Notizie

Loading...

lunedì 30 maggio 2011

Un grazie ai concorrenti di Pisapia!

In questa giornata storica, non dobbiamo dimenticarci di ringraziare coloro che hanno reso la vittoria di Pisapia possibile, cioè quelli che hanno tapezzato la città con manifesti indegni che hanno fatto drizzare i capelli anche dal delegato per i diritti umani del consiglio d'europa.

I giorni di Piazza Tahrir

Un racconto di
Mohamed Shoair

Traduzione dall'arabo
di Sherif El Sebaie


Una narrazione effervescente, propulsiva, da parte di uno dei protagonisti de “I giorni di piazza Tahrir”, la piazza nel cuore del Cairo che ha saputo sorprendere il mondo con la sua rivoluzione pacifica e non violenta che Mohamed Shoair, giovane e brillante giornalista egiziano, non esita a chiamare rivoluzione che ride poiché: “Per la prima volta assistiamo a movimenti di protesta o rivoluzioni che abbattono il dittatore cantando e ballando, ascoltando musica e declamando poesie”. Così questo piccolo libro di Shoair ci fa entrare direttamente nel fuoco percussivo di piazza Tahrir, ci riporta le voci, i desideri, le strategie, le attese, il coraggio di “Giovani e vecchi. Uomini e donne. Musulmani e cristiani. Professori universitari e analfabeti” che insieme hanno abbattuto a mani nude il regime autorizzato di Hosni Mubarak che per anni li ha oppressi. Da Tunisi al Cairo, da Damasco a Bengasi a San’à, a Sud del Mediterraneo, in queste settimane di rivolte i giovani del mondo arabo si sono mossi in una luce nuova che smentisce tutti i luoghi comuni a proposito dell’arretratezza antimoderna dei Paesi arabi, della mancanza di una società civile, dell’impossibilità dei musulmani di accedere a una propria idea di democrazia. Probabilmente il mondo di paura e terrore diffuso a partire dall’11 settembre 2001 è finito nella gioiosa macchina di piazza Tahrir che ha fatto tacere persino il terrorismo. Ma adesso sta a una Italia malata e a un’Europa rapace porgere le orecchie per ascoltare e supportare quelle possibilità di democrazia e dire per una volta: “siamo tutti egiziani”.

Per acquistare il volume, cliccare qui.

domenica 29 maggio 2011

Speriamo presto...

"Non ho visto le prove, i patrioti sono patrioti e per me Mladic è un patriota. Quelle che gli rivolgono sono accuse politiche". L'europarlamentare della Lega, Mario Borghezio si schiera apertamente a sostegno dell'ex generale, parlando ai microfoni de la Zanzara, su Radio24. "Sarebbe bene fare un processo equo, ma del Tribunale dell'Aja ho una fiducia di poco superiore allo zero" , dice ancora Borghezio. "I Serbi avrebbero potuto fermare l'avanzata islamica in Europa, ma non li hanno lasciati fare. E sto parlando di tutti i Serbi, compreso Mladic. Io comunque - assicura - andrò certamente a trovarlo, ovunque si troverà".

sabato 28 maggio 2011

La ramanzina a stelle e strisce

Il ministro Calderoli, in un'intervista rilasciata ieri al Corriere, afferma - a sostegno dell'idea di spostare i ministeri (e persino la Presidenza della Repubblica) al Nord - che "Si ricorda che cosa dicevano i coloni americani, niente tassazione senza rappresentatività? Noi potremmo cambiarlo così: no representation? No taxation». Ebbene: per aver affermato, circa un mese e mezzo fa, la stessa cosa in occasione del mio intervento nell'ambito del convegno sull'integrazione organizzato dal Consolato generale degli Stati Uniti presso la Provincia di Milano, e per aver rivendicato il diritto ad una maggiore partecipazione politica per gli immigrati e soprattutto per i loro figli, qui nati e cresciuti, questo fu il paginone, con tanto di foto e titoli a caratteri cubitali, riservatomi il 14 aprile scorso da La Padania. Il quotidiano della Lega Nord - come al solito quando si tratta del sottoscritto - strumentalizza e manipola per farmi passare come uno che "minaccia". Complimenti per la (mancata) coerenza. Un motivo in più per votare Pisapia.
Rivolta islamica anche qui da voi

In un convegno alla Provincia di Milano organizzato dal consolato Usa, una serie di attacchi contro la presunta emarginazione degli stranieri. E il rappresentante della comunità cinese quasi giustifica la rivolta di via Sarpi e chiede il diritto di voto per i suoi connazionali.

Sherif El Sebaie, egiziano, docente al Politecnico di Torino: i giovani vogliono partecipare alla politica, questa generazione è la stessa delle rivoluzioni.

Doveva essere il racconto dell'esperienza Usa nella gestione del fenomeno immigrazione. Si è trasformata in una allucinante ramanzina a stelle e strisce condita da preoccupanti segnali di fondamentalismo rivoluzionario. La sede della Provincia di Milano, Palazzo Isimbardi, è stata l'involontaria scenario di una polpetta avvelenata confezionata dal Consolato generale degli Stati uniti che aveva chiesto ospitalità per un convegno su un tema di estrema attualità: "Immigrazione e integrazione: l'esperienza degli Stati uniti proposta a Milano in un momento particolare per l'Italia". Presente il console Carol Perez, gli assessori provinciali alle Pari opportunità, Cristina Stancari e alle Politiche sociali, Massimo Pagani, e il segretario generale della Fondazione Ismu Vincenzo Cesareo, l'incontro avrebbe dovuto concentrarsi sulle "buone pratiche" illustrate da Emira Habiby Browne, fondatrice del CIANA, Centro per l'Integrazione e la Promozione dei Nuovi Americani. Una guru in materia, 25 anni di esperienza nell'integrazione dei cosidetti "nuovi americani", ovvero immigrati e rifugiati provenienti dal Medio Oriente, dal Nord Africa e dal Sud dell'Asia. Chi ha messo piede negli Stati uniti sa benissimo come l'integrazione passi dal rispetto delle regole e lo stesso console, nazionalità polacca e marito messicano, non esita a parlare contemporaneamente di "diritto e dovere di difendere i propri confini". Ma è al termine dei saluti istituzionali che va in scena la tirata d'orecchie al Governo italiano. Con un messaggio che si può riassumere così: l'emergenza immigrazione è pura fantasia di qualcuno che alimenta paure inesistenti, l'Italia impari a integrare tutti e subito, acceleri sulla cittadinanza, faccia votare tutti e stia attenta a non snobbare le richieste degli stranieri, perché il vento del Nord Africa soffia anche qui. Un'esagerazione? Sherif El Sebaie, egiziano, benedetto dal Politecnico di Torino con un corso di lingua e cultura araba, passa senza mezzi termini alle minacce (fa niente se il suo intervento avrebbe dovuto parlare di "buone pratiche locali per l'integrazione). «In Italia si tende a sottovalutare il bisogno di visibilità degli immigrati - dice raccontando della moschea che il Regno del Marocco sta finanziando per la città di Torino - ma il vento del Nord Africa cambierà tante cose anche in Italia. Qui c'è una situazione che assomiglia a quella che si viveva in Egitto. Serve più visibilità e più partecipazione al progetto politico». Altrimenti? «Temo i continui appelli caduti nel vuoto - è il succo del suo passaggio più caldo - questa generazione è la stessa delle rivoluzioni. Bisogna stare attenti. Per il bene di tutti quanti». Chiaro? E così via. Janyi Lin, altro docente universitario, rappresentante di Associna, per poco non giustifica la rivolta milanese di via Sarpi e chiede per la sua comunità il diritto di voto. Chiosando: «Se dicessi di essere italiano direi una falsità». La rappresentante della comunità tunisina, Quejdane Mejri, ovviamente premette di essere araba e musulmana prima di dire la sua. «L'immigrazione non è emergenza, ma è una realtà», spiega snobbando come «evento puntuale» quello che succede proprio nel suo Paese d'origine. «Non importa se si è lombardi, cinesi o musulmani, conta la cittadinanza, questa nostra appartenenza all'Italia esiste». A spingere sulla cittadinanza è anche una rappresentante della comunità araba di via Padova a Milano, realtà dove trovare un italiano in certe classi è un'impresa, alla faccia dell'integrazione. Del resto, dice lei, l'Italia non era omogenea nemmeno 150 anni fa. «Non fissiamoci sulle diversità», auspica, salvo poi sottolineare di essere musulmana: «Oggi non voglio parlare da musulmana, lo faccio tutti i giorni, ma parlo da italiana», è stato in sintesi un altro passaggio. La ciliegina sulla torta arriva poi da Maurizio Ambrosini, docente alla Statale di Milano prestato alla Caritas. Un intervento stile Zelig per piegare i dati a preoccupanti luoghi comuni: insegnanti, medici e funzionari pubblici che violano eroicamente le leggi per integrare gli stranieri, immigrati obbligati ai lavori più umili, economia del Nord "con le ali" solo grazie alla manodopera di importazione. La prova? «Gli italiani hanno perso 179mila posti di lavoro, gli stranieri ne hanno prodotti 166mila». Il suo pensiero è chiaro: «L'immigrazione è normalità, c'è solo una percezione dell'emergenza». Poco importano in questo consesso i dati della Fondazione Ismu: Italia al secondo posto in Europa per irregolari (544mila) dietro al Regno Unito. 5,3 milioni di stranieri di cui un quarto in Lombardia, 297mila occupati su 424mila presenti in Provincia di Milano (prima provincia italiana per accoglienza di stranieri). Per questo almeno Cesareo esce dall 'ideologia: bisogna stare attenti alla trasposizione di buone pratiche, serve un'analisi critica e una verifica. E forse, a sentire il tenore degli interventi, prima di parlare di integrazione di chi verrà, pretendono cittadinanza e diritto di voto. Ma quale integrazione? Per loro è meglio il vento del Nord. Nord Africa.

venerdì 27 maggio 2011

Egitto: si stava meglio quando si stava peggio?

Sono stato recentemente in Egitto dove da alcuni giorni si moltiplicano gli appelli per una seconda "Giornata della Collera" che dovrebbe svolgersi nella giornata di oggi a Piazza Tahrir al Cairo. La Coalizione dei movimenti che sono stati molto attivi nella sollevazione di allora ha infatti lanciato un appello - non condiviso unanimamente, e a cui non intendono aderire i Fratelli Musulmani - per una "seconda rivoluzione" tesa a "porre fine alla corruzione politica" e processare rapidamente gli esponenti del vecchio regime. A dimostrazione, appunto, che ciò che è accaduto in Egitto a Febbraio scorso difficilmente poteva essere qualificato come una vera e propria "rivoluzione". Da una parte quindi ci sono questi giovani irrequieti che hanno la sensazione che la rivoluzione "sia stata scippata" e che i cambiamenti non stiano avvenendo con la dovuta velocità, dall'altra la gente comune che - pur rimanendo sconvolta dagli scandali finanziari scoperchiati dalla caduta del regime (scandali che, secondo me, non hanno nulla da invidiare a ciò che accade alla luce del sole e sotto il naso dei cittadini di alcune cosiddette democrazie) - non capisce "dove vogliono arrivare questi ragazzi" e non ce la fa più a sopportare questo andazzo costellato di manifestazioni, scioperi, scontri, stagnazione economica e insicurezza. Il rischio è che prima o poi sia il popolo stesso a chiedere l'applicazione della legge marziale e che i giovani attivisti si ritrovino isolati: ipotesi triste, certo, ma cosi non si potrà neanche andare avanti a lungo.

Il mio soggiorno e gli sviluppi della situazione mi hanno permesso di constatare l'attendibilità di ogni parola e analisi scritta su questo blog quando i fatti erano ancora in piena evoluzione. Non c'è da meravigliarsi: conosco il paese per esserci nato e vissuto da cittadino, non per averci passato le vacanze come le sciurette (qui e qui) che mi avevano bersagliato all'epoca. Vi ricorderete, infatti, le contumelie che mi avevano rivolto quando esprimevo allarmismo per le conseguenze di una rivoluzione priva di leadership e di agenda programmatica sull'economia e la tenuta sociale del paese. Il 9 febbraio, ancor prima delle dimissioni di Mubarak, scrivevo - rivolgendomi agli appassionati dei profili Facebook, di Twitter e della rivoluzione col culo al caldo - che Piazza Tahrir non rappresentava tutto l'Egitto, che c'era una maggioranza silenziosa composta da "poveri che non campano mica comprando azioni sul web o al cellulare: campano di mance, di vendita di souvenir, del duro lavoro in un cantiere. Comprano fave e un pezzo di pane giorno per giorno. Dire loro "abbiate pazienza ma stiamo facendo la rivoluzione per il vostro bene, non importa quanto duri" è logico, lo capisco io, ma non è funzionale al raggiungimento degli obiettivi auspicati dai manifestanti perché alla lunga potrebbe far mancar loro proprio il sostegno della maggioranza per cui dicono di combattere". Ebbene: ieri, a distanza di quattro mesi da queste mie parole è Wael Ghonim, il volto più noto della rivolta virtuale, a scrivere allarmato su Facebook: "Una rivoluzione popolare ha successo o fallisce a seconda della posizione assunta dalla maggioranza silenziosa. La rivoluzione ha avuto luogo perché alcuni si sono mossi e hanno partecipato, pochi hanno osteggiato e la maggioranza è rimasta imparziale. Se dovessero cambiare queste proporzioni adesso, perderemo tantissimo". Un concetto ribadito da un editoriale del Times di aprile che recita testualmente: "I più saggi fra i leader della protesta capiscono che l'euforia non durerà per sempre, specialmente se non vi sarà un cambiamento apprezzabile nella vita dei poveri". Fortunatamente io non ho dovuto aspettare fino ad aprile o maggio, per rendermene conto.

Un articolo del Washington post riporta il ritornello più ricorrente in Egitto, da me profetizzato (e puntualmente ridicolizzato) mentre la rivoluzione era ancora in corso, ma che poi ho sentito ribadito da ogni tassista, da ogni negoziante, da ogni impiegato: "Si stava meglio quando si stava peggio". E come il sottoscritto, il Washington Post non si riferisce agli ormai frequenti attacchi alle chiese copte e ai sanguinosi scontri tra musulmani e cristiani, altro aspetto preoccupante del dopo-rivoluzione, ma al deterioramento della situazione economica che veniva invece liquidato con sufficienza dai rivoluzionari con il culo al caldo come "un costo prevedibile della democrazia". "I vecchi tempi erano migliori", dice Sabeen Mursi, 30 anni, seduta di fronte a un carretto di frutta e verdura che ha attirato pochi clienti. "Anche se non c'erano soldi, la gente si sarebbe presa cura l'uno dell'altro. Avremmo trovato tutti qualcosa da mangiare, alla fine della giornata. Oggi, a nessuno importa nulla dell'altro". Questo senso di malessere si sta diffondendo in tutto il paese, anche tra i sostenitori della rivoluzione del Cairo. L'esperienza in Egitto potrebbe servire come un avvertimento per rivolte simili in altri Stati autocratici nella regione".

Prosegue il Washington Post: "Mursi dice che riesce a malapena a guadagnare denaro sufficiente per mangiare in questi giorni, e che si preoccupa dell'aumento dei prezzi di beni come i pomodori e il riso. Farid Ahmed, un negoziante in questo villaggio pianeggiante circondato da alberi di agrumi e di terreni coltivabili, ha detto che la crisi economica sta spingendo le persone alla disperazione. "Non possiamo trovare del carburante" ha detto, "Le cose vengono rubate ogni giorno". Nel nuovo Egitto, ci sono lotte all'arma bianca alla pompa della benzina, che scarseggia, così come rapine a mano armata - un livello di criminalità e violenza inaudito nei tempi in cui le forze di sicurezza di Mubarak mantenevano uno stretto controllo". Sono rimasto pervaso da una grande tristezza cogliendo la disperazione e la preoccupazione dell'uomo di strada che scuoteva la testa sconsolato leggendo i titoli sempre più allarmanti dei quotidiani in vendita, guardando in Tv le immagini delle chiese bruciate e gli scontri tra musulmani e cristiani nelle piazze e strade principali del Cairo, camminando per le strade deserte del bazar di Khan Al Khalili dove non si vede un turista manco a pagarlo, notando lungo il percorso le tracce lasciate dalle transenne divelte per essere vendute un tanto al chilo e i cumuli di macerie scaricati nel bel mezzo delle arterie principali, per non parlare dei venditori ambulanti che occupano abusivamente le strade del centro. Anche quel minimo di regole, in una società tradizionalmente disaffezionata alle regole, era saltato. L'andazzo si era capito già all'arrivo all'aeroporto. Indicando le macchine parcheggiate dove prima non avrebbero potuto, chiesi all'addetto: "Ma non era vietato parcheggiare qui?" Al che mi rispose sorridendo a 32 denti: "E' tutto cambiato dopo il 25 gennaio". Non avevo dubbi. Rimane da capire, però, se in meglio o in peggio. In ogni caso, benvenuti nel Nuovo Egitto.

giovedì 26 maggio 2011

Prima o poi...

La polizia serba ha arrestato Ratko Mladic, l'ex capo militare dei serbi di Bosnia latitante dal '96 e ricercato per genocidio e crimini contro l'umanità. Dalle sue cronache dal fronte di guerra jugoslavo negli anni a cavallo tra il 1992 e il 95 emergono considerazioni, citazioni sulla necessità di fare piazza pulita una volta e per sempre degli islamici dalla sua terra, accuse pesanti alle presunte interferenze di Unione europea e Stati Uniti, responsabili a suo giudizio di "flirtare con i musulmani perché hanno interessi in Medio Oriente e hanno quindi la necessità di fare alcune concessioni". Verrà il giorno in cui altri personaggi simili a Mladic, oggi sparsi per l'Europa, faranno la sua stessa fine. Speriamo solo che ciò accada prima che le loro "considerazioni" provochino un altro genocidio.

Milano reagirà all'imbarbarimento

"Ma via, perché non si dovrebbe fare una moschea a Milano? Fino a prova contraria c'è libertà di culto in questo paese, non si possono costringere migliaia di islamici che pagano le tasse e contribuiscono al Pil nazionale a pregare all'aperto in via Jenner o in piazza Duomo. E' un fatto di civiltà. Io abito tra Milano e Roma, passo spesso davanti alla moschea di Forte Antenne. Esiste ormai da tanti anni e non ha mai creato problemi. Anzi"

Cesare Romiti, ex presidente della Fiat, in un'intervista in cui asserisce che "Finalmente la borghesia si sveglia. Milano reagirà all'imbarbarimento"

mercoledì 25 maggio 2011

Scusate, la moschea è a Sucate.

La gaffe di Letizia Moratti sulla moschea di Sucate fa il record di fans su Facebook. Nel giro di pochi giorni, sono oltre 16 mila gli iscritti al popolare social network ai quali ''piace'' la pagina dedicata allo scherzo che pochi giorni fa ha avuto come protagonista e vittima il sindaco uscente di Milano. Un numero che sembra destinato a salire ancora. Tutto nasce domenica, quando un utente di Twitter entra nel profilo del sindaco uscente di Milano per chiedere delucidazioni su una moschea: quella che a suo dire starebbe sorgendo in Piazza Giandomenica Puppa nel quartire popolare di Sucate. ''Il quartiere Sucate - si legge nel testo del post - dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa! Sindaco rispondi!''. Inutile dire che Piazza Puppa a Milano non esiste, cosi' come non c'e' mai stato nessun quartiere popolare di Sucate. Nessuno, pero' - ne' la Moratti ne' gli uomini del suo staff che si occupano di comunicazione e che nello specifico ne gestiscono la campagna elettorale su internet - ha pensato che potesse trattarsi di uno scherzo. Tant'e' che la risposta sul profilo Twitter del sindaco uscente e' arrivata immediatamente e senza alcuna esitazione: ''Nessuna tolleranza per le moschee abusive. I luoghi di culto si potranno realizzare secondo le regole previste dal nuovo Pgt''. Sono bastati pochi giorni perche' la notizia facesse il giro del web. Tanto che su Facebook e' stata creata una pagina ad hoc dedicata ironicamente alle problematiche, ovviamente inesistenti, del quartiere di Sucate. C'e' un utente che riassume il pensiero di molti: ''Credo di non aver mai riso tanto in vita mia''. C'e' chi, invece, propone un gemellaggio ''con la cittadina moldava di pompa''. E mentre qualcuno chiarisce che ''la madrina di Sucate sara' Monica Lewinsky'', c'e' anche chi parafrasa, adattandola per l'occasione, la celebre frase pronunciaa da John F. Kennedy durante la visita ufficiale a Berlino Ovest nel '63: ''Ich bin ein Sucaner''. Un utente si rivolge direttamente al premier e al sindaco uscente di Milano: ''La Cittadinanza invita Silvio e Letizia, al termine della lunga campagna elettorale, ad una giornata di relax nella nostra amena comunita'...Finalmente Sucate!''. Sempre sulla stessa pagina compare un reportage fotografico della processione dei Sucanti e perfino un video su Youtube (cliccato per il momento da quasi 32 mila utenti) e che ricalca il vecchio 'Intervallo' della Rai con immagini-cartolina raffiguranti panorami o monumenti del quartiere di Sucate. (ASCA)

martedì 24 maggio 2011

Al Pisapiah e la Zingaropoli islamica

Così come nessuno si aspettava le rivoluzioni dei popoli arabi, che - sviluppi a parte - ne hanno riscattato l'orgoglio e l'immagine, anche il prevalere della coalizione di sinistra alle recenti elezioni comunali a Milano era totalmente imprevisto e inatteso. Sono certo che il candidato sindaco Pisapia e le sigle che lo appoggiano siano rimaste piacevolmente sorprese e un po' spiazzate da questo improvviso - e speriamo durevole - risveglio dei meneghini. Eppure i concorrenti di Pisapia non hanno certo lesinato spese (più di 16 milioni di euro) e promesse agli elettori milanesi, bimbi immaturi in attesa di "piacevoli soprese", ricchi premi e cottillons che spaziano dai ministeri decentrati alla cancellazione delle multe. Ma l'aspetto più demenziale e indegno di questa campagna elettorale è che viene giocata quasi esclusivamente sulla pelle dei musulmani e delle minoranze (immigrati, rom, ecc), con i professionisti delle poltrone che, nel terrore di perdersi la polpetta dell'Expo, non esitano a paventare una "zingaropoli islamica" con annessa proliferazione di "belle moschee" (eppure proprio l'affluenza di un pubblico internazionale richiederebbe la presenza di un luogo di culto dignitoso per gli ospiti di tale fede, non fosse altro che per fare "bella figura" davanti al mondo civile. O forse i musulmani vanno bene solo quando sono soci d'affari milionari e prostitute da quattro soldi?). La destra continua imperterrita ad agitare lo spettro del pericolo islamico e dell'invasione straniera, nella speranza di recuperare con la paura ciò che non è riuscita a costruire in cinque anni di mandato di governo fallimentare. Spero vivamente che il ballottaggio confermi l'inceppamento di questa macchina del consenso che sostituisce i bisogni autentici dei cittadini con attacchi sconclusionati contro i kebabbari. Mi auguro con tutto il cuore che i promotori di questa vergogna patiscano una sconfitta clamorosa pari almeno a quella di Magdi Exmusulmano Allam, che con il suo listino, "Io amo Milano", ha a malapena raccolto lo 0,5%. Eppure questo personaggio, che ama Milano senza viverci e che difende i copti senza conoscerli "Non so nulla dei copti e non ho mai messo piede in una loro chiesa" (non a caso i 7000 copti con cittadinanza italiana non l'hanno minimamente considerato), continua ad implorare la Moratti ad annunciare sin d'ora una giunta costituita da "personalità" capaci "di dominare la scena mediatica" (della serie "Io amo me stesso"). La vittoria di Pisapia a Milano è vitale per evitare che questi trombati entrino dalla finestra dopo essere stati sbattuti fuori dalle urne, per scongiurare il rischio che nella prossima giunta comunale di Milano si accomodino assenteisti incalliti, signorine intraprendenti e figli d'arte vari, per impedire che alla concretezza del buon governo si sostituisca l'aria fritta dei media asserviti e menzogneri. Quella che si svolgerà a Milano, Domenica e Lunedi prossimi, non sarà una semplice consultazione elettorale, ma una battaglia tra il bene e il male, tra la verità e la menzogna, tra la progettualità politica e il vuoto, tra la gente perbene e gli accattoni del potere. Proprio per questo seguirò lo svolgimento delle consultazioni con lo stesso interesse con cui ho seguito quelle di Torino. Perché mentre in quest'ultima città volevamo e dovevamo dimostrare, con l'elezione di Ilda Curti, già Assessore all'integrazione, che stare dalla parte dei diritti civili paga elettoralmente, con quella di Milano vogliamo e dobbiamo dimostrare che prendere per i fondelli la gente, colmando il vuoto di proposta politica con la propaganda di bassa Lega non paga, anzi: genera la rivolta dei cinesi, quella degli egiziani e tutto ciò che oggi si vorrebbe imputare a Pisapia. Di norma scrivo poco di politica nazionale e locale e cerco di tenermene il più possibile alla larga. Ho fatto un'eccezione con Ilda Curti, esortando via email i miei oltre mille contatti torinesi a votarla, e ora faccio lo stesso - da questo blog - per Pisapia. Non so se ce la farà: ha tardato fin troppo nel distribuire i cammelli e le vergini fornitegli da Alqaida. Però so che Torino e Milano hanno la possibilità di inaugurare, unite, la "primavera italiana", di riscattare l'immagine e il prestigio di un'Italia ferita e malridotta nella ricorrenza del suo centocinquantesimo compleanno. Questa opportunità non è mai stata così vicina: mi auguro che i Milanesi non se la lascino sfuggire.

venerdì 20 maggio 2011

Grazie Torino, grazie Ilda!

"Ci sono stati alcuni ingredienti, in questa avventura, che meritano rispetto e attenzione. Non per me personalmente, ma per la politica in generale. E per il PD in particolare. Il mio comitato elettorale, intanto: nessuno dei ragazzi è iscritto al PD, molti meno giovani sono iscritti e arrabbiati, altri non ci pensano nemmeno, tutti amano la politica e si appassionano alla città. Viviana, Giorgia, Marco era la prima volta che facevano qualcosa di così esplicitamente politico. Altri non hanno nemmeno il diritto di voto. Suad vive qui da 12 anni, è nata in Marocco ed è una torinese nei modi, nella pronuncia e nella puntualità. Valter è bosniaco, rom nato a Banja Luka e qui da quasi sempre. Non hanno la cittadinanza ma esercitano, da sempre, la cittadinanza. Quella attiva, appassionata, seria, intelligente. Andare con loro nei mercati e discutere insieme di immigrazione, paura, conflitto cambia la prospettiva, vi assicuro. La prospettiva della signora Maria, intanto. Che di fronte a questi ragazzi sorridenti, intelligenti e preparati si incuriosisce, sorride e discute. Poi ci sono stati Bocar, Abdelhaziz, Hakima, Aurelia, Mohamed, Fatima, Esmeralda, Mark, Eva, Ibrhaim, Amir, Younis, Sherif, Benko… così tanti che non li elenco nemmeno tutti. C’è stato Faousi che ha ricordato ai suoi connazionali tunisini: «Noi non abbiamo il diritto di voto ma abbiamo il dovere di far votare quelli che ce l’hanno e non lo considerano un valore. Noi subiamo le scelte della politica ma non possiamo decidere. Adesso tocca a noi, perché Torino è anche nostra». E allora ci sono stati volantinaggi spontanei ai mercati, incontri con i genitori italiani dei loro figli, con i compagni di università, con i connazionali con cittadinanza, con i vicini di casa. Ho partecipato a decine di incontri così: gruppi di 20, 30 persone con le quali ho discusso di politica, di Torino, di lavoro, di scuola, di futuro. Sono andata ad un incontro organizzato da Mohamed: 300 persone, uomini e donne, e domande sulla partecipazione, il voto, la democrazia. Molti kebabbari avevano il mio materiale sul bancone e spiegavano ai clienti chi ero. E’ così che ho conosciuto due ragazzi giovani che hanno letto il pieghevole, sono andati sul sito, hanno visto dove trovarmi e sono venuti a conoscermi. Si sono incuriositi, mi hanno detto, perché non è usuale che il proprietario di un kebab si spenda così tanto per convincere a votare una del PD. Donna, per di più. I principali centri islamici della città hanno scritto una lettera in arabo e italiano ai 2.500 arabi con cittadinanza italiana. Cominciava così: “L’articolo 3 della Costituzione Italiana a Torino è programma politico”. Nella sede del Comitato – 15 metri quadri nel cuore di Barriera di Milano – il mitico Enzo insieme a Franco e gli altri che si alternavano hanno passato le giornate a spiegare come si vota a frotte di immigrati che venivano, chiedevano, cercavano di capire la differenza tra il voto in Comune e quello in Circoscrizione. I ragazzi di via Agliè – il gruppo rap di Torino Nera – sono venuti a cantare al Lapsus insieme agli Architorti, a Furio di Castri e a tanti altri. Un mio conoscente che già mi avrebbe votato ha ricevuto il mio santino dai suoi collaboratori domestici filippini. Lo stesso è capitato alla mia amica Gianna, a cui il pieghevole è stato portato dalla sua signora rumena. Sono stata votata dai datori di lavoro e dai dipendenti. Ciùmbia di nuovo. Hakima ha parlato con tutti gli ambulanti del mercato dove lavora suo marito. I genitori di Fedoua hanno bussato alle porte dei loro vicini italiani e hanno spiegato che votare è importante. Esmeralda, travolgente Pasionaria intelligente e coltissima, è venuta con me in giro per la città e mentre distribuivamo materiale chiacchieravamo di arte e poesia. Le sisters, fantastiche suore di strada, hanno volantinato alle donne con cui passano i pomeriggi a cucire e parlare. I ragazzini multimulti di Barbara sono andati in giro in bici per il quartiere facendo il buca a buca. I balonari hanno organizzato una cena dove si è discusso di mercati, di DURC, di usato, di 121unisti che nessuno ricorda cosa siano a parte pochi di noi e loro. (...) Io non so se le 1983 preferenze arrivano da questa rete. E non saprei nemmeno dire se una rete così si può improvvisare o, piuttosto, è quella intessuta nei tanti anni di immersione nella pancia della città. Io so che sulla parola “consenso” dovremmo riflettere a lungo e imparare a gestire anche le questioni scomode con un po’ più di coraggio e meno paura di perdere. E sulla partecipazione degli immigrati sarebbe bene, anche qui, essere un po’ più articolati e meno schematici. Perché non basta metterne qualcuno in lista per conquistarsi il titolo di partito aperto e multietnico.(...) Serve accogliere la voglia di partecipazione, serve far crescere classe dirigente. Serve tempo, cura e attenzione. Perché la prossima volta mi piacerebbe essere io a fare volantinaggio per Suad, Esmeralda, Valter o Aurelia. E morirei di soddisfazione a veder entrare Houda in Sala Rossa con il suo foulard colorato e la sua pacata intelligenza politica. La rete c’è. La ragnatela è intrecciata. Adesso lavoriamoci, tutti. Serve anche al PD, a cui vogliamo bene".

Ilda Curti (Leggi l'articolo completo qui)

giovedì 19 maggio 2011

Nonsenso

Clicca sull'immagine per ingrandire.
Grandiosa la risposta della lettrice alle farneticazioni di Allam.

mercoledì 18 maggio 2011

Provaci ancora, Allam

Evidentemente Magdi Cristiano Allam, l'ex Vicedirettore del Corriere della Sera, attualmente collaboratore de Il Giornale, amico di fu Oriana Fallaci assieme alla quale fu premiato con l'Ambrogino d'Oro (tutte cose da lui ribadite in alcuni patetici spot elettorali) che tanto ama Milano "dove ha esordito in politica venendo eletto al Parlamento Europeo" (salvo essere l'eurodeputato con il più alto tasso di assenze) non è ricambiato sufficientemente dai Milanesi. Nonostante l'altissimo profilo vantato e la massiccia copertura mediatica (arrivata al punto di tappezzare un edificio sfitto con i suoi manifesti, alla faccia del rigore da lui sbandierato nei confronti dei centri sociali), alle elezioni comunali appena concluse il nostro ha racimolato nientepopodimeno che 1128 preferenze, un po' pochino per l' "amore" profuso a suon di manifesti dove vengono demonizzati i musulmani, i cinesi e i rom e cioè le minoranze su cui lui rivendica diritto di tutela nella veste di "assessore all'integrazione". Sui 48 componenti della sua lista "Io amo Milano", ben 11 hanno avuto zero preferenze (ma uno non può votare almeno sé stesso?), 5 hanno avuto 1 preferenza (evidentemente uno può votare sé stesso), 12 hanno avuto da 3 a 10 preferenze (parenti), 9 hanno avuto tra 10 e 30 preferenze (parenti e amici). Ma per Magdi Allam il problema non è nella sua gioiosa macchinina di guerra che si è arenata allo 0,51% bensì in questa "fase storica contrassegnata dalla crisi del berlusconismo inteso come sistema politico in cui Berlusconi era il collante sia del centro destra che del centro sinistra". Una domanda sorge spontanea però: se Magdi ha fallito pur sbandierando il "pericolo islamico" in una città come Milano, come ha fatto Ilda Curti, Assessore all'integrazione (quella vera) della città di Torino - nota per la sua posizione a favore della moschea di Torino, che come progetto non è esattamente qualcosa di "popolare" - a risultare la quarta degli eletti con ben 1983 preferenze in una lista che ha raccolto il 34%? Un assessorato all'integrazione, come pretende il nostro, in cambio di questa Waterloo elettorale mi sembra decisamente un po' troppo e spero che anche la signora Moratti, se dovesse essere eletta al ballottaggio, rifletta attentamente prima di fare un altro passo falso che possa pregiudicare ulteriormente la sua immagine politica. Sono sinceramente dispiaciuto per Magdi: anche quest'ennesimo tentativo di "decollare sulla scena politica nazionale" sembra essere andato a vuoto. Secondo me dovrebbe prendere in considerazione l'idea di "amare" qualche altra città. Chissà.. potrebbe andare meglio la prossima volta. E come recita il detto egiziano: Al tikrar yu'allem el homar: la ripetizione consente anche all'asino di imparare.

PS: Vittorio Zucconi su Repubblica: Fallita la Minaccia Islamica (la lista “Io Amo Me Stesso” di Allam Magdi ha raccolto un sensazionale 0,51%) (...) l’Invasione degli Immigrati, le Moschee in Piazza del Duomo.

lunedì 16 maggio 2011

Magdi Allam è senza fonti

Magdi Cristiano Allam, recentemente autocandidatosi come Assessore all'integrazione della giunta Moratti, ha affermato in una recente intervista che - anche se non crede nell'Europarlamento (infatti è l'eurodeputato con il più alto numero di assenze) - quello "è il mestiere che mi permette di mangiare". Il dubbio, però, è che il cadreghino gli sia più utile per pagare i risarcimenti danni nelle cause che lo vedono condannato.

Il Tribunale di Milano ha condannato per diffamazione Magdi Cristiano Allam ai danni dell'intellettuale e leader democratico islamista tunisino Rachid Gannouchi. Nel suo libro Viva Israele, pubblicato da Mondadori, Allam aveva accusato Gannouchi di essere un fondamentalista fautore di odio e di istigazione all'aggressione nei confronti di Israele. Accuse del tutto infondate, ha stabilito il Tribunale di Milano, il quale ha accertato che Allam non è stato in grado di produrre neppure le fonti che aveva indicato nel libro. "Si tratta di una condanna che rende giustizia delle molte accuse infondate e gratuite che Allam nel suo libro ha rivolto al mio cliente - ha dichiarato l'Avvocato Luca Bauccio, difensore di Rachid Gannouchi - il processo ha dimostrato come Rachid Gannouchi fosse non solo un perseguitato dal regime tunisino, frattanto caduto miseramente, ma anche un intellettuale che ha perorato nei suoi scritti e nella sua opera politica la democrazia, la tolleranza e il riformismi islamico. Insomma esattamente il contrario di quanto affermato da Allam. Sarebbe davvero auspicabile - ha concluso Bauccio - che si evitassero accuse iperboliche e strumentali usando il pericolo islamista, perchè è facile farle, almeno per chi ha accesso ai media come Allam, ma poi, come dimostrano i processi, quando sono infondate è impossibile dimostrarle quelle accuse". Allam, difeso dall'avvocato Cristina Malavenda, dovrà risarcire 38 mila euro, mentre la Mondadori dovrà anche eliminare le frasi offensive dalle successive edizioni del libro.

domenica 15 maggio 2011

Amo chiunque mi dia uno straccio di cadreghino

Dopo il feroce attacco di Libero che rappresenta Magdi Allam - come lui stesso ha correttamente inteso - nelle vesti di un "volpone che vorrebbe campare sulle spalle dei contribuenti lavorando poco e guadagnando molto, anzi moltissimo", l'ex-giornalista, ex-egiziano e ex-musulmano ha pensato (male) di scrivere - tutto indignato - al quotidiano per specificare "che lo stipendio del parlamentare europeo è di 6 mila euro e non di oltre 12 mila euro". Memorabile la replica del giornalista che ha pubblicato l'articolo: "Per carità, onorevole, nessuna menzogna o tesi diffamante. Mai dubitato del suo impegno, ma, scusi, di fare l’eurodeputato mica gliel’ha ordinato il medico. E sugli stipendi lordi o netti dei nostri europarlamentari (i più alti della UE) ci si sarebbe a dire assai. Ciò detto, onorevole Allam, lei non ha smentito affatto la sua videointervista che è pubblica e di cui mi pare d’aver riportato tutto. E sì che l’aveva fatta in italiano, mica in arabo…"

Vittorio Zucconi, direttore del quotidiano on-line di Repubblica, scrive invece un commento altrettanto interessante: "Domanda per i milanesi che “tanto sono tutti uguali e io non voto”. Lo sapete, sì, che se la mamma di Batman rivince le elezioni vi ritrovate pure con Magdi Cristiano Allam, capolista del grande movimento popolare (qui ritratto in una delle sue oceaniche adunate) “Io amo Milano”, anche noto come “Io amo l’Italia”, “Io amo Bologna”, “Io amo la Lucania”, “Io amo chiunque mi dia uno straccio di cadreghino” come assessore per i prossimi 5 (cinque) anni? All you need is love". Un lettore replica: "Ma questo Magdi Cristiano Convertito Allam è per caso quel saccentissimo opinionista che ha invaso le televisioni del regno per qualche decennio? Già allora era insopportabile ma “bucava lo schermo” per cui quel volpone di Vespa gli aveva fatto un contratto, se ben ricordo, prima di passare ai pullover di Crepet. Non ho mai ascoltato in vita mia tanta saggezza, a parte l’altro inarrivabile rompicoglioni di Socci, l’ex mistico conduttore intelligente un pochino integralista in spasmodica caccia agli ascolti che non c’erano. Per l’intera Giunta della Moratti sopportare questo Magdi che “ama Milano e tu?” (già nella domanda il candidato si mette in cattedra e sfrucuglia il prossimo) sarà un’impresa. Tanti auguri!"

sabato 14 maggio 2011

Come mettere insieme pranzo e cena.

Un taglio molto cattivo quello di Libero, quotidiano tradizionalmente di centrodestra, che attacca e ridicolizza ferocemente Magdi Allam, recentemente auto-candidatosi come Assessore all’integrazione della futura giunta di Letizia Moratti. Leggere anche i commenti di Giornalettismo e Byoblu.

[LIBERO, 13/05/2011 p.5, di Francesco Specchia]

Magdi Cristiano (dopo la conversione, ma forse anche prima) Allam è un po’ l’inesausto Robin Hood della cristianità. Magdi amatutti, nell’accezione politica del termine. Magdi non ama l’Europa che gli dà il pane. In questi giorni Magdi, con la brigata di Sherwood del suo movimento, “Io amo l’Italia” (con tutte le varianti toponomastiche “Io amo Busto Arsizio”, “Io amo Gallarate”, “Io amo Macerata”, “Io amo Bisceglie”...), non riesce a starfermo; è ubiquo come Antonio da Padova, gira, corre come un pazzo appoggiando Letizia Moratti per ottenere l’Assessorato all’Integrazione. Addirittura ha arruolato come testimonial dei suoi manifesti con la scritta “Milano modello d’integrazione”, le icone Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, gente tosta evidentemente ammiratrice di Magdi sin dai tempi in cui scriveva sul Corriere della sera. Gira, Magdi, trotta talmente tanto in Italia, che dimentica di bazzicare la fonte del suo sostentamento: l’Europarlamento dove è stato eletto nel 2009 eurodeputato. Fin qua la cosa è stridente, ma nulla di nuovo. L’epica dell’assenteismo tra i politici italiani è letteraria. Ma la cosa assume contorni surreali quando Magdi viene intervistato dal collega Mattia Costa alla tv del Riformista appena nata. « Magdi Allam, da molti lei è stato criticato per essere il parlamentare europeo col più alto tasso di assenteismo tra i colleghi italiani al 727° su 733° nella classifica complessiva. Come mai?», sciabola candidamente Costa. Risposta di Magdi: « Non è un qualcosa di cui mi vergogno di esser tra i più assenteisti del Parlamento Europeo. È un’esperienza che sto facendo, non ho la minima intenzione di ricandidarmi ». Ah, quando si dice il senso dell’istituzione. Poi, sempre tranquillamente aggiunge: «Non mi riconosco in quest’Europa che è un colosso di materialità senz’anima, che si vergogna delle proprie radici giudaico cristiane, che vende i valori non negoziabil». Il collega non capisce, si cristallizza nel gesto dell’appoggio del microfono. L’europarlamentare prosegue: «E il Parlamento Europeo pure essendo l’unica istituzione eletta dai cittadini europei, conta poco o niente, in Europa il potere esecutivo e legislativo sono nelle mani della Commissione Europea e del Consiglio dell’UE; il fatto che i poteri sono ad unica istituzione è un qualcosa che appartiene più a una dittatura che a una democrazia». Cioè, riassumendo: l’Europa non serve a un cacchio, è una forma barzotta di dittatura e io me ne fotto. Perbacco. Bravo! - uno dice - il coraggio dell’anti-conformismo! A quel punto il collega Costa porge la domanda più ovvia: «Ma Lei rimane parlamentare europeo in ogni caso?». Ed è lì che Magdi spiazza ancora: «Lo sono, è il mestiere che mi permette di mangiare, e continuerò a farlo sicuramente...». Tradotto: mi fa schifo l’Europa, ma non mollo i 12.007,03 euro al mese (quasi quanto un parigrado lèttone prende in un anno) che mi pagate voi. L’intervista procede con la mandibola dell’intervistatore slogata dall’imbarazzo. E a chi scrive viene in mente una frase. Epica, commovente, cristiana. «Noi cerchiamo la riforma etica della cultura politica e delle istituzioni dello Stato per affrancarci dalla mercificazione e dalla consorteria del potere, affinché siano autenticamente al servizio dei cittadini»: è tra gli obiettivi dello statuto di “Io amo l’Italia”. Più che cristiano, Magdi Democristiano Allam...

martedì 10 maggio 2011

Il mio regno per un minareto

Passando di lì, in periferia di Milano, accanto ad un centro di preghiera musulmano, Magdi ha visto una torre ergersi, con macchinari in vetta. Un minareto tecnologico per far vibrare nell’aria – una volta cattolica – le parole del muezzin, deve aver pensato Magdi Allam. Di qui l’accorata predica a proposito del nuovo e inquietante passo avanti dell’islamizzazione a Milano, già Italia. «Allah è grande! Testimonio che non vi è altro Dio se non Allah! Testimonio che Maometto è l'in­viato di Allah!». La voce del muez­zin, in lingua araba, rimbomba da un altoparlante collocato su una torre di metallo eretto a minareto nella moschea di Cascina Gobba al civico 366 di via Padova alle ore 13.09 di venerdì 22 aprile 2011» ha scritto Allam sul Giornale. Allarmatissimo perché il minareto di Cascina Gobba rappresenterebbe «la sfida più significati­va dell’Islam radicale al nostro sta­to di diritto dopo l’occupazione di piazza Duomo da parte di circa 2 mila musulmani il 3 gennaio 2009». Segue diagnosi socio-religiosa sull’innesto mal riuscito dell’Islam in Europa e la minaccia dei centri di preghiera covo di possibili bin Laden. Tutto di grande spessore e interesse, se non fosse che il minareto – come ha scoperto Youreporter – non è un minareto, ma un ripetitore del segnale mobile attualmente in affitto al gestore di telefonia Wind, gruppo che si occupa di diffondere, più che il verbo di Maometto, nuove schede sim. (Il resto dell'articolo, a firma di Nico Arse, e' altrettanto divertente...)

lunedì 2 maggio 2011

Bin Laden è morto. Viva Bin Laden.

I retroscena sulla morte di Bin Laden, come quelli sulla caduta - già avvenuta o prossima ventura - di alcuni dittatori del mondo arabo saranno probabilmente resi noti fra qualche decennio o forse mai. Di certo desta stupore, come scrive Andrea Nicastro su Il Corriere della Sera, che "In un Paese sotto minaccia terroristica come il Pakistan, con un’intelligence pervasiva e potentissima, in una società tribale dove il controllo del territorio ha sempre un referente forte in questo o in quel capo famiglia (...) passasse inosservata la presenza di un gruppo di arabi (stranieri quindi) con strane abitudini in una costosa, insolita e misteriosa proprietà (...) in una cittadina turistica". Molti continueranno ad arrovellarsi su questa morte. Qualcuno continuerà ad esempio ad affermare che Bin Laden è ancora vivo e vegeto, magari ospite di un lussuoso ranch texano. Anch'io sono profondamente convinto che Bin Laden sia ancora vivo, benchè non nel senso inteso da quelli convinti che Elvis Presley lo sia tuttora. Bin Laden è vivo nella misura in cui ci sono ancora, in giro per il mondo, migliaia se non milioni di altri Bin Laden, potenziali o già pronti ad invadere il mercato. Vale per Bin Laden lo stesso discorso che feci riguardo ai dittatori del mondo arabo: l'incapacità di distinguere fra Simbolo e Sistema è solo foriera di disastri: guai a personificare i problemi di un'area, a "totemizzare" una sfida come quella posta dall' estremismo di matrice islamista. Il mondo non è "più sicuro" come gongolano i media e i supporters della guerra armata al terrore perchè Bin Laden è semplicemente morto. Morto un Bin Laden se ne farà presto un' altro, anzi dieci, cento, mille. Il pensiero perverso che ha generato il leader di Alqaeda non è nato con lui, e di certo non scomparirà con la sua morte perchè se è vero che è stata vinta la battaglia delle armi, quella delle menti e dei cuori è miseramente fallita. Signori, Bin Laden è morto. Viva Bin Laden.

Non sposate italiani!

L’uomo, un italiano di 49 anni, era stato trovato sul luogo del delitto con i vestiti sporchi di sangue. La sua convivente, Lakbira El Hayj, marocchina di 40 anni, era stata raggiunta da cinque colpi di pistola sull’uscio di casa. (Repubblica)


L' uomo aveva gia' ucciso una precedente moglie, venti anni prima. "Non sposate islamici" era invece il titolo, a caratteri cubitali, de La Stampa alcuni anni fa (2005)