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martedì 27 settembre 2011

La Primavera araba, l'economia e l'euforia.

"L’importanza della sequenza e della simbiotica relazione fra trasformazione politica e economica - scrive Hossein Askari, commentando le rivolte del Medio Oriente - potrebbe essere sfuggita agli strateghi politici e agli esperti della regione, o è stata sottovalutata nel trambusto di Washington".

Che questa banalità sia sfuggita agli strateghi (ma anche a molti giornalisti e bloggers dell'ultima ora che si erano lasciati inebriare dalla cosiddetta "Primavera Araba"), lo dicevamo su questo blog ancor prima delle dimissioni di Mubarak. E dire che c'era persino chi ridicolizzava la mia "preoccupazione per l'economia", manco fossi un matto che perde tempo in concetti teorici e astratti...

Eppure era evidente, come scrive Askari, che "fra le ragioni principali (se non in assoluto le principali) dietro alle proteste in Medio Oriente e Nord Africa ci sono arretratezza e ingiustizia economica" e che "in un simile contesto, se da un lato i manifestanti possono esultare all’indomani della caduta di un dittatore, dall’altro la loro euforia potrebbe essere di breve durata. I cittadini dovranno poter vedere presto un concreto miglioramento economico, almeno nell’ambito dei bisogni primari, e in seguito dell’occupazione. Diversamente, scoppieranno altri disordini, e il caos conseguente non farà che esacerbare le già difficili condizioni economiche".

Più o meno ciò che succede in Egitto: mentre il governo provvisorio è alle prese con una crisi finanziaria globale, il crollo del turismo e degli investimenti e tante promesse di aiuti che puntualmente non arrivano, tutti scioperano o manifestano perché vogliono stipendi più alti o essere assunti a tempo indeterminato. Nel frattempo qualche migliaio di cretini attacca l'ambasciata israeliana, buttando benzina sul fuoco.

Proprio in seguito a quell'attacco è stata annunciata la riattivazione, in tutte le sue clausole, della legge sullo stato di emergenza che rimarrà in vigore fino a giugno del 2012, conformemente alla legge: quella approvata nel 2010 da un parlamento ormai disciolto. Nel frattempo, e cioè nel corso degli ultimi otto mesi, 12.000 civili sono stati deferiti ai tribunali militari. Val la pena notare che nei tre decenni di governo di Mubarak i civili giudicati da tribunali militari erano stati appena 2.000. Un raffronto che spiega molto bene la situazione caotica in cui versa il paese.

Qual'è il rischio, in una situazione simile? Askari scrive, a giugno scorso, che "L’esercito potrebbe intervenire per restaurare l’ordine pubblico con le più nobili intenzioni, ma a quel punto potrebbe trovarsi a suo agio in questa nuova posizione, e l’euforia cesserebbe con l’istaurarsi di una dittatura militare e con il proseguimento di un circolo vizioso fatto di povertà e ingiustizia economica".

Come scrivevo all'indomani delle dimissioni di Mubarak: Auguri.

giovedì 22 settembre 2011

Primavera Araba? Les jeux sont faits.

Neanche due mesi fa, ho riportato su questo blog l'incipit di un editoriale di Caracciolo su Limes che illustrava molto bene il passaggio - da me previsto mesi prima - dalla "lirica rivoluzionaria alla depressione economica, emergenza sociale e insicurezza geopolitica". Ora, a sancire definitivamente la morte di quella farsa etichettata dai media come "la rivoluzione dei tweet" è anche il Time che, con un editoriale di Tony Karon titola: "Primavera araba finita. Islamisti, generali e vecchio regime combattono per il potere dalla Tunisia alla Siria". E i "giovani di facebook, Twitter, Flickr" e chi più ne ha più ne metta che hanno fatto andare in brodo di giuggiole i sessantottini italioti, gli Al-jazeera dipendenti, i rivoluzionari col culo al caldo della Gauche Sardine, che fine hanno fatto?

"Nella maggior parte dei casi - scrive Tony Karon citando un'analisi di Hussein Agha e Rob Malley comparsa sulla New York Review of Books - lo slancio e l'iniziativa politica si sono già spostati da quelli che erano in prima linea, e che però mancavano di struttura organizzativa, leadership riconoscibile o una chiara prospettiva strategica - i giovani manifestanti di piazza Tahrir, per esempio - a strutture di potere più consolidate". E meno male che scrivevo, due giorni prima delle dimissioni di Mubarak, che "I manifestanti egiziani devono solo organizzarsi e anticipare il bene del paese all'entusiasmo giovanile". Un consiglio ribadito meno di un mese dopo, anche se ormai era troppo tardi: "I laici dovevano organizzarsi meglio se volevano che la loro rivoluzione avesse successo anche nel dopo Mubarak perché loro non rappresentavano affatto la maggioranza degli egiziani".

Già, lo scrivevo allora, che "nonostante alcuni si siano fatti abbagliare dall'avanguardia di bloggers che manifestano. La gente semplice - quella che sopravvive giorno per giorno con poche lire - spera soltanto che tutto si sblocchi al più presto, non importa come, per riprendre a vivere. Di certo questa gente non è ostile al cambiamento (e chi rifiuterebbe la prospettiva del meglio?)", ma "attenzione a deludere le loro aspettative e tirare troppo la corda dell'economia". Proprio quello che ribadisce l'analisi di Agha e Malley: "La gente, una volta eccitata dai benefici potenziali del cambiamento è sbalordita dai suoi costi reali e ovvii".

"L'esito del risveglio arabo non sarà determinato da chi lo ha lanciato - sentenzia l'analisi di Agha e Malley - I sollevamenti popolari sono stati ampiamente accolti, ma essi non erano esattamente adatti alla composizione sociale e politica delle comunità tradizionali, spesso organizzate lungo l'asse dei legami tribali e di parentela, dove la religione gioca un ruolo centrale e l'ingerenza straniera è la norma. L'esito sarà deciso da altre forze, più calcolatrici e realistiche". Lo stesso realismo che caratterizzava e tuttora caratterizza le mie posizioni, liquidate invece come "conservatrici e reazionarie" da chi pontificava senza capire nulla di quel contesto.

Ed è sempre lo stesso realismo che mi fece dire: "Io vi posso prevedere già ora che la minoranza laica soccomberà - non so se elettoralmente o fisicamente - nello scontro che inevitabilmente avverrà (...) La rivoluzione mangerà i suoi figli, come è successo anche in altri paesi ed altre epoche dove, per rovesciare regimi dispotici, sono scesi in piazza fiumi di persone di ogni estrazione e ideologia. E alla resa dei conti, hanno inevitabilmente vinto gli estremisti. Perché gli estremisti parlano la lingua della violenza, non dei tweet". Karon mi fa eco sul Time: "le decisioni che plasmeranno gli eventi sono nelle mani di uomini armati con occhi di ghiaccio, piuttosto che in quelle di giovani armati solo con i loro telefoni cellulari, il loro coraggio e il loro idealismo che hanno dominato la copertura della prima ondata di protesta".

mercoledì 21 settembre 2011

Egitto: Mamma li turchi!

Il 1 agosto scorso ho scritto: "Molti osservatori, e soprattutto molti egiziani, hanno ingenuamente pensato, in un primo momento, che l'Egitto si sarebbe miracolosamente trasformato in una democrazia "alla turca": laica e moderna ma senza rinunciare all'identità musulmana. Peccato che abbiano dimenticato che ogni paese ha un proprio percorso storico, un proprio retaggio culturale, e una propria situazione economica che ne definiscono mentalità ed evoluzione (...) La democrazia costa e necessita di un'economia più o meno sana che la sostenga e più che altro di una cultura diffusa di base che la protegga, elementi entrambi assenti in Egitto (...) non saremmo in grado di gestire un gabinetto "alla turca", figuriamoci un'omonima democrazia".

Un mese e mezzo dopo, il primo ministro turco Erdogan visita l'Egitto. Al suo arrivo viene accolto solennemente all’aeroporto del Cairo da migliaia di giovani appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani, che sarebbero - secondo qualche osservatore - "riformatori e pragmatici" e quindi perfettamente assimilabili al partito "Giustizia e Sviluppo" di Erdogan. Si trattava di una delegazione selezionata sotto la supervisione dell’Ufficio della Guida suprema per esprimere il sostegno e l’appoggio alle politiche del leader turco. Con bandiere, applausi e ovazioni, grida e invettive, gli hanno chiesto di fondare un califfato islamico sotto la guida della Turchia: “Erdogan, Erdogan, una grande benvenuto dai Fratelli Musulmani”, “Egitto e Turchia, mano nella mano”, “Egitto e Turchia, vogliamo un califfato islamico”.

Durante il secondo giorno della sua visita, nel corso di un’intervista televisiva, arriva la doccia fredda. Dal pulpito mediatico di “Ore 10”, il talk show più seguito nel paese, Erdogan invita a redigere una nuova costituzione per l’Egitto fondata sui principi dello Stato laico, sottolineando che ciò non vuol dire uno Stato senza religione, ma uno Stato che si pone alla stessa distanza da tutte le religioni: “Agli egiziani che vedono il secolarismo come escludente la religione dallo Stato, o come un modo infedele di gestire lo Stato, io dico vi state sbagliando…Il secolarismo turco rispetta gli atei perchè in definitiva la Turchia è uno stato che crede nel governo della legge”. E i suoi fan egiziani che ne pensano? Immediata la replica del portavoce della Fratellanza: quella di Erdogan è "ingerenza negli affari interni dell’Egitto. Gli esperimenti di altri non possono essere clonati".

E io che cosa avevo detto?

martedì 13 settembre 2011

La strada in discesa dell'Egitto.

Prima di leggere le qui riportate risposte date ieri da Benny Morris - che non è certo l'ultimo degli arrivati - all'ottima Francesca Paci de La Stampa, consiglio due riletture (qui e qui). A che pro? Ma ovvio: perché le cose che dice Morris il sottoscritto le ha largamente anticipate su questo blog. Nella foto il cartello innalzato da un manifestante israeliano di fronte all'ambasciata egiziana a Tel Aviv: "Niente più pace. Niente più Sinai".

È dunque allarme rosso nei rapporti con l’Egitto?

«Temo di sì. L’assalto alla nostra ambasciata al Cairo è una pietra miliare che segna la strada in discesa iniziata ad agosto quando, a dispetto delle cinque guardie di frontiera uccise imputateci oggi dagli egiziani, a essere attaccato fu Israele. Gli islamisti sono in ascesa e il trattato di pace del 1979, vecchia fissazione dei Fratelli Musulmani, è a rischio non appena il potere degli estremisti passerà dalle piazze ai palazzi».

Crede davvero che Camp David sarà presto carta straccia?

«Vorrei essere ottimista ma prevale il realismo. Il trattato di pace non durerà, la prossima scossa sarà il riconoscimento dei palestinesi all’Onu. Per Camp David è questione di mesi».

La primavera araba si sta rivelando l’inverno israeliano?

«È peggio: la primavera araba, che preferisco chiamare rivolta araba, sarà l’inverno dell’Occidente. La speranza che si trattasse di una richiesta di democrazia appare sempre più la pia illusione di illuminate menti occidentali. Ci odiano tutti e Israele è solo il primo bersaglio della lista. Quando ci troveremo di fronte i nuovi regimi islamici rimpiangeremo quelli precedenti».

Eppure alla caduta di Mubarak piazza Tahrir era piena di giovani liberal. Non concede proprio alcuna chance agli arabi democratici?

«È vero, i liberali hanno guidato le rivolte di Tunisi e del Cairo. Ma in entrambi i casi si tratta di una minoranza. La gran parte della popolazione egiziana, come in tutto il mondo arabo, è conservatrice e fortemente religiosa».

domenica 11 settembre 2011

L'Egitto e il piangere sul sangue versato.

Wael Ghonim, uno dei fighetti promotori*, se non il principale fighetto promotore della rivolta di Piazza Tahrir piange sul latte (o meglio sarebbe dire sangue) versato, affidando all'ormai famosa pagina facebook "Siamo tutti Khaled Said" un laconico commento in merito all'assalto dell'ambasciata israeliana al Cairo: "I tentativi di attaccare una qualsiasi rappresentanza diplomatica, inclusa quella del nemico sionista, può essere qualificato solo come l'atteggiamento di gruppi adolescenziali che hanno dimenticato i principali obiettivi della rivoluzione e che in questo modo ci trascinano in problematiche interne ed esterne che finiranno per soffocare la rivoluzione stessa. Ciò che è accaduto è inaccettabile e assolutamente ingiusticabile".

Sul fatto che fossero davvero degli adolescenti, gli irresponsabili che prima o poi ci porteranno in guerra con il vicino, non vi è nessun dubbio. Basta scorrere la lista degli arrestati: 14 anni, 16 anni, 17 anni, 20 anni e via discorrendo. Il futuro del paese è diventato ostaggio di "figli di papà" e bimbi allo sbaraglio. Ghonim consapevolmente aggiunge: "Ci stiamo lasciando prendere dalle emozioni e dalla passione che sta svuotando la rivoluzione del suo senso. Stiamo festeggiando vittorie immaginarie e se non useremo i nostri cervelli, tutto questo si trasformerà nel fallimento e nella delusione di una generazione che sognava di cambiare il proprio paese. Non mi importa cosa penserà chi leggerà questo, ma ciò che sta succedendo adesso è contrario al nostro sogno per l'Egitto. Dobbiamo svegliarci, e subito, per correggere la rotta e realizzare il sogno della rivoluzione".

Inutile dire che queste cose le scrivevo il 9 febbraio scorso, due giorni prima delle dimissioni di Mubarak: "I manifestanti egiziani devono solo organizzarsi e anticipare il bene del paese all'entusiasmo giovanile". Ed è la seconda volta che Ghonim si rende conto, con colpevole ritardo rispetto al sottoscritto, dell' "abc" di una vera rivoluzione di successo che eviti il "si stava meglio quando si stava peggio" e l'essere ricompensati con la cacciata dalla tribuna di Piazza Tahrir. D'altronde quando porti un popolo immaturo in piazza, e per immatuo intendo sia anagraficamente (il 29% della popolazione ha tra i 15 e i 29 anni), che culturalmente (il tasso di scolarizzazione è quello che è e non è difficile farsi trascinare dai predicatori) che economicamente (il 40% della popolazione vive con meno di 1,50 € al giorno), te ne assumi anche la piena responsabilità.

L'editoriale dell'intellettuale egiziano Moataz Abdel Fattah (che Ghonim stesso ripubblica in evidenza sulla sua pagina FB) sembra riferirsi proprio a lui e agli altri leader "virtuali" della rivolta egiziana: "Le manifestazioni pacifiche necessitano di entità organizzate in grado di controllare il comportamento degli aderenti. Chi invita a scendere in piazza senza sapere come controllare le masse ha una responsabilità quantomeno intellettuale se non proprio politica. Non basta dire: "Ho lasciato la piazza alle 19, non c'entro con ciò che è accaduto dopo". E chi è responsabile di chi è morto e di chi è rimasto ferito tra i nostri figli? Non è forse un peccato ciò ci stiamo facendo con le nostre mani? Abbiamo forse deciso di imboccare la strada del suicidio collettivo?".

I protagonisti di Piazza Tahrir hanno preso atto del fatto che chi ha assaltato l'ambasciata israeliana usciva dalle loro file o quantomeno hanno ammesso di non essere stati in grado di evitare che ciò accadesse. I movimenti islamisti invece avevano, con acuta saggezza politica, deciso di non partecipare alla giornata di ieri e - una volta consumato l'incidente - lo hanno giustamente condannato, essendo nostro dovere - legale e morale - proteggere i diplomatici israeliani. Ciononostante, le "autorevoli" voci che commentano i fatti egiziani in Italia continuano a dire che l'assalto all'ambasciata "pone molte domande, e molti dubbi", si chiedono come mai la polizia non è intervenuta a sedare migliaia di ragazzini scalmanati (ma se l'avesse fatto l'avrebbero accusata di brutalità) e che quindi tutto sto casino sarebbe da attribuire nientepopodimeno che a una "controrivoluzione" che esiste solo nelle loro teste.

Eppure anche un bambino di tre anni sa che l'odio per Israele è radicato nella società egiziana e che il regime è caduto espressamente per la sua politica di collaborazione con Israele, nonché per l'esportazione di gas al suddetto*. I pochi egiziani che tentano di ricordare che su Israele c'è scritto grande come una casa "Maneggiare con cura", vengono - come il sottoscritto tra l'altro - immediatamente tacciati di essere "mubarakiani" e "controrivoluzionari", oppure derisi perché "Oh: fa figo di sicuro, essere un egiziano che ci tiene a non accusare Israele della diffusione dell'AIDS (in Egitto, ndr)". Non lo so: sarà anche meno figo per qualche mentecatto non dare all'ebreo dell'untore di medievale memoria, ma vi assicuro che è più logico, ragionevole e utile per tutti calibrare le proprie parole e azioni rispetto al surriscaldato contesto mediorientale.

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* Tengo a precisare che ho sempre ammirato il coraggio e la perseveranza di questi giovani borghesi, ma da quando ho scoperto che non sono capaci di andare oltre i sit-in, e che anzi non hanno nessun programma per risollevare le sorti delle baraccopoli se non quello di "insegnare loro a usare facebook", la mia fiducia nei loro confronti si è notevolmente raffreddata.

** La fornitura di gas ad Israele è parte integrante degli accordi di pace di Camp David, in cui l'Egitto si è impegnato a fornire energia al vicino. Originariamente tali accordi prevedevano forniture di petrolio ma siccome l'Egitto ne necessitava per la propria economia, scarsa di materie prime, il governo di Mubarak attuò la sostituzione con forniture di gas.

sabato 10 settembre 2011

E' ora di riprendersi l'Egitto.

La notizia non è ancora definitivamente confermata, ma se lo fosse ci sarebbe da festeggiare. A quanto pare verrà finalmente revocata la possibilità di entrare in Egitto chiedendo un visto direttamente all'aeroporto. Un'opzione di cui hanno usufruito a lungo sopratutto i turisti occidentali o presunti tali, ovviamente senza che i loro paesi di origine restituissero il favore.

D'ora in avanti chi vorrà recarsi in Egitto da solo (e cioè senza far parte di un gruppo turistico organizzato) dovrà chiedere un visto di ingresso presso l'ambasciata egiziana del proprio paese di residenza, come fanno tutti i paesi del mondo, in particolare quelli della Fortezza Europa, particolarmente gelosa delle proprie frontiere. Anche se dubito che le ambasciate egiziane si comporteranno con i cittadini europei con la stessa cafonaggine e tracotanza con cui noi egiziani veniamo trattati quando andiamo a chiedere un visto presso alcune ambasciate straniere.

Non credo ci sia da preoccuparsi per eventuali contraccolpi negativi sul settore turistico. Al di là del fatto che il turismo è letteralmente andato a quel paese (non so quale, ma sicuramente non l'Egitto) a causa del clima di agitazione politica, il turismo egiziano è soprattutto un turismo di gruppi, gestito da agenzie e compagnie charter. Questo tipo di turismo non dovrebbe soffrire, essendo stato escluso dalle misure adottate. I singoli, invece, quelli che si presentano belli belli alla frontiera non si sa se per turismo, per turismo d'avventura o per fare da corrispondenti non autorizzati che buttano benzina sul fuoco, dovranno finalmente spiegare alle nostre autorità diplomatiche perché vogliono andare in Egitto. E le nostre autorità valuteranno attentamente, molto attentamente, se è il caso di concederglielo, il visto.

Qualche funzionario egiziano afferma che in questo modo si trasmette l'immagine di un "paese instabile". Evidentemente non si rende conto che il paese lo è già: la manifestazione di ieri, quella dedicata a "sollecitare le riforme democratiche", è sfociata in un assalto all'ambasciata israeliana (con tutte le conseguenze del caso) e in una marcia del bestiame da stadio (che ha avuto un ruolo non indifferente nella rivoluzione di piazza Tahrir), verso il Ministero dell'Interno dove hanno vendicato gli scontri intercorsi fra polizia e tifosi dopo una recente partita (quasi un centinaio i poliziotti feriti, pochissimi fra gli ultras) bersagliando la sede del Ministero con un fitto lancio di pietre.

Inutile dire che ho sempre caldeggiato l'introduzione di rigorose procedure per il rilascio dei visti. Già nel 2010, in commento all'allucinante sketch in cui un attore comico italiano impersonava un agente di frontiera egiziano mentre interrogava, con domande a dir poco surreali, un turista in viaggio per il Mar Rosso, scrissi: "Peccato che nessun italiano venga "interrogato" al suo ingresso in Egitto, anche perché agli italiani è permesso di entrare con la sola carta d'identità (sic). Quando penso a ciò a cui devono sottostare i cittadini egiziani per poter entrare in Italia, mi viene voglia di sputare in un occhio all'attore in questione". Non sono l'unico a pensarlo, sia chiaro. Anche un attivista egiziano afferma in questa recente intervista: "Non penso che qualcuno non deciderà di venire in Egitto solo perché dovrebbe chiedere un visto. E' una buona idea ed è bene che la percezione degli egiziani del proprio paese venga cambiata. Siamo un paese sovrano, e molti paesi chiedono di seguire le procedure prima di prendere un visto, come gli Stati Uniti".

Neanche tanto tempo fa, alcune anime belle si stracciavano le vesti parlando a sproposito di "xenofobia in crescita in Egitto". Per il Wall Street Journal, segno di "xenofobia" era anche il rifiutare un prestito-capestro del Fondo Monetario Internazionale. Stento a immaginare quali altri deliri tireranno fuori adesso che si vedono sfilare sotto il naso i piccoli "privilegi" di cui hanno goduto per tanti anni. Ripeto il mio invito a una certa "gauche sardine" che ha inondato il web con giudizi e verdetti sulla rivoluzione e persino sul patriottismo e l'onestà intellettuale del sottoscritto, colpevole di non condividere il loro entuasiasmo infantile per la "thawra", la rivoluzione: invece di preoccuparvi della "xenofobia" in Egitto solo perché alcuni egiziani vi chiedono perché vi aggirate per le piazze a gridare slogan in un paese in cui non vivete e non lavorate, preoccupatevi attivamente di cose più concrete e a voi sicuramente più comprensibili, come ha giustamente fatto l'ottimo Zagrebelsky.

Io credo, come molti egiziani, che è ora di riprendercelo, sto benedetto paese. E di usare la mano di ferro, controllando un po' ste frontiere diventate un colabrodo. La misura riguardante i visti è solo il primo atto. Speriamo che le autorità non tornino sui propri passi.

venerdì 9 settembre 2011

L'Egitto rimasto con un pugno di mosche

Qualcuno si ricorderà il mio allarmismo per la situazione economica egiziana, mentre le masse erano ancora stabilmente accampate in Piazza Tahrir con lo scopo di far cadere il regime di Mubarak.

Mesi dopo, e chiacchere "democratiche" a parte (adesso, oltre la vituperata legge d'emergenza sono in funzione anche i tribunali militari di cui - sia detto per chiarezza - non contesto affatto la necessità, dato il momento storico), la situazione è quella che riferisce l'editoriale odierno di Alberto Negri sul Sole24Ore.

Noto con piacere che l'articolo ricalca quasi alla lettera diversi miei post e in particolare quest'ultimo, riferimento alla "repubblica delle banane senza banane" incluso (battuta da attribuire comunque a Spengler che l'ha usata per primo e non al sottoscritto che l'ha semplicemente riproposta). Non è che Negri sia un lettore del mio blog, per caso? Se cosi è, colgo l'occasione per ringraziarlo per il suo articolo.

La retorica della primavera araba si scontra con un'amara realtà: dopo tante promesse di aiutare la transizione, Tunisia ed Egitto sono rimasti con un pugno di mosche. Le rivolte hanno aggravato la crisi economica e la sofferenza degli strati più poveri della popolazione si è fatta più acuta. In Egitto il 40% vive con due dollari al giorno: senza pane e lavoro le democrazie, anche quelle meno fragili di queste in fase embrionale, sono a rischio. Sono stati colpiti i ceti medi, la piccola borghesia e soprattutto i più giovani, milioni di disoccupati protagonisti delle sollevazioni di piazza. Forse ci siamo già dimenticati che tutto è cominciato quando il 17 dicembre scorso Mohammed Bouazizi, giovane ambulante precario di 26 anni, si diede fuoco per protesta in uno sperduto villaggio della Tunisia più interna ed emarginata. Alla sponda Sud erano stati promessi, secondo il ministro delle Finanze tunisino, fondi per 40 miliardi di dollari di cui 20 per le riforme economiche da qui al 2013. Non è arrivato quasi nulla nelle casse di Tunisi e in quelle del Cairo soltanto 500 milioni di dollari erogati dagli arabi. Anche gli Stati Uniti, che all'Egitto forniscono aiuti per un paio di miliardi di dollari l'anno, appaiono esitanti: con la caduta di Mubarak sono stati bruciati coloro che favorivano riforme di stampo liberista, contrastati ora da un inevitabile populismo economico che per altro deve fare i conti con fughe di capitali e bilanci in rosso. A Marsiglia, dopo il vertice dei ministri delle Finanze del G-8, si terrà sabato una riunione allargata a rappresentanti dei Paesi del Golfo per capire come mobilitare dei fondi: secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times si parla di 20 miliardi di dollari (10 dagli occidentali e 10 dagli arabi), con la Banca europea della ricostruzione (Bers) chiamata a replicare, in scala minore, quanto fece già nei Paesi dell'Est dopo il crollo del Muro. Ma con la crisi che morde al collo le economie occidentali i soldi potrebbero essere anche molti di meno. Dopo la primavera, Egitto, Tunisia, Siria, Yemen, sono piombati nell'inverno economico. I problemi sono gli stessi che segnalavamo già nel novembre 2010 come i fattori che rendevano assai difficile la successione agli autocrati del Maghreb: le richieste di libertà che poi hanno abbattuto le dittature sono state accompagnate da alte aspettative di giustizia sociale e redistribuzione della ricchezza. Il più disperato dei Paesi di questo autunno arabo è l'Egitto con i suoi 80 milioni di abitanti che fanno fatica a mangiare: importa gran parte dei generi alimentari e metà dei consumi di grano. La casse sono vuote, si teme una rivolta degli affamati e il crollo dei sogni di Piazza Tahrir. Qualcuno al Cairo osserva con amara ironia che rischia di diventare «una repubblica delle banane senza banane» (...).

martedì 6 settembre 2011

L'Italia e i nigeriani della Libia

Da qualche giorno i media stanno montando un caso a favore della concessione di un permesso di soggiorno "umanitario" ad una cittadina nigeriana già arrestata e condannata per droga. Ministri, deputati e giornalisti si sono mobilizzati in massa - ripeto - per consentire ad una persona che ha passato quattro anni in carcere per un reato grave di rimanere in Italia con la scusa che se dovesse tornare in Nigeria verrebbe "lapidata". Nulla in contrario, per carità: ospitino pure chi vogliono. Un condannato in più, uno in meno non fa nessuna differenza. Ma visto che sono in vena d'accoglienza, cerchino pure di ospitare qualcuno dei poveracci resi tali dalla guerra che proprio loro hanno politicamente e mediaticamente sostenuto.

Africani, i reietti della nuova Libia

Lorenzo Cremonesi, Il Corriere

«Cinque giorni fa sono stata violentata. Per mezz’ora, contro una barca. Da due uomini armati di mitra. Si davano il cambio. Prima si sono messi il preservativo. Poi mi hanno spinto al riparo delle imbarcazioni da pesca sulla banchina e costretta ad aprire le gambe con le braccia in alto, le mani appoggiate alla fiancata. Mi hanno presa da dietro. Non faceva troppo male. Ma li ho odiati. Mi sono sentita sporca, umiliata, abusata. Non potevo fare nulla, solo subire e piangere»
. Parla quasi con un sussurro Cinzia Swizzy, vent’anni, nigeriana, immigrata a Tripoli nel 2009. Sino a due mesi fa lavorava come aiuto-estetista nel cuore della citta’ vecchia. Ma la guerra ha sconvolto la sua esistenza, come quella di altre centinaia di migliaia (forse oltre un milione) di africani ai quali la politica delle «porte aperte» al continente sub-sahariano voluta da Muammar Gheddafi aveva permesso di venire in Libia. Da ospiti di riguardo, occasionalmente utilizzati dalla dittatura come «carne da cannone» per ricattare l’Italia e l’Europa sul rischio immigrazione illegale, a massa di diseredati, braccati dalle forze della rivoluzione, che al peggio li considera mercenari pagati dal Colonnello per reprimere le opposizioni, e al meglio come presenze sgradite, da espellere il prima possibile. Cinzia e’ una di loro. Ma particolarmente debole. Ha l’aria da ragazzina, molto fragile nel suo vestitino a fiori strappato che le arriva alle ginocchia, lasciandole scoperte le gambe magre, segnate da graffi freschi. Accetta di parlare solo dopo lunghe insistenze. Rivela il nome. Ma non vuole assolutamente essere fotografata. «Quella sera siamo state violentate in cinque. Ci hanno prese a caso, tra i gruppi di rifugiati che bivaccano qui tra i barconi da pesca tirati in secco. Io parlo con un giornalista solo perché magari potrà servire che vengano fermate le violenze contro le donne africane in Libia», dice seduta su di una stuoia. Attorno la ascoltano appena. Sono talmente abituati agli abusi, che un racconto in più non fa impressione. Colpisce molto di più che la ragazza parli con un occidentale. «Queste cose vanno tenute tra noi», osserva rabbioso un marcantonio con un bastone in mano. Ma poi si allontana.(...) Da circa un mese e mezzo proprio tra le imbarcazioni arrugginite sono raggruppati un migliaio di africani. Quasi tutti si sono liberati dei passaporti. «Non vogliamo tornare a casa. Mandateci in Europa», recitano in coro. Tutti giovani o giovanissimi, arrivati da Sudan, Nigeria, Mali, Ciad, Costa d’Avorio, Togo, Camerun.(...) Ogni tanto gli attivisti di Medecins Sans Frontieres portano camion carichi di bottiglie d’acqua e si scatena il finimondo. La notte per loro e’ un incubo che si consuma nella paura in attesa dell’alba. «Ci riuniamo in piccoli gruppi. Le donne in mezzo per difenderle dai ribelli libici che ci vorrebbero violentare - racconta ancora Cinzia -. Aspettiamo. Ma non sappiamo bene cosa. Non credo ci sia piu’ posto per noi nella nuova Libia del dopo Gheddafi. Io vorrei scappare, partire, sparire».

lunedì 5 settembre 2011

I laici in Egitto? Senza agenda né programma.

Sono perfettamente consapevole che nell'ultimo periodo i miei post sull'Egitto suonano come un continuo "lo avevo detto". Ma siccome non gestisco un "Diario del Cuore" bensi un blog che, nel suo piccolo, cerca di analizzare dati e ipotizzare scenari geopolitici attendibili, non posso che prendere atto del fatto che mesi dopo aver buttato giù qualche riflessione sul mio paese si verifica un episodio o viene pubblicato un articolo o un'intervista che ne confermano anche le virgole.

L'illusione di un'idilliaca unione tra cristiani e musulmani, il rischio della deriva fondamentalista, lo scollamento dell'opposizione laica - elitaria e disorganizzata - dal paese reale, le conseguenze del deterioramento dell'economia, l'insicurezza che ha travolto la vita quotidiana degli egiziani
: sono tutte cose di cui parla oggi il patriarca Naguib nell'intervista che vi propongo. Ma il sottoscritto quelle cose le ha scritte mesi fa, appunto, anche a costo di subire ingenerosi attacchi che qualificano solo coloro che li hanno lanciati. Seguire i link per credere.

Allarme del Patriarca Naguib, Terrasanta.net, 5/9/2011

I timori espressi da diversi osservatori internazionali sull’ascesa dei partiti islamici dopo la caduta del regime del presidente Hosni Mubarak trovano conferma nelle parole del patriarca cattolico di Alessandria dei copti, il cardinale Antonios Naguib, in un colloquio con Terrasanta.net a chiusura del Meeting di Rimini. Interpellato su quale direzione prenderanno i prossimi mesi in Egitto, dove nella seconda metà di novembre si svolgeranno le elezioni legislative, seguite un po' più avanti da quelle presidenziali, il patriarca ha espresso senza mezzi termini il timore che tanto i partiti salafiti quanto quello creato dai Fratelli musulmani, Giustizia e libertà, con la loro organizzazione e disciplina possano dirottare il processo di democratizzazione avviato il 25 gennaio scorso. «Questa transizione – osserva – rappresenta una fase certamente molto difficile e oscura. Perché le rivoluzioni sono ottime per mettere fine ai regimi precedenti, ma questi attivisti non hanno né agenda né programma: sono sorti spontaneamente per la volontà di cambiamento, ed il cambiamento è arrivato. Ma poi? Ogni giorno che passa è sempre più chiaro, tanto in Egitto come negli altri Paesi, che non c'era un'organizzazione in queste rivolte, ma solo la forza spontanea degli individui». Secondo il porporato il pericolo maggiore, «che fino a poco tempo fa era una un'ipotesi e ora è una realtà soprattutto in Egitto», è dettato dallo squilibrio fra «gruppi e correnti che sono favorevoli a uno Stato civile democratico, ma restano un'élite che non può portare un cambiamento dirompente, di massa, e quei partiti islamici che hanno molto più ascolto presso la gente comune, che segue quello che viene predicato nelle moschee. E gli imam parlano tutti di instaurare uno Stato religioso». «I partiti islamici – rimarca il cardinale – non fanno che ripetere che verranno rispettati i diritti dei cristiani sulla base della legge islamica. Ma io non riesco a capire già la necessità di questa premessa: che tutto debba essere regolato dalla legge islamica. Che uguaglianza c'è? Per me è una contraddizione. Per questo, nonostante le nostre speranze che restano forti e la nostra visione che non perde l'ottimismo, siamo inquieti, come cristiani, per questa situazione». Dopo i giorni «gloriosi» ma lontani che hanno visto cristiani e musulmani marciare fianco a fianco per la fine del regime, gli ultimi mesi oltre alle aggressioni contro i cristiani hanno registrato un crescendo di affermazioni discriminatorie da parte dei partiti salafiti. «Mentre i gruppi e gli individui favorevoli a uno Stato civile democratico faticano ad organizzarsi, i partiti religiosi sfruttano a pieno regime due canali privilegiati di propaganda: le tivù religiose e le moschee. Adesso sono dominate da voci estremiste, e sentiamo ripetere a più non posso messaggi inquietanti. Ad esempio ultimamente hanno detto chiaramente che in uno Stato islamico non c'è spazio per i non musulmani, se non come dei "protetti” (sotto l’Impero Ottomano la condizione di dhimmi, cioè di protetti dello Stato islamico, imponeva oltre al pagamento della jizya molte limitazioni di carattere religioso e giuridico - ndr). Perciò sostengono che dovranno pagare una tassa, altrimenti o si convertono all'islam o devono lasciare il Paese. E sono mesi ormai che queste dichiarazioni vengono amplificate dai media, ripetute ossessivamente, mentre chi è a favore di uno Stato civile democratico, non ateo ma rispettoso delle religioni, resta ai margini del dibattito e con pochi mezzi. È evidente dai sondaggi che non saranno questi ultimi ad avere la maggioranza dei consensi, come abbiamo visto dal referendum sulla Costituzione (il referendum sulla nuova Costituzione non prevedeva il cambiamento dell’articolo 2, che pone la sharia come fondamento della legislazione egiziana, anche se i giovani vogliono sottoporlo a referendum in un prossimo futuro - ndr). Un quadro che, nella grave crisi economica che ha colpito l’Egitto con l’aumento del prezzo del grano ed il crollo del turismo, aggrava le preoccupazioni che, per i copti cristiani, non sono diverse da quelle di tutti gli egiziani: «Ci sono soprattutto tre priorità. La prima – rimarca Naguib - è ritrovare la sicurezza svanita, visto che la criminalità e gli atti di vandalismo si diffondono ad una velocità pazzesca, e a malapena l'esercito riesce a mantenere l'ordine. In secondo luogo lavoro, e mezzi di sussistenza: tutti chiedono un aumento di salario, il governo per cercare di rimediare alla povertà e andare incontro alle richieste della gente sta dissipando le riserve dello Stato. In terzo luogo costruire l'avvenire: perché non è affatto chiaro che cosa ci riserva il futuro».

venerdì 2 settembre 2011

Gheddafi e il Kamasutra politico.

Come scrivevo appunto l'altro giorno, sono due i fatti che avrei voluto commentare durante questa pausa estiva e che recupero invece adesso. Del primo abbiamo già parlato, quindi passiamo al secondo: la caduta di Tripoli nelle mani dei ribelli anti-Gheddafi, coadiuvati da mercenari e addestratori stranieri. Una "vittoria che non c’è, e che nella misura in cui c’è non appartiene loro", come scrive correttamente Robi Ronza commentando i fatti libici. E l'indecorso spettacolo di alcuni politicanti che non hanno esitato, mentre ancora si sparava per le strade della città libica, a festeggiare la caduta del "dittattore sanguinario" pochissimi mesi dopo averlo accolto a suon di fanfare, ne vogliamo parlare? Un allucinante e leggermente disgustoso kamasutra politico.

Se ci sono "posizioni insostenibili" su Gheddafi in giro in questo momento di certo non sono le mie - visto che, non essendo un voltagabbana, la mia opinione sul Fratello Colonello non è cambiata - ma quelle dei signori che non hanno esitato a scaricare il leader libico foraggiando e finanziando, grazie ad un sequestro indiscriminato sia dei soldi del governo libico che di quelli di Gheddafi, una guerra civile che ha trasformato una della capitali con il reddito pro-capite più alto della regione in una città sull'orlo di una crisi umanitaria. E non è detto che la guerra civile si concluda in fretta o che non si trasformi - una volta sparito dalla scena il Colonello - in un regolamento di conti all'afghana tra le varie fazioni che già ora si scannano tra di loro.

Sarebbe meraviglioso, e davvero una bella lezione per l'Occidente, se la Libia si trasformasse in un'area di instabilità permanente dove scorrazzano terroristi e fondamentalisti vari, visto che in Libia non esiste uno stato che possa essere definito tale e una società civile degna di questo nome. Non a caso la NATO mette già le mani avanti paventando un possibile impiego di truppe di terra, come se questo potesse essere la panacea e non un ulteriore elemento di destabilizzazione. Il tutto sempre per proteggere i civili, si capisce. Civili che, secondo mezzi di informazione compiacenti e complici, avevano subito "bombardamenti aerei" e "strupri di massa" prima di essere seppelliti in "fosse comuni da 10.000 corpi" di cui però non è stata trovata la minima traccia o prova, esattamente come non è stata trovata ancora traccia delle armi di distruzione di massa di fu Saddam.

Come scrive Fabrizio Tringali in questo editoriale: "L'esperienza ha insegnato che il miglior casus belli, cioè quello comunemente più accettato dai cittadini, riguarda i diritti umani e la difesa della popolazione civile sotto l'attacco di un tiranno. Agli occidentali piacerà sempre pensarsi come "liberatori", mentre difficilmente essi abboccherebbero ancora a stupidaggini palesemente inventate come le armi di distruzione di massa di Saddam". E in effetti la strategia ha funzionato perché l'intervento è stato collegato ad un fatto vero: Gheddafi è un dittatore. Il più longevo del mondo arabo, per di più. Ma era anche l'unico dittatore arabo in grado di dire pane al pane e latte di cammella al latte di cammella, seppur in modo provocatorio e creativo. L'unico capace di denunciare, con atti pratici, l'ipocrisia dell'occidente e la sua sete di denaro. L'unico in grado di chiedere e ottenere risarcimenti per il passato colonialista, cosa che non è riuscita a nessun altro.

Il prossimo leader della Libia avrà il coraggio di opporsi ai diktat occidentali dopo aver abbondantemente usufruito dei droni e dei bombardamenti "mirati" senza i quali nessuna avanzata su Tripoli sarebbe stata possibile? Non credo proprio. La Libia, uno dei paesi più ricchi di petrolio di ottima qualità si trasformerà in una ghiotta preda da "ricostruire" a suon di barili. Persino il Corriere ha rispolverato la sua vecchia vocazione di quotidiano filocolonialista con una bella intervista ad un vecchietto libico intitolata "Tornino gli italiani". E magari anche i bombardamenti chimici e i campi di concentramento per cui erano tristemente conosciuti, mi viene da aggiungere.

giovedì 1 settembre 2011

L'Egitto, Israele e la guerra che verrà.

In questa rovente "estate araba", sono avvenuti due fatti importanti che avrei voluto commentare mentre erano ancora "caldi". Dal momento che ero tecnicamente impossibilitato a farlo recupero adesso nella consapevolezza di essere ancora (pienamente) in tempo. Cominciamo con il primo: il paventato ritiro dell'ambasciatore egiziano da Tel Aviv come atto di protesta per l'uccisione di cinque soldati egiziani nel corso di un'incursione israeliana sulla frontiera. Gli israeliani erano infatti sulle tracce di un gruppo armato palestinese che ha ucciso sette dei loro e le vittime egiziane, se cosi si può dire, sono stati un "danno collaterale" dell'operazione.

Vale la pena fare un giretto a ritroso su questo blog, sebbene questo mio invito (della serie "L'avevo previsto") potrebbe fare saltare la mosca al naso a qualche blogger indispettito circa l'attendibilità delle mie previsioni geopolitiche: 29 Dicembre 2008. "L'Egitto dovrà, ovviamente, impedire che (i palestinesi di Gaza, ndr) lancino dei missili su Israele. Su questo Pipes è chiarissimo. I precedenti del Libano e della Giordania ci insegnano, però, che i palestinesi non rinunceranno alla resistenza. Quindi chi dovrà beccarsi le prossime tonnellate di cluster-bombs e magari una bella invasione difensiva? L'Egitto". 30 dicembre 2008. "Gaza rischia di essere il "Chiodo di Giuha" martellato sul suolo egiziano. Un regolare invito a pranzo e cena per Israele. Che certamente non si presenterà a mani vuote, ma con un sacco di doni poco graditi, come quelli che piovono in questi giorni di festività su Gaza". 1 Giugno 2011: "Le recenti accuse israeliane all'Egitto di ospitare gruppi terroristici nella penisola del Sinai, già occupata da Israele nel 1967, sono particolarmente allarmanti. L'esperienza insegna che un'accusa simile, da parte di Israele, può presagire tutto tranne qualcosa di buono: ove ci sono terroristi o presunti tali, Israele colpisce, senza sé e senza ma".

Appena due mesi dopo
i miei timori si sono rivelati pienamente fondati e cinque egiziani hanno pagato con la loro vita: spero vivamente che siano anche gli ultimi. Ovviamente per ora si parla (fortunatamente) solo di un incidente, di una commissione d'inchiesta, di contatti diplomatici ad alto livello tesi a chiare l'accaduto e di un probabile aumento delle truppe egiziane, con il consenso israeliano, per riprendere il pieno controllo del Sinai dove gli islamisti radicali non hanno esistato a terrorizzare un'intera città (El Arish) scorazzando a bordo di pickup e motorini con tanto di divise e bandiere. Non si è ancora verificato l'evento apocalittico che temo vivamente: l'invasione del Sinai da parte di Israele con la scusante dell'autodifesa e la "caccia ai terroristi". Ma ho buoni, ottimi, motivi per credere che l'ipotesi - nel lungo periodo - non sia del tutto peregrina. Soprattutto se consideriamo che centinaia di egiziani hanno manifestato per giorni davanti all'ambasciata israeliana, sbandierando le foto di quel ditattore irresponsabile che era Nasser (i suoi proclami retorici ci hanno trascinato impreprarati in una guerra da cui siamo usciti disastrosamente sconfitti) e chiedendo a gran voce l'espulsione dell'ambasciatore israeliano.

La prospettiva di una guerra con Israele non mi piace, e non dovrebbe piacere a nessuno sano di mente (a mio parere potrebbe scatenare persino una terza guerra mondiale) anche se mi rendo conto che l'ipotesi di una guerra in diretta Tv su cui riversare fiumi di inchiostro e pixel non spiace affatto ad alcuni personaggi intimamente antisemiti e, diciamocelo, anche un po' razzisti nei confronti degli arabi di cui pur dicono di difendere la causa. L'Egitto ha versato il sangue per quattro volte nelle guerre contro il vicino (1948, 1956, 1967, 1973): credo che basti e avanzi. Solo gli accordi di Camp David hanno permesso al paese di concentrarsi sui suoi atavici problemi strutturali e di dedicare risorse a obiettivi sociali e di crescita economica. L'unica cosa che ci manca, dopo la crisi finanziaria globale e il crollo economico conseguente alla "rifo-luzione" di Piazza Tahrir è l'ennesima guerra mediorientale.

Per sdramatizzare, e pur avendo piena fiducia nelle forze armate egiziane e nella loro capacità di difendere il paese, vorrei concludere con una barzelletta riportata da Paolo Branca nel suo bellissimo e consigliato "Il sorriso della mezzaluna. Umorismo, ironia e satira nella cultura araba": Poco tempo dopo la sconfitta del 67, una guida egiziana che sta accompagnando alcuni turisti alle piramidi decide di interrompere le spiegazioni per fare propaganda al suo paese. "L'Egitto è la culla della civiltà". Poi sente l'eco ripetere la sua frase. Allora lui dice "L'Egitto è la madre del mondo!". E l'eco ripete di nuovo la sua frase. E quindi lui coglie l'occasione per dire: "L'Egitto combatterà contro Israele". A quel punto però l'eco gli risponde: "Ora piantala, cretino!". Dedico questa barzelletta a quelle "barzellette umane" convinte di essere più egiziani degli egiziani, sindacando persino sul patriottisimo del sottoscritto tanto da stracciarsi le vesti quando ho asserito che noi egiziani eravamo "incapaci di gestire un gabinetto alla turca, figuriamoci una democrazia alla turca". Il loro è forse è un tentativo per nascondere l'incapacità di guardare il proprio, di paese e le proprie, di magagne. Per questo motivo credo sia il caso di fare un'altra dedica, stavolta ricorrendo alle parole di Curzio Malaparte: "Non mi stancherò mai di ripetere chi vi sono due modi di amare il proprio paese: quello di dire apertamente la verità sui mali, le miserie, le vergogne di cui soffriamo, e quello di nascondere la realtà sotto il mantello dell'ipocrisia, negando piaghe, miserie e vergogne, anzi esaltandole come virtù nazionali (...) l'esperienza insegna che la peggior forma di patriottismo è quella di chiudere gli occhi davanti alla realtà, e di spalancare la bocca in inni e ipocriti elogi, che a null'altro servono se non a nascondere a sé e agli altri i mali vivi e reali".