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sabato 13 agosto 2011

I fatti del Salafita sul Fatto.

L' intervista di Giovanna Loccatelli del Fatto al leader Salafita Mohammed Nour ha - a mio parere - il grande merito di aver rotto per la prima volta sulla stampa progressista di sinistra il circolo vizioso di quella che Lucia Annunziata ha giustamente chiamato, proprio in riferimento alla cosiddetta Primavera Araba, la ''catena totale e globale, che crea un circuito virtuoso perfetto, in cui ogni immagine e idea rimbalza su se stessa, confermandosi a vicenda, e presto siamo tutti lì ad accettare questa rappresentazione come realtà, dimenticando ogni dubbio, ogni dato, conoscenza e studio acquisiti in precedenza''. Nel caso della Primavera Araba infatti gran parte della macchina mediatica è partita in quarta accreditando una versione orientaleggiante in cui un gruppo di giovani laici borghesi muniti di Facebook - e quindi ''simili a noi'' e soprattutto a quella che chiamo la ''Gauche Sardine'' - avrebbe trasformato i disastrati paesi del Medio Oriente in paradisi della democrazia. E questo in barba alla poverta', all'analfabetismo e - soprattutto - al processo di radicalizzazione religiosa di massa che va in scena da anni, ormai.

C'è voluto - pensate un po' - un imam salafita per ricordare l'ovvio: la Twitter-opposizione cara all'occidente è la minoranza perche' nei villaggi - e la popolazione egiziana vive in maggioranza nei villaggi - sono i professionisti della religione a spadroneggiare. L'elite cairota ha candidati improbabili, è scollata dal paese e i suoi giovani credono che i problemi delle baraccopoli saranno risolti da Facebook. Il ''colpaccio'' della rivoluzione, che è effettivamente opera loro, è riuscito solo perche' dopo anni in cui andavano in giro per i quartieri popolari a ''fighettare'' parlando di democrazia e diritti senza che nessuno li degnasse di attenzione e li seguisse in corteo, hanno avuto la brillante idea di urlare ''Chi è al governo mangia il pollo, voi i cetrioli'' (strategia e slogan sono veri, racccontati in seguito con meraviglia da attivisti che - pensate un po' - addirittura non credevano che avrebbe funzionato).

I salafiti - che all'inizio non immaginavano che le masse avrebbero seguito le stesse persone che hanno sempre ignorato - ora recuperano alla grande: sono organizzati, radicati sul territorio dove prestano sostegno sociale, collaborano con i Fratelli musulmani (aspetto molto piu' interessante del sapere da dove reperiscono i fondi, che anche un bambino di tre anni lo sa) e sono esperti di ''brand promotion'' (la giornalista correttamente fa riferimento al ''livido nero in mezzo alla fronte'', segno di devozione che i musulmani più osservanti e desiderosi di accreditarsi in quanto tali si procurano strofinando insistemente la fronte per terra). E' facile capire come andra' a finire senza le garanzie dell'esercito che interloquisce con tutti incluso chi, sondaggi alla mano, ha la certezza di rappresentare la maggioranza della popolazione: s'è visto al referendum per le modifiche costituzionali e da quelle poche centinaia che volevano manifestare a favore dello stato laico l'altro giorno. Verra' il giorno in cui diro', ancora una volta, ''modestamente l'avevo previsto''. Perche' questi sono i fatti, e anche se non corrispondono ai desiderata della ''Gauche Sardine'', non mi sembra un buon motivo ne' per banalizzare l'intervista ne' per ridicolizzare la giornalista (magari perche' in riferimento al livido della preghiera ha scritto ''sbattendo violentemente la testa'' e non ''strofinando insistentemente la fronte''). Ma si sa: c'è sempre chi è incapace di sostenere un dialogo civile che non scada nell'offesa personale.

lunedì 8 agosto 2011

L'Egitto è molto sicuro. Visto dall'alto.

"Ma è sicuro andare in Egitto di questi tempi?". Avrò sentito questa domanda un'infinità di volte, da quando sono in Italia. Ogni volta che capitava un attentato in un luogo turistico o ai danni dei copti, amici e conoscenti che avevano programmato la vacanza in Egitto si fiondavano da me in cerca di rassicurazioni. Ovviamente anche di questi tempi, con il clima teso che si respira al Cairo, non è mancato chi voleva sapere se era il caso andarci o meno, in Egitto. Allora come oggi la mia risposta è stata: "L'Egitto è un paese molto sicuro. Ma solo per i turisti, che lo possono osservare dall'alto della loro condizione economica e dei percorsi turistici". Che lo fosse anche per gli egiziani, che del loro paese hanno anche e soprattutto una visione dal basso, è sempre stato un altro paio di maniche. Una falsa impressione che molti turisti stranieri hanno sempre avuto dell'Egitto è che questo fosse un paese sicuro: nessuno ti importuna, nessuno ti scippa, nessuno osa allungare le mani sulla tua borsa lasciata incustodita. Ma questo è appunto il trattamento riservato ai turisti, in parte dovuto all'innata ospitalità degli egiziani che vogliono evitare la "brutta figura" e in parte al fatto che i delinquenti sanno benissimo che se dovessero scegliere un turista per bersaglio sarebbe la loro condanna, e che quindi è preferibile prendersela con un egiziano. Un turista al Cairo, allora come oggi, è costantemente protetto (sia chiaro: protetto, non sorvegliato, in quanto portatore di valuta forte): sale su un taxi? C'è sempre un poliziotto in divisa o in borghese all'angolo della strada che si segna la targa, caso mai ci fosse una denuncia per furto o un portafoglio venisse dimenticato sul sedile posteriore. Litiga con il tassista per la tariffa da pagare? In cento si fionderanno a dargli man forte nel dar torto al tassista e nel liquidarlo in fretta. Garanzie di cui non gode ovviamente nessun egiziano: me lo ricordo io, il tassista che si è fregato la borsa di mia madre perché non gli aveva pagato la crifra spropositata che reclamava (i tassametri non funzionano mai al Cairo), ed eravamo pure in un quartiere "per bene". Nei quartieri popolari del Cairo invece, per non parlare delle baraccopoli, lo stato non è mai stato presente. Sono a conoscenza del caso di una signora che temeva che alcuni delinquenti le sottraessero un appezzamento di terra di sua proprietà e che per questo si è rivolta alla polizia. Già ai tempi di Mubarak si è sentita rispondere da un ufficiale, che era anche suo amico: "Non ci possiamo fare niente. L'unico consiglio che ti posso dare è di ingaggiare alcuni baltagheya (mercenari) e procedere immediatamente con la costruzione e l'occupazione dell'edificio sotto la loro protezione". Inutile dire che con la deligittimazione della polizia (accusata di aver ucciso i manifestanti di Tahrir a febbraio) e il furto di migliaia di armi da fuoco ai commissariati, il risultato è stato un aumento esponenziale della deliquenza: anche quel poco di deterrente che tratteneva i delinquenti è venuto meno. Oggi come oggi i criminali non esitano a sparare in pieno giorno - anche per tre ore di fila - cosi come non esitano ad attaccare commissariati e tribunali per liberare eventuali arrestati. Dall'altra parte i poliziotti si guardano bene dall'intervenire per paura di essere accusati di usare le maniere forti o addirittura di essere linciati dai delinquenti perché portano la divisa. Nella sola settimana scorsa, al Cairo sono state uccise 13 persone e altre 300 sono rimaste ferite in mega-scontri scoppiati per futili motivi o per faide tra bande in diversi quartieri della capitale: un vero e proprio bilancio da guerra. Per avere un'assaggio del clima che si respira da quelle parti, basta considerare che il comandante del commissariato che compare in questo video amatoriale mentre affronta praticamente da solo, incoraggiato e sostenuto dalla popolazione locale, un' orda di baltagheya che terrorizzava un intero quartiere in pieno giorno, è stato considerato unanimamente un eroe. Ditemi se una città dove accadono cose simili possa dirsi sicura e se gli egiziani che si lamentano della condizione in cui è precipitata la loro vita possano essere definiti creduloni manipolati dai media e dalla giunta militare. In uno dei suoi film-denuncia contro la corruzione, trovandosi all'ultimo piano di un albergo da cui poteva osservare le mille luci scintillanti di una Cairo da sogno, Adel Imam - uno dei più noti attori del Medio Oriente - pronunciò una battuta memorabile, che nessun egiziano si è scordato: "L'Egitto è bello, visto dall'alto". Intendeva non solo l'altezza a cui si trovava, ma anche il valigione pieno di dollari con cui era entrato nella stanza. Oggi, dalla terrazza di un albergo nel centro del Cairo, un turista radical chic lo potrebbe parafrasare dicendo: "L'Egitto è molto sicuro. Visto dall'alto".

* La fotografia - risalente a pochi giorni fa - raffigura alcuni abitanti di un quartiere popolare del Cairo mentre, armati di bastoni, cercano di respingere i delinquenti che vogliono imporre la loro presenza sul quartiere.

domenica 7 agosto 2011

I musulmani buoni colti sul Fatto (Quotidiano)

Con Miguel Martinez, di Kelebekler blog, condivido la passione per il fenomeno tipicamente italico dei "musulmani moderati", gli attacchi di quotidiani autorevoli come Libero (sic) e l'essere oggetto dei disturbi ossessivi di qualche blogger che - come dice lui - "ci sogna la notte". E' con immenso piacere quindi che ho visto oggi l'intera pagina che Il Fatto Quotidiano gli ha affidato per accendere i riflettori su alcuni "musulmani buoni" e i loro amici. L'articolo è corredato da riferimenti al sito di Miguel e di tre meravigliose vignette: due di Gianni Burato e una di Mauro Biani. La prima puntata è dedicata a Magdi Allam e Nello Rega, la prossima volta (15 agosto) - a quanto leggo - l'onore toccherà all'onorevole Souad Sbai. Conoscendo lo stile ironico e graffiante tipico di Kelebekler, non credo che sarà molto contento l'anonimo autore del sito che, per difendere l'onorevole dalle critiche, ha definito Miguel, il sottoscritto e Lorenzo Declich (con cui condividiamo il progetto dell'aggregatore Islametro) "Estremisti Ricercati". Ricercati lo siamo certamente, ma solo dai nostri lettori.

giovedì 4 agosto 2011

Mubarak, l'ultimo sacrificio e la vera colpa.

Sono abituato a scrivere le cose che penso, ammesso che anche chi mi legge riesca a capire pienamente quanto scrivo e abbia la pazienza di leggere tutto fino in fondo. Credo che il processo a Hosni Mubarak, iniziato ieri al Cairo, debba essere valutato su due piani: quello umano e quello politico. Ora, se non dicessi che sono dispiaciuto sul piano umano nel vedere il presidente dimissionario dell'Egitto su una barella dietro una grata, affermerei il falso. Sia chiaro che questo "dispiacere passionale" è condiviso da moltissimi egiziani. E anche se sembrano eresie o pensieri reazionari, queste sono anche le riflessioni esternate molto civilmente da intellettuali egiziani rispettabili e rispettati in televisione e sui giornali, mentri cittadini più scalmanati hanno purtroppo manifestato la loro rabbia per l'umiliazione subita dall'ex-presidente picchiando i suoi oppositori (speriamo non degeneri in guerra civile in caso di condanna).* Forse la soluzione migliore sarebbe stata quella "alla Mandela" come giustamente** suggerito da Ugo Tramballi sul Sole24Ore e come ho invocato sin dai primi giorni di agitazione a febbraio.

Qualcuno afferma correttamente che ciò è dovuto al fatto che molti egiziani percepiscono la figura del presidente, chiunque esso sia, come una specie di "padre della patria". Personalmente non ho mai pensato che Mubarak fosse un dispensatore di amore paterno. Sul fatto però che ci rappresentasse come egiziani all'estero non avevo ovviamente nessun dubbio. E siccome noi egiziani non siamo abituati ad andare in giro per il mondo ed essere presi per i fondelli per via di chi ci governa né siamo abituati ad avere rappresentanti dello stato che manifestano ad ogni piè sospinto la loro incapacità di calibrare le proprie parole e i propri atti (o almeno ci siamo lasciati alle spalle il ricordo di Nasser), non ci ho pensato due volte a pretendere e ottenere le scuse di Massimo Gramellini quando il noto giornalista ha scritto su La Stampa che "forse solo in Egitto il presidente telefonerebbe alla polizia per far rilasciare una minorenne". Il difendere il nome di Mubarak da un'ironia gratuita sul caso Ruby coincideva, come ho letteralmente scritto a Gramellini, con una difesa dell'immagine del "paese che egli rappresenta". E poi diciamocelo: chi ha vissuto l'esperienza dell'emigrazione - a differenza di molti borghesi cairoti che credono che i paesi europei siano un paradiso idilliaco, come credevo io del resto - sa benissimo che certe cose accadono proprio nei paesi che si definiscono civili, a cominciare dalla corruzione.

A dispetto delle apparenze, il nostro paese è sempre è stato uno stato di istituzioni e non di persone. Ecco perché non vorrei che Mubarak e qualche ministro dell'ultimissimo governo vengano sacrificati sull'altare degli sbagli commessi dalle gestioni che li hanno preceduti. E non vorrei che la pressione dell'opinione pubblica, che ha individuato in Mubarak il capro espiatorio per qualsiasi cosa accaduta in Egitto non in questi ultimi trent'anni ma dal 52 abbia una qualche influenza sull'esito di un processo in cui i giudici hanno molto correttamente contestato agli imputati accuse ben precise e circostanziate. Diciamocelo: è alquanto preoccupante che Mubarak venga giudicato per crimini gravissimi, punibili con la pena capitale, dopo che il suo nome è stato ufficialmente cancellato da ogni infrastruttura, stazione della metropolitana, scuola e museo inaugurati durante il suo mandato: una damnatio memoriae, un "furore giacobino" come lo chiama Tramballi che non lascia presagire nulla di buono. E se abbiamo difeso il sanguinario Saddam e il suo diritto ad un processo equo, non vedo perché non dovremmo invocarlo per Mubarak che almeno ha avuto il coraggio di non fuggire con qualche tonnellata d'oro come qualche suo collega.

Ho già avuto modo, in passato, di scrivere che ogni presidente ha avuto meriti e demeriti. Lo stesso vale per Mubarak: fra i suoi meriti ho già menzionato in passato le infrastrutture realizzate sotto il suo governo (Rubavano? Certo, come in tutti i paesi del mondo) e, paradossalmente, per ciò che un noto presentatore egiziano ha chiamato in Tv pochi giorni fa, ringraziandolo, "L'arma con cui l'abbiamo ucciso": la libertà di espressione. Ma solo chi ha vissuto i tempi di Nasser sa cosa significa avere una rete telefonica che funziona, internet e paraboliche e non temere di essere trascinati in un campo di concentramento per una barzelletta raccontata in buona fede. E anche la moglie, Suzanne, ha avuto il merito di varare leggi a favore dei diritti delle donne, a far nominare la prima donna - giudice: leggi che i radicali islamisti ora vorrebbero abolire in nome dell' "epurazione del regime". L'Egitto non era una dittatura, come erroneamente qualcuno continua a sostenere, bensi una "democrazia autoritaria" in cui uno scrittore come Alaa Al Aswani ha potuto pubblicare il suo libro e farne un film, anche se attraverso editori e produttori privati, e criticare apertamente il presidente e suo figlio per anni sui giornali dell'opposizione. Certo, Mubarak di errori ne ha commessi ed è giusto che venga chiamato a risponderne, ma chi conosce altri paesi arabi sa benissimo che "quando tutto va male, pensa che potrebbe andare anche peggio". E gli egiziani il peggio l'avevano già visto e vissuto, appunto, ai tempi di Nasser e speriamo che non debbano rivederlo.

Ciò detto, sul piano politico non posso che esprimere soddisfazione per il fatto che il processo sia tenuto in Egitto da giudici egiziani, in presenza di un procuratore egiziano, di avvocati egiziani e di un pubblico egiziano e che soprattutto sia trasmesso solo da telecamere egiziane: la nostra sovranità nazionale è fortunatamente salva e mi auguro che così sia per l'eternità, che non venga mai il giorno in cui un paese qualsiasi possa ritenere opportuno intervenire in Egitto con la scusa di dover deporre un governante, difendere una minoranza o sconfiggere i terroristi. Ce la faremo da soli. E i fatti di piazza Tahrir, indipendentemente da come potrebbero evolvere, l'hanno comunque dimostrato. Proprio quello che affermavo anni fa quando scrissi che avrei accettato anche il figlio di Mubarak come Presidente, pur di non dover subire l'onta di un'invasione straniera e le sue conseguenze (quando scrissi quell'articolo ero intimamente sicuro che il popolo e in primo luogo l'esercito avrebbe saputo benissimo come sbarazzarsi del figlio ingombrante del Presidente). Ora scrivo che sono disposto a vedere anche il presidente alla sbarra. Mubarak ha più volte ribadito che si è sacrificato per l'Egitto. Se ama davvero l'Egitto, faccia quindi questo ultimo sacrificio: accetti il suo processo con dignità affinché l'Egitto sopravviva a lui. Qualcuno però dovrebbe dirgli che se non avesse assecondato le brame di potere del figlio oggi sarebbe stato ancora il presidente dell'Egitto. Troppo amore paterno ma nella direzione sbagliata, è questa la vera colpa di Mubarak.

* la borsa egiziana ha subito un fortissimo calo come conseguenza del processo. Nella foto scontri tra sostenitori e oppositori di Mubarak davanti al tribunale.

** Condivido la sostanza dell'articolo di Tramballi, per esempio quando dice che è "difficile chiamare Norimberga il processo" confrontando Mubarak ad altri leader dell'area e le loro reazioni, che "la tradizione laica delle forze armate è la sola garanzia per costringere l'islamismo in un quadro di regole democratiche" anche se contesto fortemente la frase in cui afferma che "Il perdono non è parte della cultura araba".

mercoledì 3 agosto 2011

Opposizione fighetta in salsa cairota

In commento al mio articolo sull'Egitto e l'ipotesi - alquanto improbabile - che vi sorga una democrazia "alla turca", qualcuno ha espresso "disgusto" perché avrei "insultato il mio popolo" dichiarando che era incapace di gestire finanche un gabinetto alla turca, figuriamoci una democrazia di tipo turco" e per il mio "continuo ridicolizzare i protagonisti della rivoluzione e delle attuali proteste, descritti come “fighetti” o imbecilli che “credono di risolvere i problemi dell’Egitto insegnando alla gente a usare Facebook”. Ora far finta che il miracoloso piano socio-economico che lorsignori dell'opposizione ciberutopista hanno escogitato per salvare il paese sia frutto della fantasia del sottoscritto quando queste sono invece le testuali parole di un membro di quell'opposizione ("So cosa fare con gli abitanti delle baraccopoli. Mostriamo loro come funziona Facebook"), raccolte con non poco sconcerto dallo Zeitung (che descrive molto bene anche il perché li chiamo "fighetti"), non mi sembra un gran esempio di onestà intellettuale.

Sul fatto che questi siano invece dei veri e propri imbecilli, mi sembra che sia un corollario immediato e assodato, dopo aver letto le su citate dichiarazioni. Il fatto è che questa “borghesia colta cairota”, che io conosco molto bene tra l’altro, è fatta da persone completamente scollate dalla realtà del paese. Gente che, come Alice nel paese delle meraviglie, si è alzata venerdi scorso chiedendosi “ma da dove escono fuori tutte queste barbe” come se non sapessero in quale direzione il loro paese stava andando, da anni ormai, come se non fossero in grado di immaginare di cosa era pieno il vaso di pandora che hanno scoperchiato. Ma basterebbe un giro sul sito del quotidiano Al-Ahram – in lingua araba, non in lingua inglese – e leggere i commenti dei lettori per rendersi conto che il 95% dei commentatori egiziani pensa e scrive le stesse cose che scrivo io su questa cosiddetta opposizione che manderà il paese “a quel paese” e che invece di costruire una democrazia ci porterà alla bancarotta e alla carestia forse già a settembre ("L'Egitto sarà una repubblica delle banane senza banane" come presagisce Spengler in questo editoriale). Non a caso la stragrande maggioranza degli egiziani era strafelice dello sgombero della piazza portato avanti dalle Forze Armate ieri.

Quanto al “disgusto” per il fatto che io pensi che l’Egitto non sia pronto a gestire una democrazia alla turca, non sussistendo le condizioni socio-economico-culturali per una tale realizzazione senza la supervisione dell'Esercito, basterebbe entrare in un qualsiasi gabinetto pubblico in Egitto (cioè non di un albergo di lusso) e vedere in che condizioni versa per capire di cosa parlo (o anche queste sono da ascrivere alle autorità in carica e alla loro concezione dei diritti civili?). A me invece disgustano - e non poco - quelli che cianciano di rivoluzione seduti davanti ad una birra ghiacciata mentre si godono lo spettacolo degli egiziani che si azzuffano e chi compensa il fallimento ideologico a casa propria facendo rivoluzioni in trasferta e attaccando furiosamente chiunque osi parlare del proprio paese. Quanto all'etichetta di “bamboccione” affibiatami per difendere i gloriosi combattenti di Facebook (c'è chi è convinto che chi è emigrato in un altro paese a 18 anni possa viverci legalmente facendo appunto il "bamboccione"), la aggiungo come una medaglia ad un lungo elenco di epiteti generati per colpirmi da una macchina del fango che ormai, dopo anni di incessante attività, mi è fin troppo famigliare.

martedì 2 agosto 2011

L'Egitto, il turismo d'avventura e il dolore indigeno

Seguendo diversi blog che scrivono di Egitto e Medio Oriente scopro - tra il divertito, il perplesso e l'incavolato - che la cosiddetta "Primavera araba" ha incentivato un nuovo tipo di turismo che combina spirito di avventura e giornalismo dilettante. Parecchie persone si sono improvvisate reporter "di guerra" con risultati tutt'altro che esaltanti: manca solo l'elmetto alla Fallaci e sarebbero pronte per uno sketch della Guzzanti. Memorabile, per esempio, il post di un'articolista-esperta che affermava, nei primissimi giorni dei fatti libici (ovviamente non scriveva dalla Libia), che in Libia non era in atto una guerra civile ma nientepopodimeno che una "sollevazione popolare" perché quello dicevano i medici intervistati da Aljazeera, la grancassa propagandistica del Qatar. Un'ipotesi decisamente affascinante, ma smentita dal fatto conclamato che il paese fosse e sia tuttora diviso in due parti contrapposte.

Ma ciò che desta più perplessità sono i luoghi da cui vengono stilati questi sapienti editoriali: nei giorni caldi della rivoluzione egiziana la signora di cui sopra sfornava articoli per diversi quotidiani stando in un altro paese perché affermava che aveva da finire, presumo urgentemente, un'indipensabile pubblicazione da dare alle stampe. Un'altra blogger - un'operatrice turistica autrice di un instant book sull'Egitto dove come unico merito biografico rivendica l'essere stata intervistata come "testimone dai media" di tutto il mondo dopo un attentato contro i turisti a Dahab nel 2006 - ha tirato su un sito con la cronaca dei fatti del Cairo descritti nientepopodimeno che dal Sinai. Quella era, secondo lei, la "distanza giusta per non essere tanto vicina da farsi travolgere dagli eventi né tanto lontana perché le notizie oggettive (sic) non potessero raggiungerla". Ovvero la distanza giusta per non prendersi le manganellate della polizia e per poter dire che almeno lei si trovava in Egitto...

Ma un c'è blog che batte tutti gli altri in quanto a originalità nella scelta delle località da cui sfornare appassionati racconti folcloristici, convinto che l'Egitto sia ancora una meta turistica e non un paese sull'orlo del baratro. E' quello di una signora che ogni volta che va in trasferta al Cairo e la situazione si surriscalda, si barrica in qualche locale climatizzato per allietare alcuni allocchi con i suoi "reportage" molto umani e molto radical-chic. Sarebbe tutto molto ridicolo se non fosse che da cotanto pulpito mi sono giunte accuse di collaborazionismo con il deposto regime, di codardia e persino di essere in Italia per fuggire dal servizio militare (dal quale, per inciso, sono stato legalmente esentato ancor prima di partire alla volta dell'Italia). Probabilmente c'è in giro parecchia gente in crisi d'identità, se io - egiziano - devo essere sottoposto ad esami di patriottismo da parte di italiani che si credono più egiziani degli egiziani e più islamici degli islamici mentre il loro paese ha offerto un pulpito mediatico e uno scranno parlamentare ad un ex-egiziano che è convinto di essere più italiano degli italiani e più cattolico dei cattolici.

Ebbene: anni fa questa signora ha scritto la cronaca di un attentato al Cairo dal bagno turco di un albergo di lusso: era tutta preoccupata di stare sul bordo piscina dove c'erano un sacco di turisti (e se ce l'avevano coi turisti mica era "saggio" stare in mezzo a loro). Ora che si gode vacanze basso-costo mentre gli egiziani manifestano, litigano tra di loro, si danno le botte, si disperano perché le loro attività commerciali stanno fallendo, lei racconta candidamente che segue, sì, ma poi si stanca e si stufa dei "dibattiti, delle urla, del casino", per esempio dei negozianti "invasati" (ovvero disperati perché rischiano di chiudere) che tentano di sgomberare i manifestanti "pacati e tranquilli" (e te credo, mica hanno bisogno di lavorare, i Twitter-borghesi) e quindi si mette a "contemplare" il tutto dalle vetrine di un bar "con una birra fredda" davanti o "li guarda un po'" poi va "a mangiarsi un dolce". Mi viene in mente un proverbio greco che mia nonna era solita ripetere: Ξένος πόνος όλο γέλια, "Il dolore dello straniero è tutto una risata". Il fatto che la disperazione di un popolo e degli autisti bloccati sotto il caldo cairota si trasformi in uno spettacolo live per qualche turista stravaccato davanti ad una birra ghiacciata che riprende il tutto con l'i-phone, quasi divertito nel vedere gli "indigeni" azzuffarsi, mi fa venire veramente il voltastomaco.

Io vedo giovani borghesi muniti di facebook e imbottiti di ideali mentre si scontrano con i negozianti senza lavoro e mi preoccupo per il futuro degli uni e degli altri e soprattutto di come potrebbe degenerare il tutto. Leggo le notizie quotidiane degli scontri, dei feriti e dei morti nei vari quartieri del Cairo - per terrorismo, scontri confessionali, criminalità e liti ideologiche - e mi viene solo da piangere, altro che birre e dolci. Ma certe battute fanno capire benissimo quanto sia falsa l'ostentata solidarietà di chi quel paese non l'ha mai vissuto veramente né amato dal profondo del cuore, di chi non capisce cosa significhi "rivoluzione" come alcuni non sanno cosa potrebbe essere una guerra in Medio Oriente eppure la invocano. Non è questione di "sangue", si badi bene, ma di differenza fra ipocrisia e empatia, di preoccupazione per la sopravvivenza di chi si ama, come giustamente osservava Miguel Martinez quando ha scritto: "Però io non sono arabo, e Sherif lo è. E quindi è difficile dargli torto, quando lui critica chi vorrebbe giocare a fare la rivoluzione “con il culo al caldo”, a spese dei suoi parenti, amici e connazionali". La domanda sorge infatti spontanea: e se il casino e le urla dovessero trasformarsi un giorno in quelle delle vittime di una guerra civile tra laici e islamisti, tra copti e musulmani, tra sostenitori di Mubarak e chi vorrebbe processarlo, tra chi vorrebbe vivere normalmente e chi vorrebbe fare la rivoluzione ad oltranza o tra tutti questi contemporaneamente o se al Cairo succedesse qualcosa come quello che è capitato ad El Arish, nel Sinai, quando centinaia di islamisti hanno terrorizzato la città per una notte intera, dove avrà intenzione di ripararsi, la signora, e da dove ci dispenserà i suoi indispensabili resoconti?

Ve lo dico io che l'avevo scritto - pensate un po' - nel 2006, a riprova che certe cose le ho sempre pensate e che certe persone purtroppo non cambiano: "Credo di saper bene cosa dire e cosa non dire sulla mia patria, con cui tuttora mantengo legami forti e stabili, molto più forti di chi ha il coraggio di criticare, potendo tranquillamente tornare a casa in qualsiasi momento, all'ombra dell' American Way of Life, del benessere che tanto disprezza a voce ma di cui implicitamente approffitta di fatto, con quell'Euro che vale otto volte di più in Egitto solo per fare un esempio. (...) i rivoluzionari di cartapesta a cui ora fa tanto schifo tutto da Mubarak in giù faranno a gomitate presso le proprie ambasciate per pigliare un posto sul prossimo elicottero, prima di essere dilaniati da qualche bomba umanitaria o da qualche autobomba guerrigliera". Pacchetto vacanza rivoluzione inclusa? Non ha prezzo. Per tutto il resto c'è Mastercard.

PS: alle due del pomeriggio di ieri, le Forze Armate hanno sgomberato piazza Tahrir. Gli applausi, i fischi (in Egitto segno di approvazione) e lo slogan "L'Esercito e il popolo sono una mano sola" urlato a squarciagola da centinaia di egiziani che circondavano la piazza (video, dal minuto 2:12) dimostra quanto dicevo: prima o poi l'opposizione fighetta in salsa egiziana si sarebbe messa contro la stragrande maggioranza degli egiziani, con grande soddisfazione degli islamisti radicali.

lunedì 1 agosto 2011

L'Egitto, la democrazia e il gabinetto "alla turca".

In questi giorni sono successe alcune cose che sarebbe importante mettere in correlazione: da una parte la mega manifestazione salafita a Piazza Tahrir, seguita da un tentativo di colpo di stato islamista nella città di El-Arish nel Sinai da parte di un esercito di circa 150-200 individui che indossavano un'uniforme nera, pesantemente armati (sono stati trovati 10.000 bossoli, RPG inclusi, a battaglia finita) a bordo di pick-up con tanto di bandiere islamiste (sono stati arrestati dieci palestinesi, fra l'altro, il che ci riporta al discorso su Gaza), e dall'altra le dimissioni in blocco dei vertici dell'Esercito turco in polemica con il partito AKP del presidente Erdogan: una crisi che - a quanto pare - si è risolta in appena quattro ore.

Molti osservatori, infatti, e soprattutto molti egiziani hanno ingenuamente pensato, in un primo momento, che l'Egitto si sarebbe miracolosamente trasformato in una democrazia "alla turca": laica e moderna ma senza rinunciare all'identità musulmana. Peccato che abbiano dimenticato che ogni paese ha un proprio percorso storico, un proprio retaggio culturale, e una propria situazione economica che ne definiscono mentalità ed evoluzione, come ha scritto giustamente Ali Nihat Özcan in un editoriale comparso alcune settimane fa su Hurriyet e intitolato "Primavera araba, il dibattito sul "modello" e l'esperienza turca". Sostiene Özcan: "Diversi gruppi credono che la democrazia turca sia nata dopo le elezioni del 2002 (vinte dall'AKP, ndr)", a cominciare dagli "occidentali astuti che dicono ai politici islamisti "Siate pazienti, guardate la Turchia: si può arrivare al potere senza causare troppi problemi". Ma "Ogni paese ha un'esperienza diversa nella costruzione della democrazia, determinata da una sua peculiare storia, geografia, cultura e piscologia".

L'autore ricostruisce molto bene quella della Turchia, che
"ha avuto la fortuna di avere un leader efficace e pragmatico come Mustafa Kemal Atatürk già nel 1923. Un leader che non era influenzato da interessi personali, familiari, tribali o settari" che "è stato in grado di concentrarsi sull'obiettivo dell' "occidentalizzazione" senza imposizione esterna, in grado di respingere sia il fascismo che il comunismo e di attuare una serie di riforme giuridiche, politiche e sociali. La sua fede nella laicità e uguaglianza di genere è stata di grande importanza. Di conseguenza, ha cambiato radicalmente la condizione delle donne. Fu seguito da Ismet İnönü che ha permesso una transizione pacifica verso un sistema multipartitico e trasferito il potere ad un nuovo partito di governo. Più tardi, Adnan Menderes ha portato la Turchia nella NATO. Questa opportunità non solo ha garantito la sicurezza per il paese, ma anche trasformato la Turchia in un partner ideologico dell'Occidente", quindi l'economia di mercato, la candidatura all'Unione Europea e via discorrendo.

E dal momento che, come
afferma Özcan,"La continuità storica è importante" bisogna giustamente chiedersi come da sua conclusione: "La democrazia turca è il frutto del lavoro dell'AKP o è l'AKP ad essere frutto della democrazia turca"? Ebbene: l'Egitto non può vantare una figura torreggiante come quella di Mustafa Kemal Atatürk (Nasser è stato un disastro assoluto e il percorso di Sadat è stato prematuramente stroncato, mentre Mubarak ha attuato tardi e male le riforme dovute). Il paese è stato quindi lasciato in balia di ideologie islamiste di stampo radicale, a cui si sono aggiunte le correnti estremiste d'importazione: una risposta alla gestione fallimentare di stampo socialista e alla successiva corruzione economica. Se a questo aggiungiamo il fatto che l'Egitto è sempre stato il paese con i limiti strutturali più gravi dell'area, incapace di triplicare il suo reddito pro-capite in soli dieci anni come ha fatto invece la Turchia, emerge chiaramente perché non possa sbocciarvi una democrazia "turca".

La democrazia costa e necessita di un'economia più o meno sana che la sostenga e più che altro di una cultura diffusa di base che la protegga, elementi entrambi assenti in Egitto, come giustamente ha osservato l'ex-responsabile dei Servizi segreti egiziani Omar Suleiman. L'uomo politicamente bruciato dalla nomina come Vice Presidente negli ultimi giorni del regime (ma che tuttora gode del rispetto di una parte consistente dell'opinione pubblica egiziana) aveva asserito una grande verità, anche se a qualche "anima bella" non è piaciuta: senza una "cultura della democrazia", i voti possono essere comprati con un pollo o la minaccia della fiamme dell'inferno. Esattamente come è successo al referendum per i cambiamenti costituzionali, che ha dato il via ad una costante rimonta dei movimenti radicali, oggi talmente ringaluzziti tanto da prospettare l'idea di costituire emirati islamici indipendenti in giro per il paese.

Tra l'altro basterebbe dare un'occhiata alle condizioni in cui versano le parti comuni dei palazzi del Cairo (i condomini non si mettono né sono interessati a mettersi d'accordo per il bene comune) per capire che non saremmo in grado di gestire un gabinetto "alla turca", figuriamoci un'omonima democrazia. O forse l'opposizione "radical chic" in salsa cairota pensa che questi problemi possano essere risolti, come quelli delle baraccopoli, insegnando alla gente come "usare Facebook"? Mi viene difficile individuare nel caso egiziano i presupposti affinché vi sorga una democrazia "turkish style" senza che l'Esercito mantenga un ruolo di supervisore e di arbitro, esattamente come è accaduto in Turchia nei decenni passati: percorso che ha permesso alla Turchia di essere quello che è oggi. E chi si aggira per l'Egitto con il fine di mettere il popolo contro l'esercito, come si è tentato di fare a Tahrir, o con l'intenzione di scatenarvi il caos, come è accaduto nel Sinai, dovrebbe stare molto attento. I nostri servizi di sicurezza continuano ad essere decisamente efficienti e sono sicuro che schiacceranno chiunque metta a repentaglio la sicurezza del paese. Dio salvi l'Egitto.