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sabato 31 dicembre 2011

Auguri!


25/01/2012. Fine serie Tv "Tahrir" (II)

Leggi la prima puntata

E i "ragazzi di Tahrir" di cui i media occidentali hanno cantato le gesta per mesi, anticipando le incredibili mirabilie democratiche che avrebbero conseguito, salvo ricredersi nel giro di pochi giorni non appena sono stati sconfitti alle elezioni? Che ne facciamo, dove li mettiamo? Non fanno più parte dell' "equazione egiziana". Anzi, per quanto mi riguarda non ne hanno mai fatto parte. Erano ininfluenti prima (utili idioti la cui funzione era quella di fare da "innesco") e lo sono ancora adesso. Chi ha riposto fiducia in loro - politicamente e mediaticamente - ha sbagliato sin dall'inizio. Ma questo lo sapeva chiunque conoscesse a fondo l'Egitto.

Michael Scheuer - che non è certo l'ultimo degli arrivati, essendo stato per almeno vent'anni un ufficiale dell'intelligence statunitense quindi a capo della task force incaricata di dare la caccia a Bin Laden ed ora docente presso il Center for Peace and Security Studies della Georgetown University - si è sgolato per mesi (subendo gli scherni dei giornalisti) dicendo più o meno le stesse cose che il sottoscritto diceva qui (subendo gli insulti delle bloggers radical-chic). Egli sosteneva - e sostiene - che questa cosiddetta "Primavera araba" (sic) sarà un caos ingovernabile da cui trarranno vantaggio le forze islamiste più oscurantiste, e che tutto questo potrebbe degenerare in una guerra globale peggiore di quella predetta da Huntington o quanto meno nell'ennesima guerra arabo-israeliana.

E' poiché la tendenza di alcuni lettori di questo blog - in particolare Beduino, italiano di origine araba - è quella di percepire il sottoscritto come uno passato dalla difesa degli immigrati musulmani all'allarmismo islamofobo (sic), val la pena sottolineare che Scheuer non è né un islamofobo incallito né un devoto sionista. Anzi: è uno che afferma che "Il nemico islamico di Washington non esiste. Gli americani credono che gli islamisti ce l'hanno con noi perché siamo liberi, abbiamo le elezioni e donne che lavorano. Un nemico che non esisteva quando Bin Laden era in vita e che non esiste adesso. L'America è attaccata a causa della sua politica in Medio Oriente". Non solo: secondo lui "il vero problema è la lobby ebraica statunitense che influenza e corrompe il nostro congresso per difendere Israele in un conflitto in cui non abbiamo interessi. Israele non merita una singola vita americana o un singolo dollaro americano". Persino Bin Laden gli ha fatto i complimenti per la lucidità e l'acutezza delle analisi in un comunicato, nel 2007.

Ebbene: il 13 novembre scorso, Scheuer ha ripetuto ciò che il sottoscritto scriveva su questo blog ben due giorni prima delle dimissioni di Mubarak (nel caso servissero ulteriori conferme): "La rivolta in Egitto offre forse il miglior esempio del disastro educativo americano. Per 18 giorni in America e in Occidente abbiamo seguito l' attività di 200.000 egiziani in piazza Tahrir. Nel corso di quei giorni, la CNN, ABC, NPR e i giornalisti della FOX hanno intervistato un manipolo di giovani egiziani istruiti, ben curati, che parlavano un inglese fluente, di classe media, professionisti che parlavano il linguaggio della democrazia. I giornalisti hanno poi letto le esternazioni pro-democratiche di questi giovani su Facebook e Twitter e hanno deciso, nella loro superiore saggezza, che questo piccolo campione ha dimostrato che i quasi 90 milioni di islamicamente devoti, unicamente arabofoni, e per lo più analfabeti egiziani - che vivono all'ombra di una fede pervasiva che non contempla la separazione tra religione e Stato - erano assetati e capaci di democrazia laica. I giornalisti, insomma, hanno scambiato le loro credenziali giornalistiche con quelle dei loro cheerleaders in Egitto".

Ora, poiché è chiaro che gli Stati Uniti hanno investito moltissimo (si vocifera di 100 milioni di dollari) su questi giovani nella speranza che creassero una democrazia laica e liberale in Egitto, tanto da scaricare in quattro e quattr'otto l'alleato di vecchia data Mubarak, val la pena riportare l'opinione di Scheuer in merito: "L'amministrazione statunitense è divisa fra il suo sostegno incondizionato ad Israele e la sua fede quasi marxista nel fatto che la democrazia liberale possa attecchire inevitabilmente in tutti i posti, tutti i popoli, tutte le epoche. Quindi vorrebbe difendere Israele ma non è capace di capire la realtà sul terreno. Non ci sarà nessuna democrazia - cosi come la intendiamo in occidente - in Egitto e Libia eppure l'amministrazione statunitense cosa ha fatto? Ha promosso l'anarchia. Ha creato una situazione in cui gli unici beneficiari sono gli islamisti. La ricerca forsennata della democrazia secolare da parte dell'amministrazione americana mette in pericolo la regione e probabilmente il mondo intero. La quantità di armi che circola, proveniente dall'Egitto e dalla Libia, è enorme. E le prigioni che sono state aperte in Egitto, Tunisia e Libia hanno rinforzato le fila degli islamisti in tutto il mondo. Vedremo le conseguenze di tutto ciò sopratutto in Africa: in nord Africa, in Somalia e in Nigeria". In Nigeria. Lo diceva il 9 novembre. Un mese prima delle avvisaglie di una guerra civile tra musulmani e cristiani. (Leggi la terza e ultima puntata)

venerdì 30 dicembre 2011

25/01/2012. Fine serie Tv "Tahrir" (I)

Fra meno di un mese i "Fighetti di Tahrir" tenteranno di ripetere l'"exploit" del 25 gennaio scorso che ha portato alla caduta di Mubarak. Stavolta ce l'hanno con la giunta militare che governa il paese e gli islamisti che hanno vinto le elezioni.

Ho buoni motivi per credere che ci siano altissime probabilità che questo nuovo tentativo finisca in un modo completamente contrario alle loro rosee aspettative, motivo per cui mi sento di consigliare loro di non provarci e di concentrarsi a recuperare il terreno politico perduto in modi meno avventurosi e provocatori. Spero di non sprecare fiato e bytes, come quando consigliavo loro (inutilmente) di organizzarsi meglio calandosi nella realtà egiziana.

I "Fighetti di Tahrir" hanno molte capacità. Nonostante li critichi e li chiami "fighetti", non esito a definirli la meglio gioventù dell'Egitto: sono istruiti e colti, creativi e coraggiosi, hanno girato il mondo e vogliono il meglio per il loro paese. Ma si sono evidentemente montati la testa, non riescono a capire i loro limiti e fin dove stressare il sistema.

Sono convinti, assieme ai loro sostenitori e finanziatori occidentali, di essere stati loro a far cadere Mubarak. Non si rendono conto che se il cosiddetto "Ultimo" Faraone è su una barella nella gabbia degli imputati assieme a buona parte del suo ultimo governo, è solo perchè i movimenti islamisti si sono decisi di aggregarsi alla loro protesta e perché il Consiglio Supremo delle Forze Armate non è intervenuto per reprimere la rivolta.

Evidentemente ciò non è abbastanza chiaro ai Fighetti di Tahrir. Sono convinti che la loro sconfitta alle elezioni e prima ancora al referendum sia dovuta ad un patto tra le forze armate e gli islamisti e che i salafiti siano stati sovra-dimensionati rispetto al loro peso nella società. Come ho già scritto, è ovvio c'è gente che vive in Egitto senza viverci: che gli islamisti fossero la forze politica egemone lo sapevano tutti. Ma proprio tutti: esercito, islamisti, copti, gente di strada, il sottoscritto. Tutti tranne i giovani di Facebook e i loro sostenitori occidentali, che a forza di twittare si sono pappati il cervello. Al punto di affermare che i salafiti fossero "quattro gatti" e che per risolvere i problemi delle baraccopoli basta insegnare agli abitanti "come usare facebook".

Le forze armate hanno indetto delle elezioni, che - qualunque cosa dicano gli sconfitti - sono state regolari e trasparenti, perfettamente rispecchianti la volontà popolare. In poche parole l'esercito ha dato ai giovani laici e liberali un' occasione unica per rendersi conto del loro vero peso nella società: zero assoluto. Nella speranza che non si montassero la testa, appunto. Che si rendessero conto che non basta ricevere finanziamenti dagli Stati Uniti, addestramento in Serbia e gestire qualche blog per far cadere un sistema, per instaurare una democrazia all'occidentale. Non a caso gli islamisti hanno stravinto e loro hanno perso.

E' stato un progetto destinato al fallimento sin dall'inizio. La solita americanata sfuggita di mano, mi verrebbe da dire. Ormai però la frittata è fatta: dobbiamo arrenderci all'evidenza, accettare la volontà popolare e sperare che le forze islamiste si dimostrino davvero pragmatiche e capaci di gestire il paese. Molti sono ottimisti, in quel senso. Ma dal momento che certe uscite non lasciano ben sperare, l'alternativa sarebbe quella illustrata da Michael Burleigh sul Daily Mail: aspettare pazientemente - nella speranza che nel frattempo non si scateni l'apocalisse o non dover aspettare cent'anni - il fallimento del loro modello politico quindi cercare, dove sarà possibile, di rimediare ai danni. (Leggi la seconda puntata).

giovedì 29 dicembre 2011

L'Egitto, gli islamisti e le donne.

Avrei qualcosa da dire sugli ultimi scontri in Egitto, sulla reazione dell'esercito e in particolare sull'episodio illustrato dall'ormai famosissima foto - qui riportata - che ha fatto il giro dei media internazionali e della rete. Lo farò a mio rischio e pericolo dal momento che so benissimo che qualunque cosa dirò in merito potrebbe essere opportunatamente manipolata da alcuni avvoltoi che non vedono l'ora di descrivermi come un mostro che difende l'indifendibile.

Per settimane - soprattutto sui media e blog occidentali - ha campeggiato il fermo immagine della donna che sarebbe stata "molestata, spogliata e denudata" da parte dell'esercito, quando invece il video (qui su Repubblica) mostra benissimo che la manifestante è stata picchiata selvaggiamente - questo nessuno lo può negare - ma né più né meno dell'uomo che le stava vicino. La cosa interessante è proprio il fatto che nella baraonda molti si sono dimenticati che a tre passi da quella foto si consumava una scena identica, solo che il poveretto che veniva picchiato non portava nessun reggiseno blu. Un fatto che dimostra che, in Egitto, almeno le "pari opportunità" (di manifestare e di essere picchiati) sono garantite. Per ora.

Solo incidentalmente, mentre veniva trascinata, la veste della malcapitata si è slacciata. Un soldato si è premurato di ricoprirla, nonostante orde di manifestanti fossero in avvicinamento, pronte a sbranarlo (e in effetti la manifestante viene sottratta all'esercito). Il trattamento riservato ai manifestanti - sia la donna che l'uomo - è da condannare senza ombra di dubbio, ma - ripeto e non ho paura di farlo - visto che c'è il video completo che documenta la dinamica dell'accaduto - dove sono esattamente le "molestie" che in tanti hanno denunciato? Dove è che i militari avrebbero "spogliato la donna per picchiarla"?

Molestie sono semmai i test di verginità a cui sono state sottoposte le attiviste arrestate durante gli scontri. Anche in questo caso i media occidentali hanno dato grande risalto alla decisione di un tribunale egiziano di vietare i "test di verginità". E i giovani di Facebook hanno cantato vittoria. Ma il verdetto è inapplicabile, come ha chiarito un portavoce dell'esercito, per il semplice motivo che - ufficialmente - non è previsto nessun test di verginità. Chi lo ha ordinato, con la scusa che questo avrebbe impedito alle detenute di affermare in seguito di essere state stuprate dai soldati, ne risponderà in prima persona. Della serie: tanta gioia per niente.

Le parole hanno un senso, sopratutto in frangenti delicati, e il video del brutale pestaggio dei manifestanti è agghiacciante senza inventarsi inesistenti "molestie sessuali". Tra l'altro il fenomeno delle molestie è cosi diffuso in Egitto (e non solo durante le manifestazioni, ma persino sui mezzi pubblici) che non mi sembra affatto necessario inventarne di nuove. A meno che non si cerchi di buttare benzina sul fuoco. Spiace, quindi, che alcuni osservatori che seguo volentieri - come Lorenzo Declich - si siano lasciati trasportare dal furore ideologico della solita Paola Caridi che pubblica l'immagine chiedendosi, con un bel po' di fantasia, "Chi molesta le donne arabe?".

In realtà la domanda che pone la Caridi sotto la foto sottintende un altro messaggio: "Ai difensori della democrazia, della dignità, dei diritti delle donne che in Occidente si sbracciano le vesti perché hanno paura dell’islam politico montante nel mondo arabo, faccio una sola, semplice domanda: chi è che molesta le donne arabe?". Azzardo una traduzione per i profani: gli islamisti sono molto più rispettosi nei confronti delle donne. Che lo dica una blogger residente a Gerusalemme (perché non a Gaza?) impegnata a sfornare libri su Hamas (un movimento che ha vietato alle donne di fumare il narghilè e salire in moto e che nel 2010 - della nostra era, non avanti Cristo - ha arrestato ben 150 "streghe") non mi meraviglia. Che però il brillante Lorenzo la citi e che l'ottima Elisa Ferrero - che aggiorna un interessante diario dall'Egitto - affermi: "Se gli islamisti saranno capaci di restaurare il rispetto della vita umana, allora, io dico, ben vengano gli islamisti" lascia un po' più perplessi.

Comunque ci ha pensato un popolare predicatore televisivo islamico a confermare le rosee aspettative del gentil sesso e a tranquillizare i pessimisti incalliti e di poca fede chiedendo perchè la ragazza picchiata ''si trovasse là in primo luogo e chi l'aveva lasciata uscire''. Se a questo aggiungiamo che alcuni movimenti islamisti conservatori dicono di essere favorevoli (con i "moderati" che rispondono: non è ancora ora) all’entrata in vigore di una “polizia della virtù”, sul modello saudita, per controllare la pubblica virtù e modestia - soprattutto quella delle donne - negli spazi pubblici, possiamo stare tranquilli: il rispetto delle donne egiziane sarà assicurato al 100%.

mercoledì 28 dicembre 2011

I Fighetti di Tahrir: Protesto, dunque sono.

So di essere ripetitivo. Ma questi articoli finiscono in rete ed è importante che chi capita da queste parti sia informato anche dei pregressi.

Si ricorderanno infatti, i lettori di questo blog, le mie invettive contro "I fighetti di Tahrir" barricati nelle loro torri d'avorio virtuali, i ripetuti inviti che rivolsi loro - già nei primi giorni di agitazione nell'omonima piazza - ad organizzarsi politicamente, a prestare attenzione ai veri bisogni degli egiziani, a non sottovalutare i danni economici e a non liquidare i movimenti islamisti e in particolare i salafiti come minoritari e ininfluenti.

Parole e tempo sprecato. L'altro giorno Sandmonkey, al secolo Mahmud Salem, uno dei bloggers più seguiti nella blogosfera fighetta cairota e internazionale, snocciolava un meaculpa che in parte sembrava copiato tale e quale dal blog del sottoscritto (anche se su molti punti continua ad essere miope esattamente come prima: ne riparleremo. Lorenzo Declich ne propone una traduzione integrale qui).

Pochi giorni fa, Stevan A. Cook ha elencato
su Foreign Policy le colpe di tutti i protagonisti di questa stagione egiziana. Ho tradotto il paragrafo relativo ai "Fighetti di Tahrir", poiché mi è sembrato esemplificativo delle critiche che rivolgevo loro ancor prima delle dimissioni di Mubarak. "Professionalmente" parlando, è piacevole vedere pubblicato su Foreign Policy cose che qui si scrivevano con mesi d'anticipo mentre alcuni etichettavano il sottoscritto come "mubarakiano" e "vecchietto conservatore". Come egiziano, però, la mia delusione e preoccupazione per ciò che sta accadendo nel mio paese d'origine è totale.

Anche i rivoluzionari hanno molte colpe di cui rispondere.
Assieme a tutta la creatività e l'energia che ha portato alla caduta di Mubarak e che ora confluisce in piani per la trasformazione della società egiziana, c'è stato anche molto narcisismo e una contemplazione del proprio "ombelico rivoluzionario". Gli istigatori della caduta di Mubarak sono sembrati molto più concentrati a dar lustro alle loro credenziali rivoluzionarie su Twitter e Facebook - che non sono accessibili alla stragrande maggioranza degli egiziani - piuttosto che intraprendere il duro lavoro di organizzazione politica. Per mesi, i rivoluzionari hanno ampiamente respinto il processo politico che ha avuto inizio dopo la cacciata di Mubarak.

Dopo essere stati sconfitti nel referendum costituzionale il 19 marzo, molti si sono sintonizzati su ciò che stava accadendo fuori e hanno iniziato a cercare dei modi per riconquistare quella luce imprigionata che è stata il 25 gennaio.
Ma in gran parte non ci sono riusciti. I 17 "venerdì di..." della primavera e dell'estate sono stati espressione di meno obiettivi politici di
un "Protesto, dunque sono". Si sono conclusi con due settimane di sit-in in piazza Tahrir, che - poiché hanno portato il Cairo a fermarsi degenerando in un carnevale di autocompiacimento piuttosto che in una dichiarazione politica seria - hanno danneggiato molto i rivoluzionari agli occhi degli egiziani simpatizzanti.

Per tutta la primavera e l'estate, mentre i rivoluzionari si stavano immaginando come una rivoluzione permanente contro i militari, gli odiati felul ("residui" del vecchio regime) o chiunque osasse essere in disaccordo con loro, i Fratelli Musulmani stavano lavorando duramente,
sfruttando la più grande opportunità politica che si sia mai presentata da quando un insegnante di nome Hassan al-Banna ha fondato il gruppo nel dicembre 1928.

Se i rivoluzionari ei loro sostenitori sono rimasti storditi dal fatto che gli islamisti - sia la Fratellanza che Salafiti - sono destinati a dominare l'Egitto post-rivolta, devono guardare criticamente quello che hanno fatto o non hanno fatto negli ultimi 11 mesi. In effetti la loro capacità di leggere il sentimento pubblico egiziano è carente tanto quanto quella dei militari, e molto più miope.

martedì 27 dicembre 2011

Egitto. Ohibò, diranno le radical-chic...

Se volete capire perché la foto con cui vi auguravo buon natale quest'anno raffigurava le piramidi (in una ricostruzione computerizzata), leggete di seguito: ci sono notizie a dir poco preoccupanti sul futuro dell'Egitto. Notizie che spiegano molto bene il perché della mia prudenza nei primi giorni di agitazione a piazza Tahrir (presentata da qualche gallina come "vigliaccheria"). Che dire? Grazie di cuore ai fighetti di Tahrir per aver reso possibile questo futuro radioso (sic). Grazie anche alle galline che hanno sostenuto questi irresponsabili sul web italiano (insultando il sottoscritto). Non avrei mai immaginato che, per ringraziarle, avrei citato Andrea Morigi - e cioè un giornalista che scrive su Libero (sic) - ma lo devo proprio fare, che già vedo le loro facce quando leggeranno delle spiagge segregazioniste al Sinai: "Ohibò, diranno le radical-chic in cerca di toyboy esotici".

"Il Canada è preoccupato poiché forze peggiori di Hosni Mubarak, l'uomo forte deposto, potrebbero salire al potere in una nuova democrazia in Egitto". E' quanto ha affermato il primo ministro Stephen Harper in un'intervista. "Ci sono ovviamente forze che vogliono la democrazia e il cambiamento progressista, ma ci sono chiaramente alcune forze che vogliono qualcosa che probabilmente è peggiore di quello che avevamo prima", ha detto in un' intervista registrata con News CTV e che è stata trasmessa Lunedi. "Per questo siamo stati un po' esitanti per ciò che concerne l'Egitto".

Vancouver Sun

Per ora i membri del Nour (la luce), partito salafita che ha vinto il 20 per cento dei voti nelle recenti elezioni, parlano di porre fine all 'idolatria' rappresentata dalle piramidi.

Questo significa la loro distruzione - seguendo le orme dei talebani afgani che hanno fatto esplodere i Buddha di Bamyan - oppure il loro "occultamento coprendoli con la cera". I turisti vedranno presumibilmente enormi "blob" piuttosto che gradini perfettamente scolpiti.

Questo ultimo suggerimento è stato avanzato da Abdel Moneim Al-Shahat, un candidato per il parlamento per Nour. Oltre a voler farla finita con questa 'cultura marcia', questo signore vuole anche vietare i romanzi del premio Nobel Naguib Mahfouz, uno dei tanti grandi scrittori egiziani.

Suppongo che potrebbero convocare il grande artista bulgaro Christo, specializzato nel coprire con tende il Grand Canyon o nell'avvolgere gli atolli del Pacifico con stoffa rosa. Ma dubito che abbiano mai sentito parlare di lui.

Salafismo significa tornare ai costumi della generazione fondatrice dell'Islam, poiché i compagni del Profeta erano chiamati "salafiti" ovvero pii fondatori. Dal momento che l'ultimo aderente all'antica religione egizia si era presumibilmente convertito (al cristianesimo) nel IV secolo dC, i salafiti originali avevano poco da preoccuparsi per le piramidi e cosi le hanno lasciate in pace.

Ma non i loro successori del 21 ° secolo, che vogliono anche quello che chiamano il turismo 'halal', con le donne a cui viene chiesto di vestirsi decorosamente e senza alcool, qualcosa che è già largamente in voga in un Egitto conservatore. I salafiti vogliono spiagge separate, che non saranno sicuramente adatte per i visitatori di Sharm el Sheikh.

Il turismo rappresenta l'11 per cento del Pil dell'Egitto ammontante a 218 billioni di dollari. In questo momento, alberghi e resort hanno indici di occupazione ridotti del 90-15 per cento.

Questa è una cattiva notizia per i 3 milioni di egiziani che dipendono dai 14 milioni di turisti che visitano l'Egitto ogni anno. Le persone colpite non sono semplicemente camerieri e cameriere, ma tassisti, conduttori di cammelli e cavalli, proprietari di piccoli negozi e contadini ordinari che arrotondano fornendo tè e panini per le crociere sul Nilo.

Una delle grandi tragedie che conseguiranno a ciò che è in corso in Medio Oriente è l'estinzione delle ultime vestigia di una vibrante cultura cosmopolita, rappresentata da un altro grande romanziere egiziano, il dentista cairota Alaa Al-Aswani, autore del notevole Palazzo Yacoubian.

Sta diventando difficile ricordare che nel 1950 - sotto re Farouk - l'Egitto aveva una fiorente industria cinematografica, che produceva 300 film all'anno, e che la sua cantante nazionale, Umm Kulthum, era adorata in tutto il Medio Oriente.

Ma ora i fanatici sono in sella, quindi addio a tutto ciò. Dovremo aspettare che il fondamentalismo fallisca, cosi come è fallito prima il nazional-socialismo nasseriano. Perché Nour e simili sicuramente non hanno risposte ai problemi dell' Egitto contemporaneo.

Daily Mail

mercoledì 21 dicembre 2011

L'Egitto non perdonerà i Fighetti di Tahrir (e i loro sostenitori)

Il 9 febbraio del 2011, due giorni prima delle dimissioni di Mubarak, scrissi due lunghi post intitolati "Perché mediare in Egitto". La mia agitazione e il mio scetticismo per una rivoluzione che si preannunciava fallimentare erano palpabili. Qualcuno colse l'occasione per dire che ero un agente contro-rivoluzionario di Mubarak, un bamboccione conservatore e reazionario che odia i "giovani borghesi colti del Cairo". Ebbene: a dieci mesi da quegli scritti, vale la pena rileggere questo mio paragrafo in particolare (vedremo perché):

"La società egiziana è in larghissima parte povera e analfabeta, nonostante alcuni si siano fatti abbagliare dall'avanguardia di bloggers che manifestano. La gente semplice - quella che sopravvive giorno per giorno con poche lire - spera soltanto che tutto si sblocchi al più presto, non importa come, per riprendre a vivere.

Di certo questa gente non è ostile al cambiamento (e chi rifiuterebbe la prospettiva del meglio?), ma non scende neanche in piazza in massa. Non per paura, che ormai la barriera della paura è crollata da molto tempo, ma perché la loro priorità è quella della
mera sopravvivenza. La fuga dei turisti e la chiusura delle fabbriche e dei cantieri minaccia seriamente il loro pasto giornaliero nel senso letterale del termine. (...)

I poveri non campano mica comprando azioni sul web o al cellulare: campano di mance, di vendita di souvenir, del duro lavoro in un cantiere. Comprano fave e un pezzo di pane giorno per giorno. Dire loro
"abbiate pazienza ma stiamo facendo la rivoluzione per il vostro bene, non importa quanto duri" è logico, lo capisco io, ma non è funzionale al raggiungimento degli obiettivi auspicati dai manifestanti perché alla lunga potrebbe far mancar loro proprio il sostegno della maggioranza per cui dicono di combattere.

Poi sono arrivate le elezioni, la vittoria degli islamisti e dei salafiti (da me prevista), la sonora sconfitta dei giovani che hanno promosso la rivolta (da me prevista), e tutto il resto. Ora leggete cosa afferma - sconsolato e colmo di frustrazione - Sandmonkey, al secolo Mahmoud Salem, uno di quei fighetti che si sono divertiti a fare la rivoluzione sulla pelle della povera gente mentre il sottoscritto spiegava, avvertiva, raccomandava e cercava di evitare loro - e soprattutto all'Egitto - il peggio.

Afferma Sandmonkey: "Perdonateci, egiziani. Siamo stati arroganti e idealisti e abbiamo sbagliato. Se potete perdonate i nostri errori, ci siamo scontrati con i militari e abbiamo dimenticato la gente (...) Il distacco tra i rivoluzionari e la gente comune esiste ed è reale. Abbiamo priorità diverse che ci hanno, inevitabilmente, allontanato gli uni dagli altri.

Le nostre priorità sono un governo civile, la fine della corruzione, la riforma del corpo di polizia, della giunta dei militari, della legge, della televisione di stato». Diverse le priorità della maggior parte degli egiziani, «vivere in pace, portare il cibo in tavola la sera, poter sfamare i propri cari e sé stessi. Abbiamo ignorato o, forse, trascurato eccessivamente tutto ciò. Abbiamo detto loro di mettere da parte le loro paure economiche, perché le cose sarebbero andate meglio nel lungo periodo».

«È stato un errore. Non possono vivere così miseramente neanche per un mese in più e noi gli abbiamo chiesto, invece, di resistere ancora per altri anni! Noi abbiamo proposto loro sicurezza e giustizia sociale nel futuro, altri – invece – hanno dato loro soldi e cibo per sopravvivere nel presente. Da che parte sta la maggior parte degli egiziani secondo te? Sicuramente non dalla nostra. Per riuscire a vincere questa battaglia, questa volta dobbiamo essere uniti. E dobbiamo capire le esigenze reali e concrete della nostra gente».


Della serie: la prossima volta che vorrete fare una rivoluzione (seria) passate prima da questo blog. La verità è che io - proprio perché conosco bene quella borghesia - ero perfettamente a conoscenza dei suoi limiti. Cosi come ero perfettamente consapevole delle esigenze e delle pulsioni che animano il mio popolo mentre i borghesi cairoti, e i loro sostenitori occidentali, questo popolo lo hanno evidentemente visto solo sulle cartoline e i cataloghi delle agenzie viaggi. Al punto di essere autenticamente convinti che gli "islamisti contano poco e si indeboliscono giorno dopo giorno" (una balla che lo stesso Sandmonkey - candidato sconfitto alle elezioni che stanno formando un parlamento fatto di un 70% di islamisti - ha fatto circolare anche sul web italiano grazie ad alcune galline. Guardacaso le stesse che mi attaccavano ferocemente).

Che Dio vi perdoni. Ma per quanto riguarda l'Egitto, sappiate che non vi perdonerà. Mai.

lunedì 19 dicembre 2011

Egitto. Quarto periodo intermedio.

Basta dare un'occhiata alle ultime immagini che giungono dal Cairo per capire i motivi per cui sono stato scettico e pessimista sin dai primi giorni di agitazione a Piazza Tahrir. Nei sanguinosi scontri che si sono verificati davanti alla sede del consiglio dei ministri sono morte decine di persone, centinaia sono rimasti feriti ed è andato a fuoco l'Institut d'Egypte con i suoi oltre 200.000 preziosi volumi risalenti alla spedizione napoleonica.

Ho guardato attentamente i video che documentano queste giornate di scontri: da una parte ci sono decine di ragazzi di strada evidentemente strafatti di colla (età media: 12-14 anni) che, euforici, appiccano il fuoco all'Istituto d'Egitto (l'idea che costoro si trovavano in piazza per difendere "la democrazia" mi fa francamente ridere) e dall'altra giovani contadini arruolati nelle fila dell'esercito che si accaniscono contro manifestanti che non si rassegnano nonostante siano tuttora in corso le prime elezioni libere (e su quello non ci sono dubbi) dell'Egitto (e infatti stanno stravincendo le forze islamiste).

E' la dimostrazione che siamo un popolo incapace di gestire un gabinetto alla turca, come scrivevo tempo fa, figuriamoci un'omonima democrazia. Il popolo - non parlo della minoranza colta che ha protetto il museo egizio e che ora tenta di salvare i pochi manoscritti rimasti in un edificio pericolante - non sa come manifestare pacificamente e chi è chiamato a mantenere l'ordine non sa come contenere pacificamente una manifestazione. Le urne sono ancora aperte e alcuni manifestanti girano le piazze a bruciare istituzioni e a gridare slogan contro l'esercito colpevole di "stare dalla parte degli ebrei". Non hanno manco la pazienza di aspettare che qualche salafita dichiari loro guerra dai banchi del parlamento. O forse temono che l'esercito impedisca loro proprio questo?

Che il paese andasse a fuoco ogni volta che gli egiziani sono scesi in piazza è una costante nella storia contemporanea (e non solo) dell'Egitto. Succede in tutti periodi di caos. per carità. Il problema è che in Egitto è sempre finita male. Nel 1882 furono attaccati negozi e proprietà degli europei (finì con la colonizzazione inglese), nel 1952 andarono a fuoco centinaia di locali, cinema e alberghi, ancora una volta principalmente di proprietà europea ed ebraica (finì con la presa del potere da parte dell'esercito). Anche Tahrir, che la vulgata mediatica ha etichettato come "pacifica", si è tradotta - in mancanza di europei ed ebrei da assaltare - nell'assalto ai posti di polizia, agli uffici pubblici, ai negozi e ai musei e in seguito alle chiese di tutto il paese. Il museo egizio del Cairo si è salvato solo per miracolo. L'altro giorno è stato il turno dell'Istituto d'Egitto. Staremo a vedere come andrà finire stavolta. Secondo me, non bene.

Ho la netta impressione che, anche se il consiglio militare si facesse da parte (il che significherebbe rompere prematuramente una fase storica che non ha compiuto nemmeno sessant'anni, il che mi sembra molto difficile in un Egitto fin troppo stabile storicamente nonostante i cosiddetti periodi intermedi", di cui tre in epoca faraonica), rinunciando alla politica del bastone usata sin dai tempi dei faraoni (basta leggere le cronache degli interrogatori o osservare le scene che raffigurano la punizione degli evasori fiscali per capire che se ne faceva un gran uso), ogni volta che ci sarà una manifestazione ci saranno lo stesso alcune decine di morti, alcune centinaia di feriti e una perdita irreparabile del nostro patrimonio culturale. Perché il problema è la mentalità del popolo e della sua classe dirigente nel suo complesso.

Il problema degli osservatori occidentali è che tendono sempre a incasellare tutto secondo parametri occidentali: per cui da una parte ci sarebbero gli infami in divisa o la contro-rivoluzione e dall'altra gli attivisti democratici. Mi spiace deluderli ma è molto meno prosaico di quanto credano: in Egitto è in corso una guerra tra poveri ignoranti equamente distribuiti su tutti gli strati della popolazione, inclusa la borghesia. E intendo quella media e non i fighetti pseudo-rivoluzionari dell'università americana che possiamo tranquillamente togliere dall'equazione, anche alla luce dei risultati elettorali, illustrati da questa vignetta:
Da destra a sinistra: Fratelli musulmani, Salafiti, Liberali, Giovani della rivoluzione.

Mi sembra evidente che l'esercito rimane il male minore rispetto a ciò che accadrà se al potere effettivo andasse qualcuno davvero intenzionato a far coprire i monumenti faraonici per incoraggiare un non meglio precisato "turismo terapeutico e religioso" o in cerca di rogne con Israele come invocano a gran voce i manifestanti irresponsabili che hanno già assaltato l'ambasciata israeliana alcuni mesi fa. La cosa che mi fa più rabbia però è che mentre il paese va a rotoli, i "fighetti di Tahrir" che tutto ciò hanno scatenato, sconfitti duramente alle elezioni, stanno a guardare e a fare il tifo dai loro profili facebook...E' a loro che sembra rivolgersi Pasolini quando scrisse, quarant'anni orsono:

Adesso i giornalisti di tutto il mondo
(compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice
nel linguaggio
goliardico) il culo.
Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri (...) avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.

sabato 17 dicembre 2011

Quando i musulmani si autodiscriminano.

Alcuni giorni fa una lettrice, presumo un'italiana convertita all'Islam, mi ha scritto una lettera indignata in cui mi ha invitato a togliere "quell'immagine della donna nuda nel tuo articolo che condanna il niqab. Sai che nell'islam c'e' il divieto di esporre la propria awra e di guardare quella altrui quindi da musulmano dovresti toglierla". Segue una lunga difesa del velo integrale - condita di accuse varie, a cominciare da quella di conoscere poco la "scienza islamica" - che si conclude con una precisazione circa "il fatto che tu ci abbia grandemente deluso come fratello conta poco".

Non è difficile, leggendo la missiva in questione capire perché i musulmani sono odiati e indesiderati in Occidente. Alla fine lo dobbiamo ammettere, che l'odio per i musulmani prima ancora di essere il risultato della propaganda razzista e xenofoba di politicanti e scribacchini vari, è frutto della mentalità che permea frange della comunità che - nella migliore delle ipotesi - pretendono di dettare agli altri cosa pubblicare e cosa non pubblicare, cosa indossare e cosa non indossare, lanciando accuse di ignoranza ed eresia a destra e a manca, di fatti alimentando l'allarme sociale. Queste persone sono complici quanto gli islamofobi nel propagandare un'immagine preoccupante della fede islamica e sono complici tanto quanto le dittature corrotte nella regressione culturale ed economica dei nostri paesi di origine che fino a neanche un secolo fa erano meta di immigrazione per gli europei.

Se i musulmani in occidente oggi non possono pregare in luoghi di culto decenti, hanno difficoltà ad ottenere la cittadinanza, vengono discriminati quotidianamente non lo devono solamente ai razzisti e xenofobi vari ma anche a tutti i cosiddetti "sapienti" che forniscono loro il materiale - fatwe, interpretazioni, accuse ecc - di cui si nutrono e con cui alimentano il fuoco dell'islamofobia. E lo devono anche ai seguaci di costoro, a cominciare dalle signore più realiste del re che desiderano coprirsi con quella "veste tribale", cosi come l'ebbe a definire l'Imam di Al-Azhar in persona, che di scienza islamica sicuramente si intende più del sottoscritto, dell'autrice della lettera e del misterioso gruppo deluso dalle mie posizioni messi insieme. Perché se la lettrice ha scovato una scuola giuridica che ritiene il velo integrale addirittura un obbligo ce ne sono altre che lo condannano sic et sempliciter.

L'immagine che tanto ha offeso la signora (che, vivendo in occidente, dovrebbe averne visto di peggiori) verrà tolta - e sostituita con un'altra meno provocatoria ma non meno ironica - per il semplice motivo che non aggiunge né toglie nulla alla sostanza dell'articolo, che invece rimarrà tale e quale. Perché il mio scritto non vuole "accontentare" nessuno, tanto meno chi dell'islam ha una percezione ridotta a questioni di vestiario: se avessi voluto accontentare qualcuno l'avrei fatto su altri temi e in altri momenti, risparmiandomi l'accusa di essere "esponente di un tribunale di inquisizione islamica", un "fratello musulmano" e un difensore degli Imam integralisti.

Non è nemmeno "moderno o all'avanguardia" come recita l'atto di accusa bensì tradizionalista: e per rendersene conto basta vedere come si viveva nei paesi musulmani fin quando non si sono imposte, a suon di petrodollari, "novità" ideologiche che hanno ridotto la fede alle apparenze: ai centimetri di pelle esposti da una turista quando fino agli anni settanta le musulmane andavano in giro al Cairo in minigonna, alla liceità o meno di visitare i monumenti faraonici sopravvissuti a centinaia di califfi e sultani, all'opportunità di entrare in bagno con il piede destro piuttosto che con il piede sinistro e via delirando. Che dire? Spiace constatare che queste ideologie si siano fatte strada anche tra le comunità immigrate e persino tra alcuni convertiti/e, che per formazione e cultura di origine, dovrebbero fare da ponte tra culture e non da barriera.

giovedì 15 dicembre 2011

Ho ricevuto una fatwa...

Niente allarmismo, siamo egiziani. Trattasi semplicemente di una lettera indignata da parte di una musulmana (convertita?) che indossa il niqab. La risposta si può leggere qui.

BismiLlah Al Rahman Al Rahim
alhamduliLlah ua assalatu ua assalamu 'ala Rasuli Llah

Gentile fratello,

per favore togli quell'immagine della donna nuda nel tuo articolo che condanna il niqab. Sai che nell'islam c'e' il divieto di esporre la propria awra e di guardare quella altrui quindi da musulmano dovresti toglierla.

Non voglio aggiungere commenti e discutere inutilmente con uno che di scienza islamica si dimostra saper ben poco, ti basti sapere che le mogli del nostro Profeta saas coprivano la faccia (dunque portavano il niqab come atto di fede e obbedienza) e di conseguenza decade sia il tuo appoggio ad ogni opinione che contrasta con questo precetto divino che ogni tua personale teoria che contrasta l'argomento. Fratello ti consiglio di studiare meglio... leggere bene i hadith e conoscere le quattro scuole giuridiche poiche' se una scuola giuridica definisce il niqab come obbligo non puoi venire te ad affermare il contrario...

Mi verrebbe da scriverti lo stesso articolo che scrissi anni fa al nostro khalid chaouki... proprio per invitarti a riflettere su quello che dici e su chi vuoi accontentare con le tue affermazioni "moderne" e all'avangauardia.

Tu dici che dietro il niqab si nasconde di tutto... perche' allora non vietiamo anche il mettersi la sciarpa d'inverno allora o la mascherina dell'infermiere dato che sono stati ripetutamente usati per compiere dei crimini gravissimi? noo quelli no, ovviamente...

Infine il fatto che tu ci abbia grandemente deluso come fratello conta poco, l'importante sarebbe che tu fossi certo che questo tuo scritto soddisfi Allah swt e non la tua opinione personale o i nemici dell'islam, ma questo ci pensera' Allah swt a giudicarlo, noi saremo solo sue testimoni.

Detto questo ti diciamo سَلامًا...

Lettera firmata

mercoledì 14 dicembre 2011

Dobbiamo darci fuoco?

Due tragici eventi ampiamente previsti su questo blog. Due pogrom nell'arco di 48 ore: centinaia di torinesi che danno fuoco alle baracche dei rom in seguito ad una falsa denuncia di stupro da parte di una viscida sedicenne e, subito dopo, un estremista di destra che uccide diversi ambulanti senegalesi a Firenze.

Non sono stati i primi attacchi di questo genere: di aggressioni, anche armate e con vittime, alle baracche dei rom ne sono capitate parecchie, in questi anni. Idem per la caccia al nero. Per non parlare degli attentati ai danni dei luoghi di culto islamici. E non saranno di certo gli ultimi: man mano che si aggraverà la crisi economica, questi episodi saranno sempre più frequenti e cruenti.

Dalle reazioni ipocrite del mondo della politica e dei media, è facile prevedere come andrà a finire: il rogo ai campi rom è frutto dell' "esasperazione" degli abitanti, la tragica conseguenza di un gesto "adolescenziale", mentre la caccia al senegalese di Firenze è opera di un pazzo isolato. Un "pazzo" che gira i mercati selezionando accuratamente le vittime sulla base del colore della pelle.

E invece non è cosi: il pogrom anti-rom e la caccia al senegalese sono il frutto della sistematica demonizzazione politica e mediatica, e della successiva auto-assoluzione. Un processo demenziale, in atto a livello europeo, a cui spesso e volentieri contribuisce una Giustizia cieca - nel senso letterale del termine - che assolve i diffamatori condannando invece i diffamati e chi si azzarda a difenderli.

Come anticipato, anche in questo caso e in attesa dell'assoluzione giuridica, va avanti il processo di ricostruzione della verginità perduta: per quanto riguardo il pogrom torinese, la Repubblica - massimo organo mediatico della Gauche Sardine italiota, in attesa dell'invito per partecipare al Grande Fratello - dà voce alla bugiarda che ha scatenato l'attacco, invece che alle vittime che hanno perso tutto.

E lo fa per farci sapere che la protagonista si è "scusata con una lettera e su Facebook ma non è vero che mi vergogno, potete scriverlo per favore? (...) Mi sono già scusata, che altro devo fare? Sparire? Darmi fuoco?".

Per carità: in questo paese sono gli immigrati che devono darsi fuoco da soli. Vi risparmieremmo la fatica e lo pseudo piagnisteo.

martedì 13 dicembre 2011

La Stampa e la Verginità Perduta

Non so se mi devo arrabbiare di più per il pogrom scatenato da una sedicenne viscida e bugiarda che non ha esitato ad accusare i rom "puzzolenti" di averla violentata per nascondere la sua "prima volta" con un maggiorenne italiano o per il modo indegnosamente ipocrita con cui i quotidiani si stanno lavando la coscienza e le stanno rifacendo la verginità in vista dell'assoluzione.

La Stampa di Torino, dopo aver titolato - coi soliti caratteri cubitali - che il fratello della "vittima" avrebbe messo in fuga i due "violentatori rom", chiede "scusa" con quelle parole buoniste tipiche della "Gauche Sardine": "siamo scivolati in un titolo razzista. Senza volerlo, certo,

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ma pur sempre razzista".
Senza volerlo? Sono anni che la Stampa di Torino spara titoli razzisti, a cominciare dal leggendario "Italiani non sposate gli islamici".

Negli ultimi anni il quotidiano torinese è diventato una specie di gazzetta della cronaca nera particolarmente attenta a rimarcare la nazionalità dei presunti deliquenti. E vi posso confermare che ignora deliberatamente qualsiasi iniziativa o notizia che possa contribuire a creare o alimentare un clima di integrazione e di dialogo. Alla barba dei convegni, delle tavole rotonde, della Carta di Roma che risale addirittura a qualche anno fa. E ora vogliono farci credere che sono scivolati in un titolo razzista senza volerlo???

A far concorrenza a La Stampa è la Repubblica di Torino che infiochetta un editoriale che quasi quasi santifica la bugiardella della Continassa: "Ha pianto, si vede. Quasi non parla. Sussurra, impaurita", "cercare di capire e confortare quella che in fondo è una ragazzina di 16 anni", "Piange nel buio di quelle quattro pareti arancioni: al posto dei manifesti, i santini. In casa sono tutti credenti", "Una prima volta sbagliata, ma dettata dall'amore, glielo si legge negli occhi", "Il suggerimento di una lettera le piace, ma non ce la fa a scrivere. Le mani le tremano, sono sudate per la tensione: meglio dettarla. Poco per volta le parole le escono".

Una volta sfrondato l'editoriale, però, emerge molto chiaramente che la bugiardella pensa solo a "come uscirne" e a ricongiungersi con "il suo amore". Il rogo del campo Rom è solo un danno collaterale, una complicazione non preventivata. Chiede scusa solo perché le è sfuggita di mano. Bene ha scritto quindi chi ha ricordato che "Ieri alcuni nostalgici del genere più inclini al pietismo che alla solidarietà hanno somministrato confetti ecumenici e equanimi di comprensione sodale alla sedicenne che ha accusato due “stranieri” che puzzavano di averla stuprata e ai “nomadi” del campo, e perfino di una sia pur parsimoniosa indulgenza per i cittadini che manifestavano “pacificamente” il loro malumore nei confronti degli ingombranti “altri”.

È così, in un paese estremista, se non si è riottosamente leghisti, silenziosamente o perentoriamente xenofobi, arcaicamente o modernamente fascisti, si scelgono le nuove buone maniere, le menzogne convenzionali di una accoglienza universale, di una tolleranza totale e indistinguibile nella quale tutti hanno un po’ ragione e nessuno ha davvero torto e dove è meglio compatire e scusare che capire, nel duplice senso di comprendere e accogliere le ragioni legittime e solo quelle.

Si declina così l’invettiva, molto gradita in rete, del vice direttore della Stampa nel suo personale Specchio dei tempi, dimentico dei titoloni sparati dal suo giornale contro i “bubboni” estranei presenti nel pingue e garbato tessuto cittadino. E come lui altri riposano volentieri nella convinzione che lo spirito del tempo, certi modelli culturali e sociali, la cattiva maestra televisione, la lega, Berlusconi, la libertà sessuale, la sessuofobia insomma tutto e il contrario di tutto in un crescendo di conformismo, legittimi una adolescente a ricorrere all’infamia razzista e xenofoba per “essere creduta”.

E che faccia magari spendere un po’ di comprensione anche per le bestie artefici del pogrom, che in fondo sono ignoranti, pasciuti di violenza, alimentati di pregiudizio, intrisi di livore. E anche per la dirigente del Pd “impotente” a trattenerli con la civile persuasione ma ben persuasa a partecipare alla marcia dei torinesi brava gente. Perché a molti, i diversi, clandestini, omosessuali, zingari, anarchici, piacciono di più se sono vittime. E quella ragazzina, sapientemente crudele, lo sa, lo sa talmente da aver scelto accuratamente gli interpreti per la sua sceneggiatura in modo da diventare magicamente una bis-vittima e di godere in quanto tale il suo quarto d’ora di orribile celebrità".

lunedì 12 dicembre 2011

E' ora di agire

Sono anni ormai che basta una prima dichiarazione di qualcuno sotto interrogatorio perché si scateni l'inferno contro stranieri e minoranze.

Ci ricordiamo tutti come Erica e Omar a Novi Ligure non avevano finito di raccontare la loro versione che già si parlava di caccia allo straniero per le strade della città. Ci ricordiamo che le salme del piccolo Yussuf e di sua madre non erano ancora fredde ad Erba che già tutti erano convinti della colpa del padre la cui unica colpa era di essere tunisino.

Vi ricordate tutti della condanna unanime delle due “bestie rumene” del parco della Caffarella e del silenzio assordante che ha seguito l'annuncio della loro innocenza. Ci ricordiamo come a Brembate sono apparsi striscioni razzisti non appena si è parlato di possibile colpevole... straniero... Ci ricordiamo o forse non ci ricordiamo. Forse è questo il problema. Le storie si ripetono, simili, quasi uguali, e noi facciamo finta che è sempre la prima volta.

Ogni volta si fa finta di chiedersi: ma Novi é una città razzista? Ma Roma è una città razzista? Ma Torino è una città razzista? L'Italia è razzista? Come se ci fossero paesi razzisti e altri non razzisti in modo permanente e innato. Come se non si sapesse che la salita dei sentimenti razzisti ha delle cause oggettive da cercare non nel DNA della gente di Brembate o delle vallette, ma nelle condizioni di vita, nel discorso dei politici, e nei titoli dei giornali.

Ora che è successo quello che è successo... che facciamo? Ci accontentiamo dell'arresto di due teppistelli di quartiere? Ci accontentiamo delle scuse di La Stampa o del silenzio di tutte le altre testate... in attesa dei loro prossimi titoli assassini. Sì assassini! Perché se non è scappato il morto nell'incendio che hanno acceso, non è certo per merito loro.

Ci accontenteremo di tutto ciò e faremo finta che è la prima volta, ancora una volta?

In una città, un paese, un mondo in preda ad una crisi che trova paragoni solo nei periodi precedenti ai due conflitti mondiali. In un periodo buio in cui per forza propria si moltiplicheranno le guerre tra poveri e le ricerche di capri espiatori. In un contesto storico in cui le estreme destre xenofobe stanno risalendo dalle fogne della storia per riconquistare la scena politica in varie parti del mondo... Vogliamo continuare a far finta di niente? O cogliamo l'occasione per affrontare i problemi alla base?

La condanna di chi ha detto o ha fatto, non basta. Non serve a niente. Non credo che linciare i linciatori possa risolvere il problema. Anzi.

Credo sia responsabilità delle autorità della città di affrontare il problema in tutta la sua complessità. Credo sia responsabilità della parte cosciente della cittadinanza di compiere un atto concreto, visibile e forte per mostrare il proprio dissenso a questo modo di affrontare i problemi. Credo sia responsabilità della stampa, e in primis delle principali testate di affrontare il problema sia dentro le proprie redazioni sia fuori, confrontandosi con il territorio, con l'associazionismo, con la cittadinanza, per instaurare pratiche e regole comuni e per che siano rispettate da tutti.

Credo sia ora di agire. E, per parafrasare alcune: Se non ora, quando?

Karim Metref

domenica 11 dicembre 2011

Italia, Europa, Emisfero Occidentale

In commento agli ultimi aggiornamenti sui salafiti egiziani, un lettore mi scrive: "Ma va là sherif, goditela che stai in italia, europa, emisfero occidentale..". Lo prendo in parola:

All'origine, uno stupro inventato. Una ragazzina di 16 anni che per paura di confessare a casa quanto accaduto - ha perso la verginità con un suo coetaneo quando aveva giurato alla nonna che sarebbe arrivata pura al matrimonio - ha chiesto aiuto al fratello più grande. E insieme hanno trovato qualcuno a cui dare la colpa: "Sono stati due zingari, sono loro che mi hanno violentato mentre tornavo a casa". Nel quartiere, alla periferia di Torino, la notizia fa presto a girare di casa in casa (...) Un centinaio circa, tutti giovanissimi dai 15 ai 25 anni - qualche ragazza è rimasta. «Perché non hanno preso me quegli schifosi, io avrei saputo come fargliela pagare», sentenzia una ragazza, poco più che diciottenne. Gli ultrà isolano le poche macchine della polizia che sorvegliano la situazione. Sanno come fare. Non hanno paura dello scontro. Il gruppo arriva all´ingresso della Continassa. Il cancello è chiuso. Nessun problema, tirano fuori una bomba carta e sfondano. Grida. «Dove siete?! Venite fuori schifosi!». «Ma se ci sono dei bambini?», domanda uno. «E che problema c´è bruciamo anche loro!», urla a denti stretti un ragazzo. Non c´è pietà nel raid che sfila per i prati: è una caccia all´uomo. Polizia e carabinieri tentano di fermarli. La furia prevale. In pochi secondi devastano tutto, danno fuoco alle baracche. Fermano anche i vigili del fuoco. Fuori dalla cascina si intonano cori da stadio: «Sì, bruciateli». (Repubblica)

«Appena ti avvicini sui mezzi ti guardano male, forse pensano che vuoi rubargli qualche cosa», racconta Luana, 21 anni, brasiliana di Milano. «Ad una fermata un vecchietto mi ha chiamata: “straniera di merda”», le fa eco Sonia, 21 anni anche lei, egiziana di Messina: «Però mi dà fastidio fino a un certo punto». «I bambini italiani a volte dicono che noi stranieri puzziamo», riferisce, dall’alto dei suoi 15 anni M., messinese venuto dalla Cina. Ragazzi di seconda generazione si raccontano. E le loro storie di discriminazione quotidiana, raccolte dall’indagine Arci-Unar Spunti di Vista, diventano uno specchio del paese che «non ha ancora pienamente accettato il suo ruolo di terra di immigrazione». E allora discrimina. Un razzismo all’italiana, che si manifesta a scuola come al lavoro. Sul treno, come alla fermata dell’autobus. Al Nord, come al Sud. (L'Unità)

Quei due elaborati di geografia erano del tutto simili. Anzi: uguali. In tutto e per tutto. E alla bambina il 7 rimediato, rispetto al 9 elargito al compagno di classe, stava stretto. Il suo unico torto è stato quello di farlo notare alla prof. La richiesta di spiegazioni davanti alla cattedra dopo la correzione delle verifiche, una risposta di rimando che ha gelato lei e l’intera classe: «Tu non sei come gli altri, sei nera». (Corriere)

sabato 10 dicembre 2011

Vivere in Egitto senza viverci

Negli ultimi tempi, a intervalli regolari sempre più ravvicinati, ho scritto lunghe invettive contro i sedicenti esperti ed osservatori, in gran parte appartenenti a quella categoria che definisco "La Gauche Sardine", che pontificavano sull'Egitto senza capirci niente.

Mentre loro affermavano che i movimenti islamisti "parecchio indeboliti" non sarebbero stati capaci di convincere gli egiziani a votarli e che i "fighetti di Tahrir" avrebbero prevalso e costruito "un nuovo Egitto laico e democratico", io sottolineavo quanto questi sedicenti conoscitori della realtà egiziana - e i loro protetti cairoti - fossero scollati dalla realtà, che andava invece in tutt'altra direzione.

Avevo anche modestamente
argomentato perché ritenevo queste persone incapaci di fornire analisi ponderate ed obiettive sul mio paese: mi risposero che ragionavo da "leghista". Ora si meravigliano, sia in Occidente che al Cairo, delle "troppe barbe", si chiedono da dove sono saltate fuori. Si parla addirittura di "sopresa degli esperti e delle persone comuni". A dimostrazione che è possibile vivere in Egitto senza viverci affatto. Da turisti, appunto.

(Il Fatto quotidiano) Mentre milioni di egiziani tra ieri e oggi sono tornati ai seggi per il ballottaggio in nove governatorati che il 28 novembre hanno dato l’avvio alle prime elezioni libere parlamentari del dopo Mubarak, qualcuno ha già perso la speranza di vedere un Egitto libero da dittature militari e religiose. Seduto in un pub del Cairo, dove oltre al tè si può bere una bottiglia di Stella, la birra locale, Abdu, un uomo di 35 anni, bofonchia “Too many long beards, troppe barbe lunghe, too many, troppe”. Le barbe lunghe, come le chiama Abdu, sono gli islamisti, “i salafiti, per essere precisi”.

La prima tornata delle elezioni che si è conclusa martedì scorso per diverse ragioni ha sorpreso molti, esperti e persone comuni. Innanzitutto, l’alta affluenza che ieri in conferenza stampa la Commissione per le elezioni ha dichiarato essere “52 per cento e non 62” come aveva detto la settimana passata. Si tratta in ogni caso di una cifra considerevole, se non altro pensando che nelle ultime votazioni la partecipazione al voto era stata del 20%. L’altra grande sorpresa riguarda il partito ultra-conservatore Al-Nour, che significa la luce, dei Salafiti. Nonostante “Libertà e Giustizia”, il braccio politico dei Fratelli Musulmani abbia guadagnato la percentuale più alta (36.6%) , i Salafiti hanno fatto un pericoloso balzo in avanti ottenendo il 24.4% dei voti. Il terzo posto se l’è aggiudicato il Blocco egiziano, un’alleanza laica che comprende anche il Partito Socialista egiziano. In questi due giorni in cui si tengono i ballottaggi la battaglia è dunque all’interno del blocco politico islamista.

Il risultato ha chiaramente innervosito Israele e mette a rischio il trattato di pace del 1979 tra i due Paesi. "Ci auguriamo che il nuovo governo egiziano riconosca l’importanza di mantenere il trattato di pace con Israele come garanzia di sicurezza in tutta la regione e di stabilità economica”, ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu domenica, quando sono stati resi ufficiali i dati delle elezioni. Ma quello che in questo momento preoccupa di più le persone come Abdu o le centinaia di ragazzi che ancora occupano piazza Tahrir sono i Salafiti, neofiti nella scena politica egiziana guidati da leader religiosi come Sheik Abdel Moneim el-Shahat che portano la barba lunga in onore al Profeta Maometto. “Ma non significa che sei hai la barba lunga sei un salafita!” puntualizza Abdu. Giusto. Le diversità sono infatti altrove. “La cittadinanza sarà ristretta dalla sharia islamica; la libertà sarà limitata dalla sharia islamica; l’equanimità sarà limitata dalla sharia islamica. La Sharia è obbligatoria” dichiarò el-Shahat durante un dibattito politico in campagna elettorale un mese fa.

Sull’onda di questa quasi-vittoria, i giovani Salafiti hanno voluto rispondere ad alcune domande su Twitter e Facebook. I temi erano tre, la questione dei cristiani copti, quella delle donne e il turismo. Per quanto riguarda i rapporti tra musulmani e cristiani, i giovani salafiti hanno scritto che l’Islam apprezza i copti ma che “questo apprezzamento nasce e rimane sotto la legge islamica della Sharia”. Sul turismo sono stati più chiari “accetteremo un turismo terapeutico e/o religioso di cui noi stessi potremo beneficiare” e hanno poi aggiunto “perché trasformare il nostro Paese in una pattumiera per la sporcizia portata dall’Occidente?”. Quanto alla questione delle donne hanno spiegato che “le donne non devono intraprendere lavori troppo difficili e che le loro professioni devono essere in accordo con la Sharia”.

Abdu ha già buttato la spugna e non è andato a votare ai ballottaggi, “è inutile” dice. Ma molti ci credono ancora, anche se le file ai seggi non sono interminabili come quelle della scorsa settimana. Dopo questi primi ballottaggi, altri nove governatorati egiziani si preparano al voto del 14 e del 15 dicembre. E così fino alla fine di marzo dell’anno prossimo.