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domenica 31 luglio 2011

L'Egitto e le barbe uscite "da non si sa dove".

Val la pena ricordare, visto come decine e decine di migliaia di salafiti egiziani sono riusciti, con i loro slogan a favore di una teocrazia islamica, a stravolgere senso e finalità della manifestazione "unitaria" prevista per venerdi scorso dalle forze di opposizione, che a marzo scorso - cioè a pochissime settimane dalla caduta del regime - il sottoscritto pubblicò un post intitolato "Tahrir: la vittoria benedetta dei salafiti" (che non erano nemmeno scesi in piazza con un' imponente prova di forza che evidenzia benissimo la loro capacità organizzativa e il loro peso nella società). In quel post, che consiglio caldamente di rileggere, ribadii quanto avevo scritto l'8 febbraio, cioè prima ancora delle dimissioni di Mubarak: era molto, ma molto pericoloso, presentare Piazza Tahrir come "una piazza unita" ed emozionarsi per qualche foto di copti e musulmani che si stringono la mano e si difendono a vicenda in nome della "democrazia". Perché quello che è andato in onda, a febbraio, era - tecnicamente parlando - una sceneggiata, una rappresentazione (a cui i movimenti islamisti, di ogni corrente e tendenza, si sono aggregati perché era evidente che sarebbe stato conveniente per loro nel lungo periodo) costruita a tavolino da una minoranza laica, istruita, che ha seguito le tecniche illustrate da valenti formatori professionisti stranieri, ma che purtroppo vive in un pericoloso scollamento dalla realtà del paese, dai suoi problemi, dalle sue esigenze e dalle sue pulsioni.

Questa minoranza, che suscita la simpatia dell'occidente (o meglio di quelli che David Rieff chiama su Internazionale i "ciberutopisti" e che io ho definito "rivoluzionari col culo al caldo"), vive di "Tweetnadwa" ed è convinta che i problemi delle baraccopoli del paese, dove la gente cerca di mangiare tra la spazzatura e le feci, li risolverà Google. Sul magazine dello Zeitung c'è un articolo che spiega molto bene quanto questi giovani siano lontani dai problemi veri del paese: "Mahmoud indossa jeans attillati e scarpe da ginnastica Converse e ha studiato scienze della comunicazione. Anche i suoi amici sono andati al college. I loro genitori sono medici, avvocati, artisti. Sul tavolo gli ultimi iPhone e Blackberry. Il bagliore dei monitor dei computer portatili. Horreya: il nome del locale significa "libertà". Proprio qui c'è la birra. "La gente come noi ha messo in moto la rivoluzione", dice con orgoglio Mahmoud, spiegando come, con i loro smartphone, hanno diffuso l'appello per protestare su Facebook ad altri giovani della classe media egiziana durante i primi giorni. Sono educati, ben informati, mangiano al "McDonald" e fanno shopping nei centri commerciali di lusso". Ebbene, questo signor Mahmoud ha la cura miracolosa per i problemi dei poveri egiziani: "So cosa fare con gli abitanti delle baraccopoli. Mostriamo loro come funziona Facebook". Persino il corrispondente dello Zeitung è rimasto a bocca aperta per lo sconcerto. Non mi meraviglia che questa gente susciti l'ammirazione di quella che chiamo "sinistra alle sardine".

Io vi posso prevedere già ora che la minoranza laica soccomberà - non so se elettoralmente o fisicamente - nello scontro che inevitabilmente avverrà se continuerà a credere che i Salafiti siano davvero solo uno "spauracchio" in chiave antioccidentale e che non abbiano seguito nella società, meravigliandosi del loro numero e chiedendosi "da dove cavolo sono usciti fuori, tutti questi". Esattamente come è avvenuto ad Alessandria alcuni mesi fa quando 5000 salafiti hanno dato un bel po' di botte ai militanti di sinistra, e questi si sono ritirati sconvolti chiedendosi ingenuamente dove fosse finita "l'unità di piazza Tahrir". La rivoluzione mangerà i suoi figli, come è successo anche in altri paesi ed altre epoche dove, per rovesciare regimi dispotici, sono scesi in piazza fiumi di persone di ogni estrazione e ideologia. E alla resa dei conti, hanno inevitabilmente vinto gli estremisti. Perché gli estremisti parlano la lingua della violenza, non dei tweet. E perché, come scrive Giovanni Mafodda sull'ultimo numero di Limes: "un fallimento nel prevenire l'ulteriore impoverimento del paese costituirebbe un boomerang pronto ad abbattersi sulle correnti riformatrici della società egiziana e aprirebbe scenari di radicalizzazione a potenziale vantaggio delle frange islamiche estreme". Non a caso seguo con soddisfazione le sagge decisioni del Consiglio Supremo delle Forze Armate di vietare i riferimenti religiosi durante la prossima campagna elettorale e con enorme apprensione la disastrosa situazione economica del paese. Apprensione giunta ormai alle stelle, ora che scopro che la ricetta dell'opposizione "giovanile e rivoluzionaria" contro la fame e la povertà è insegnare ai ragazzi di strada "come usare Facebook".

sabato 30 luglio 2011

Il multiculturalismo e la macchina del fango.

Se c'è una lezione da trarre dagli attentati in Norvegia, è quella riassunta dal sottotitolo di un editoriale di Peace Repoter: "È ora di badare molto bene a ciò che si dice, a ciò che si scrive, a ciò che si insegna". E' da un po' di anni, infatti, che si tollera - in nome di una presunta libertà di espressione e di una sedicente lotta al terrorismo - ogni manifestazione d'odio e d'intolleranza nei confronti degli immigrati in generale e di quelli musulmani in particolare. Giornalisti hanno costruito carriere e politici hanno rastrellato voti in tutta Europa riversando odio e rancore nei confronti delle minoranze, senza che le autorità preposte muovessero un dito, anzi spesso con la complicità dei mass media che hanno provveduto a concedere palcoscenici pubblicitari e dignità politica a quelle farneticazioni.

Credo fermamente che sia giunta l'ora di monitorare attentamente l'operato di certi soggetti, sanzionando in modo esemplare chiunque demonizzi e criminalizzi l'immigrazione e i sostenitori del multiculturalismo, incitando implicitamente a "contrastare" tali fenomeni e sottoponendo i propugnatori dell'islamofobia a un controllo identico a quello a cui sono sottoposti i potenziali jihadisti. Gli attentati norvegesi hanno dimostrato, appunto, che le parole non possono essere liquidate come "parole al vento": nelle menti di alcuni, le parole possono prendere corpo e trasformarsi in azioni pericolosissime. Non si può sostenere che l'idea di deportare i musulmani o limitare il loro numero in Europa sia un' "ottima" idea salvo prendere le distanze quando, proprio per attuare quelle teorie, un terrorista piazza bombe nelle moschee o elimina quelli che ritiene collaborazionisti dell'invasione islamica.

Chi si batte per una società multiculturale e per una gestione ordinaria di un fenomeno ordinario come lo è l'immigrazione, sa bene a cosa possono portare le accuse di "collaborazionismo", anche se - a differenza di quelli che stanno dall'altra parte - non ci mettiamo a gridare alle fatwe e ad invocare scorte da esibire in giro. Lo sa benissimo il sottoscritto che si ritrova un giorno si e l'altro pure decine di messaggi di insulti che immancabilmente si concludono con promesse di non meglio precisate "lezioni". E il guaio è che questa tipologia di messaggi mi giunge da due opposte fazioni: da una parte persone che ce l'hanno a morte con gli islamici, dall'altra soggetti con evidenti simpatie per un Islam di stampo politico. E questo a cosa è dovuto? E' dovuto al fatto che un giorno si e uno no mi ritrovo dipinto da qualche parte, in rete o sui media, come "esponente di un tribunale islamico di inquisizione" e "cagnolino dei fratelli musulmani", "amico degli stragisti" e "pagato dall'UCOII", che "minaccia la rivoluzione islamica in Italia" e - contemporaneamente - "agente del regime laico di Mubarak", "sempre d'accordo con la repressione anti-islamica", "con rapporti profondi e interessati con il Consolato". Manca solo l'accusa di essere un "copto infiltrato", come suggeriva un mio lettore, ma sono sicuro che ci arriveremo.

La cosa sconvolgente, ma che l'amico e avvocato Luca Bauccio spiega molto bene nel suo "Primo: non diffamare" (libro che raccomando caldamente e di cui parleremo a lungo nei prossimi giorni), è che queste fonti, teoricamente indipendenti, si rimpallano le accuse e le insinuazioni, concedendosi quindi legittimità a vicenda. Normalmente quando si verificano questi attacchi sono combattuto tra la tattica che invita a 'difendere strenuamente la propria reputazione' (il che equivale a concedere dignità a questi pulpiti) e la riflessione di Nicolas de Chamfort che afferma che 'La calunnia è come una vespa che viene ad importunarvi: contro di essa non bisogna fare il minimo movimento, a meno che non si sia sicuri di ucciderla, poichè altrimenti torna alla carica, più furiosa che mai'. Ma la sistematicità di questi attacchi che mirano a distruggere la mia credibilità e a cucirmi addosso la veste di personaggio quantomeno controverso meriterebbe, un giorno, un piccolo approffondimento.

Sarebbe ingenuo, infatti, pensare che questo immane impegno si esaurisca in alcune "parole" sparate su un quotidiano nazionale, un libro della Mondadori o un sito web qualsiasi e che non ci sia niente dietro: si tratta invece della stessa identica "macchina del fango" che interviene laddove potenti interessi si sentono minacciati e piccole meschinerie trovano l'occasione di manifestarsi. Una macchina che ha obiettivi precisi di deligittimazione e pressione (qualcuno ha promesso addirittura di pubblicare non si sa quali "dossier" sul sottoscritto) e fra questi obiettivi non si può escludere, come ha scritto un mio lettore in commento ad uno dei tanti attacchi, che vi siano anche tentativi di "farti passare per traditore agli occhi dei tuoi fratelli e dei tuoi connazionali, sperando in qualche testa calda". E il fatto che, per esempio, il blogger Miguel Martinez che, come me, riceve non pochi attacchi per le sue posizioni sui rom, sui musulmani e sulle lobby e le sette implicate in questi interessi, si sia ritrovato il nome di un locale pubblico sito sotto casa sua pubblicato, con tanto di foto, da una blogger che ce l'aveva con lui (per motivi squisitamente personali, tra l'altro), ci riporta al titolo dell'editoriale di Peace Reporter: c'è veramente un gran bisogno di non sottovalutare il potere delle parole e "badare molto bene a ciò che si dice, a ciò che si scrive, a ciò che si insegna".

venerdì 29 luglio 2011

L'Egitto, il turismo pezzente e la "gauche sardine"

Fa piacere, ogni tanto, rendersi conto che un proprio scritto ha contribuito a determinare un cambiamento positivo nelle abitudini di un qualsiasi lettore. Leggo per esempio che un'assidua lettrice di questo blog - si, proprio lei - a sua volta autrice di un blog dove ogni tanto scrive, "scandalo sessuale a sfondo poligamico" permettendo, di cose egiziane (e anche turche, volendo), ha deciso, bontà sua - a causa delle condizioni critiche dell'economia dell'Egitto dove ora sta trascorrendo le ferie - "Per la prima volta da quando frequento questo paese, non contratto e non faccio storie di soldi, né tantomeno di principio su qualche euro da pagare in più o in meno. Non è veramente il caso".

Qualcuno si ricorderà infatti che in un precedente post io avevo rinfacciato proprio a questa signora di essere stata capace, alcuni anni fa, di litigare con un tassista cairota per l'equivalente di 28 centesimi. Sisignori, avere letto bene: 28 centesimi, salvo lamentarsi quando la etichettai - secondo la definizione di un intellettuale egiziano - una "sfruttatrice". Peccato che il famoso post che raccontava l'avvincente casino montato per quella considerevole somma sia miracolosamente scomparso dopo la mia citazione, come tutti i post - e solo quelli - che avevo linkato quando ho segnalato quelle che erano, a mio parere, alcune evidenti incogruenze nella posizione della signora sull'Egitto prima e dopo la rivoluzione (Brutta cosa quando un blogger si vergogna di ciò che ha scritto, e si affretta a cancellarlo, dimenticando la presenza della potentissima cache di Google).

Ebbene: anche se dubito che lo slancio di generosità della signora risanerà la disastrata economia egiziana, la domanda sorge spontanea: si doveva proprio aspettare una rivoluzione, la disperazione della gente (da lei descritta molto bene) e un'incombente carestia (no, non esagero) per "ricambiare col poco che ho – quattro soldi in valuta pesante, pensa te – l’ospitalità di un paese che mi accoglie e mi spupazza pure mentre fa la rivoluzione, e quasi non te lo fa manco notare"? Questa domanda non è rivolta alla blogger finalmente fulminata su Piazza Tahrir, ma a tutti quei turisti che sono stati capaci, negli anni passati, di indignarsi e di far vedere i sorci verdi alle guide, ai tour operator, a chiunque si occupasse di turismo vuoi perché il biglietto per il museo egizio costava l'equivalente di 5 euro mentre per gli egiziani erano solo cinquanta centesimi ("Noi in Italia abbiamo una tariffa sola per tutti i visitatori! E' una questione di principio!") o perché veniva loro chiesto di pagare la quota per il pranzo (5 euro), come il resto del gruppo di cui facevano parte, e loro - sempre per una "questione di principio" - affermavano che non era giusto farglielo pagare, il benedetto pranzo, perché non hanno consumato la portata principale (peccato che avevano consumato bevande, insalate e dessert e usufruito del coperto).

Mi ricordo che all'epoca dissi al tour operator che era disposto a lasciar perdere in nome dell'ospitalità (che in questi casi chiamo servilismo nei confronti del "khawaga", lo straniero, retaggio di una latente sudditanza coloniale che neanche Nasser è riuscito ad estirpare dalla psiche egiziana) che se fosse stato lui, il cliente, in un ristorante qualsiasi in Europa e avesse inscenato questo ambaradan anche solo per il prezzo di un caffé, avrebbero chiamato la polizia che sarebbe accorsa a controllare innanzittutto se il colpevole era entrato legalmente nel paese. Altro che lasciar perdere. Fu allora che capii cosa intendevano le guide che parlavano di un certo "turismo pezzente" scuotendo la testa sconsolati. Va bene non farsi fregare al bazar pagando una cosa cento volte il suo prezzo, ma non esageriamo: che senso ha ritenere "cara" un' ottima bottiglia di vino da 10 euro, quando il tuo stipendio - che sono d'accordo nel definire comunque basso per gli standard europei - qui farebbe comunque campare cinque famiglie? Chi dovrebbe lamentarsi? Tu o l'impiegato statale egiziano che non riesce manco a comprare una bottiglia d'olio per cucinare?

Ecco perché quando questi turisti dell'ultima ora vorrebbero gareggiare con me, nato e cresciuto in quel paese e in mezzo ai suoi problemi, in "amore" per l'Egitto e preoccupazione per il suo futuro, mi vengono spontanei i conati di vomito. Ho sempre pensato infatti - e non sono l'unico egiziano a pensarlo - che molti europei che affermano di "amare" l'Egitto siano in realtà innamorati dei "comfort" che il mio paese offre loro a prezzi stracciati e la disponibilità del mio popolo a piegarsi ai loro desideri in cambio di poche lire. Esattamente come i ricchi egiziani che preferiscono l'Egitto all'Europa, dove pur possiedono palazzi da favola, perché in Egitto è possibile avere uno stuolo di camerieri-schiavi in casa 24 ore su 24. Ma se già questo è insopportabile, lo è ancora di più immaginare che persone profondamente classiste e razziste possano poi "esultare" per la rivoluzione egiziana.

Mi ricordo il commento di una lettrice sul blog della signora sopra citata alcuni anni fa, che la dice lunga su questo sinistrume radical-chic che si batte il petto per i diritti degli immigrati ma si guarda bene dal fare qualcosa di concreto per loro: "...il ragazzotto in questione è alquanto trucido, bruttino, sgangherato, non parla italiano, avrà si e no la terza elementare e proviene dall’egitto profondo, glielo si legge in faccia e nei modi. io sono laureata, parlo e penso in 4 lingue, faccio un lavoro intellettuale e ho una trascorsa vita sentimentale burrascosa. come glielo spiego che ha proprio sbagliato target?..". Ok, va bene non impegnarsi in un rapporto che si preannuncia fallimentare, ma era propria necessaria questa descrizione che non lascia nessun margine di dignità al soggetto descritto? Eppure sono pronto a scommettere una cena che questa anonima lettrice è una fervente "pro-rivoluzionaria" e che applaudiva mentre quel "trucido bruttino" perdeva un occhio nella moltitudine delle manifestazioni contro il regime.

Questa è appunto quella che chiamo la "Sinistra alle sardine", che il caviale è persino troppo come definizione. Certe cose noi egiziani non riusciamo a capirle, o meglio riusciamo a capirle benissimo quando emigriamo e ci ritroviamo "dall'altra parte del muro": a dover fare la questua per un visto, per un permesso di soggiorno, a dover pagare - come è giusto che sia - tutto il dovuto fino all'ultimo centesimo ed essere pure insultati, sia che proveniamo dall'alto che dal basso Egitto, sui media nazionali dai politici che incassano senza ringraziare. Mi auguro sinceramente che tutti i turisti e i residenti stranieri che si recheranno in futuro in Egitto decidano di seguire l'esempio della blogger equa e solidale che per ricambiare "‘sti due africanoni che cucinavano, mi portavano il cibo, sparecchiavano, e io lì a giacere e a pensare ai cavoli miei, chiacchierando ogni tanto e standomene in beato silenzio il grosso del tempo, o a nuotare e a sentirmi in simbiosi coi pesci in mare" ha deciso, in una specie di legge del contrappasso,"di risarcire con i miei quattro soldi tutti i taxisti del Cairo per il tradimento dei miei connazionali fuggiti in vacanza altrove". Pacchetto vacanze gauche sardine, con book fotografico in mezzo ai rivoluzionari incluso? 28 centesimi. Per tutto il resto c'è Mastercard.

PS: Fra i cambiamenti positivi suscitati dalla lettura del mio blog non va dimenticata la decisione della signora di concedersi, durante questa vacanza, una salutare ceretta egiziana: argomento di cui scrive con una conoscenza decisamente superiore alla sua conoscenza della lingua araba e della politica egiziana di cui pur straparla. Visto che quella ceretta me l'ha persino "dedicata", accompagnata da un raccapricciante "mini-servizio fotografico", mi viene spontaneo dirle: Signora, fa benissimo, l'ho sempre detto: continui ad occuparsi di ceretta e a dedicarmi post come fa dal lontano 2007 (salvo accusare me di essere quello affetto da disturbi ossessivi). Speriamo solo che non l'abbia strapagata, la ceretta.

giovedì 28 luglio 2011

Manca un imputato, qui...

Chiedo scusa ai miei lettori per l'assenza prolungata. Comunque no, stavolta non ero in Egitto a "far da cagnolino ai Fratelli (musulmani, ndr)" e non sono finito in qualche lista di "estremisti RICERCATI" come fantasiosamente suggerito da un anonimo buontempone in rete. Ora passiamo alle cose serie, visto che di fatti ne sono accaduti parecchi in queste settimane: gli attentati in Norvegia, innanzitutto. Chi segue questo blog sa che il sottoscritto sostiene da anni che la propaganda islamofoba avrebbe prima o poi resuscitato vecchi fantasmi. Non a caso, nel parlare dei possibili contraccolpi di detta propaganda, ho sempre evocato le deportazioni e i forni crematori della seconda guerra mondiale. L'imputazione di "crimini contro l'umanità" ora ipotizzata dalla giustizia norvegese nei confronti di Anders Behring Breivik, il trentaduenne che ha massacrato a sangue freddo almeno un'ottantina di quindicenni-diciassettenni in nome della "lotta al multiculturalismo" e dell'attuazione di un delirante programma che prevede la "deportazione dei musulmani dall'Europa" dimostra platealmente la concretezza degli scenari apocalittici da me paventati. E ne dimostra soprattutto la perfida lucidità: fino all'altro giorno sono sempre stato convinto che la reazione violenta di quelli che si professano nemici del multiculturalismo - una vera e propria lobby accomunata da una sola ideologia e incredibilmente federata su tutto il continente europeo - avrebbe preso di mira i musulmani stessi, invece dobbiamo prendere atto che sono andati ben oltre: prima di sbrazzarsi degli islamici, costoro vorrebbero eliminare o quantomeno terrorizzare coloro che li potrebbero anche solo in teoria difendere. Perché è questo il vero messaggio che l'assassino ha voluto trasmettere all'Europa: se vi fraporrete fra noi e l'eliminazione dei musulmani, sarete eliminati - voi e i vostri figli - esattamente come loro. Anzi, prima di loro. Quella di Oslo è stata una vera e propria versione aggiornata della "notte dei lunghi coltelli", la notte che ha permesso al regime di nazista di sbrazzarsi dei nemici interni e degli oppositori esterni, spianando la strada per l'Olocausto: guai a liquidarla come l'atto isolato di un pazzo scatenato. Questo rende ancora più agghiaccianti i tentativi disperati da parte di quelli che ho sempre chiamato "cattivi maestri" per difendere le idee che hanno armato le mani dell'assassino. In Italia in particolare si è assistito a una specie di gara a chi la sparava più grossa: dal Borghezio che ha definito "ottime" alcune tesi dello stragista al Feltri che ha attribuito il drammatico esito del massacro alla mancata reazione delle vittime (il che equivale a chiedersi perché gli internati dei campi di concentramento non si sono ribellati ai loro torturatori nazisti?) per concludere con il Magdi Allam che ha attribuito le cause del massacro all'eccessiva accoglienza norvegese, definendo il razzismo "l'altra faccia del multiculturalismo". Proprio quest' ultimo personaggio avrebbe dovuto quantomeno nascondersi a Tora Bora, visto che può rivendicare l'indubbio primato di aver ispirato, coi propri editoriali sul Corriere, le prime reazioni violente nei confronti dei musulmani residenti in Italia da parte di un ex-terrorista. Al punto che quest'ultimo - condannato a 9 anni e 9 mesi di carcere - si è sentito nel dovere di dichiarare in un'aula di tribunale: «Manca un imputato, qui: Magdi Allam». E siamo perfettamente d'accordo con lui. Perché a far più paura non sono gli assassini o i terroristi ma gente che, come Allam, ha avuto persino il coraggio di asserire pubblicamente che "Ammettiamolo: in un primo tempo quando la pista islamica sembrava avvalorata, tutti ci senti­vamo come rincuorati" poichè questo tipo di attentati "appartiene quasi naturalmente" ai fanatici di Allah. Non so voi ma io non mi sento affatto rincuorato alla notizia di una strage, indipendentemente da chi l'abbia commessa e in nome di quali ideali. L'idea che qualcuno si sia invece sentito "rincuorato" - incurante delle vittime, dei sentimenti dei loro famigliari e di un intero paese - anticipando il piacere di additarne il responsabile, questo si che è davvero pericoloso.

domenica 10 luglio 2011

Giustizia è fatta

Lunedì 4 luglio il Tribunale Penale di Roma ha condannato il consulente parlamentare Marco Angelelli per diffamazione ai danni del responsabile nazionale Seconde Generazioni del Partito Democratico, Khalid Chaouki. All'indomani della sua candidatura alle comunali di Roma, Chaouki era stato accusato da Angelelli di essere un pericoloso estremista, un soggetto ambiguo e di non aver firmato la Carta dei Valori. "Accuse palesemente false - ha commentato il suo difensore l'Avv. Luca Bauccio - un atto di aggressione mediatica ingiustificata e piratesca. Ancora una volta - ha proseguito Bauccio - si assiste all'uso malevolo di clichè che offendono la dignità delle persone. La sentenza del Tribunbale Penale di Roma, ancora una volta, ristabilisce il giusto confine tra libertà di espressione e diritto all'onore, all'identità e alla reputazione. Diritti questi che nessuno può comprimere e mortificare perchè costituzionalmente protetti". Soddisfatto Khalid Chaouki il quale ha dichiarato: "Giustizia è fatta. A causa di quelle affermazioni fui sottoposto ad un vero e proprio linciaggio mediatico. Oggi la sentenza ristabilisce la verità. Il mio impegno politico e individuale è per la libertà e la dignità di tutti, anche delle minoranze. Ed è anche per questo che ho sostenuto la Carta dei Valori". Angelelli oltre alla pena comminata dovrà risarcire il danno morale causato a Chaouki. (Youreporter)

sabato 9 luglio 2011

"Dopotutto Mubarak non era cosi male".

Anche se non c'è affatto da rallegrarsi nel vedere confermati i miei peggiori timori, quando sostenevo che bisognava stare attenti a tirare troppo la corda dell'economia egiziana (in quanto questo avrebbe automaticamente significato il fallimento della rivoluzione), ritengo utile riportare articoli che confermano l'accuratezza delle mie analisi e la stoltezza nonché la malafede di coloro che all'epoca mi insultavano e deridevano.

Mi riferisco ovviamente alle sciurette che liquidavano la mia preoccupazione come "argomentazioni di un mubarakiano" e "mancanza di armi intellettuali". La cosa più interessante è che queste "profonde conoscitrici del popolo egiziano" descrivevano i cosiddetti "mubarakiani" come veri e propri avanzi di galera, se non addirittura "cocainomani pagati dal regime". Ebbene, oggi la Reuters conferma l'ovvietà per la quale sono stato linciato all'epoca: si tratta di cittadini
egiziani medi, gente semplice che simpatizza davvero e spontaneamente per Mubarak. Come dicevo: il tempo è galantuomo e prima o poi le panzane si smentiscono da sole.

Reuters
- La frustrazione
per il ritmo con cui procedono le riforme (democratiche, ndr), più la schiacciante realtà economica, ha fatto sì che alcuni egiziani ritengano che, se proprio non vogliono riportare indietro l'orologio, alcuni aspetti del governo di Mubarak non erano poi così male come sembrava inizialmente.
"Io lavoro nel turismo, e ora la mia vita è in gioco perché tutte queste continue proteste hanno spaventato i turisti," afferma Sweilam Karim, 43 anni, dipendente di un' agenzia turistica. L'industria del turismo è vitale in Egitto ed rappresenta un posto di lavoro su otto, circa il 10 per cento del prodotto interno lordo, ma le settimane turbolenti prima e dopo la cacciata di Mubarak hanno spinto i turisti lontano dalle spiagge e dalle piramidi. La disoccupazione, uno dei fattori scatenanti della rivolta, continua a salire dopo che la sollevazione politica ha frantumato l'economia, un modo sicuro per dissipare i sogni della gente. "Ogni volta che la gente si disillude nei confronti delle rivoluzioni - e questo accade sempre, inevitabilmente - essa tende a guardare al passato con una certa nostalgia" dice Shadi Hamid, direttore della ricerca presso la Brookings Doha Centre. "Se la situazione economica rimarrà stagnante e la gente continuerà ad essere sbattuta fuori dai posti di lavoro o licenziata, c'è il rischio concreto che la gente guardi indietro e dica: "Be', forse le cose non erano così male come si pensava sotto Mubarak". Sempre sicuro e senza tradire una qualsiasi traccia di dubbio, Mubarak amava essere visto come un leader benigno e instancabile impegnato nel proteggere la sicurezza e la stabilità del suo paese, al servizio del benessere della sua gente. Ora, all'età di 83 anni, dovrà affrontare il 3 agosto un processo per l'uccisione dei manifestanti e per abuso di potere. Egli non è apparso in pubblico da quando ha rassegnato le dimissioni ed è ora in un letto d'ospedale nella località di Sharm el-Sheikh sul Mar Rosso, ma ha respinto ogni accusa. I suoi sostenitori affermano che ha salvato l'Egitto dal caos dopo che militanti islamisti avevano assassinato il suo predecessore nel 1981, che ha risparmiato all'Egitto le guerre, restaurando le relazioni con il mondo arabo dopo il trattato di pace del 1979 con Israele e, anche se dopo lunghi ritardi, il suo governo ha permesso di aprire l'economia per stimolare la crescita. "Non dobbiamo dare per scontate la pace e la stabilità di cui abbiamo goduto per 30 anni sotto Mubarak" afferma Sally Milad, 26 anni, graphic designer, troppo giovane per conoscere un qualsiasi altro presidente. "Lui merita un' uscita dignitosa perché ha risparmiato un sacco di vite quando scelse di dimettersi, a differenza di Gheddafi in Libia o Bashar (al-Assad) in Siria la cui ostinazione ha causato la perdita di un sacco di vite innocenti". (...) Mubarak è riuscito nel sopprimere una lunga guerriglia islamista nel sud dell'Egitto nel 1990, che ha causato più di 1.200 morti. Per alcuni egiziani, mettere l'ex capo delle forze aeree sotto processo non è una priorità pressante considerata la lunga lista di richieste di riforme politiche ed economiche in un paese che ha uno dei più alti tassi di inflazione dei prezzi alimentari al mondo. "Per quanto sia felice per il fatto che Mubarak non stia più governando l'Egitto, con tutta la corruzione a cui siamo stati esposti, simpatizzo con lui perché è anziano" afferma Nagwa Hassan, 57 anni, casalinga. Gran parte della pressione per perseguire Mubarak è originata dai movimenti di protesta e dall'opposizione, non necessariamente dagli egiziani medi (...).

venerdì 8 luglio 2011

La Primavera è bella che finita...

Mentre qualcuno ingenuamente strombazzava (o furbescamente coglieva l'occasione per insultare e deridere) salvo scomparire non appena è passata la sbornia mediatico-internettara, qui si esprimeva - giustamente - preoccupazione e si presagiva il non tanto roseo futuro. Basta seguire i link qui sotto per vedere che ciò che Caracciolo scrive su Limes oggi è ciò che questo blog sosteneva ben cinque mesi fa, a costo di essere letteralmente linciato dalle sciurette in vacanza in Medio Oriente...

La Primavera finita.
di Luca Caracciolo, Repubblica

Nelle Arabie le primavere sono brevi. Sarà per questo che siamo repentinamente slittati dalla lirica rivoluzionaria alla stagione di depressione economica, emergenza sociale e insicurezza geopolitica che investe lo spazio affacciato sul nostro mare. Rimossi i tiranni tunisino ed egiziano, le aspirazioni alla libertà e alla democrazia sono frustrate dalla reazione dei poteri tradizionali, militari in testa. Quanto alla Libia, non esiste più: il fantasma della Grande Somalia rischia di materializzarsi. Dalla Siria allo Yemen via Bahrein, siamo alla guerra civile o all'instabilità cronica. Se le sabbie mobili inghiottissero la monarchia saudita, sancta sanctorum del pluriverso islamico e serbatoio energetico mondiale, sarebbe inverno gelido per tutti. (...) Alcuni autocrati sono stati liquidati, ma i meccanismi di potere che li avevano espressi mostrano capacità adattive (Tunisia, Egitto) e/o reattive (Libia, Yemen) tali da mitigare la spinta al cambiamento. Inoltre, rivolte e repressioni hanno aggravato la crisi economica che aveva contribuito a scatenare le proteste, accentuando la sofferenza degli strati più miseri della popolazione e colpendo i ceti medi, protagonisti della piazza.

venerdì 1 luglio 2011

Magdi Condannato Allam

Il Tribunale di Milano, sezione civile, con sentenza del 28 giugno 2011 ha condannato Magdi Cristiano Allam per diffamazione ai danni dell' UCOII (Unione delle Comunità Islamiche in Italia). La sentenza riguarda una intervista resa da Allam a il Giornale nella quale accusava l'UCOII di averlo condannato a morte e minacciato. Il Tribunale ha accertato che il fatto era del tutto falso e offensivo. Adesso Allam dovrà risarcire l'UCOII, sentenza immediatamente esecutiva. Soddisfatto l'avv. Luca Bauccio, legale dell'UCOII: "Una sentenza che riporta i fatti nel loro giusto alveo: Allam non è mai stato minacciato dall'UCOII - ha dichiarato Bauccio - e le accuse rivolte sono risultate del tutto prive di fondamento e gratuite. In generale, bisognerebbe sempre evitare - ha concluso Bauccio - di lanciare anatemi e capi di imputazione a mezzo stampa senza prove e senza ragioni serie, tra le quali non vi possono essere nè il bisogno di visibilità nè altro. L'onore e la reputazione sono beni costituzionalmente protetti e sarebbe il caso che ce se ne ricordasse con più frequenza" (Youreporter)