tedeschi! Poi noi finiamo le guerre sempre dalla parte opposta rispetto a quella dove le avevamo cominciate le guerre, questa volta siamo addirittura migliorati, perché noi stiamo facendo una guerra a un regime con il quale abbiamo un trattato di amicizia, di alleanza e di mutua assistenza anche militare che non è mai stato disdettato. E non è un trattato che risale all’800 , è un trattato che risale a 3 anni fa che è stato ratificato dal Parlamento due anni fa, si intitola “Trattato di amicizia partnerariato e cooperazione", l’hanno firmato il 30 agosto del 2008 Silvio Berlusconi e Gheddafi” dove? A Bengasi.

Dal trattato firmato nel 2008, ndr

Art. 2 “Le parti rispettano reciprocamente la loro uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti a essa inerenti, compreso in particolare il diritto alla libertà e all’indipendenza politica, esse rispettano altresì il diritto di ciascuna delle parti di scegliere, sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale”

Art. 4 “le parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta degli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra parte, tenendosi allo spirito del buon vicinato (...) Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l’Italia non userà né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualunque atto ostile contro l’Italia”

lunedì 21 marzo 2011

Aljazeera sarà anche imparziale (2)...

ma il suo comittente evidentemente no: sembra che il Qatar abbia concesso un carta di soggiorno permanente al genero di Ben Ali. Lo stesso avrebbe trasferito ingenti quantità di denaro alle banche del piccolo emirato nel corso della "rivoluzione del Gelsomino".

Aljazeera sarà anche imparziale...

ma il suo committente evidentemente no: mentre la Lega Araba critica i raid "il Qatar ha deciso di unirsi alla missione, unico Stato arabo ad aver preso finora posizione - con la disponibilità di quattro o sei aerei - sul teatro di guerra".

domenica 20 marzo 2011

Voltafaccia all'Italiana

di Piergiorgio Odifreddi, La Repubblica

E’ significativo e appropriato che, nel momento delle celebrazioni dell’Unità d’Italia, gli italiani, o almeno i rappresentanti istituzionali da loro liberamente eletti, soffino sulle candeline della torta confermando una delle nostre doti più caratteristiche: la capacità di fare i peggiori voltafaccia a cuor sereno, adducendo le motivazioni più false. Il più vergognoso di questi voltafaccia è forse quello nei confronti di Gheddafi e della Libia. Un anno fa abbiamo dovuto assistere all’accoglienza da terzo mondo riservata al colonnello, col quale Berlusconi aveva addirittura firmato un trattato d’amicizia fra i popoli libico e italico. Durante lo scoppio della crisi, silenzio. E ora siamo pronti non solo ad assistere silenti all’invasione del paese, ma a parteciparvi attivamente, fornendo basi e truppe. Forse che Gheddafi è diverso oggi, da com’era un anno fa? Ovviamente no. Il voltafaccia ha motivazioni molto terra terra, benchè il ministro della Difesa abbia coraggiosamente assicurato che nelle operazioni i nostri non metteranno piede sull’ex paese amico. Queste motivazioni sono che gli Stati Uniti e la Francia hanno deciso di intervenire, e c’è il rischio che ci sostituiscano nello sfruttamento commerciale del paese. Naturalmente, le motivazioni di Obama e Sarkozy non sono molto più elevate. In fondo, presiedono entrambi paesi che sono ancora letteralmente coloniali: nel senso di possedere letterali colonie, che vanno da Puerto Rico alla Nuova Caledonia. E si tratta di paesi che hanno sempre avuto interessi in generale nel Nord Africa, e in particolare in Libia: ad esempio, il primo intervento armato che gli Stati Uniti effettuarono al di fuori del continente americano fu appunto un bombardamento su Tripoli, nel … 1804! (...) Naturalmente, non possiamo dimenticare che è proprio grazie a questa nostra dote naturale che siamo risultati i veri vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Gli unici, cioè, che sono sempre stati dalla parte dei vincitori, per tutto il conflitto: prima con l’asse, e poi con gli alleati. All’epoca si diceva che eravamo il doppio di quanti sembravamo, cioè 90 milioni: 45 milioni di fascisti prima della guerra, e 45 milioni di antifascisti dopo. (...)

domenica 13 marzo 2011

Scaletta di priorità: bastonare gli altri.

Giovedì il comando ha trasmesso ai vigili delle nove zone (di Milano, ndr) la scaletta delle priorità fino alle elezioni comunali: multare i venditori di fiori (stranieri, non votano), lotta agli abusivi nei mercati (per lo più senegalesi), pattugliamento a 10 chilometri all’ora per garantire l’effetto sicurezza. Le nuove 'indicazioni operative' sono state accolte dai vigili più anziani con una risata. «Succede prima di ogni elezione, ma questa volta ci sono andati giù pesante dice un ghisa di lungo corso, da una vita in zona 5 quando si avvicinano le urne si smette di fare multe a chi poi voterà, e si bastonano gli altri. Un tempo c’era la regola della targa: fare i verbali ai genovesi e ai bolognesi, tanto il sindaco lo eleggono a casa loro. Adesso ce la si prende con chi dà fastidio». (Repubblica)

sabato 12 marzo 2011

Negro torna al tuo paese, puzzi.

Sabato scorso l'operaio, che sta studiando per laurearsi, finito il turno è rientrato nello spogliatoio per cambiarsi sporcando il pavimento con le scarpe dopo aver lavorato a un macchinario che perdeva olio. Da qui la violenta reazione dell'addetto alle pulizie, un italiano di 50 anni. "Mi ha detto negro, torna al tuo paese, puzzi come tutti quelli della tua razza", racconta il giovane. Il lunedì successivo, in pausa pranzo, il 50enne lo ha atteso con altre quattro persone, tra cui il figlio, all'uscita della ditta. È stato preso a calci e pugni anche quando era a terra ed è stato minacciato di morte se avesse denunciato l'accaduto. (Repubblica)

venerdì 11 marzo 2011

Il Governo chiede più immigrati!

"Nel periodo 2011-2015 il fabbisogno medio annuo dovrebbe essere pari a circa 100mila, mentre nel periodo 2016-2020 dovrebbe portarsi a 260mila". Tradotto: nei prossimi dieci anni avremo bisogno di "importare" un milione e 800mila lavoratori. A metterlo nero su bianco non è un sindacato, né un'associazione di categoria. Bensì il ministero del Lavoro, diretto da Maurizio Sacconi. (Repubblica)

giovedì 10 marzo 2011

Caso Egitto o Caos Egitto?

Il "Caso Egitto" che sui media italiani ha ispirato vibranti editoriali e appassionate dirette rischia di trasformarsi in un "Caos Egitto"? Allo stato attuale sembrerebbe proprio di si. Se da un lato il recente assalto alle sedi della Sicurezza di Stato ha pubblicamente mostrato strutture e metodi (celle, strumenti di tortura, attività di dossieraggio) la cui esistenza era nota agli egiziani da anni (bastava leggere "Palazzo Yacoubian" o vedere l'omonimo film), dall'altro ha dato il colpo di grazia all'autorevolezza del corpo della polizia in senso più lato. E in un paese dove per decenni molti problemi venivano risolti in vie "extragiudiziarie" (e cioè con la forza bruta, con il ricorso ai baltagheya - veri e propri "mercenari" - anche da parte dei privati) a causa della lentezza della giustizia e in cui i metodi poco ortodossi usati da alcuni ufficiali erano purtroppo un deterrente tristemente noto, la deligittimazione ad oltranza ed in blocco delle forze dell'ordine si è immediatamente fatta sentire. Oggi, in Egitto, il caos supera di gran lunga quello che imperava nei primi giorni della rivoluzione perché i criminali non rispettano più la divisa: scontri confessionali con decine di vittime e distruzione di chiese, energumeni armati che si impossessano con la forza di appartamenti inabitati certi che nessuno potrà farli sloggiare, altri che assaltano i magazzini delle antichità in giro per il paese svuotandone l'intero contenuto su autocarri, tassisti che rapinano i propri passeggeri, categorie professionali che tentano di linciare i propri superiori con l'accusa di essere "Mubarakiani" (un'accusa che spesso nasconde piccole meschinità personali, e da queste parti ne sappiamo qualcosa). I criminali scorazzano per il paese e se ne vantano, tanto da spingere il governo appena insediato a prospettare la pena capitale per chi causa la morte in seguito ad un tentativo di furto o di aggressione. Wael Ghonim - il dirigente Google diventato uno dei volti più noti dei "ragazzi di Tahrir" - moltiplica post e video sugli abusi del vecchio regime intitolandoli "Non chiedo scusa Presidente" come reazione chiaramente allarmata all'aumento esponenziale delle adesioni ai gruppi facebook pro-Mubarak come "Chiedo scusa, Presidente" oppure "Ammiratori del Presidente Mubarak" (uno di questi è schizzato da 500 a circa 77000 aderenti circa in pochissimi giorni). Ghonim si appella agli iscritti del suo profilo Facebook: "Non dobbiamo accusare chiunque sia contro la rivoluzione di essere un fedele del vecchio regime. Molti lo sono perché stanchi della mancanza di sicurezza nel paese". Un caos che i complottisti attribuiscono alle stesse forze dell'ordine (in vendita per pochi spiccioli sui marciapiedi del Cairo ci sono molti documenti scottanti sotratti alle sedi della Sicurezza di Stato ma il rischio che molti di questi siano falsi e/o creati ad hoc per creare confusione e regolare conti sospesi è assai elevato) mentre molti altri lo attribuiscono, tout court, alla stessa rivoluzione: un rischio che avevo ampiamente presagito e che tutto annuncia fuorché un clima serenamente democratico. Ghonim aggiunge: "la maggioranza silenziosa è con noi oggi ma potrebbe essere contro di noi domani se la sicurezza non torna alle strade e se l'economia non riparte". Un'osservazione che riassume ciò che il sottoscritto ribadisce da settimane, ormai. Mi viene in mente un editoriale di Bilal Fadl, intellettuale dell'opposizione che scrisse alcuni anni fa: "Invitai il mio amico - quello che mi chiedeva quando saremmo diventati un paese democratico - nell'androne di un lussuoso palazzo e gli indicai una lista di nomi attaccata alla porta dell'ascensore. "Quelli", dissi, "Sono i locatari milionari che si rifiutano di pagare le spese condominiali, col risultato che le parti comuni sono ridotte allo stato disastroso che è sotto i tuoi occhi. E se questo accade in un palazzo dove un appartamento costa milioni, ti lascio immaginare cosa succede in tutti gli altri. Quando noi egiziani riusciremo a metterci d'accordo su come gestire un condominio, forse riusciremo a gestire anche un paese democratico".

giovedì 3 marzo 2011

E mentre siamo distratti dalle rivolte in MO...

Magdi Allam si converte alla Moratti e lancia l'idea di un assessorato all'integrazione.

di Elisabetta Grandi, Lettera 43.

La competizione elettorale per le amministrative di maggio a Milano comincia ad animarsi e sul piatto dei candidati si dispongono le formazioni alleate. Il sindaco uscente Moratti, mette a segno l’appoggio di un alleato di peso come Magdi Cristiano Allam, che ha annunciato il proprio sostegno, chiedendo per sé, in caso di vittoria, l’assessorato all’integrazione. Un’offerta quanto mai opportuna. Chi non vorrebbe vedere su una poltrona così delicata un ex musulmano convertito al cattolicesimo, che sostiene che «la radice del male è insita nell’Islam, fisiologicamente violento e storicamente conflittuale»? Sarebbe un po’ come mettere un petroliere all’assessorato all’ambiente. Il pisello nel suo baccello. L’ex giornalista egiziano, che dal 2008 ha deciso di dedicare tutto se stesso all’attività politica, si è distinto fino a oggi soprattutto per due peculiarità: primo, è il parlamentare europeo (eletto nelle liste dell’Udc) con il più alto tasso di assentesimo tra i colleghi italiani e al 727º posto su 733 nella classifica complessiva delle presenze di tutti gli europarlamentari (fonte VoteWatch). La seconda caratteristica che lo distingue è il suo inesauribile amore (cristiano, probabilmente) che lo porta a creare liste elettorali in batteria, dove il partito «Io amo l’Italia» viene declinato in chiave locale. Dopo «Io amo la Lucania» nel 2010, oggi sono pronte le liste «Io amo Bologna» e «Io amo Milano» (ma anche Varese e Busto Arsizio). Lui, Magdi, le ama tutte, proprio come il suo mentore Silvio Berlusconi, che lo ha recentemente ricevuto a Palazzo Grazioli per concordare i termini dell’alleanza col Pdl, prefigurando un futuro impegno di Allam nel governo nazionale. Nel comunicato che annuncia i contenuti del colloquio, è scritto che «Berlusconi ha espresso apprezzamento per “Io amo l’Italia”, quale depositario di una cultura politica fondata sulla fede nei valori non negoziabili, su diritti e doveri che garantiscono e vincolano tutti indistintamente, sulle radici giudaico-cristiane della civiltà laica e liberale dell’Europa». A sua volta, Allam «ha espresso solidarietà a Berlusconi nell’attacco che sta subendo da parte di un ampio fronte trasversale che comprende politici del Centro e della Sinistra, poteri forti finanziari ed economici, la magistratura ideologizzata, mezzi di comunicazione di massa che speculano sullo scandalismo, parte della Chiesa cattolica relativista, buonista, multiculturalista e islamicamente corretta». Un incontro tra due buoni cristiani, insomma, non “fisiologicamente conflittuali”, com’è invece l’Islam. Speriamo che Magdi preferisca all’assessorato milanese un incarico di governo. Come ministro degli Esteri, of course.

martedì 1 marzo 2011

Rivoluzione sì, ma a casa loro.

Non ci voleva molto per capire che "solidarizzare" e "empatizzare" con le rivoluzioni arabe a suon di "facebook" e "tweet" fosse qualcosa di puramente virtuale e fittizio, implicitamente vincolato dal famigerato corollario "purché se ne stiano a casa loro" (e non vengano a spaventarci nei vicoli sotto casa). Mentre i Soloni applaudivano l'inizio della guerra civile in Libia, una "rivoluzione" che probabilmente spianerà la strada per un'occupazione straniera stile Iraq, migliaia di egiziani e di tunisini fuggivano dopo essere stati spogliati dei loro averi. Gli ottimisti ci assicurano che la Democrazia risolverà anche i problemi di questi poveracci: niente corruzione, niente ruberie, addirittura strade più pulite. Diversi decenni di limiti strutturali e culturali che non hanno niente a che vedere con le cricche al potere non conteranno più, cosi come non conta più niente la realpolitik, i precedenti storici e alcuni segnali premonitori già in corso: si risolverà tutto, basta che se ne stiano a casa loro. Un consiglio che i poveri però non ascoltano perché spesso sono più intelligenti di chi applaude eventi di cui non capisce la portata non dico politica, ma almeno economica. Ora i limiti dell'entusiasmo "facebookista" si manifestano in tutta la loro crudezza: nelle ultime settimane la procura di Agrigento ha iscritto nel registro degli indagati oltre seimila persone per immigrazione clandestina. Si tratta di tutti gli immigrati, per lo più tunisini, approdati a Lampedusa per fuggire alla crisi che sta attraversando tutto il nord Africa. E in molti bar di questa isoletta, cappuccini e caffè sono serviti in bicchieri di carta «perchè i clienti lampedusani si rifiutano di bere nelle tazzine dove hanno bevuto loro». I paesi europei dicono che non ne vogliono sapere, degli immigrati che sbarcano in Italia. Non vedo i rivoluzionari con il culo al caldo stracciarsi le vesti per questi poveracci, probabilmente li ritengono indegni della loro pelosa solidarietà. Eggià: perché non sono rimasti a casa loro a fare la rivoluzione? Era così bello guardarli su Aljazeera english con il popcorn in mano.