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domenica 1 gennaio 2012

25/1/2012: Finisce la serie tv "Tahrir" (III)

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Leggi la seconda puntata


Ha ragione, Michael Scheuer, quando si meraviglia di come persone che hanno studiato nelle migliori università e che hanno accesso a database giganteschi, segreti e non, riescano ad essere cosi miopi mentre "il sogno adolescenziale della rosea Primavera araba implode": "nessuno potrà mai perdere denaro scommettendo sulle segnalazioni puerili, superficiali e arroganti dei giornalisti occidentali, o sulla loro capacità di segnalare come dati di fatto le opinioni di persone che dicono quello che loro vorrebbero sentire: le loro prestazioni e commenti in Egitto e Libia ne sono una dimostrazione lampante".

"Lo shock
arriva, però, quando sentiamo Barack Obama, John McCain, Nicholas Sarkozy, Lindsey Graham, David Cameron, Steven Harper, Susan Rice, Hillary Clinton saltare sul carro strombazzante di questi giornalisti e prevedere in termini certi e incandescenti l'inizio delle democrazie laiche in tutto il mondo arabo. Prodotti di Harvard, Yale, Oxford e Annapolis che attestano l'idea ridicola e veramente demente che gli egiziani in piazza Tahrir avrebbero compiuto in 18 giorni ciò per cui l'America, Gran Bretagna e Canada hanno lavorato da quando si verificarono gli eventi culminati nella Magna Charta del giugno 1215, quasi 800 anni fa".


Ma gli ottimisti replicano: "Infatti nessuno ha detto che l'Egitto diventerà una democrazia nel giro di poco. Ci vuole tempo". Elisa Ferrero, autrice del Diario dall'Egitto, è per esempio convinta che "Certo, i giovani della rivoluzione sono emarginati in questa fase politica, ma la loro generazione (trentenni e ventenni, o anche più giovani) si sta facendo le ossa. Crescerà, acquisterà esperienza e fiorirà. A fatica, forse, ma non potrà essere cancellata. E' una generazione combattiva, testarda e senza paura. Non rinuncerà facilmente ai propri diritti, dovessero volerci decenni. Lotterà per conquistarsi il suo spazio".

La domanda è: con i segnali che provengono ora, che indicano un rischio concreto di balzo indietro piuttosto che un passo in avanti (polizia del vizio, spiagge segregazioniste, smantellamento delle piramidi), quanti decenni ci vorranno? Ottocento anni? Ammesso che non facciano una brutta fine il prossimo 25 gennaio e negli anni successivi, i Fighetti di Tahrir molto probabilmente faranno la fine dei sessantottini italioti: o saranno inglobati dal sistema (qualunque esso sia) oppure ricorderanno la loro gioventù con nostalgia e rabbia repressa, magari dall'esilio negli Stati Uniti, facendo il tifo per qualche rivoluzione da qualche altra parte nel mondo. Esattamente come i sessantottini frustrati che dall'Italia tifavano per "i ragazzi di Tahrir".

Ho già sentito discorsi ottimisti sull'Egitto da altre parti: "ci vorrà tempo e fatica, ma quello che gli egiziani sono riusciti a fare in questi mesi non glielo toglie più nessuno". Balle. Avevamo - fino agli anni 50 - un paese cosmopolita, multiconfessionale, con un'economia fiorente e una moneta che rivaleggiava con la sterlina inglese. Oggi non ce l'abbiamo più. E chi ha fatto questo? I colonialisti? gli ebrei? No, gli egiziani. Abbiamo fatto tutto da soli: da quando abbiamo ottenuto la piena indipendenza, è stata una parabola discendente. Quello che eravamo riusciti a fare in duecento anni siamo riusciti a perderlo nel giro di nemmeno sessanta. Come ha scritto un commentatore, l'Egitto è la dimostrazione viva della legge di Murphy: se qualcosa può andare male, lo farà.

Quando tocchiamo il fondo, noi egiziani abbiamo il vizio di iniziare a scavare:
stavolta è toccato ai giovani farlo, nella falsa speranza di risalire la china. Invece sono riusciti a farsi togliere persino la loro rivoluzione, e dagli slogan su "Pane, libertà e giustizia sociale", stiamo a discutere sui bikini in spiaggia e se le statue faraoniche sono da ritenersi idoli o meno. E cosi si sono resi conto, con un bel po' di ritardo, di essere stati solo degli utili idioti. C'è chi cerca di reagire continuando a perdere tempo su Facebook e Twitter (devo proprio commentare?). Altri invece - decisamente più irresponsabili - hanno deciso di ricorrere allo scontro frontale per far cadere il governo dei militari e il parlamento degli islamisti: molto probabilmente intendono farlo il prossimo 25 gennaio.

Non si rendono conto che ormai la gente di strada li identifica come coloro che hanno rovinato l'Egitto e ridotto alla fame i suoi cittadini. E, detto sinceramente, a guardare come è ridotta l'economia, non hanno tutti i torti. In vari quartieri del Cairo gli stand improvvisati di questi Don Chisciotte internettiani, in cui cercano - muniti di schermi e videoproiettore - di illustrare ai passanti i video che documentano la repressione delle ultime manifestazioni, vengono attaccati e smantellati dai passanti stessi e dai negozianti che "non vogliono sobillatori nei paraggi. Che se ne stiano a Tahrir".

Come scrive giustamente Elisa Ferrero sul suo blog "di tutto questo la maggioranza degli egiziani ha una percezione completamente diversa. Sono veramente in tanti a pensare che i manifestanti che insistono a scontrarsi con poliziotti ed esercito meritano di essere picchiati e uccisi". E alcune forze islamiste hanno persino paventato che potrebbero andare a Tahrir per "ripulirla dai teppisti". D'altronde hanno vinto le elezioni e non si capisce perché i Fighetti insistono. Della serie "Rivoluzionario avvisato...". Detto in parole povere, i giovani rivoluzionari sono riusciti nell'ardua impresa di mettersi contro le due forze che contano nel paese: l'esercito e gli islamisti e alienarsi l'unico sostegno su cui potevano fare affidamento: la simpatia popolare. Un mix esplosivo che spiana la strada per la loro liquidazione definitiva. A questo punto si spera che tra di loro ci siano alcuni saggi che impediscano che la prossima Tahrir diventi la tomba delle loro aspettative. Stavolta vorrei proprio sbagliare previsione. (Fine)