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mercoledì 30 novembre 2011

Paola Caridi e il Potente Capo

I lettori di questo blog si ricorderanno certamente il diverbio intercorso, nei primi giorni di agitazione a Piazza Tahrir al Cairo, con Paola Caridi, un'articolista che sforna post e articoli, soprattutto per La Stampa di Torino, sulla rivoluzione egiziana. Un arduo compito portato avanti indefessamente da Gerusalemme dove - ha tenuto a precisare - è molto impegnata a finire il suo terzo libro.

Ebbene: mentre la signora mi ha invitato a "non esprimere giudizi sulla qualità del lavoro altrui", una sua lettrice e ammiratrice mi ha graziosamente ricordato tempo fa che "Non si dimentichi che lei e un OSPITE. Se deve per forza essere offensivo nei riguardi di un cittadino italiano, lo faccia dal paese suo. Io qui non la voglio. Essere un paese deomocratico non significa che si debba ascoltare i commenti idioti dell ultimo straniero sbarcato. lei non conosce la signora Caridi, quindi non esprima giudizi".

Effettivamente non conosco personalmente la signora Caridi, ma leggo volentieri le cose che scrive anche se non ne apprezzo affatto la qualità. E più le leggo, più mi rendo conto che scrivere articoli a distanza su un paese che non si conosce a fondo espone chi le scrive a figuracce incredibili. Come egiziano quindi, vorrei ricordare all'accesa e decisamente democratica sostenitrice della signora Caridi che non sono tenuto a leggere commenti idioti sul mio paese senza proferire parola.

Rilevo, per esempio, che per due volte negli ultimi tempi la signora Caridi ha scritto che Omar Suleiman, nominato Vice Presidente negli ultimissimi giorni del regime di Hosni Mubarak sarebbe stato il "potente capo dei servizi di sicurezza dello stato che hanno fatto il bello e cattivo tempo in Egitto per decenni" e che, nonostante ciò, "non è mai stato arrestato o indagato" meravigliandosi del fatto che manifesti con la sua immagine (come quello riportato sopra) abbiano spopolato durante l'ultima mega contromanifestazione popolare (nel senso di contraria a Piazza Tahrir) in Egitto.

In realtà Omar Suleiman non è mai stato "il potente capo dei servizi di sicurezza dello stato", che lei correttamente richiama in altri articoli con la loro denominazione egiziana: "Amn El Dawla", bensì il capo dei servizi segreti egiziani, ovvero "El Mukhabarat El 'amah".

Mentre il "potente capo" dei primi è già stato arrestato ed è sotto processo, il secondo è giustamente un libero privato cittadino, dal momento che la sua attività era essenzialmente incentrata sull'intelligence esterna e sui rapporti con Israele e Hamas e non sul "fare il bello e cattivo tempo in Egitto". E la signora Caridi, che vive appunto a Gerusalemme, lo dovrebbe sapere meglio di chiunque altro. Anzi: mi sembra anche che di questo delicatissimo ruolo diplomatico abbia più volte scritto sul suo blog.

Mi rendo conto che qualcuno, a cominciare dalla signora Caridi, potrebbe sviare il discorso da questa clamorosa imprecisione (vi assicuro che non è roba da poco), liquidandola come un lapus o una dimenticanza, magari ribattendo che Suleiman - proprio in quanto capo dei servizi segreti - è stato anche accusato da più parti di aver attivamente partecipato ai programmi di "rendition" statunitensi. Ma a questo punto mi viene da chiedere: perché Suleiman dovrebbe essere "indagato e arrestato" e i democratici ideatori e committenti di questi programmi invece no?

I giornali, grazie alla loro superficiale parvenza di diffusori di cultura e notizie, non fanno altro che divulgare le peggiori qualità dell'ignoranza umana.

Carl William Brown

domenica 27 novembre 2011

Egitto. Non liquidare i segnali.

Due giorni prima delle dimissioni di Mubarak, invitavo alla mediazione tra le varie fazioni politiche in Egitto in vista di una transizione ordinata, sottolineando l'ovvio, ovvero che "il popolo egiziano non è monolitico come lo vorrebbero dipingere i media e i blog italiani che delineano un quadro in cui si sta "O con la feroce dittattura o con la piazza unita". Non ci fu invece nessuna mediazione e tantomeno una transizione ordinata. Ed eccoci qui, sull'orlo di una guerra civile:

Giovani con la stessa grinta e lo stesso sorriso. Anche le bandiere sono le stesse, a strisce rosse, bianche e nere, così come i fuochi d' artificio e i venditori ambulanti di ciambelle. Ma al Cairo e in Egitto, in queste ore, si stanno misurando (per ora a prudente distanza) due concezioni del futuro prossimo del Paese. In piazza Tahrir sono arrivate centinaia di migliaia di persone (il solito «milione», secondo gli organizzatori) che, per il settimo giorno consecutivo, hanno chiesto l'immediato passaggio dei poteri dal Consiglio supremo delle forze armate a un governo di civili. Ma una decina di chilometri più a est di questa sterminata megalopoli, nel quartiere di Abbasiya dove ha sede il ministero della Difesa, a partire da mezzogiorno si sono ritrovate diverse migliaia di cittadini (circa 50-60 mila nel corso dell' intera giornata, a tarda sera ce n' erano ancora 20 mila circa) schierate a sostegno dei militari. Sul piano dei numeri, come è evidente, il confronto tra Tahrir e Abbasiya non regge. Ma dal punto di vista politico (e sociale) i rapporti di forza in questo Paese da ottanta milioni di abitanti non sono altrettanto scontati. E sarebbe, dunque, sbagliato liquidare frettolosamente il segnale che arriva «dall' altra» manifestazione. Bastava fare un giro e scambiare due chiacchiere con i vari Samir (42 anni), dirigente della Procter & Gamble, Ahmed, 31 anni, gestore di un club di tiro a segno, o Ibrahim, 40 anni, impiegato in un' azienda di forniture medicali, per rendersi conto che Abbasiya non è stato il raduno di comparse prezzolate dal maresciallo Mohamed Hussein Tantawi.

sabato 26 novembre 2011

Macché Primavera d'Egitto

Di seguito un "collage" delle dichiarazioni rese alla stampa in questi giorni da Tariq Ramadan, uno degli intellettuali musulmani più acclamati in occidente. Inutile dire che si attesta su posizioni identiche a quelle che sostengo da mesi.

«Preferisco utilizzare il termine insurrezione invece di rivoluzione. Inoltre, non vedo alcun segno di una Primavera araba. La situazione dell’Egitto oggi è fragile ed esplosiva insieme. Soprattutto, non è ancora chiaro se quel che sta succedendo in Egitto sia davvero una rivoluzione. O solo una rivolta abortita. Non credo che al Cairo si possa parlare di primavera araba. I laici si presentano come i difensori della democrazia con una visione liberale della religione, ma molti di loro provengono da un'élite facoltosa, distante dalla realtà e sovente legata ai dittatori. Sul fronte opposto, i movimenti islamici pretendono – non sempre a ragione – di avere una legittimità basata sul contatto diretto con la popolazione. Mi disturba il fatto che questa contrapposizione legittima ciascuna delle due parti, senza che vi sia la benché minima autocritica. I nuovi regimi dovranno essere giudicati sulla base dei programmi economici e sociali che saranno in grado di attuare. Per ora, Ennahda (movimento islamico uscito vincitore dalle elezioni in Tunisia, ndr) acconsente a tutto: al suffragio femminile, allo Stato di diritto, alla collaborazione con il Fondo monetario internazionale. Ed è proprio questo che lascia perplesso l'Occidente: dobbiamo restare vigili»

martedì 15 novembre 2011

Fighette egiziane

In riferimento alla blogger egiziana ventenne, "studentessa alla American university", che ha postato otto foto di nudi sul suo blog, come «un grido contro la società della violenza, del razzismo, della molestia sessuale e dell'ipocrisia», un lettore di questo blog mi chiede:

"
Sherif, che ne dici di questa? Capisci ora cosa intendo con "laici che non sanno parlare alle masse"? Ci rendiamo conto che questa cretina ha regalato centinaia di migliaia di voti ai salafiti con questa buffonata?".

E io rispondo: e io cosa dico, da quando è scoppiata questa "rivoluzione"? Non ho forse scritto, ad agosto scorso, che questi "bloggggers" che tanto entusiasmano la Gauche Sardine italiota sono veri e propri imbecilli, fighetti completamente scollati dalla realtà del paese, fatta da gente povera e analfabeta sui cui i salafiti hanno molta più presa?


domenica 13 novembre 2011

Gheddafi, il leone sdentato (IV)

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Gheddafi diventa ufficialmente un leone sdentato. Condoleeza Rice rivendica proprio questo successo, quando afferma che ha "operato per eliminare le sue armi di distruzione di massa, le più pericolose che avesse a disposizione", il che di fatti ha spianato la strada per l'attacco della Nato. Il colonnello, pur avendo denunciato per una vita l'ipocrisia dell'occidente, si era ridotto a farvi le comparsate condite di hostess: provocazioni folcloristiche che facevano arrabbiare le opinioni pubbliche europee ma che non destavano più la dovuta preoccupazione nei circoli di potere. Il Colonnello aveva correttamente previsto che il destino di Saddam sarebbe toccato ad altri leader arabi, ma è evidente che non aveva pienamente assimilato la preziosa lezione che si poteva desumere dalla parabola del dittatore iracheno il cui paese è stato attaccato, raso al suolo e saccheggiato proprio quando cominciò a smantellare il suo arsenale e a cercare il consenso dell'occidente.

Ora però che Gheddafi non c'è più, e che al suo posto emerge una classe dirigente in cui figurano islamisti libici che l'ipocrisia dell'occidente la conoscono bene avendo combattuto per la CIA in Afghanistan salvo poi essere consegnati dalla stessa ai torturatori del regime libico, la domanda sorge spontanea: come si comporterà, questa nuova classe politica, nei confronti dell'occidente che ha contribuito alla sua ascesa, una volta finita la guerra civile che sta cominciando in questi giorni nell'assoluto silenzio dei media? Imparerà dagli errori dei leader che ha rovesciato? Io la penso come Massimo Fini che alla domanda: "Con la scomparsa dei leader arabi legati culturalmente all' Occidente, c'è il rischio di un pan-islamismo o pan-arabismo che prenda il sopravvento di fronte agli Occidentali?" risponde: "Certamente, praticamente quasi tutta la storia degli ultimi venti anni, soprattutto degli Stati Uniti, è fatta di azioni che poi gli sono girate nel culo, penso per esempio all’attacco a Saddam Hussein che ha favorito tutta la componente sciita dell’Iraq e quindi oggi chi veramente comanda in Iraq sono gli ayatollah iraniani contro cui gli americani combattono dall’85 in vari modi. E questo sì, penso che sarebbe circa una giusta punizione francamente, o comunque perlomeno un avvertimento, a non muoversi con questa violenza, con questa arroganza e con questa pretesa di essere il bene, il poter discernere chi è cattivo, chi è buono etc. che è proprio la pretesa totalitaria dell’Occidente". (Fine)

PS: stando a Dagospia, "Il vistoso anello d'oro, raffigurante un leone che ruggisce, che Muammar Gheddafi portava all'anulare della mano destra fin dal suo sbarco a Ciampino è stato regalato dal leader libico al premier Silvio Berlusconi, al termine della cena di gala di Villa Madama". A buon rendere.

sabato 12 novembre 2011

Gheddafi, il leone sdentato (III)

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Per anni, il "cane pazzo del medio oriente", come lo ebbe a definire Reagan, era la "variabile impazzita" da non sottovolutare. I governi occidentali temevano le sue provocazioni e ancor di più le sue sfuriate e i suoi colpi di testa che potevano spazziare dalle nazionalizzazioni al blocco dei rifornimenti petroliferi. Spesso e volentieri ritornavano sulle proprie decisioni, chiedevano scusa o pagavano risarcimenti: dalla Svizzera all'Italia, nessuno può dire di essere rimasto indifferente ai mezzi più che persuasivi del Colonnello. In questo modo, Gheddafi, pur considerato "pazzo" (cosa che non era affatto), era riuscito ad impedire a chiunque di attaccare la Libia, rimanendo al potere per oltre quarant'anni anche se - in un altro summit arabo - aveva correttamente previsto che dopo l'impiccagione di Saddam, poteva toccare a uno qualsiasi dei presenti (Ben Ali e Assad ridono di gusto alla battuta).

In realtà Gheddafi può essere dichiarato ufficialmente pazzo a partire dal giorno in cui ha accettato di dismettere i suoi programmi di armamento, di riabilitare/"recuperare" i jihadisti che fino a quel momento erano rinchiusi nelle prigioni e di andare in giro per l'Europa a stringere le mani di leader che in seguito l'hanno tradito. Anche Pipes riconosce che la decadenza del colonnello (coincisa di fatti con la distruzione e la spartizione delle risorse della Libia) avviene "quando un Gheddafi addomesticato pagò i risarcimenti per il ruolo avuto dalla Libia nel 1988 nell'abbattimento di un aereo della Pan Am e rinunciò alle sue armi di distruzione di massa. Anche se le basi del suo regime rimasero in piedi, lui divenne persona grata ai Paesi occidentali, mentre il premier britannico e il segretario di Stato americano sono arrivati perfino a porgergli i loro omaggi in Libia". Leggi la quarta e ultima puntata.

giovedì 10 novembre 2011

Gheddafi, il leone sdentato (II)

Leggi la prima puntata

Il "vecchio" Gheddafi non esita a tradurre la sua retorica infuocata in atti concreti. Oltre a non aver peli sulla lingua, la prima fase del suo governo è - come scrive Pipes - anche "la più rilevante, 1969-86, consisteva in una frenetica attività da parte sua, intromettendosi in questioni e conflitti dall'Irlanda del Nord alle Filippine. Una lista incompleta includerebbe il danno reso alla campagna presidenziale di Jimmy Carter nel 1980, facendo dei pagamenti a suo fratello Billy; la dichiarazione di unione politica con la Siria; gli aiuti militari all'Iran contro l'Iraq; le minacce a Malta in merito allo sfruttamento petrolifero in acque contese; le bustarelle date al governo cipriota affinché quest'ultimo accettasse un radiotrasmettitore libico; l'invio di truppe nel Ciad meridionale per il controllo del Paese e l'imposizione di un'unione politica su esso; e infine l'aiuto offerto a un gruppo di musulmani in Nigeria, la cui violenza ha lasciato oltre un centinaio di morti". Nello stesso periodo però, Gheddafi distribuisce le risorse petrolifere in infrastrutture, istruzione e sanità come aveva appurato l’ONU nel suo Human Development Index: la Libia era avanti, quanto a sviluppo umano, anche al Brasile, all’Arabia Saudita e alla Malaysia. Oggi invece - grazie all'intervento libreatorio della Nato - la Libia è un paese ridotto in miseria dove i cittadini mancano di elettricità, gas, acqua potabile, rete telefonica. Persino di benzina (in uno dei paesi più ricchi di petrolio!). Insomma: un paese che deve essere totalmente ricostruito (indovinate da chi e con i soldi di chi) e con un prodotto interno decurtato del 47%.

La prima fase del governo Gheddafi, avventurosa ma decisamente agiata, "terminò - come scrive Pipes - con il bombardamento americano del 1986 come rappresaglia per l'attentato dinamitardo contro una discoteca a Berlino, che sembrò influenzare la psiche di Gheddafi" (nel bombardamento morì sua figlia adottiva, ndr). Ne comincia quindi un'altra:"Il suo avventurismo fanatico diminuì drasticamente" ma fu comunque "accompagnato da una svolta verso l'Africa e dall'ambizione di costruire armi di distruzione di massa". Ciononostante, come afferma Pipes, "Non uno solo dei tentativi di colpi di stato da parte di Gheddafi ha rovesciato un governo, non una forza ribelle ha avuto successo, nessun separatista ha creato un nuovo stato, nessuna campagna terroristica ha demotivato un popolo, nessun piano per l'unione è stato realizzato e nessun paese tranne la Libia segue la 'terza teoria'. Gheddafi ha raccolto amarezza e distruzione senza conseguire nessuno dei suoi obiettivi". L'ultima frase però è vera solo parzialmente. Un obiettivo Gheddafi l'aveva raggiunto, ed è proprio quello invocato nel vecchio discorso riportato nella prima puntata di questa serie: comportandosi come un leone imbizzarito, Gheddafi incuteva decisamente timore nelle cancellerie occidentali. Leggi la terza Puntata

mercoledì 9 novembre 2011

Gheddafi, il leone sdentato (I)

Ho riascoltato poco fa un vecchio discorso di Gheddafi che mi ha colpito per la lucidità dell'analisi proposta. Rivolgendosi ai leader arabi, tra i quali si distingueva un Zinnedine Ben Ali visibilmente divertito, Gheddafi affermava: "Questo mondo cosiddetto civile (occidentale, ndr) è in realtà un mondo aggressivo, barbaro, arretrato, infimo. E' all'origine di tutte le catasotrofi dell'umanità. E' stato quel mondo a provocare la prima guerra mondiale, la seconda, le crociate e sta ancora portando avanti delle guerre per distruggere l'umanità. Chi ha ucciso decine di milioni di esseri umani, nelle precedenti guerre? Proprio questo mondo che si pasce di civiltà. E' un mondo arretrato, dove non comandano i popoli ma le autorità ricattatrici, razziste, che vivono nell'odio. I popoli europei non vogliono fare la guerra. Né in Palestina né in Libia. E nemmeno il popolo francese vuole combattere in Algeria e Tunisia. Ma le sfere del potere che controllano quei paesi, seguendo la teoria della violenza e dello sfruttamento, combattono una guerra contro di voi. Non esiteranno a distruggervi se si rendessero conto che siete deboli, se individuassero in voi una crepa. Loro continueranno a cercare di controllare le nostre risorse, di sfruttarci. Non ci sono strade alternative alla resistenza. Anche la cooperazione, anche il rispetto reciproco non deve prescindere dal principo della forza. Se le nostre azioni sono forti, capaci di danneggiarli, di battere colpo su colpo, con una mano lunga che li può raggiungere ovunque, solo allora saranno costretti a negoziare e a porre un limite alle loro aspirazioni colonialistiche. Solo allora può esserci cooperazione e rispetto reciproco. Ma il rispetto tra uno forte e uno debole, tra uno ricco e uno bisognoso non può affatto essere un principio su cui basarci. Come può esserci una cooperazione tra noi e l'Europa se noi siamo deboli? Loro vogliono che i paesi arabi diventino un mercato che consuma la spazzatura che producono. Non vogliono che ci siano nel mondo arabo fabbriche per la lavorazione del petrolio e dei fosfati cosi potranno farlo nelle loro fabbriche e rivenderlo a noi: vogliono che questa zona resti un mercato consumistico e un'area per le esercitazioni militari. Cosi, non appena ci sono tensioni geopolitiche possono allungare le mani e occupare i punti nevralgici, dallo stretto di Gibilterra al Canale di Suez. Dobbiamo unirci, unire le nostre risorse, le nostre forze prima che ritorni il colonialismo". In parole povere Gheddafi aveva capito l'essenza della frase in cui Huntington afferma: "L'Occidente non ha conquistato il mondo con la superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione ma attraverso la sua superiorità nell'uso della violenza organizzata".

La retorica provocatoria e combattiva di quel discorso è coerente con il Gheddafi "vecchio stile", quello che si considerava un erede di Nasser ma che - a differenza di quest'ultimo - aveva i mezzi (petrolio in abbondanza e popolazione esigua) per perseguire le sue smisurate ambizioni (anche se queste sono rimaste frustrate esattamente quanto quelle del suo mentore politico) senza impoverire il paese, anzi. E' il Gheddafi a cui persino Daniel Pipes, uno sfegatato neoconservatore statunitense filo-israeliano, riconosce non solo un peso politico e un carisma di non poco conto, ma anche un importante funzione anti-coloniale in chiave identitaria che ha trasformato la Libia in un paese ricco. Nessuno può negare infatti che il Colonnello "ha avuto un ruolo chiave nell'aumento dei prezzi dell'energia che ebbe inizio nel 1972 e continua ancor oggi. Sfidando il controllo delle compagnie internazionali sulla produzione petrolifera e dei prezzi, il governante libico cominciò a trasferire il potere dalle sale dei consigli di amministrazione occidentali ai palazzi mediorientali. In particolare, le possibilità di successo di Gheddafi hanno contribuito a quadruplicare i prezzi del petrolio nel 1973-74. In secondo luogo, Gheddafi ha dato il via a ciò che allora era conosciuto come il risveglio islamico. In un'epoca in cui nessun altro era disposto a farlo, con orgoglio e in modo provocatorio, lui ha perorato le cause islamiche applicando aspetti della Shari'a, invitando i musulmani di tutto il mondo a fare la stessa cosa e aiutando quegli islamici che erano in conflitto con i non-musulmani". C'è da chiedersi, quindi, come abbia potuto fare quell'orribile fine per mano di un esercito praticamente egemonizzato dagli islamisti libici, reduci dei fronti dell'Irak, dell'Afghanistan e delle celle segrete della CIA. Domanda a cui cercherò di rispondere con questa serie di post...Leggi la seconda puntata

martedì 8 novembre 2011

Strategie combinate

Aggiornamento: leggo sui quotidiani egiziani che la distribuzione gratuita o a prezzi ribassati di carne in occasione della Festa del Sacrificio è stata principalmente promossa dai movimenti islamisti. La notizia dimostra che i voti non solo possono essere ottenuti, come scrissi l'altro giorno, "con un pollo o la minaccia delle fiamme dell'inferno" ma ricorrendo a entrambi i mezzi, il che mi sembra effettivamente molto persuasivo.

sabato 5 novembre 2011

L'Egitto e la Chicken Democracy

Leggo su Adnkronos: "Carne gratis alla popolazione più povera del sud dell'Egitto in cambio di voti alle elezioni parlamentari la cui prima tornata è prevista per il prossimo 28 novembre. E' questa la strategia elettorale messa in campo da alcuni parlamentari nella città di Assiut, secondo quanto riporta oggi il quotidiano semi-ufficiale 'Al-Ahram'. In occasione della festivistà musulmana del Sacrificio, l'Eid al-Adha, che inizierà domenica, i candidati stanno infatti distribuendo ai più poveri carne di buona qualità in buste sulle quali è pubblicata la loro foto".

Inutile dire che questo scenario era stato ampiamente previsto dal sottoscritto, mesi prima che si parlasse di elezioni: non avevo forse affermato che Omar Suleiman, ex-responsabile dei servizi segreti egiziani e Vice Presidente per pochissimi giorni prima delle dimissioni di Mubarak "aveva asserito una grande verità, anche se a qualche "anima bella" non è piaciuta: senza una "cultura della democrazia", senza un'economia più o meno solida, i voti possono essere comprati con un pollo o la minaccia delle fiamme dell'inferno"? Invece dei polli hanno distribuito carne di montone ma la sostanza è la stessa: avevamo ragione. Io e Suleiman.

Questo mi fa venire in mente che ai tempi della "rivoluzione" egiziana, qualcuno - dopo essersi stracciato le vesti perché avevo affermato che prima o poi l'esercito sarebbe stato costretto a istituire "tribunali militari con sentenze immediatamente esecutive" (è accaduto anche questo, of course) - aveva ironicamente ipotizzato che Suleiman traesse ispirazione dalla lettura del mio blog, dal momento che spesso volentieri andava in televisione nei giorni concitati del sit-in a Piazza Tahrir a dire le stesse cose che scrivevo io poche ore prima su questo sito. La spiegazione è invece molto più semplice: entrambi conosciamo i nostri polli.