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martedì 28 giugno 2011

Disoccupata causa velo

Repubblica Caro direttore, mi chiamo Sama, sono nata in Egitto ma mi sento 'milanese' perché abito in questa città da quando avevo 16 anni, qui ci sono i miei affetti, il mio futuro. Eppure, in questa città che sento mia, per me, ragazza di 25 anni, laureata in Scienze Politiche alla Statale, è impossibile trovare lavoro. Quando sono fuori casa, indosso il velo islamico, lo 'hijab', un fazzoletto annodato al collo che lascia completamente scoperto il mio volto. È una tradizione che ho portato dal mio Paese e che fa parte della mia fede religiosa. Nessuno me lo impone, è una scelta personale che la mia famiglia rispetta, avendomi trasmesso i valori della libertà, del rispetto e dell’onestà. Eppure, proprio per il velo islamico che indosso, superare un colloquio di lavoro è un’impresa ardua.

Come molti miei coetanei passo molto tempo a leggere le inserzioni sui giornali e a navigare in Internet per trovare opportunità di lavoro. Ho fatto decine e decine di telefonate e molto spesso ho poi concordato appuntamenti con chi offriva stages per praticanti. Ma ogni volta, dopo un iniziale interesse manifestato al telefono da parte dei miei interlocutori per il mio curriculum, ho dovuto confrontarmi con la freddezza e l’imbarazzo palpabile di chi si trovava di fronte una ragazza velata, come me.

La settimana scorsa ho sostenuto un colloquio per un progetto formativo del Comune di Milano presso la sede di via Bergognone del settore 'Risorse umane'. Avevo letto sul sito del Comune che c’era possibilità di partecipare a un tirocinio chiamato 'Dote Comune' realizzato per giovani fra 18 e 30 anni. In sostanza, il Comune offre a 12 persone la possibilità di partecipare a un tirocinio, presso alcuni sportelli pubblici, con un impegno settimanale di 20 ore e un rimborso spese forfetario di 300 euro mensili. Come altri ragazzi mi sono presentata per il colloquio, dopo aver spiegato i miei titoli di studio. Ma a differenza di altre mie amiche che hanno fatto lo stesso colloquio, ho subito percepito che il mio velo sarebbe stato d’ostacolo.

La funzionaria che ho incontrato mi ha fatto diverse domande per farmi spiegare i motivi per cui lo porto e mi ha spiegato che lavorando in un ufficio pubblico, lo 'hijab' avrebbe potuto essere un problema. Le stesse osservazioni che mi erano state fatte in un precedente colloquio per un posto da mediatrice culturale. Le stesse frasi che tante altre volte ho dovuto ascoltare, presentandomi per un colloquio di lavoro in negozi e uffici privati. Inutile dire che pochi giorni fa ho verificato di non aver ottenuto quel posto da tirocinante presso il Comune.

Non saprò mai se il motivo sia stato il velo che porto, ufficialmente non mi è stato detto niente in proposito, anche se lo scetticismo di chi mi ha fatto il colloquio era più che evidente. Un’idea sulle ragioni per cui non sono stata selezionata, quindi, me la sono fatta, dopo l’interrogatorio che ho subito sul velo islamico che porto. Ora io mi domando: è questa la sorte scontata per chi, come me, vivendo a Milano, pur venendo dall’Egitto ed essendo di fede musulmana, non si sente straniera? Sono cresciuta nella vostra cultura anche se indosso il velo: quanto a lungo dovrò restare disoccupata? Dovrò rinunciare a un mio modo di sentire e di essere per poter sperare di essere considerata come tutti gli altri giovani laureati milanesi?

lunedì 27 giugno 2011

Dialogo politico nell'Islam italiano

"(...) querela che Khalid Chaouki, solo fino a qualche mese fa Presidente dei Giovani Musulmani legati all’UCOII aveva sporto contro Mantovano, Gasparri, Ronchi, la sottoscritta e lo scrittore Marco Angelelli. Certo, querela sporta da chi nemmeno aveva firmato la Carta dei Valori e che successivamente si discostava nettamente da quell’ambiente. Capirà anche lui che la parola “estremista” non è reato (..)".

Souad Sbai, parlamentare, in una dichiarazione a Libero.

In merito alla dichiarazione dell’on. Souad Sbai pubblicata su Libero del 28 maggio 2011, scrivo per precisare una volta per tutte che la Carta dei Valori finchè ne sono stato componente non è mai stata approvata ufficialmente dalla Consulta per l’Islam Italiano. Questo è un fatto incontrovertibile. Se fosse stata posta ai voti l'avrei votata, perchè ad essa ho contribuito e in essa credo. Il documento a cui l’on.le Sbai si riferisce costituisce, in realtà, un documento privato della on. Sbai che nulla ha a che fare con la Carta dei Valori. Ribadisco, pertanto, nuovamente che non avrei mai esitato a firmare la Carta dei Valori se soltanto un documento ufficiale della Consulta fosse stato aperto alla firma. Respingo inoltre e categoricamente ogni accostamento della mia persona al gruppo dei Fratelli Musulmani, di cui non faccio parte, né ho mai fatto parte e di cui non ho mai condiviso le relative posizioni o finalità. Su quali fatti la Sbai fonda le sue illazioni? Nessuno. E' lei che decide l'identità degli altri? Sicuramente no. Io sono e resto un giovane democratico che crede nei valori della libertà, dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti fondamentali della persona umana. Ma per sentirmi moderato non ho certo bisogno di convincermi che gli altri sono estremisti, né tantomeno di demonizzare le mie controparti politiche attribuendo loro false identità o mistificandone il pensiero. Sono, infatti, convinto che il dialogo politico necessiti, in una società democratica, di essere condotto con lealtà e pacatezza, attraverso un confronto dialettico deciso ma sereno, che si fondi sulle idee e sul rispetto reciproco. Cordialmente

Khalid Chaouki

sabato 18 giugno 2011

Se vogliamo un Islam europeo...

Extratorino (Servizio di Federica Tourn, Foto di Fabrizio Esposito) - (...) «In realtà non si può parlare propriamente di moschee - spiega Sherif El Sebaie, docente di Lingua e cultura araba al Politecnico di Torino - perché, per l'assenza di un'intesa con lo Stato, non sono riconosciute come luoghi di culto ma catalogate come associazioni o centri culturali, anche se in realtà sono principalmente dedicate alla preghiera.» I musulmani a Torino sono trentacinque-quarantamila ma molti, anche se osservanti, non frequentano perché non si sentono a loro agio: si tratta infatti per lo più di spazi non a norma, considerati non dignitosi e in ogni caso sotto il controllo della polizia. Sono tutti d'accordo che una moschea attrezzata, costruita a norma di legge e sicura - come dovrebbe essere la nuova moschea del Misericordioso - è senz'altro meglio di una anonima, magari sottoterra o abusiva. Sembra evidente, eppure le contestazioni sono all'ordine del giorno. «Preferiamo forse i locali senza autorizzazione, con una sola uscita di sicurezza per centinaia di persone o senza i permessi per i bagni?», chiede Amir Younes del Centro Mecca. Più esplicito Bahaa Ewis, proprietario dell'Horas Kabab di via Berthollet: «Non c'è parcheggio, dicono quelli che si oppongono. E io allora cosa devo fare? Continuare a pregare in una cantina perché loro non sanno dove mettere la macchina?» «Le moschee devono rientrare in un progetto nazionale condiviso perché i musulmani fanno parte integrante del Paese», taglia corto Abdelaziz Khounati, responsabile della Moschea della Pace. Uno dei punti dolenti è la formazione degli imam, di cui lo Stato italiano, secondo Khounati, dovrebbe farsi carico, mettendo fine alla confusione attuale. L'obiettivo è preparare adeguatamente chi guida la preghiera ma anche rassicurare sulla trasparenza e la correttezza dei famosi "discorsi del venerdì", che tanto spesso hanno messo in allarme l'opinione pubblica. «Imam che incitano alla guerra santa? — Sherif El Sebaie accenna un sorriso ironico — Se ci sono, non lo fanno certo in moschea, sanno benissimo di essere registrati. Piuttosto, se vogliamo un Islam europeo, gli imam devono studiare nelle università pubbliche e seguire un percorso riconosciuto ufficialmente: altrimenti dovremo continuare a farli venire da altri Paesi.» (...)

venerdì 17 giugno 2011

Più moschee per tutti

La Stampa - «La moschea non è come l’inceneritore che deve essere solo uno, e possibilmente lontano da casa propria ». Ilda Curti, neo-assessore all’Urbanistica che ha visto riconfermare anche la delega all’Integrazione, forte della sua nuova posizione e del successo elettorale, annuncia non solo che la scelta di costruire una moschea a Torino è stata una decisione giusta e condivisa, ma che proprio per questo potranno nascerne altre: «Perché l’amministrazione è aperta al dialogo anche con altri centri islamici: noi siamo per la prossimità dei luoghi di culto».

Come risponde al vescovo Nosiglia che ha richiesto il massimo delle garanzie su come funzionerà questa moschea, in quanto possibile luogo politico?
«La moschea di via Urbino non sarà solo un luogo di preghiera, ma anche un centro culturale e di aggregazione. Ma soprattutto sarà un centro trasparente, aperto, bello: quindi più sicuro. La Lega, che ha incentrato la sua campagna contro gli immigrati e contro la moschea, proprio nel quartiere di via Urbino ha perso mille voti».

Anche Pisapia a Milano ha parlato di una o più moschee...
«Anche il cardinale Tettamanzi, se è per quello».

Ma questo vuol dire che dobbiamo aspettarci più moschee anche qui?
«Attualmente i luoghi di preghiera davvero sacrificati sono due, di cui uno in via Saluzzo. Il Comune intende dialogare con tutti e a tutti offrire alternative più dignitose. Anche i luoghi di preghiera devono essere comodi e vicini a casa».

E’ vero che otto centri islamici hanno scritto, in arabo, una lettera di sostegno alla sua campagna elettorale?
«E’ vero e ne vado fiera: si rivolgeva ai cittadini italiani di lingua araba e cominciava così: a Torino l’articolo 3 della Costituzione è programma politico».

mercoledì 15 giugno 2011

I tempi di Piazza Tahrir

Qualcuno di voi si ricorderà che, durante la rivoluzione egiziana, scrissi che "il popolo egiziano non è monolitico come lo vorrebbero dipingere i media e i blog italiani che delineano un quadro in cui si sta "O con la feroce dittattura o con la piazza unita"". (...) C'è quindi anche chi - e qui mi spiace andare controcorrente - Mubarak lo sostiene convintamente o che si è rassegnato ad accettare l'idea che si dimetta "purché non venga umiliato" senza per forza essere "criminali pagati dal regime", "poliziotti in borghese" o gente "interessata" come hanno ingenuamente (?) lasciato intendere i media occidentali". A quei tempi, infatti, un blog che normalmente si occupava di ceretta egiziana e di esotico "amore ai tempi dell'islam" dipinse questi sostenitori in blocco come"poliziotti in borghese, gente assoldata e pagata in denaro e/o cocaina, gente costretta a schierarsi pro-Mubarak dai superiori sul lavoro." Qui sopra un video che mostra questi pericolosissimi cocainomani poco tempo fa, quindi mesi dopo la rivoluzione, con ormai Mubarak in disgrazia e indagato, e con il suo intero gabinetto (figli inclusi) in galera. Ma non era tutta gente pagata e/o costretta per garantire la sopravvivenza del regime? La verità è che alla minoranza che ha fatto la rivoluzione si contrappone un'altra minoranza che difende Mubarak. La stragrande maggioranza del popolo egiziano fa semplicemente da spettatore. E se i primi si fanno chiamare "I giovani di Piazza Tahrir" e gli altri "I figli di Mubarak", scambiandosi ogni genere di accusa, entrambi ce l'hanno con la stragrande maggioranza, che rimane imparziale. Qualcuno di voi si ricorderà inoltre che ero molto perplesso sulla presenza di stranieri che manifestavano contro un governo che non era nemmeno il loro. Lo stesso blog di prima rispose che questo era da intendere come "rispetto, gratitudine, voglia di ricambiare almeno in parte ciò che ci è stato dato da quel popolo", aggiungendo - con riferimento al sottoscritto - "dice che “vogliamo scatenare il caos”, e qui mi verrebbe da ridere". Ebbene, in questi giorni, sui quotidiani egiziani campeggiano le foto di un cittadino israeliano, accusato appunto di essere una spia del Mossad e di aver fomentato il caos e spinto i manifestanti ad attaccare i commissariati durante la rivoluzione. A pagare oggi - in termini di legittimità - le conseguenze della presenza di questo simpatico turista solidale, rispettoso e voglioso "di ricambiare" gli egiziani è Piazza Tahrir e i suoi giovani...

lunedì 13 giugno 2011

Dalla Georgia con amore (e verità)

Amina Araff, la falsa blogger lesbica siriana che ha preso in giro il mondo grazie al web, denunciando di essere vittima della repressione del regime di Assad, è in realtà un uomo di 40 anni statunitense della Georgia di nome Tom MacMaster. MacMaster ha oggi confessato e chiesto scusa sottolineando che il "personaggio che aveva creato era di fantasia mentre li fatti raccontati sul suo blog ("A Gay Girl in Damascus") sono veri".


sabato 11 giugno 2011

E il vincitore è...Khalid Chaouki

A Khalid Chaouki - già membro della "Consulta islamica" del ministro Pisanu e oggi responsabile nazionale Seconde generazioni del PD - questo blog ha dedicato, in passato, numerosi articoli. Segnalo in particolare questo, da leggere prima di proseguire con il presente post. L'avete letto? Bene: oggi ho il piacere di annunciarvi che il tribunale di Milano sezione civile ha "condannato Maurizio Belpietro e Maria Giovanna Maglie per diffamazione ai danni di Khalid Chaouki. In un articolo pubblicato il 22 luglio 2007 la Maglie aveva attaccato Chaouki per le sue critiche a Magdi Allam. Come ha accertato il tribunale di Milano la Maglie usava nell’articolo parole offensive e denigratorie, una reazione ingiustificata alle critiche ragionate ed equilibrate di Chaouki a Magdi Allam. “E’ ancora un esempio di aggressione mediatica a chi si discosta dal coro – è il commento di Luca Bauccio, avvocato di Chaouki – la sentenza dimostra che il rispetto delle persone è primario in una società civile. Il metodo di aggredire moralmente l’avversario insinuando e alludendo è inaccettabile, così come è inaccettabile la gogna che taluni media riservano a chi è musulmano, facendogliene per ciò stesso una colpa”. Kalid Chaouki da parte sua si è detto molto soddisfatto della sentenza ” Sono stato vittima di una vera e propria aggressione mediatica. E’ necessario in Italia un ritorno ai valori dell’umanesimo e del rispetto. E’ inaccettabile che si riservi un agguato mediatico solo per aver dissenttio da Magdi Allam, le cui tesi e i cui toni non condivido e che anzi ritengo inaccettabili in una società moderna e progredita. Abbiamo bisogno di confrontarci con le realtà internazionali e non certo di disseminare la nostra società di slogan aggressivi e raccapriccianti”.

venerdì 10 giugno 2011

Magdi Allam, l'ascaro e le truppe cammellate

Solo per concludere degnamente la serie di commenti sull'indegno attacco rivolto da Magdi "Cristiano" Allam all'arcivescovo di Milano, propongo un articolo magistrale tratto dal blog Vistasocialclub

A dare la scomunica al cardinale (Tettamanzi, ndr) è nientepopodimeno che un neofita cristiano, ex-immigrato cairota ed ex-musulmano, contrario alla costruzione delle moschee e intollerante verso gli immigrati in genere.
Praticamente un ascaro delle truppe cammellate che marciano a fianco dei Borghezio e dei Calderoli, e che nei ritagli di tempo fa anche il Parlamentare Europeo. Ascaro che ama travestirsi - lui che ha vissuto venti anni al Cairo, poi a Roma e infine a Viterbo - da Milanese. Allam, egiziano nato al Cairo, immigrato in Italia all’età di vent’anni, è un ex-musulmano convertitosi tre anni fa alla religione cattolica e battezzato dal Papa in persona, con il ciellino Maurizio Lupi come sponsor. Ha voluto aggiungere al proprio nome quello di Cristiano, un marchio di fabbrica. Sembra che non si sia ancora fatto tatuare una croce sul petto, ma non disperiamo. Al precedente matrimonio, da cui ha avuto due figli, ne ha sommato un altro nel 2007. In forma civile. Tanto per adeguarsi alla moda dei leader - cattolicissimi - del centrodestra, che vantano almeno due famiglie. Dopo la sua conversione, da giornalista che era, si butta in politica. Prima fonda il partito dei “Protagonisti per l’Europa Cristiana”, che gli consente un accordo con l’UDC per farsi eleggere nel 2009 al Parlamento Europeo. (Per la cronaca: secondo VoteWatch, dopo quasi due anni dalle elezioni del 2009, l’assenteista Magdi Allam risulta essere al 708º posto su 733, in coda alla classifica delle presenze di tutti gli europarlamentari). Poi trasforma la sua creatura politica nel partito “Io amo l’Italia”. Allam trova anche il modo di proporsi anche per la presidenza della Regione Lucania, con il suo partito “Io amo la Lucania”. Ma alle elezioni regionali è stato respinto con perdite dai Lucani, insospettiti dal fatto che Allam dichiari di amare ogni località in cui casualmente metta piede. Da Casalpusterlengo a Roccasecca dei Volsci.(...) A Tettamanzi, un involuto Allam rimprovera il “mondialismo” (...) Il nostro stupore cresce sempre di più nel leggere l’incerta prosa di Allam che fa rimpiangere il dipietrese : “noi la pensiamo in modo qualitativamente (?) diverso! Rivendichiamo il diritto-dovere di sostenere … che è arrivato il momento di rifondare l’Italia affrancandola dalla strategia massonica che ha ispirato l’unità d’Italia …” e non vogliamo “trasformarci in terra di occupazione dell’immigrazionismo (?)”. Infine chiude con una frase dimenticabile È arrivato il momento di far primeggiare l’Italia degli italiani, occupandoci di noi italiani prima di preoccuparci degli immigrati; … di scegliere il mondo dell’essere, non dell’avere e dell’apparire!”. Manca solo la citazione mussoliniana “Combattenti di terra, di mare e dell’aria… Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria…Le dichiarazioni di guerra sono state consegnate agli Ambasciatori di Marocco e Tunisia… ”. A questo punto, uno appena appena normale si chiederebbe : Magdi Allam ci è o ci fa? Perché lui, egiziano, immigrato in Italia, divenuto italiano e cristiano da poco, è così intollerante verso tutti gli altri immigrati che non hanno avuto la fortuna di fare carriera con il centrodestra? Perché ci invita a “… scegliere il mondo dell’essere, non dell’avere e dell’apparire!”, e poi diventa fautore del berlusconismo e si mette a fare il talebano cristiano e leghista alla Borghezio? Ah dimenticavo : nel 2006, Allam ha vinto il premio Dan David, istituito dall’omonima fondazione israeliana per “il suo incessante lavoro mirante a favorire la comprensione e la tolleranza fra le culture” ! Ci piacerebbe conoscere i componenti della giuria. Giudicate voi stessi la sua singolare concezione dell’amore cristiano per il prossimo, in cui il prossimo viene messo in lista di attesa a tempo indeterminato per lasciare più spazio all’amore per se stessi. (...) Non sappiamo se Allam soffra di amnesia selettiva, sia affetto da schizofrenia, abbia recentemente cambiato pusher, sia in realtà un agente (scarsino) dei servizi israeliani oppure un nipotino di Mubarak sotto copertura pronto a proporsi per le feste di Arcore. Magari è semplicemente un tipo molto spregiudicato che ha scoperto che - a spararle grosse - a destra si fa carriera: ma noi non vogliamo insinuare niente. Forse Allam deve solo dimostrare a se stesso di essere più occidentale di noi. E’ un fenomeno piuttosto comune, quando si verifica un processo di mobilità sociale ascendente, che si adottino atteggiamenti superconformisti, estremizzando i nuovi valori e comportamenti. Ma in questo affanno a “fare l’occidentale duro e puro”, Allam dimentica i veri valori dell’occidente liberale, la tolleranza e il rispetto per le diverse culture.(...)

giovedì 9 giugno 2011

Magdi Allam: a quando la scomunica?

Non per vantarmene, ma io l'avevo scritto addirittura nel 2008 che ora che è diventato Cristiano, di nome e di fatto, "Magdi Allam è diventato un problema della Chiesa, mica dei musulmani (che hanno anzi accolto la sua conversione con sollievo e preghiere di ringraziamento)". Nel 2010 l'ho pure ribadito: "il sollievo dei musulmani (per la sua conversione, ndr) era tale che persino loro hanno festeggiato brindando con champagne e bruschette al lardo. Io stesso rivolsi ad Allam, tramite le agenzie - riprese anche dal Corriere - un accorato appello che in parte ha accolto: "mi auguro si comporti secondo i preziosi dettami di Gesù Cristo che ha amato il diverso, il ladro, l'assassino, la prostituta, il corrotto e quindi lasci, finalmente, sia il 'Corriere' che i musulmani cattivi in pace". Magdi lasciò il Corriere, ma invece di amare il ladro, l'assassino, la prostituta seguendo l'esempio di Nostro Signore Gesù, è diventato amante seriale di qualsiasi località italiana in odore di cadreghino. I musulmani non li ha lasciati tanto in pace, ma neanche la Chiesa se è per questo. Ma mentre i musulmani se lo erano ritrovati, la Chiesa se l'è proprio voluta. Vuoi vedere che per sbarazzarsene dovranno emettere una bolla papale di scomunica? Di seguito una raccolta di alcuni commenti esilaranti sul personaggio apparsi sui quotidiani dopo l'attacco-kamikaze all'arcivescovo di Milano:

Quanto alla destra, su Milano, sta saggiamente battendo in ritirata in attesa di tempi migliori. Ma c'è sempre qualcuno che non se ne accorge e continua da solo a combattere su un'isoletta. E' il caso di Magdi Cristiano Allam, che negli editoriali del Giornale continua a imputare a Pisapia la trasformazione di Milano in un moderno incrocio fra Sodoma e Gomorra. A parte l'ossessione per i pericolosi matrimoni gay, sulla quale qualche psicanalista prima o poi dovrà applicarsi, la triplice accusa al sindaco di sostenere l'aborto, l'eugenetica e l'eutanasia vuol essere un micidiale uno-due completato dal colpo di grazia. Magdi "Cristiano "Allam come Ray "Sugar" Robinson il più grande campione dei pesi medi di tutti i tempi. Solo che la legge 194 è stata confermata in un referendum dai tre quarti degli italiani, il fondatore del Giornale su cui scrive editoriali - Montanelli - era favorevole all'eutanasia e infine l'eugenetica come accusa alla sinistra non funziona nella prosa fiammeggiante di Giuliano Ferrara, figuriamoci nella sua. I suoi colpi, al contrario di quelli del mitico Ray Sugar sono sventole che vanno a vuoto. Qualcuno vada sull'isoletta e glielo dica, magari si convince. (Massimo Bordin, Il Riformista)

Un’ultimissima annotazione la riservo a Magdi Cristiano Allam che ha firmato l’editoriale del Giornale di ieri. Gli vorrei dire che non so se il mio e il suo cristianesimo siano «qualitativamente diversi». Allam lo pensa e lo scrive. Io, a questo punto, potrei averne il sospetto. Ma non mi azzardo a giudicare la sua fede (sebbene veda che lui si permette di giudicare con greve leggerezza la fede e la dottrina di un vescovo). Mi accontento di valutare la sua buona fede di cronista e di opinionista, e devo dire che non è una festa... Da cattolico a cattolico, perciò almeno una cosa mi sento di dirgliela: siamo liberi figli di Dio, caro Allam, ma siamo anche chiamati a cristiana fraternità e fedeltà. E, quale che sia il nostro orientamento politico, di fronte a offese senza senso a un Successore degli Apostoli almeno un senso di dolore e di ingiustizia dovremmo provarlo. (Marco Tarquinio, Avvenire)

martedì 7 giugno 2011

Magdi Allam, l'ayatollah convertito...

Al Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi, la sconfitta della Moratti non è stata ancora digerita e c’è chi somatizza. Ci sarebbero i calmanti, i farmaci antiacidi, o almeno il bicarbonato. E invece si ricorre all’arcivescovo di Milano. (...) Ci si è messo anche il convertito Magdi Cristiano Allam, reduce dai successi della candidatura alle amministrative di Busto Arsizio (candidato sindaco con la sua lista “Io amo Busto Arsizio” ha preso 38 voti). Allam, a proposito del “raduno religioso di 50 mila cresimandi”, rivendica in un editoriale sul Giornale il diritto-dovere a «contestare l’asse Pisapia-Tettamanzi perché espressione di una concezione relativista della persona, della società, dell’identità e della fede». Ora, definire "catto-relativista" il cardinale Tettamanzi (già segretario generale della Conferenza episcopale italiana, autore di un Dizionario di bioetica di 457 pagine e membro del Pontificio consiglio della Pastorale per gli operatori sanitari), dandogli lezioni di etica, potrebbe apparire un tantinello pretenzioso per chiunque, ma evidentemente non per Allam. Che infatti prosegue: «La vera differenza, usando un’allegoria più che mai pertinente, è che dell’esortazione evangelica "Ama il prossimo tuo così come ami te stesso", il tandem Pisapia-Tettamanzi fa propria solo la prima parte "Ama il prossimo tuo" anche a scapito dell’amore per se stessi, mentre il tandem Formigoni-Maroni l’accetta nella sua integralità mettendo sullo stesso piano l’amore per il prossimo e l’amore per se stessi. Ebbene io dico che è arrivato il momento di avere la lucidità e il coraggio di privilegiare l’amore per se stessi, l’amore per l’Italia e per gli italiani, perché diversamente non potremo donare amore al prossimo in modo responsabile e costruttivo». La conclusione è che «è arrivato il momento di far primeggiare l’Italia degli italiani occupandoci di noi italiani prima di preoccuparci degli immigrati». Allam forse si fa prendere un po’ la mano e non si rende conto che se dovessimo dare seguito fino in fondo al suo raffinato ragionamento teologico il primo a fare le valigie dovrebbe essere lui, che è di origine egiziana. (Famiglia Cristiana)

Non riescono ad elaborare il lutto, non digeriscono il rospo. A questo punto è bene che assumano dei farmaci, altrimenti finisce che dovranno ricorrere alla lavanda gastrica. Che non è una bella cosa. Si ostinano a lasciare nel mirino l’asse Tettamanzi-Pisapia, che non esiste e, per spiegare le malefatte del Cardinale si affidano a Magdi Cristiano Allam, ex musulmano convertito, eurodeputato per grazia ricevuta (da Berlusconi), e come molti ex, feroce con il suo “passato”. E’ il modo di farsi perdonare qualcosa che nessuno gli addebita. Sull’autorevolezza di Magdi Cristiano Allam, come rappresentante dell’ortodossia cattolica, ci sorge qualche dubbio. Vuol dire che Il Giornale di Berlusconi non ha trovato di meglio per “bastonare” il Cardinale di Milano. Il suo diritto di dire e scrivere ciò che vuole è sacro, quanto quello degli altri di non sostenere le sue ragioni. Siccome la punizione all’Arcidiocesi di Milano è stata concessa in appalto temporaneo al convertito Allam (c’è un tempo per ogni cosa…), non possiamo che prenderne atto. Sono proprio con l’acqua alla gola. Magdi Allam ha preso sul serio la missione. Nel suo articolo “usa” Pisapia per insolentire il Cardinale. (...) Il catto-relativista Dionigi Tettamanzi, sostiene l’islamista convertito, disorienta i fedeli cattolici “schierandosi dalla parte di un sindaco che incarna scelte in flagrante contraddizione con i dogmi della chiesa cristiana”. Tettamanzi si è schierato con il “vangelo”, lo ha detto e ribadito tante volte, ma anche se così non fosse stato, la sua colpa resterebbe, gravissima e imperdonabile, una sola: non essersi schierato dalla parte di Berlusconi e le sue cene eleganti di Arcore, le giovinette dell’Olgettina, la nipote di Mubarak e tutto il resto. Magdi Allam impartisce lezioni di catechismo, teologia, buona creanza, galateo politico e ortodossia cattolica al prelato milanese con una sufficienza ed una insolenza senza limiti. (...) La conclusione (dell'editoriale di Allam, ndr) è terrificante: “Rivendichiamo il diritto-dovere di sostenere a viva voce che è arrivato il momento di rifondare l’Italia affrancandola dalla strategia massonica che ha ispirato l’unità d’Italia attraverso la guerra e la sottomissione dei popoli, riuscendo a scardinare la nostra anima al punto da farci immaginare oggi che sia addirittura positivo concepirci come landa deserta per trasformarci in terra di occupazione dell’immigrazionismo, dell’europeismo dei banchieri e del mundialismo capital-comunista”. Magdi Cristiano Allam scrive come un Ayatollah. Qualcuno dovrebbe svegliarlo. Tanti anni trascorsi in Italia non sono bastati a prendere atto del suo nuovo Paese, l’Italia, del quale vorrebbe cambiare la storia e la geografia con argomenti triti e ritriti tardo-ottocenteschi. L’ayatollah non sopporta l’idea di incontrare musulmani nel Paese dove ha scelto di abitare, così come – probabilmente – non avrebbe gradito occidentali quando si trovava nell’altra sponda. E’ lecito ritenere che la sua conversione non si sia ancora compiuta, visto che il fondamentalismo islamista è rimasto integro. Ma Il Giornale di Berlusconi non se n’è accorto. Anzi, sposa il suo oscurantismo religioso. (Sicilia Informazioni)

Involontariamente accostati su Libero e letti in fila, i due manifesti di "Io amo l'Italia", il movimento politico del fondamentalista cattolico Magdi Cristiano Allam, ai tempi della campagna elettorale milanese, rendono perfettamente l'idea di ciò che sarebbe diventata Milano in caso di vittoria della Moratti.

lunedì 6 giugno 2011

FMI: secondo chiodo nella bara dell'Egitto.

Tra i commentatori dell'articolo intitolato "Gaza, primo chiodo nella bara dell'Egitto", si è fatto vivo un connazionale di nome Mohamed Abdel Kader, ricercatore presso l'Università di Tor Vergata, che si definisce sul suo blog come un "italianista musulmano. Arabo. E egiziano. Che vive l'Italia, come lingua, cultura e quotidianità". Al di là della scontata critica alla sostanza dell' articolo in questione (già preventivata dal sottoscritto), Mohamed contesta anche il riferimento alla disastrosa situazione dell'economia egiziana invitandomi a leggere un editoriale che riporta il parere di un economista egiziano che afferma che "quello che sta succedendo (il parlare della crisi economica, ndr) in Egitto non è altro che un tentativo di spaventare la gente". Secondo Mohamed infatti, per "arrivare a dare un giudizio simile all'Egitto in ginocchio economicamente parlando, non bastano le dichiarazioni dei militari o degli uomini d'affari. Ci vogliono prima di tutto sentire il parere degli economisti". Il riferimento è al Consiglio Supremo delle Forze armate che a più riprese ha invitato la popolazione a rimettere in moto la macchina produttiva, paventando un futuro non proprio felice economicamente, e a Nagib Sawiris, presidente esecutivo del gruppo Orascom Telecom Holding e presidente di Wind, che nel suo intervento alla fine dei lavori del workshop Aspen ''From Arab spring to Arab winter? Regional Trends and implications for business'' tenutosi a Roma il 24 maggio scorso ha affermato che in Egitto "Abbiamo due ordini di problemi. Cominciamo da quelli economici: la produzione industriale è scesa del 25%, il turismo del 30%, abbiamo bisogno di 12 miliardi di dollari, il presidente degli Usa, Barack Obama, si è impegnato per un miliardo, speriamo che anche l'Europa faccia la sua parte'', aggiungendo che ''Poi c'è il processo democratico dove si confrontano partiti liberali, con una storia recentissima, che vogliono un paese laico. Dall'altra parte ci sono partiti che vogliono uno stato religioso ed hanno una storia molto lunga dietro le spalle. Per esempio i Fratelli Musulmani sono un movimento nato circa 80 anni fa. Chissà se i giovani partiti liberali riusciranno a far passare il loro messaggio. Lo ripeto sono molto, molto preoccupato". Ebbene, per dimostrare all'amico Mohamed che non solo la situazione è veramente pericolosa adesso ma che addirittura è molto probabile che peggiori ulteriormente in futuro, analizziamo ciò che dicono gli economisti seri, e cioè quelli che non hanno interesse ad ingraziarsi un' opinione pubblica ebbra di rivoluzione. Proprio ieri è stato ufficialmente annunciato che il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha accordato all'Egitto un prestito di tre miliardi di dollari su dodici mesi con un tasso dell'1,5%. L'annuncio arriva pochi giorni dopo che è stata resa pubblica la decisione del G8 di Deauville relativa allo stanziamento di un fondo speciale da 40 miliardi di dollari per finanziare la stabilizzazione delle nuove democrazie in Nordafrica e Medio Oriente. Tutto bene quindi? Possiamo tirare un sospiro di sollievo, credere che l'Egitto si riprenderà e dar credito a chi afferma che parlare della crisi economica, nonostante il momento delicato, è solo "un tentativo di spaventare la gente"? Non direi proprio. Come afferma il Guardian in un articolo intitolato "Il G8 sostiene o mina la primavera araba?": "pochi commentatori hanno pensato di leggere la dichiarazione del G8 oppure, se l'hanno letta, si sono preoccupati poco di decifrarne il linguaggio". Perché il G8 ha in realtà legato gli aiuti concessi ai due paesi all'implementazione quasi incondizionata delle politiche economiche di "libero mercato", che il Guardian traduce come "rendere più facile alle nostre compagnie di fare e far uscire soldi dai vostri paesi". In altre parole il G8 ha ipotecato il futuro del paese, imponendo a qualsiasi governo che verrà di adottare la stessa politica economica di prima, se non peggio. Con la differenza che adesso abbiamo pure meno entrate, quindi siamo soggetti a maggior ricatto. Invece di cancellare i debiti dell'Egitto e della Tunisia, afferma il Guardian, i paesi del G8 ne hanno aggiunti altri, che gli egiziani saranno costretti a ripagare per i prossimi decenni, probabilmente all'ombra di una depressione peggiore di quella del 1930. E gli accordi che i governi dei due paesi arabi saranno probabilmente costretti a ratificare in futuro "riduranno di due terzi i settori industriali in Tunisia ed Egitto, con una perdita di posti di lavoro - stimata, per quanto riguarda l'Egitto - intorno all'1,5 milioni di posti". In poche parole la generazione che ha fatto la rivoluzione rimarrà con un pugno di mosche in mano, come sospettavo quando suonavo il campanello d'allarme economico ancor prima delle dimissioni di Mubarak. Ma i giovani in generale e gli arabi in particolare non guardano lontano. Io sì, e ne vado fiero. Anche se per questo, tempo fa, sono stato graziosamente definito nei commenti del blog di una mentecatta come un "vecchietto a nemmeno 30 anni". Pazienza: cerco di recuperare illustrando adeguatamente questo articolo. Ma come sosteneva Euripide: "Chi trascura di imparare in giovinezza perde il passato ed è morto per il futuro".

domenica 5 giugno 2011

Basta voler le chiese al centro del terrorismo!

Come sapete, ho la cattiva abitudine di farmi del male seguendo attentamente le mosse e le dichiarazioni di quel personaggio che risponde al nome di Magdi Allam, nella convinzione che egli rappresenti il maggior pericolo per la convivenza civile in Italia. L'ultimo articolo in cui questo immigrato più realista del re si è esibito sul suo sito è assolutamente imperdibile. Criticando il sindaco di Reggio perché ha accolto in occasione della "Festa della Repubblica il signor Adil El Marouakhi, direttore della Fondazione Mondinsieme" che "è diventato insieme ai rappresentanti di 35 associazioni di immigrati, il centro dell’attenzione più di quanto non lo siano state le autorità italiane, dal prefetto, ai vescovi ai parlamentari, fino ai partigiani e ai rappresentanti della società civile reggiana", il nostro si lamenta dei "miti ideologici di un italianismo che subordina l’interesse degli italiani a quello degli immigrati". Il che ha davvero un non so che di ridicolo, visto che viene affermato da un immigrato un po' abbronzato, naturalizzato con modalità oggetto di un'interrogazione al Senato della Repubblica dove ci si chiede, testualmente, se "considerato che lo stesso Allam si vanta di aver ottenuto "fraudolentemente" il rinnovo del permesso di soggiorno, tale illecito potrebbe avere effetti sulla validità della successiva acquisizione da parte sua della cittadinanza italiana" e che nonostante questo è stato e viene ancora osannato, con tanto di trasmissioni televisive, interviste, ospitate e comparsate, premi, prebende elettorali e scorte manco fosse l'attuale Presidente del Consiglio. Ma siccome il ridicolo impersonato da Allam non ha limite, anzi probabilmente è peggiorato dopo la vittoria di Pisapia, il nostro urla sul suo sito "Basta legittimare l’islam, il Corano, Maometto, le moschee, le scuole coraniche e i tribunali islamici! Guardatevi almeno attorno per capire che se negli stessi Paesi islamici le moschee sono covi di terroristi, bersagli dei terroristi e dei nemici dei terroristi, non possiamo far finta di niente, non possiamo continuare a odiarci a tal punto da volere a tutti i costi le moschee, anzi le mega-moschee!". Allam è infatti giunto alla brillante conclusione che dovremmo "smetterla di volere le moschee" perché "ovunque nel mondo sono sempre più nel mirino dei terroristi islamici e dei nemici dei terroristi islamici". Si, avete capito bene: poiché "Venerdì scorso a Sanaa la moschea interna al Palazzo Presidenziale è stata attaccata da colpi di mortaio" e lo stesso giorno a Tikrit "la moschea principale è stata oggetto di un attentato. L’esplosione di una bomba ha ucciso 19 persone e ferito altre 55", non dovremmo permettere la costruzione di moschee in Italia. Immagino per garantire l'incolumità dei fedeli musulmani e dei passanti cristiani. Ecco, bravo. Adesso ci manca solo che qualche buontempone sostenga, anche in Egitto, che poiché le chiese locali sono spesso oggetto di attacco da parte dei terroristi e dei fondamentalisti (un paio sono state incendiate qualche settimana fa, vedi foto accanto), forse sarebbe meglio non costruirle per niente. Non fosse altro che per garantire la sicurezza dei cristiani e dei fedeli musulmani che vi passano accanto. Non possiamo mica continuare ad odiarci, noi egiziani, a tal punto da voler a tutti i costi le chiese. Anzi, le mega-chiese...

sabato 4 giugno 2011

E se gli islamici pregassero in modo ordinato?

"Il rischio è che Milano diventi come Torino e che qui la sinistra governi per i prossimi vent'anni". L'analisi del dopo voto nel capoluogo lombardo fatta dai leghisti è impietosa. Il giorno è il martedì dopo il ballottaggio. Il luogo è la sezione in zona Bovisa, Milano nord. Una piccola sezione di quartiere. A parlare è Massimiliano Orsatti, ormai ex assessore al Turismo della giunta di Letizia Moratti e consigliere regionale del Carroccio che in questo quartiere ha il suo feudo elettorale (...) Dall'altra parte non c'è il vecchio Pd ("contro Penati era tutto più semplice" spiegano), che su molti temi, ricordano, cercava di inseguire la Lega. Di fronte ora c'è un neosindaco che su immigrazione e integrazione non si è mai nascosto. Anzi. E la cosa lascia i militanti spiazzati. "Una volta costruita la moschea - spiega il dirigente leghista - se gli islamici vanno a pregare tutti lì in modo ordinato e viale Jenner e via Padova si svuotano, noi ai milanesi cosa diciamo? Se con le autocostruzioni i campi rom spariscono sul serio, noi che figura ci facciamo?". Domande retoriche cui nessuno in sala riesce a trovare una risposta. I militanti ascoltano in silenzio, si guardano a vicenda, cercando di capire come mai temi che fino a ieri sembravano vincenti, ora non interessano più l'elettorato. Alla fine Orsatti parla con un misto di rabbia e stanchezza: "Le possibilità ora sono due: una buona per Milano e cattiva per la Lega, l'altra cattiva per Milano e buona per la Lega. Quella cattiva per Milano ma buona per la Lega è che questi fanno i comunisti e fanno saltare tutto, come hanno fatto con Prodi. Governano male, si spaccano su tutto e in un anno la Lega ha triplicato i voti. Ma se questi invece dei comunisti fanno i democristiani, qui finisce che diventiamo come Torino. Perché se tu chiedi a un leghista di Torino come è la città, ti dice che è uno schifo e che è piena di immigrati. Ma poi lì la sinistra vince le elezioni da vent'anni. E allora la città sarà pure piena di meridionali e saranno pure comunisti, ma se votano sempre così, significa che ai torinesi Torino tanto schifo non gli deve fare". (Sky)

PS: è interessante notare come, in questa fotografia divulgata in rete ai tempi dell'accesa campagna elettorale milanese, siano stati utilizzati caratteri simil-ebraici per scimiottare una scritta araba che recita: "Con Pisapia, Milano Turchia". A me nessuno lo toglierà dalla testa che, se un giorno dovessero scomparire gli islamici, gli islamofobi di oggi torneranno a prendersela con il nemico di sempre: gli ebrei. I lupi perdono il pelo, ma non il vizio.

Aggiornamento: Mi scrive Paolo Palmacci, autore dell'immagine in questione: "Sono l'autore dell'immagine che hai usato in questo post e con un po' di calma credo si possa intuire l'ironia dissacrante che è contenuta (e non certo verso Pisapia) . Il carattere che ho usato si chiama 'mohamed' ed è un font gratuito che ho trovato in rete che a me pare molto più simil-arabo che simil-ebreo. Pace e bene".

Questo cambia effettivamente tutto. A mia discolpa, ti devo dire che di immagini del genere nel "fronte avverso" ne sono circolate parecchie. Comunque il font è più somigliante all'ebraico che all'arabo.

mercoledì 1 giugno 2011

Gaza: primo chiodo nella bara dell'Egitto.

L'apertura del valico di Rafah, salutata dagli egiziani, dai popoli e dai media arabi e dai sostenitori della causa palestinese in giro per il mondo come storico segno di autonomia del nuovo governo del Cairo e come una grande umiliazione inflitta ad Israele, rischia di essere - in realtà - il primo chiodo nella bara dell'Egitto e delle aspettative per uno stato palestinese. Mi rendo conto che questa mia affermazione in controtendenza e decisamente impopolare fra molti miei lettori e tra i miei stessi connazionali, mi varrà non poche critiche, visto che mi sono già reso ampiamente antipatico in un certo ambiente internettaro quando ho sostenuto ai tempi di Mubarak (figuriamoci adesso!) che Gaza rischiava di diventare, per l'Egitto, l'equivalente del "chiodo di Giuha". La cosa non mi sorprende: il principale difetto di questo ambiente è che sostiene la causa palestinese e le sorti dell'Egitto solo a parole e che, a differenza del sottoscritto, trascura pericolosamente l'analisi ponderata della situazione nel lungo periodo. Un compito che riesce invece benissimo ad Israele, capace di sopravvivere nelle turbolenti acque del Medio Oriente da più di sessant'anni proprio grazie a questa sua eccezionale capacità di "vedere lontano".

Contrariamente alla vulgata mediatica, Israele è estremamente soddisfatto dell'apertura del valico di Rafah e della "zappa sui piedi" che l'Egitto si è dato prendendo quella decisione: ma solo chi monitora attentamente, e da tempo, i desiderata neanche tanto segreti dei falchi dell'amministrazione israeliana può rendersene pienamente conto. Come sostiene Alex Fishman, influente commentatore di Yediot Aheronot, in questo articolo: "Paradossalmente molti funzionari della sicurezza, in Israele, non sono scontenti che l’Egitto abbia aperto in via definitiva il valico di frontiera di Rafah fra Sinai e striscia di Gaza. Nessuno di loro lo dice apertamente, ma nelle discussioni interne ai massimi livelli si può notare un senso si sollievo per la mossa unilaterale del Cairo". Il perché è spiegato con lucidità nello stesso articolo, che vi invito a leggere con calma, ma la sostanza è riassunta in una sola frase: "L’agognato sogno d’Israele sta prendendo forma: ora è l’Egitto che si assume la responsabilità per gli abitanti della striscia di Gaza". Ora, vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che nel 2008 scrissi un articolo in cui facevo notare, con largo anticipo, ai gentili sostenitori della causa palestinese che proprio questo obiettivo era in cima alle priorità di Daniel Pipes, che non è esattamente un signore da prendere alla leggera. Proprio nel 2008 Pipes scrisse due articoli, la cui sostanza è riassunta già nei titoli: "Dare Gaza all'Egitto" e "Come cedere Gaza all'Egitto". Una frase saliente di questi due importanti editoriali è la seguente: "Desideriamo staccarci da Gaza. Non vogliamo più erogarle elettricità. Né vogliamo più rifornirla di acqua e medicinali (...) il Cairo non avrà altra scelta se non quella di approvvigionare gli abitanti di Gaza. E poi, la dipendenza economica coinvolgerebbe ancor più l'Egitto, il che ha ulteriori conseguenze". Lascio a voi immaginare cosa significano queste parole - scritte nel 2008 - oggi, in un momento in cui l'economia egiziana è in ginocchio, e il paese si deve già fare carico di oltre un milione di egiziani fuggiti dall'inferno libico.

Israele non poteva chiedere di meglio, per indebolire l'Egitto, paese che Pipes - in un articolo risalente addirittura al 2006 - descrive come "sempre più un pericolo con le sue potenti armi convenzionali". Ma a quale fine? Le recenti accuse israeliane all'Egitto di ospitare gruppi terroristici nella penisola del Sinai, già occupata da Israele nel 1967, sono particolarmente allarmanti. L'esperienza insegna che un'accusa simile, da parte di Israele, può presagire tutto tranne qualcosa di buono: ove ci sono terroristi o presunti tali, Israele colpisce, senza sé e senza ma. Solo gli irresponsabili che tifano per la questione palestinese scrivendo qualche articoletto sul web da casa o programmando la vacanza estiva a Gaza, manco fosse un villaggio turistico, possono esultare per il fatto che l'Egitto ha unilateralmente accettato "il dono israeliano". In fin dei conti se l'Egitto dovesse essere trascinato in una guerra, a pagare il salatissimo conto saremo noi egiziani e gli stessi palestinesi che vedrebbero sfumare per parecchi decenni a venire il sogno di uno stato indipendente, mica i "rivoluzionari con il culo al caldo", che raccoglieranno presto "le proprie carabattole" per ritirarsi nel primo bagno turco disponibile. Ripeto quanto ho scritto nel 2008: "E' un dato di fatto che Israele non vede l'ora di creare il casus belli con l'Egitto. Gaza è un ottimo espediente in questa direzione. Per neutralizzare la possibile minaccia egiziana. E magari per riprendersi il Sinai. Chi grida allo scandalo, dovrebbe pensarci due volte, prima di pretendere che l'Egitto si prenda questa mela avvelenata. E non sarò di certo io ad accodarmi al coro - legittimo - di chi, anche in Egitto, vorrebbe aprire le frontiere a Gaza. Non si era forse rivelato vero l'avvertimento di Laocoonte ai Troiani quando disse "Temo i greci e i doni che portano"?".