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venerdì 29 aprile 2011

Le Rivolte arabe e la Coscienza Critica

Sono trattenuto da alcuni impegni quindi non riesco a concludere a breve la serie su Aljazeera. Ci tenevo pero' a ringraziare un paio di persone che hanno scritto qualcosa a proposito di questo blog negli ultimi giorni: la prima è Elisa Ferrero, osservatrice acuta e autrice di un interessantissimo blog dall' e sull' Egitto - ospitato dal sito di Paralleli, l' Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest - che mi ha scritto: "Pur essendo, come sai, più ottimista di te sull'Egitto e non concordando con te su diversi punti, trovo le tue osservazioni estremamente utili e giuste, anzi sono un punto di vista assolutamente necessario per bilanciare l'entusiasmo cieco che colpisce alcuni. Un'ottima coscienza critica, insomma! Per questo ti ringrazio e mi dispiace molto che tu riceva insulti e aggressioni per le opinioni che esprimi del tutto legittimamente e civilmente. Davvero non capisco questi attacchi che denunci. Si dovrebbe ribattere con argomenti, come personalmente cerco sempre di fare persino con chi interloquisce aggressivamente solo attraverso stereotipi (in questo caso con un po' di fatica, lo ammetto), ma non si dovrebbero mai liquidare le posizioni altrui sminuendo la persona con insulti o accuse varie. E - tra parentesi - questo è uno dei punti su cui si insisteva molto in piazza Tahrir, ma è già stato dimenticato. Comunque, per parte mia, ancora grazie e buon lavoro". La seconda persona che vorrei invece ringraziare è Miguel Martinez, che gia' conosciamo e che dedica un post alle rivolte in Medio Oriente, dove scrive: "Uno dei blog che seguo con più interesse è Salamelik di Sherif el-Sebaie, un giovane egiziano che abita a Torino. Il blog è una fonte importante per capire le grandi questioni delle migrazioni dei nostri tempi, e anche per cogliere certi aspetti del Medio Oriente. A giorni alterni, mi trovo molto d’accordo e molto in disaccordo con quanto Sherif scrive – comunque i suoi articoli non lasciano mai indifferenti. Quella di Sherif è una delle poche voci critiche sull’entusiasmo con cui un certo Occidente accoglie le grandi (e diversissime) intifada in corso nel mondo arabo. Semplificando, direi che il nostro dissenso fondamentale consiste in questo. Lui nota che per ora le intifada stanno soltanto aggravando le condizioni di una parte del mondo che è già messa assai male; io penso che solo se le intifada si pongono una prospettiva più grande, potranno liberare il mondo arabo proprio dallo stato di sudditanza che lo ha ridotto così male. (...) Però io non sono arabo, e Sherif lo è. E quindi è difficile dargli torto, quando lui critica chi vorrebbe giocare a fare la rivoluzione “con il culo al caldo”, a spese dei suoi parenti, amici e connazionali. Il grande merito di Sherif consiste nel fare una diagnosi di ciò che avviene nei paesi arabi, e in particolare in Egitto, che va oltre i sintomi esteriori. Certo che il Medio Oriente è pieno di dittatori; ma è pieno di dittatori, perché ci sono problemi giganteschi, che i dittatori cercano di tenere sotto controllo, ma che non hanno creato. Dove sono d’accordo con Sherif, e dove mi separo decisamente dagli entusiasti occidentali, è che non trovo nulla di sacro nel fatto che le folle scendano in piazza. (...) “I profeti del Web 2.0 [...] hanno costruito il mito della democratizzazione sfruttando tre ingredienti ideologici: l’antiautoritarismo delle controculture degli anni Sessanta, il liberismo economico degli anni Ottanta e le infatuazioni tecnomistiche degli anni Novanta. (...) Molti di sinistra evitano di pensare le cose logicamente: non si vantano di trascurare le ricadute sociali o la storia, semplicemente fanno come se non ci fossero. E così, quando parlano di Medio Oriente, cadono con estrema facilità in una maniera esaltata e confusionaria di guardare le cose”.

mercoledì 27 aprile 2011

Aljazeera, tra professionalità e parzialità (II)

Leggi la prima parte

L'elenco degli errori commessi da Aljazeera nella copertura degli eventi in Libia dovrebbe destare non solo stupore ma anche qualche sospetto: la rete ha spacciato immagini di repertorio dei loculi di un cimitero libico per fosse comuni, ha attribuito a un inesistente membro libico della Corte penale internazionale la valutazione (subito ripresa da tutti) di diecimila morti e cinquantamila feriti, si è inventata un bombardamento inesistente della folla da parte di Mig ed elicotteri che è all’origine della decisione occidentale di intervenire in Libia, ha riferito della conquista da parte dei ribelli di una base aerea che era invece saldamente nelle mani di Gheddafi, ha dato credito alla voce di una fuga del Colonnello in Venezuela. Un po' troppo per una rete che ambisce a fare concorrenza alle reti anglosassoni. E indovinate qual è l'unico paese arabo ad aver deciso di impegnarsi militarmente e economicamente a fianco dei ribelli libici? Già, il Qatar. Se a questo punto aggiungiamo il silenzio quasi totale della rete sulla repressione nel Bahrein e nello Yemen, solo un rimbambito col popcorn e una lattina di coca-cola in mano poteva rispondere alle accuse di parzialità da me sollevate invitandomi ad andare a discutere con i "cittadini normali" che mi "riderebbero dietro". Certo che lo farebbero: sono loro i telespettatori a cui Aljazeera si rivolge in maniera subdola e tendenziosa. Questo blog non è certo il New York Times, ma nei limiti del possibile il sottoscritto cerca di scrivere cose serie nella consapevolezza che la maggioranza silenziosa dei lettori sono addetti ai lavori e persone con un livello culturale di tutto rispetto. Ho quindi il dovere di analizzare criticamente le fonti, visto che - a differenza della signora Fulvia Maria De Feo - non scrivo di ceretta all'egiziana e di "quando lui è a letto con l’altra che, a sua volta, sa che lunedì-martedì-mercoledì è il letto di lei ad accoglierlo". Aljazeera la guardo come un media qualsiasi, non come l'Oracolo. E guardandola non potevo che chiedermi: cui prodest?

Riflettere criticamente sull'operato di Aljazeera permetterebbe in teoria agli addetti ai lavori di non far figuracce come quella fatta da Paola Caridi, una signora che scrive(va) articoli sulle rivolte in Egitto stando a Gerusalemme perché - parole sue - stava "scrivendo il suo terzo libro" ma che ha trovato il tempo di scrivermi che non avevo "altre armi intellettuali per combattere opinioni diverse dalle sue". E dire che fino a non molto tempo fa ne apprezzavo persino gli articoli. Ebbene: la signora Caridi ha frettolosamente sostenuto sul suo blog - proprio sulla base di quanto hanno affermato "i medici che parlano con Al Jazeera e i messaggi rimbalzati dagli esuli libici" - che era "improprio" chiamare ciò che succedeva in Libia "guerra civile" poiché si tratterebbe nientepopodimeno che di una "sollevazione popolare". Una definizione che le farebbe - quella si - ridere dietro chiunque, visto che è stata clamorosamente smentita dall'evoluzione dei fatti (La Libia è praticamente divisa in due) e dalle analisi degli esperti e di quotidiani autorevoli come il Washington Post (che confermano un sostegno non indifferente a Gheddafi a Tripoli e dintorni, in contrapposizione con Bengasi e dintorni). In effetti bisogna sempre tenere in mente che Aljazeera, anche se fa comodo per sfornare articoli sulle rivoluzioni arabe da un'opportuna distanza, non è un osservatore superpartes ma una parte direttamente in causa. E che un giornalista che ambisce a godere di una certa credibilità, come Ben Jeddo, si astiene dal fare il tifo per una delle parti impegnate nello scenario descritto ai propri lettori, altrimenti definirlo "fazioso" diventa un eufemismo. (Continua)

martedì 26 aprile 2011

Aljazeera, tra professionalità e parzialità (I)

Uno degli stratagemmi adottati per criticarmi pesantemente (o forse sarebbe meglio dire calunniarmi e insultarmi) durante i primi giorni di agitazione in Egitto è stato rinfacciarmi l'aver espresso serie riserve sull'operato della televisione qatariota Aljazeera, diventata nei giorni caldi della cosiddetta "Primavera araba" l'unica fonte di informazione per una schiera di giornalisti occidentali "col culo al caldo". Osservatori e bloggers che si sono trovati di punto in bianco nella scomoda posizione di dover fornire informazioni attendibili su un'area a loro evidentemente non molto famigliare. Purtroppo, nella concitazione degli eventi, non ho potuto approfondire l'argomento nel modo appropriato. Mi sono limitato solo a specificare, fra le altre cose, che "Non mi meraviglia che si sia schierata, Aljazeera: si sa benissimo che tra egiziani e gente del golfo non corre buon sangue: i primi considerano i secondi rozzi beduini e gli altri considerano gli egiziani degli altezzosi". A questa osservazione, tal Fulvia Maria De Feo - diventata autorevole esperta di cose egiziane ma che, in virtù dell'esperienza pregressa, avrebbe fatto meglio a continuare ad occuparsi di cose turche, di "amore ai tempi dell'Islam", ceretta e affini - mi rispose "Su Aljazeera in arabo, vanne a discutere con le centinaia di blogger e cittadini normali che stanno affollando tutti i social network del globo e che, stranamente, ti riderebbero dietro", liquidando il riferimento ai sentimenti di antipatia che corrono fra egiziani e abitanti della penisola arabica come "nonsense". Ebbene, il "nonsense" in questione è l'osservazione fatta nel saggio "I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo" da Parag Khanna, definito dal New York Times Book Review "ragazzo prodigio della politica internazionale". Anzi, tengo a precisare che Khanna ha scritto che gli egiziani sono addirittura considerati da quelle parti "infidi accattoni". Purtroppo posso confermare che quest'osservazione è tutto fuorché "nonsense", termine che quindi viene gentilmente rispedito alla mittente e al suo blog che oscilla tra il gossip e lo stalking virtuale nei confronti di diversi malcapitati. Ma il tempo è galantuomo e ha dimostrato che avevo ragione su ogni singola cosa scritta - e a suo tempo ridicolizzata - su questo blog: i danni al patrimonio faraonico, il rischio della deriva estremista, i pericolosi limiti strutturali dell'economia egiziana. Ora dimostra che avevo ragione da vendere anche su Aljazeera.

"Al Jazeera ha abbandonato un ideale di obiettività e professionalità, scadendo in un giornalismo da bassi fondi che ha trasformato il canale da risorsa mediatica a sala operativa per l'incitamento e la mobilitazione". Non lo dice un dittatore arabo o il sottoscritto, accusato dalla signora nientepopodimeno che di "cercare di compiacere chissà quale funzionario del Consolato", ma Ghassan Ben Jeddo, uno dei volti più autorevoli della rete satellitare in lingua araba e capo dell'ufficio di Al Jazeera a Beirut, per spiegare le dimissioni presentate l'altro giorno. Ormai tutti gli esperti di media degni di questo nome concordano sulla faziosità manifesta della rete del Qatar, che io avevo denunciato sin dai primissimi giorni della rivolta in Egitto. Probabilmente ha influito non poco il fatto che ho avuto la fortuna di seguire un workshop sulla gestione dei media, con simulazioni di interviste in studio condotte da un'esperta statunitense, che mi hanno consentito di rendermi conto di come anche il dettaglio più insignificante possa avere un impatto micidiale sul telespettatore. Sulla rivista di geopolitica Limes, Mirko Colleoni analizza molti di questi aspetti cosi come sono andati in onda su Aljazeera, facendo notare come la rete abbia adottato una linea editoriale che di certo non si può definire imparziale: "promo brevi, poco più di trenta secondi, mandati in onda ripetutamente nell'arco della giornata, estremamente diretti, connotati tanto emotivamente quanto politicamente", colonne sonore con "musica dal ritmo incalzante e dai toni epici", sermoni dei predicatori islamici "carichi di pathos". Ora tutto questo sarebbe stato anche legittimo (ma di certo non imparziale) se non fosse che, ad un certo punto, Aljazeera ha assunto anche la brutta abitudine di diffondere informazioni false e tendenziose che descrivono un quadro dei fatti favorevole alla causa dei rivoltosi che però spesso non corrisponde alla realtà, e questo è molto grave per la credibilità di un media. E se in Egitto tale atteggiamento era subdolo e sotto traccia, in Libia è diventato lampante (Leggi la seconda parte)

lunedì 25 aprile 2011

L'Egitto, al di sopra della mischia (II)

Leggi la prima parte

Sono arrabbiato, certo, perché percepisco segnali preoccupanti nel mio paese: è forse piacevole assistere a manifestazioni volte a destituire il governatore di una città perché è cristiano (parole testuali dei rappresentanti dei manifestanti) e che per tranquillizzare costoro si debba ricorrere ai buoni uffici di un personaggio come questo? Accusare i paesi vicini di finanziare le correnti estremiste è un atteggiamento miope e pericoloso: sarà anche vero che il serpente ha la testa all'estero ma il suo corpo è vivo e vegeto perché ha trovato un terreno fertile dentro il paese, anche nella stessa comunità copta. E allora come farà l'Egitto a "diventare meglio dell'Europa", come sostengono sull'onda dell'ottimismo i giovani egiziani di piazza Tahrir, con i limiti e i problemi di natura sociale, culturale e strutturale che ci portiamo appresso da almeno sessant'anni, aggravati dalla situazione attuale? So benissimo che le rivoluzioni hanno un costo, come recita il mantra dei rivottimisti, la domanda è: l'Egitto se lo può permettere? Ho qualche dubbio in merito, purtroppo. Limitiamoci ai dati economici: la banca di sviluppo africana parla di "un quadro economico già fortemente compromesso". Il PIL è crollato dal 5,3 al 3,7, sono calati gli investimenti esteri ed è scomparso il turismo. Oggi l'Egitto è costretto a chiedere aiuti per 10 miliardi di dollari perché ha dovuto spendere miliardi di ghinee per accontentare masse di incoscienti che hanno inteso la "rivoluzione" come uno sciopero salariale. Siamo arrivati a dover chiedere agli Stati Uniti di cancellare il debito per sentirsi dire "Spiacenti, siamo conciati male anche noi". Questioni superabili nel lungo periodo? Non credo proprio. Non è questione di ottimismo e di pessimismo, ma di realismo.

Ma per essere realisti bisogna guardare, come diceva Romain Rolland, al di sopra della mischia, vedere le cose come stanno e non come vorremmo che fossero. Per aver espresso questi dubbi già nei primissimi giorni di agitazione e per aver manifestato allarmismo circa il previdibile peggioramento della situazione economica (che di fatti avrebbe vanificato qualsiasi riforma politica nel lungo periodo), sono stato letteralmente linciato. Ma Jacopo Turri, che di certo controrivoluzionario non è, su Limes ha riassunto egregiamente il quadro, invitando a non lasciare l'Egitto solo se davvero vogliamo che ci sia un cambiamento sostanziale perché: "ad arricchire la miscela e a renderla esplosiva, c'è l'elemento più volatile e pericoloso di tutti: una massa di giovani che si è battuta per settimane per conquistare un futuro e che è ora convinta, con l'ingenuità e l'entusiasmo della giovinezza, che il trionfo della rivoluzione significhi la fine immediata di tutti i problemi. Invece i problemi dell'Egitto rimangono e sono purtroppo talmente gravi da risultare quasi insolubili. Il paese è innanzitutto afflitto da una demografia galoppante cui la religione vieta di porre rimedio. Non c'è alcun controllo delle nascite. Il numero degli egiziani cresce a un ritmo valutato fra un milione e duecentomila e un milione e cinquecentomila abitanti in più ogni anno. Sino ad ora l'emigrazione aveva funzionato come valvola di sfogo almeno parziale, ma tale possibilità sta progressivamente riducendosi, anche per le prevedibili restrizioni dei paesi verso cui sono diretti i migranti egiziani. Non è poi più possibile aumentare ulteriormente con costosi lavori di irrigazione la percentuale di territorio utilizzabile per l'agricoltura. Il programma di "land reclamation" sviluppato per decenni ha conseguito indubbi successi ma ha ormai raggiunto il proprio limite. Il risultato è che ogni anno l'Egitto è costretto a importare circa l'85% del proprio fabbisogno alimentare. Onere che in parte ricade sulle famiglie ma che per buona parte resta sulle spalle dello Stato, condannato dalla povertà generalizzata a sostenere ancora quel sistema di distribuzione gratuita o semigratuita dei beni indispensabili agli indigenti avviato quasi sessant'anni fa da Nasser. Fino a quando i prezzi mondiali dei generi alimentari restano stabili, l'Egitto riesce a reggere, sia pure al limite. Allorché invece i prezzi aumentano per motivi contingenti o strutturali, l'intero edificio inizia a scricchiolare pericolosamente. È successo nel 2008, allorché la fiammata dei prezzi agricoli mondiali si mangiò tutto il pur elevato tasso di crescita annuale del paese (8%). È un pericolo attuale. L'episodio tunisino che ha innescato l'effetto domino delle rivolte in Nordafrica e oltre ha origine da una rivolta del pane, motivata dal rincaro del 20% delle derrate alimentari.

L'Egitto ha solamente tre grandi risorse: idrocarburi, Canale di Suez e turismo. La prima è destinata progressivamente a esaurirsi e non richiede molta mano d'opera. La seconda necessita anch'essa di pochi operatori e inoltre i prezzi del transito non possono essere elevati oltre un certo livello, altrimenti si rischia che le grandi navi trovino più economico fare il giro dell'Africa.
Rimane il turismo, che è in crescita e ha un grande bisogno di mano d'opera. Ma l'Egitto non può aspirare a produrre novanta milioni di dragomanni. Quanto allo sviluppo industriale esso è iniziato da tempo, e con prospettive anche buone. Ma non riuscirà a produrre in tempi accettabili nuovi posti di lavoro in quantità adeguata alla domanda. Al gravissimo problema della disoccupazione si somma quello della sottoccupazione. Ai suoi tempi Nasser emanò, per incrementare il bassissimo livello medio di istruzione dei suoi concittadini, una legge secondo la quale un posto di impiegato statale veniva garantito a chiunque riuscisse a conseguire una laurea. La legge è rimasta in vigore per un numero di anni troppo lungo prima che Mubarak trovasse qualche anno fa il coraggio di abrogarla. Nel frattempo essa aveva dato vita a una burocrazia elefantiaca, farraginosa, malpagata e quindi facilmente corrompibile. Aveva creato altresì una classe media di piccoli impiegati dotati di un elevato titolo di studio e di un reddito ridottissimo, brodo di coltura intellettuale dello scontento. Per i giovani le prospettive sono dunque di disoccupazione o al massimo di sottoccupazione. Quadro piuttosto fosco, se non disperato, per il loro avvenire". Ma se provi ad esporre questi fatti e a non parlare per slogan come è di moda questi giorni, ti senti rispondere che non hai "altre armi intellettuali per combattere opinioni diverse". Che volete che vi dica? Come diceva Bertrand Russell: Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi". (Fine)

domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua

L’accesso alla basilica è possibile solo per i fedeli: ai nomadi infatti non è permesso entrare dai gendarmi. Molti dei fedeli comunque hanno lasciato la basilica in segno di protesta. Tra questi anche due famiglie che avrebbero dovuto battezzare i figli questa sera durante la veglia di Pasqua: «Se sono queste le condizioni per battezzare nostro figlio - hanno detto lasciando la chiesa - preferiamo cambiare chiesa».(Corriere)

sabato 23 aprile 2011

L'Egitto, al di sopra della mischia (I)

Si sarà senz'altro notata una certa rabbia se non addirittura, come ha scritto l'amico Lorenzo Declich, una certa "acredine" nei miei articoli di commento sulla situazione in Egitto. Sentimenti credo comprensibili per chi assiste a pericolosi sviluppi nel proprio paese di origine dopo essersi trovato, nel momento peggiore della crisi egiziana, bersagliato da un branco di pasionarie internettare, le quali - forti una vacanza prolungata in Egitto - avevano coperto il sottoscritto di contumelie e accuse al limite dell'alto tradimento e del disfattismo di sovietica memoria. E tutto questo solo perché avevo espresso legittima preoccupazione, quindi inviti alla mediazione e infine valutazioni critiche su ciò che stava accadendo nel mio paese. Ebbene, sono convinto che un cittadino responsabile debba stare molto attento all'atteggiamento da tenere nei momenti di agitazione parossistica che accompagnano le guerre o le rivoluzioni. Francesco Lamendola, su Arianna Editrice, ha scritto diversi saggi di cui consiglio la lettura su quello che viene spacciato per "disfattismo". Perché durante le rivoluzioni, esattamente come nel corso delle guerre, "Quei pochi intellettuali che tentano di fare uno sforzo di obiettività e di ricondurre il pubblico a un maggior senso di equilibrio e a un sincero sforzo verso la pace, vengono bollati come traditori; vengono insultati, calunniati, additati al pubblico disprezzo, linciati moralmente e, talvolta, processati come «disfattisti» (magari al soldo del nemico)".

Ora, in Egitto accade che man mano che va avanti il processo di riforma radicale (ho buoni motivi per non chiamarla rivoluzione), è diventato di moda rivendicare la propria presenza a piazza Tahrir e fare a gara a montare l'opinione pubblica nei confronti degli esponenti del vecchio regime. Personalmente sono convinto che alcuni di costoro andrebbero impiccati in piazza, ma il punto è che per giungere a questo - come chiede parte dell'opinione pubblica egiziana - dovrebbe essere garantito, persino a questi personaggi, un processo equo. La domanda che sorge spontanea è come garantire un processo equo ad un presidente deposto se la damnatio memoriae, una costante che ha accompagnato la storia dell'Egitto dai tempi dei Faraoni, ha già preceduto il decreto di colpevolezza? Sia chiaro che questa non è una difesa d'ufficio ma una discussione legittima sull'essenza stessa di una democrazia sana. Come garantire questo tipo di democrazia se qualcuno è arrivato al punto di accusare il vecchio regime, non solo dei casi lampanti di corruzione, ma persino di essere responsabile della decadenza dei palazzi e della sporcizia nelle strade come se anche l'applicazione di ogni regolamento condominiale e delle regole del vivere civile
- in una società che si ostina a non volerne sapere nonostante ampie campagne di alfabetizzazione e informazione - fosse di competenza diretta ed esclusiva del presidente della repubblica? Un commento che mi ha colpito su un blog italiano è quello dove l'autore parla "di come la rivoluzione mediterranea abbia cambiato perfino la mia percezione dei cibi esogeni, strano eh, ma adesso guardo al kebab delle pizzerie egiziane con meno diffidenza". Mi spiace ma io non dimentico che alcuni macellai del Cairo spruzzano insetticidi sulla carne esposta per allontanare le fastidiose mosche egiziane. E - vi sembrerà strano - non credo che il governo fosse responsabile anche di questo. Però di certo ritengo quest'ultimo responsabile di aver permesso l'importazione di pesticidi scaduti, spruzzati su migliaia di ettari di terreni agricoli.

E' la capacità di distinguere fra responsabilità istituzionali e limiti endogeni, quello che permette ad una rivoluzione vera di individuare i veri problemi, le loro vere cause e conseguire veri risultati. Sono quindi molto, molto arrabbiato perché l'opposizione in cui potrei identificarmi è caduta proprio in questo tranello: riassumere frettolosamente i problemi strutturali, sociali e culturali di un intero paese in una cricca ristretta che pur ha una parte rilevante di responsabilità morale e materiale nel degrado in cui è piombato l'Egitto. Ma come se ciò non bastasse, questa stessa opposizione non è riuscita e non riesce ancora ad organizzarsi, il che mi ricorda - pericolosamente - la sinistra italiana. In un momento di estrema sensibilità per il futuro del paese, vengo a sapere che le figure più mediatizzate della rivolta si stanno accappigliando a Washington su chi possa legittimamente affermare di essere l'amministratore della pagina facebook "Siamo tutti Khalid Said" (ma ci rendiamo conto? il paese va a rotoli e questi litigano sulla gestione di un profilo virtuale). Sono arrabbiato perché la pagina in questione, che conta più di un milione di iscritti, dopo aver generato la giusta indignazione per il caso del giovane Khalid, massacrato dopo un arresto arbitrario, ora sforna solo slogan ottimistici e privi di sostanza, in un pericoloso scollamento dalla realtà. E questo, in un paese percorso da correnti integraliste (A Qena, nell'alto Egitto, si sta pericolosamente sfiorando la guerra civile, con manifestazioni contro la nomina di un governatore perché è cristiano con la scusa che non sarebbe un "volto nuovo", alla faccia della strombazzata "unione di cristiani e musulmani contro il regime") e in cui ben 17 milioni di cittadini sono analfabeti e quindi facili da strumentalizzare (il numero più elevato del mondo arabo) è un rischio che non concede né margini temporali né tantomeno ottimismo e che soprattutto non va sottovalutato e liquidato come "colpi di coda del vecchio regime". (Leggi la seconda parte)

giovedì 21 aprile 2011

Delusi dalle rivolte: i nuovi rischi

di Karima Moual, Il Sole 24 Ore.

«Le rivoluzioni necessitano di una leadership riconosciuta e capace di prendere il testimone. Ma è sotto gli occhi di tutti che l’opposizione - giovani, laici, occidentalizzati, internettiani - dopo aver scatenato tutto questo non è riuscita a proporre figure e partiti in grado di proporsi come valida alternativa alla guida del paese».
Non sono le parole di un occidentale scettico, ma di un giovane blogger egiziano di 28 anni (ormai ne ho 30, ndr) che mette nero su bianco nel suo blog Salamelik, quello che è ancora difficile da accettare per coloro che hanno voluto cambiar pagina cacciando Mubarak. Umori analoghi serpeggiano in Tunisia, davanti alle migliaia di ragazzi che si imbarcano per Lampedusa, ma c’è più ottimismo. E questo per l’Italia è certamente un bene. A mente fredda, dunque, si iniziano a tirar le somme sulle rivolte del Nord Africa: come si fa a far una rivoluzione e poi emigrare? (l’ondata migratoria dei tunisini a Lampedusa). Come si fa a lottare per la libertà e la democrazia per poi mettersi nelle mani dei salafiti? (il referendum egiziano sul cambiamento della costituzione che ha messo ko con il 77% dei sì la voce degli intellettuali e della borghesia). E in Libia? Rivolta contro il dittatore o guerra tra fazioni, con tanto di bombardamenti Nato. Non è solo sulle coste del Sud Italia che rischiano di naufragare le speranze delle rivolte del Nord Africa. «Dopo le nostre rivolte e rivoluzioni, a quando l’agognata evoluzione? Non era quest’ultima che cercavamo?» Gli amari interrogativi compaiono tra i commenti di facebook su un gruppo di sostenitori della rivolta in Egitto. La voce della speranza sembra perdersi. Certo è troppo presto per dirlo. Si pensi alla madre delle rivoluzioni, quella francese: durò almeno 10 anni e ce ne vollero almeno altri 80 per dar vita a uno stato democratico. Ma c’è anche chi si domanda se siano state propriamente rivoluzioni quelle a cui si è assistito. Su Jadaliyya.com, dell’Arab Studies Institute, Asef Bayat in un’analisi sul caso della Tunisia e dell’Egitto conia un nuovo termine: REFO-lutions. Tradotto: Rifo-luzione. «Rivoluzioni che vogliono spingere per le riforme in e attraverso le istituzioni degli Stati in carica». Per lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun «Quello che è successo in Tunisia e in Egitto è una protesta morale ed etica. Non è una rivoluzione ideologica. Non c’è un leader, non c’è un capo, non c’è un partito che porti avanti la rivolta. Milioni di persone sono scese in piazza perché quando è troppo è troppo ! È una rivoluzione di tipo nuovo: spontanea e improvvisa». In Tunisia la delusione per le ondate migratorie e i primi disordini è forte. E tuttavia il paese sembra reggere meglio dell’Egitto. Un elemento che può rassicurare l’Italia su una evoluzione positiva nel medio periodo degli esodi dal paese. Su Nawat.org. vengono annunciate passo dopo passo riforme e proposte. Si è capito che ci vuole stabilità per ricominciare e in questa direzione si sta avanzando. L’Egitto è un caos e un’incognita. L’instabilità è la regola. Inghiottire il rospo, per la perdita di credibilità con il referendum costituzionale, è difficile per i rivoltosi ma è anche una forma di politica. A cercare infatti qua e là nei blog e nei social network degli attivisti, non si trova traccia di un’autocritica ma solo ottimismo nell’arrivo del cambiamento. Arriverà. Come non si sa, ma arriverà. L’unico blogger che ha osato contraddire e criticare il potere attuale dell’esercito Maikel Nabil Sanad rischia 3 anni di carcere. Per trovare qualche analisi e riflessione bisogna lasciar da parte gli internauti della rivolta e spostarsi sulla stampa nazionale. Ecco allora che si scopre uno Stato allo sbaraglio, senza sicurezza (vista la perdita di autorità dei poliziotti egiziani con la rivoluzione) un’economia al collasso, e una paura messa nero su bianco dell’oscurantismo religioso, che potrebbe travolgere l’intero paese. Una paura che trova conforto nel solo esercito che per tagliare la testa al toro ha dichiarato che l’Egitto non sarà governato da un Khomeini. Applicando di fatto modifiche legislative che vietano la costituzione di partiti su base confessionale. «Il vero problema - dice il blogger Sherif El Sebaie - è che prima della cosiddetta "rivoluzione" politica c’è bisogno di una rivoluzione culturale. L’Egitto non è solo piazza Tahrir. E quel 77%, che ha fatto passare il no degli altri come empietà, dimostra quanta strada c’era ancora da fare».

mercoledì 20 aprile 2011

Senza ossigeno, nel campo nomadi.

Tommaso non ce l'ha fatta. Piccolo e malato, il bambino di 17 mesi, diventato suo malgrado il simbolo della lotta tra sinti e Comune di Brescia, è morto ieri pomeriggio agli Spedali Civili dove era ricoverato da due mesi. Il 14 febbraio scorso, dopo il blitz della polizia locale e la sospensione della corrente alle roulotte del campo, Tommaso era stato ricoverato d'urgenza. (Il Corriere)

martedì 19 aprile 2011

I Limiti della Libertà (II)

Leggi la prima parte

Credo fermamente nel principio secondo cui "la tua libertà si ferma dove comincia la mia". Nel caso del niqab, la libertà di indossare un capo di abbigliamento si è fermata, secondo me, nel momento esatto in cui è diventato impossibile riconoscere minimamente l'interlocutore, valutare se aprirgli o meno la porta di casa, rivolgergli o meno la parola per strada, capire se sta ascoltando quanto gli viene detto o se invece sta facendo le linguacce. Il principio di "libertà vincolata" può (e deve) essere esteso anche in altri ambiti: la libertà di esprimere idee e pareri si ferma laddove si comincia ad offendere le sensibilità e i sentimenti altrui. Non è possibile, tanto per fare un esempio, permettere a docenti in cerca di visibilità di propagandare l'antisemitismo (sia nella variante anti-ebraica che nella variante anti-islamica) nelle aule a loro affidate o sui propri siti, con la scusa che questa sarebbe "libertà di espressione" e che un impiegato pubblico andrebbe giudicato solo per le sue capacità in aula e non per le "idee" che esprime fuori, ammesso che queste possano essere definite tali. Perché un insegnante, a differenza di molte altre figure professionali, è investito di un ruolo formativo e la sua immagine e credibilità è parte integrante del suo profilo professionale.

Ora, che razza di formazione viene garantita alle future generazioni se al loro insegnante è permesso di sindacare liberamente, celandosi magari dietro la questione palestinese o i principi dell'analisi storica, sul numero e i modi in cui milioni di persone sono morte nei campi di concentramento? Che razza di educazione si radica nei giovani se ad un insegnante è permesso di insultare a ruota libera la fede di milioni di immigrati con lo scopo evidente di spianare la strada per un altro pogrom? Se anche fosse vero che nessuno di questi concetti fa capolino in aula, e che tutto va invece in onda in rete e non a scuola, va ricordato e sottolineato che gli studenti potrebbero comunque rimanere influenzati da ciò che il loro docente scrive senza contegno alcuno nello spazio virtuale. La libertà dell'insegnante di dare sfogo alle proprie paranoie si è fermata quindi laddove l'educazione dei figli altrui risulta a rischio. Ecco perché, in questi casi, uno si aspetta una presa di posizione chiara ed inequivocabile del Provveditorato e del Ministero dell'Istruzione che purtroppo non arriva senza un'adeguata denuncia mediatica. Per carità, le accuse - in particolare quelle mediatiche - devono essere prima dimostrate in sede di giudizio, e vige sempre la presunzione d'innocenza: sappiamo bene di cosa sono capaci coloro che vorrebbero semplicemente infangare gli altri per motivi e screzi puramente personali. Per questo ci sono, appunto, le ispezioni ministeriali e la magistratura.

In passato rimasi sconvolto nel sapere che alcune insegnanti sono rimaste in cattedra nonostante siano approdate sui quotidiani più letti in Italia, quindi in tribunale o sotto ispezione, perché avevano diffuso in rete dettagli piccanti sulle proprie abitudini sessuali. Ebbene, facciamo un esempio assurdo: se un insegnante, un impiegato pubblico, cercasse di ricattare il proprio ex-amante secondo l'assioma «Se non mi dai i soldi faccio un articolo sul giornale, rivelo tutto ai tuoi, chiamo tua moglie, racconto tutto ai tuoi amici» - anche se non fosse condannata per estorsione - non dovrebbe continuare a salire in cattedra, sostenendo che i suoi erano "fatti esclusivamente privati" finiti chissà come sui quotidiani. Se minacci di rivolgerti ai media, e fai di tutto per fare del tuo caso un caso pubblico, non puoi lamentarti dopo se questi fatti - per una qualsiasi variabile impazzita - finiscono sui media sul serio. Un conto è se le tue vicende finiscono in rete contro la tua volontà, un'altro se sei stata tu stessa a mettere in movimento l'infernale macchina mediatica. Il fatto che un insegnante sia "impiegato pubblico" che lavora per conto dello Stato non è uno scudo, semmai un'aggravante. Altrimenti anche il potente di turno potrebbe sostenere che va giudicato per il suo operato e non per i suoi sfrenati festini privati. Sono privati, i festini, fin quando non è l'interessato a vantarsene, fin quando non si commettono reati e fin quando non hanno ricadute sul prestigio e l'integrità delle istituzioni rappresentate. E su questo, almeno, la Costituzione è chiara: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore".

domenica 17 aprile 2011

I Limiti della Libertà (I)

Miguel Martinez è un fine intellettuale il cui blog è sempre fonte di importanti e approfondite riflessioni. Non sempre, però, mi trovo d'accordo con lui: stavolta è una di queste. In un suo recente articolo intitolato "Caterina vigila e altre storie di burqa e niqab", egli critica la recente legge emanata in Francia per vietare il velo integrale, il niqab appunto, comunemente e erroneamente indicato in occidente come burqa. Miguel infatti sostiene - e qui riassumo superficialmente un ragionamento complesso e ben argomentato - che si tratti di una libertà individuale, poiché di questi tempi "il diritto alla propria invisibilità è importantissimo. La Costituzione non garantisce in alcun articolo il mio diritto di conoscere le rughe tue". Sarà anche vero che i padri costituenti non si erano neanche lontanamente immaginati che un giorno alcune donne avrebbero voluto aggirarsi per le strade italiane mascherate da tende nere ambulanti, ma è altrettanto vero che questo mascheramento impedisce a chiunque il diritto sacrosanto di riconoscere chi sta varcando la porta di casa o del proprio negozio.

Un gioielliere non permetterebbe mai ad un soggetto che porta uno dei passamontagna indicati da Miguel sul suo blog di entrare nel proprio negozio, anche se questi sembrasse disarmato: chiamerebbe immediatamente la polizia, poiché un passamontagna di quel tipo in quel contesto suscita immediato allarme sociale. Però cosa dovrebbe fare se comparisse una munaqqaba (una che porta il niqab, appunto)? Come farebbe a capire se sotto questa tenda c'è una donna o un uomo con la mitragliatrice nascosta lungo il fianco? Dovrebbe chiamare la polizia e richiedere l'intervento di un poliziotto-donna per procedere con l'identificazione del soggetto? Non è vero, infatti, che una donna che porta il niqab si lascia controllare da chiunque: accetta di farlo solo al cospetto di un'altra donna, il che significa che si deve reperire immediatamente un rappresentante femminile delle forze dell'ordine per procedere - con congruo ritardo - all'identificazione di quello che potrebbe rivelarsi, a disastro compiuto, un kamikaze imbottito di esplosivo sotto una tunica comoda e spaziosa (già capitato). Miguel sostiene che questo problema non si pone in Italia poiché "la possibilità che un gruppo di massici malandrini napoletani si travesta da pie musulmane per fare una rapina in banca sia tecnicamente improbabile", anche per via del fatto che un niqab è altamente visibile e che le donne che lo portano in Italia sono un'esigua minoranza.

Ma in questo caso il legislatore non emana la legge per prendersela con l'attuale minoranza di portatrici di niqab, bensì per evitare preventivamente che il costume di questa minoranza diventi, con l'aumento del numero degli individui che la compongono e attraverso la costrizione sociale che ne consegue, una maggioranza opprimente. In altre parole questa è una legge che tutela eventuali future minoranze (all'interno della stessa comunità islamica, sia ben inteso) e che garantisce che questa veste continui, come è giusto che sia, a suscitare allarme sociale. L'evoluzione della situazione in Egitto dimostra molto bene che cosa accade quando costumi di questo tipo si diffondono: un numero sempre maggiore di donne comincia a portare il niqab perché altrimenti sarebbero considerate delle "poco di buono". Ma fra di esse si mimetizzano anche terroristi, rapinatori, trafficanti di droga, studenti che si sostituiscono ai propri colleghi durante gli esami, e persino prostitute e amanti che si ricongiungono con le amate mentre il marito segue la partita, convinto che la pia amica stia intrattenendo la moglie: tutti casi realmente accaduti che rendono molto più concreta l'ipotesi che un gruppo di malandrini si travesta con il niqab per rapinare una banca. Va ricordato che la mia avversione al niqab è supportata dal consenso dei teologi musulmani sul fatto che esso non sia un obbligo religioso. Recentemente (parlo prima della rivoluzione e dell'escalation salafita) si parlava persino di vietare il niqab per legge anche in Egitto e il grande Imam di Al-Azhar chiese personalmente ad una studentessa della prestigiosa facoltà teologica di rinunciare a questa "usanza tribale". Quindi se una donna vuole davvero essere invisibile ricorrendo ad una veste folcloristica della penisola arabica, fa prima - secondo me - a stare a casa e a non andare in giro pretendendo magari di fare pure il bagno (ed annegare) in piscina con questa veste ingombrante. (Leggi la seconda parte)

sabato 16 aprile 2011

I Salafiti, l'Egitto e Arrigoni

Per chi fosse ancora convinto che i Salafiti siano pochi soggetti ininfluenti e facilmente manipolabili dal Cattivone di turno per fungere da "spauracchio per l'Occidente" e soffocare la "Primavera araba", basta riflettere sull'esecuzione dell'attivista pro-palestinese Vittorio Arrigoni e sul contesto in cui questo barbaro assassinio si inserisce. Neanche dieci giorni fa, Arrigoni esultava perché decine di detenuti palestinesi erano stati rilasciati dalle autorità egiziane dopo la caduta di Mubarak (molti altri erano fuggiti nei giorni del caos rivoluzionario). L'ironia della sorte vuole però che anche il leader del gruppuscolo che questi terroristi volevano far rilasciare in cambio della vita di Arrigoni fosse di origine egiziana: era stato accusato proprio dai Servizi di Sicurezza egiziani per il suo coinvolgimento negli attentati del 2006 nel Sinai. Purtroppo, come riferiscono i quotidiani egiziani e Padre Luciano Verdoscia, missionario comboniano che da anni vive e lavora al Cairo, sembra che molti altri soggetti che gli rassomigliano stiano tornando in Egitto, di certo non per popolare le prigioni: “circa 3.000 salafiti, estremisti islamici che si richiamano alla ‘purezza’ dell’Islam primordiale. Si tratta di egiziani che erano coinvolti con Al Qaida ed altre organizzazioni estremiste e che sarebbero rimpatriati per indirizzare l’evoluzione della società locale. Questo perché i fondamentalisti sanno bene che l’Egitto influenzerà la situazione di tutto il Medio Oriente. Parlando con le persone per strada mi sembra che la gente sia consapevole del pericolo del fanatismo islamico. Gli egiziani non li vogliono. Il loro messaggio fondamentalista non ha attecchito tra i giovani della rivoluzione, che sanno bene cosa significhi. Le gente vuole vivere. Esiste però - avverte il missionario - un divario tra i giovani della rivoluzione e gli strati più ignoranti della popolazione, che possono essere facilmente influenzati dai predicatori islamici, come si è visto con il recente referendum costituzionale, presentato come una scelta tra ‘essere pro o contro Dio’"(Agenzia Fides).

giovedì 14 aprile 2011

Egitto: rivoluzione o rifo-luzione? (II)

Leggi la prima puntata

Le rivoluzioni, per essere definite tali, necessitano di alcuni elementi di base, il primo dei quali è una leadership riconosciuta e capace di prendere il testimone. Ma è sotto gli occhi di tutti che l'opposizione giovane, laica, progressista, occidentalizzata, internettiana e di moda (e pertanto minoritaria) che ha scatenato tutto questo non è riuscita a proporre figure, partiti e organi dotati dell'autorevolezza richiesta e della credibilità necessaria per proporsi come valida alternativa alla guida del paese. Tant'è vero che sono stati proprio gli esponenti di questa realtà a chiedere all'Esercito di prolungare il periodo di transizione, nella speranza di riuscire ad inventarsi qualcosa prima delle elezioni. Ma con quali speranze, se non sono stati nemmeno capaci di orientare l'opinione pubblica verso il "No" durante il referendum per le modifiche costituzionali? Vale la pena ricordare che il "Si" ha vinto con il 77%, anche grazie ad una sapiente propaganda di stampo religioso che ha bollato il "No" come segno d'empietà. Una sonora sconfitta politica che ha sensibilmente eroso la legittimità del fronte intellettuale e borghese: scrittori, giornalisti, giovani laureati dell'Università Americana del Cairo, manager Google e via dicendo hanno tifato, appunto, per il "No". E dire che sono stati proprio loro il principale propulsore della "rifo-luzione". Ma, come giustamente affermava un influente Imam salafita: "Non è questa la democrazia che volevano?".

Ora, così come l'escalation salafita non può essere derubricata a spauracchio "a uso e consumo dell'Occidente" (solo i fan dell'estremismo possono sostenere questo), anche l'invasione del campo e la caccia all'arbitro durante la partita Egitto-Tunisia (due popoli che avrebbero dovuto festeggiare insieme il proprio successo) non può essere catalogata - in questo particolare momento storico - come mera agitazione calcistica. Entrambi i fenomeni, infatti, sono stati percepiti sui quotidiani egiziani per quello che effettivamente sono: pericolosi segnali di allarme lanciati da un paese sull'orlo dell'abisso. Per "non doversi pentire di aver partecipato alla rivoluzione" anche le pagine dei principali attivisti democratici moltiplicano gli appelli che invitano alla calma, a concentrarsi sulla ripresa economica (l'economia è infatti al collasso) e ad aiutare la polizia di riprendere le redini della sicurezza. Siamo tutti consapevoli - ad esclusione delle teste calde - che l'Egitto odierno, come sostiene un noto intellettuale egiziano, assomiglia sempre più "ad una vecchia casa di legno traballante, pianificata male e costruita peggio (il riferimento è alle colpe di Mubarak, ndr). Negli ultimi due mesi sono stati distrutti tutti i pilastri che la sorreggevano: il Presidente, il Partito Nazional Democratico, le camere, le forze dell'ordine, l'economia. Sul fronte estero si accumulano segnali preoccupanti: Israele bombarda lungo la frontiera e si prospetta persino un duro confronto con i paesi africani per le risorse idriche". Le Forze Armate sono l'ultima frontiera e l'ultimo baluardo. Una linea rossa che non è saggio né opportuno oltrepassare. Evitare la contrapposizione con l'Esercito, e non contribuire a provocare una rottura al suo interno (alcuni ufficiali residenti all'estero, già sospesi anni fa per gravi demeriti, sono comparsi sul web alla vigilia dell'ultima manifestazione per incitare alla rivolta contro il Consiglio Militare), è un imperativo morale prima ancora che politico: in gioco non è più la "rivoluzione" o la "rifo-luzione", ma l'Egitto stesso. (Fine)

mercoledì 13 aprile 2011

Egitto: rivoluzione o rifo-luzione? (I)

Gli scontri al Cairo tra l'Esercito e un gruppetto di manifestanti irriducibili che intendevano bivaccare permanentemente a Piazza Tahrir dopo aver gridato pesanti slogan contro il Consiglio Militare Supremo, seguiti dalla condanna a tre anni di reclusione inflitta da un tribunale militare ad un giovane blogger che ha messo in dubbio il ruolo garante dell'Esercito affermando che le forze armate e il popolo "non sono affatto una mano sola" sono sviluppi che dimostrano che per parlare d'Egitto bisogna innanzitutto conoscerne a fondo la storia contemporanea. E questa storia non si esaurisce affatto nel trentennale di Mubarak su cui alcuni articolisti in ferie e qualche blogger in trasferta si sono ossessivamente concentrati, "cybereccitandosi" alla vista di un'avanguardia di bloggers che attuava una "Rivoluzione Facebook" (sic) che avrebbe messo sotto sopra il paese.

L'Egitto è un paese di un'ammirevole stabilità politica: negli ultimi due secoli, come ebbe a scrivere Fouad Ajami nel 1995, esso è stato governato da due soli sistemi: la monarchia e il movimento degli ufficiali liberi. Nello stesso periodo, più o meno, la Francia ha attraversato una rivoluzione, due imperi, cinque repubbliche, e una dittattura semi-fascista. Credo sia abbastanza chiaro, ora, perché - nei primissimi giorni d'agitazione - scelsi di dedicare una conferenza proprio a questi due secoli chiave. Oggi possiamo tranquillamente affermare che in Egitto non è in atto né una rivoluzione né una controrivoluzione, ma quella che viene correttamente definita una "Rifo-luzione", ovvero un processo di riforma - estesa e profonda - che in gran parte dipenderà dai tempi e dalle modalità scelte dal Consiglio Militare Supremo. Con il termine "Rifo-luzione" non intendo certo sminuire i risultati raggiunti dalla piazza ma semplicemente sottolineare che tutto quello che essa ha ottenuto (destituzione e arresto di Mubarak padre e figli, decapitazione del Partito Nazional-Democratico, riforme legislative) non sarebbe stato possibile, non può proseguire e non potrà di certo dirsi compiuto senza il supporto imprescindibile dell'istituzione militare. Chiunque pensi di poterne fare a meno, farebbe bene a ricordare che è all'Esercito che va attribuito non solo il merito di aver riconosciuto, sin dal primo comunicato, le richieste e le ambizioni del popolo garantendone l'incolumità ma anche quello di essersi posto, con grande lungimiranza, tre obiettivi primari da realizzare in un ristretto arco temporale, prima di passare i poteri ad un governo civile: le riforme politiche ed economiche necessarie per instaurare una democrazia sana, il ripristino dell'ordine pubblico con il pugno di ferro, il mantenimento della stabilità regionale in un momento di pericolosa tensione geostrategica. (Leggi la seconda puntata)

sabato 9 aprile 2011

L'Esercito Egiziano: qui non ci sarà un Khomeini (II)


Leggi la prima puntata

La premessa sull' escalation del movimento salafita in Egitto è necessaria per capire la presa di posizione del Consiglio Supremo delle Forze Armate che, in un incontro con i caporedattori dei principali quotidiani egiziani, ha testualmente comunicato che "Non saremo governati da un altro Khomeini e l'Egitto non diventerà un altro Iran o un'altra Gaza" esprimendo"l'augurio di non essere costretto a far scendere l'esercito in strada dopo il passaggio dei poteri e la costituzione di uno stato democratico sano". Le nuove modifiche legislative, sollecitate dall'esercito, vietano infatti chiaramente la costituzione di partiti su base confessionale, cosi come vietano scioperi e manifestazioni che possano intralciare l'attività produttiva.

Un decreto, quest'ultimo, che ha suscitato molte proteste, calmierate immediatamente dall'esecutivo che ha prontamente provveduto a cambiare il nome del decreto: ora infatti si chiama "Legge di criminalizzazione delle violazioni del diritto al lavoro e della distruzione delle infrastrutture". La neonata Sicurezza Nazionale non si occuperà più di spiare i cittadini, come l'ormai sciolta Sicurezza di Stato, ma solo di "collezionare le informazioni da passare ad altri apparati dello Stato". Il recente comunicato diramato al rettore e ai presidi delle facoltà presso l'Università del Cairo che ricorda allo staff che "l'organizzazione di conferenze, dibattiti, incontri, feste, discussioni di tesi di laurea e l'invito di relatori esterni deve essere rigorosamente subordinato all'autorizzazione della Sicurezza"suscita però qualche malumore in rete. Eppure tutte queste decisioni sono funzionali per riportare la stabilità nel paese, piegato da un'economia in caduta libera e dal crollo drammatico della sicurezza che ha richiesto l'istituzione di tribunali militari in grado di emettere pesanti sentenze in appena 24 ore.

Sul maggior quotidiano egiziano, Al-Ahram, c'è oggi un lungo elenco di casi criminali dovuti non tanto all'assenza della polizia, quanto alla sua incapacità di riportare l'ordine per le strade, ormai completamente monopolizzate dai Baltaghiya. La figura e l'immagine del poliziotto egiziano è stata infatti letteralmente distrutta dai recenti eventi rivoluzionari e, come riporta il quotidiano, "quando un poliziotto interviene per sedare una lite, i litiganti smettono di litigare tra di loro e se la prendono entrambi con il poliziotto perché si è permesso di interferire". I poliziotti non possono nemmeno sparare quando la situazione lo richiede (uno scambio a fuoco tra criminali in un quartiere del Cairo ha fatto decine di vittime tra i passanti), perché altrimenti verrebbero accusati di aver "sparato contro i manifestanti". I poliziotti non riescono nemmeno a tenere sotto custodia i criminali arrestati perché parenti e complici non esitano ad attaccare i commissariati locali e ad incendiarli per liberarli. La Prof.ssa Samia Khadar, a capo del dipartimento di scienze sociopolitiche presso l'Università di Ain Shams si chiede dove siano finiti i nobili sentimenti dei primi giorni della rivoluzione e arriva alla stessa conclusione anticipata da questo blog: "Purtroppo l'Egitto non è solo Piazza Tahrir". E da più parti si comincia ormai a ritenere che l'emergere di un candidato-presidente di formazione militare rappresenti l'unica via d'uscita per un paese sull'orlo del baratro.

* Questo era, appunto, il titolo della prima pagina del maggior quotidiano egiziano, Al-Ahram. Anche la vignetta riportata qui a fianco è stata pubblicata su Al-Ahram e raffigura l'Egitto (la contadina) che respinge il pensiero salafita (l'uomo barbuto) uscito dalla caverne oscure in cui era costretto sotto il precedente regime.

venerdì 8 aprile 2011

L'Esercito Egiziano: qui non ci sarà un Khomeini (I)

Sono fermamente convinto che sia di vitale importanza fornire qualche aggiornamento su ciò che sta accadendo in Egitto, il paese più importante del mondo arabo e della sponda sud del Mediterraneo. Sopratutto ora che i media italiani e occidentali hanno puntato le loro telecamere altrove (Libia, Tunisia, Giappone) e che gli "analisti-dilettanti" si sono dileguati a causa della loro evidente incapacità di reperire informazioni non mediate da Aljazeera e dalla ristretta classe intellettuale egiziana, oramai divisa fra un ottimismo sfrenato e la fifa blu scatenata dalla crescente visibilità acquisita dai movimenti estremisti.

Dopo il famoso "Sermone della Conquista delle Urne" (cosi viene ormai indicato dai media egiziani) in cui un influente Imam salafita ha illustrato la dinamica grazie a cui il "Si" ha prevalso col 77% al referendum per le modifiche costituzionali, i Salafiti hanno alzato il tiro minacciando di radere al suolo nientemeno che la moschea storica di Al-Hussein, resa celebre dai romanzi del premio Nobel Nagib Mahfuz, che sorge nell'omonima piazza sita nel cuore del Cairo storico. Secondo loro infatti la moschea sarebbe "sede di devianza e empietà" poiché al suo interno vi si svolgerebbe un culto eterodosso delle reliquie. Si ritiene infatti che la moschea conservi la testa di Al-Hussein, nipote del profeta Maometto e proprio per questo è, da secoli, meta di pellegrinaggio da tutto l'Egitto e località prediletta per lo svolgimento di una festa religiosa annuale di grande importanza per la corrente sufi egiziana. Dopo questo clamoroso annuncio, fermamente respinto dall'università islamica di Al-Azhar e dalle comunità sufi egiziane, decine di salafiti hanno fatto irruzione in diverse moschee del paese e, dopo aver minacciato i custodi e gli abitanti locali accorsi al rumore delle loro invocazioni, hanno raso al suolo diversi santuari e in alcuni casi hanno sigillato le tombe con una colata di cemento. In altri quartieri del Cairo, invece, i Salafiti hanno distrutto coffeeshop e luoghi di ritrovo in cui veniva servita la birra locale. Per alcune settimane sono inoltre circolate con insistenza voci, poi smentite, che i Salafiti avrebbero provveduto a punire qualsiasi donna non velata si fosse fatta vedere per strada.

Eppure, nonostante l'affermazione "Abbiamo aspettato molto ed è ora di raccogliere i frutti" rilasciata da un esponente salafita ai quotidiani cairoti, tale corrente ha deciso di non esprimere alcun candidato alle prossime elezioni e di invitare i propri seguaci a votare a favore dei Fratelli Musulmani poiché "questi fratelli nella fede sono più organizzati e con più esperienza". Ovviamente gli Imam salafiti hanno anche denunciato "l'accanimento dei media" nei loro confronti, e hanno tranquillizzato i giornalisti e i cittadini cristiani copti ricordando loro "che essi vivono in pace grazie alle loro fatwe. Essi sanno infatti benissimo che cosa potrebbe accadere se gli Imam chiamassero il popolo a raccolta". Relatori salafiti sono stati inoltre ospitati presso le Università statali da alcune associazioni studentesche, che hanno anche provveduto a "organizzare l'ingresso separato del pubblico maschile e femminile", per illustrare il loro ambizioso programma politico riassumibile nello slogan scandito nel corso della loro ultima riunione, svoltasi in una centralissima moschea del Cairo: "Stato teocratico, né civile né laico".(Leggi la seconda puntata)

mercoledì 6 aprile 2011

Magdi Cristiano Ministro Allam

(Il Fatto Quotidiano) Il baluardo dell’Occidente cristiano, Magdi Cristiano Allam, è tornato tra noi. L’avevamo perso di vista in tutta questa polvere dei bombardamenti umanitari, invece eccolo. Con la sua naturale riservatezza (che lo condusse ad abbracciare la vera fede in diretta tv in un lieto giorno pasquale) ieri ha pubblicato sulla prima pagina del Giornale, dove si macellano fior di notizie, la sommessa preghiera a Silvio Berlusconi di diventare ministro. Niente di meno che ministro dell’Integrazione. Che poi sarebbe un dicastero nuovo di zecca che Magdi propone di assegnare a Magdi dopo essersi con riserbo consultato. E di averlo accettato con spirito di sacrificio, per il bene altrui, cristianamente. Lo scorso febbraio, annunciando la nascita del suo partito Io amo l’Italia, per i devoti laici, suggerì al sindaco di Milano Letizia Moratti di istituire un assessorato. Anche quello nuovo di zecca. Pensò un nome. E guarda un po’, si chiamava giusto Assessorato all’Integrazione. Letizia disse che era proprio una bella idea. Ma quando si stava per apparecchiare la tavola, Magdi si ritirò nell’ombra con la sua frugale scorta. Alle folle sembrò timidezza. Invece no, gli era venuta una idea migliore.

(Giornalettismo) L’emergenza immigrazione è virtualmente risolta. Magdi Cristiano Allam fa sapere dalle colonne del Giornale che per rimettere a posto le cose dopo le rivolte arabe basta creare un ministero per l’immigrazione. E ci vuole poco a indovinare chi sarebbe il prescelto, nell’occasione. Il suo fondamentale editoriale comincia così: "II primo dicembre del 2005 Incontrai Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli offrendogli la mia disponibilità ad assumere la responsabilità di un nuovo dicastero. Al capo del governo la proposta piacque e manifestò subito la volontà di attuarla, mesi scontrò con il veto posto dal l’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu". Insomma, l’infame Pisanu - nonché Maroni, che non crediamo d’accordo con l’autocandidatura - per invidia e sete di potere non ha accettata la proposta che cristianamente Magdi ha fatto. Vedi tu a volte la perfidia della gente? "La conferma della bontà dela mia intuizione arrivò un anno dopo con la vinoria di Nicolas Sarkozy in Francia che ha dato vita al ministero dell’Immigrarione, Integrazione, Identità nazionale e Sviluppo solidale". Per fortuna, insomma, oltralpe Sarkozy ha ascoltato le geniali proposte di Magdi. Anche se, stranamente, non l’ha chiamato per il ruolo. Ma si sa, l’invidia della gente. A questo Magdi poi aggiunge una serie di considerazioni davvero originali: "lo sviluppo solidale diventa organico ad una proposta che mette al centro la dignità dell’Immigrato come persona, portandoci ad assumere l’impegno ad aiutarlo a casa sua". Bisogna creare il ministero dell’immigrazione per aiutarli a casa loro. Non c’è una contraddizione in tutto questo?

sabato 2 aprile 2011

Lombroso sbarca a Lampedusa

Iside Gjergji su Il Fatto quotidiano critica aspramente Concita de Gregorio che invita a distinguere tra profughi di guerra e immigrati in cerca di lavoro. Distinzione che, secondo la direttrice dell'Unità, dovrebbe immancabilmente concludersi col respingimento di questi ultimi, dal momento che «…Esiste una legge sui respingimenti. (...) Non è una buona legge, certo, ma c’è e deve essere applicata. Molte delle persone che arrivano non hanno i requisiti per restare (nel senso che non sono profughi, ma alla ricerca di un lavoro, ndr). Molte altre sì. Metterle tutte in un unico calderone, non respingere chi si dovrebbe respingere per esasperare gli animi delle popolazioni locali, per alimentare la paura, per dimostrare che l’onda biblica è ingovernabile è un miserabile tranello mediatico. Si può governare, si deve. Si può distinguere, osservare, riconoscere, capire». Un invito che Iside Gjergji riassume cosi: "la direttrice de L’Unità chiede che siano passate al setaccio, direttamente in mare, le masse di immigrati che tentano di raggiungere Lampedusa. Tanto - penserà sicuramente la direttrice - è facile “distinguere, osservare, riconoscere, capire”, anche semplicemente guardandoli in faccia con un binocolo, da lontano, quali sono profughi che fuggono dalla guerra e (spesso) dalle bombe occidentali e quali, invece, sono “semplici” poveri, ridotti alla fame dalle scellerate politiche liberiste imposte dalla globalizzazione economica". Ebbene, se ad Iside sono "venuti i brividi a leggere un editoriale del genere sul giornale fondato da Gramsci" e le sono venute "in mente le parole di un altro giornalista italiano, Luigi Pintor, che alcuni anni fa, su Il Manifesto, così scriveva a proposito degli immigrati e del modo in cui la politica e i giornali li trattavano: "C’è qualcosa di immondo, di veramente immondo, nelle grida che ogni giorno e in ogni circostanza e da ogni pulpito vengono lanciate contro l’immigrazione di ogni colore e provenienza. (...) eccolo qua il fascismo, sotto i nostri occhi e dentro i nostri timpani" che cosa direbbe se venisse a sapere che l'On. Souad Sbai, nel corso di un incontro organizzato dalla Provincia di Padova sull’estremismo islamico, ha affermato che “Chi arriva a Lampedusa va trattato come clandestino e rimandato indietro. Basta guardare in faccia quelli che sbarcano – un segno nero sulla fronte, lasciato dalla frenesia con cui si chinano verso la Mecca, ed una barbetta ben curata segno distintivo dei “Fratelli musulmani” – per capire che si tratta di infiltrati da parte di cellule del fondamentalismo islamico che stanno prendendo piede in nord Africa e che adesso tentano di destabilizzare l’Europa"? Sarà anche immondo tutto questo, cara Iside, ma dobbiamo pur ammettere che Lombroso, confrontato a certuni, era proprio un dilettante.