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sabato 7 gennaio 2012

L'Egitto e un po' di "autocritica" (II)

Leggi la prima puntata.

Se proprio devo fare un po' di autocritica, allora ammetto di non aver espresso abbastanza frequentemente la mia avversione all'interpretazione letteralista e retrograde della fede islamica. In realtà era costretto a farlo, visto che in giro c'erano molte altre persone che avanzavano queste critiche in un modo fin troppo strumentale e per altri fini. Per paura di essere accomunato a costoro, e per non buttare benzina sul fuoco dell'islamofobia, mi sono quindi autocensurato. Mea culpa. Ora però che vedo con i miei occhi il mio paese di origine correre il rischio di piombare nel Medioevo (e nemmeno quello arabo, che era un'età dell'oro), non ho intenzione di stare zitto.

Anche se la mia "autocensura" ha permesso a molti islamofobi di dipingermi come una specie di quinta colonna dell' "invasione islamica", le mie idee sono sempre state le stesse. Sono i lettori - islamisti o islamofobi che siano - che, di volta in volta, facevano finta di non aver capito bene quanto scrivevo perché non gli conveniva. D'altronde non ho cominciato a criticare il niqab in questi giorni. L'ho fatto nel 2003, appena inaugurato il blog. Eppure solo adesso una zelante fustigatrice si è sentita in dovere di dirmi che "ci hai deluso come fratello". Allo stesso modo non sono stato scettico sulle conseguenze delle libere elezioni in Egitto solo nei giorni in cui traballava il governo di Mubarak, ma dal 2005, quando scrissi un articolo intitolato "giù le mani dall'Egitto" in cui anticipavo ciò di cui ha scritto Michael Scheuer, già ufficiale della CIA, pochi giorni fa: "la follia di un governo federale (statunitense, ndr) che si batte per la democrazia laica in tutto il mondo islamico, in tal modo rafforzando gli islamisti".

Non a caso in quell'articolo scrissi testualmente quanto segue: "Che fine farebbe l’Egitto all’ombra delle tanto acclamate “elezioni libere”? Si dovrà riconoscere ufficialmente l’organizzazione dei Fratelli musulmani, tanto per far un esempio. Peccato che sia stata demonizzata dagli stessi personaggi che sollecitano le riforme democratiche. Nascerebbe una miriade di partiti di ispirazione islamica – da quelli moderati a quelli intrasigenti – che farebbero man bassa della quasi totalità dei voti. E non è che la loro politica nei confronti degli Stati Uniti o di Israele cambierebbe. Come minimo, si assisterà ad un notevole regresso nelle relazioni diplomatiche egiziano-statunitensi ed egiziano-israeliane. A volte non si capisce se questi individui (quelli che stanno alla Casa Bianca o sul libro paga della stessa) siano consapevoli delle conseguenze delle loro azioni, spesso in contraddizione tra di esse. Viene il sospetto che non siano altro che agitatori professionisti che vorrebbero, come dice il proverbio egiziano, “il funerale per battersi il petto fino alla sazietà” ['Ayez ganaza w yeshba' fiha latm, n.d.r.]".

Le mie previsioni si sono avverate tutte: l'agenda democratica statunitense ha portato all'anarchia e i laici che hanno rovesciato Mubarak sono stati democraticamente estromessi. Al potere stanno andando movimenti di ispirazione religiosa di cui non conosciamo le intenzioni semplicemente perché sono ambigui e contradittori. Ma i segnali lanciati da quelli più intrasigenti non possono che destare preoccupazione. Su tutti i fronti: dal turismo alla pace regionale, quello che prospettano preannuncia una catastrofe. E meno male che gli esperti denoantri annunciavano le meraviglie democratiche della "generazione facebook" salvo poi parlare di "sorpresa salafita" a elezioni finite. Ora bisogna solo vedere se la fase due delle mie previsioni si concretizzerà: rottura dei rapporti diplomatici e confronto armato con Israele, il che per l'Egitto sarebbe un disastro di dimensioni epiche. Intanto Israele si sta già attrezzando per l'eventualità militarmente, economicamente e politicamente. L'Egitto sta giocando col fuoco. E non c'è affatto da rallegrarsi. (Fine)