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martedì 17 gennaio 2012

L'Egitto, la Primavera e i Fessi

Essere ottimisti è una bella cosa, ma essere fessi non lo è di certo. Se c'è un cosa che mi ha lasciato spiazzato nella narrativa che molti cosiddetti esperti, giornalisti e bloggers hanno offerto della "Primavera egiziana" (sic) è proprio il fatto che hanno dimostrato di non essere solo degli ingenui ottimisti, ma dei veri e propri fessi. Prima sono partiti in quarta accreditando la presenza di una "opposizione simile a noi", intesa come "laica e democratica", individuata in alcune migliaia di giovani borghesi, istruiti e anglofoni nonché muniti di Facebook e Twitter (che nulla hanno a che spartire con gli ottanta e passa milioni di egiziani, gran parte dei quali sono in preda all'analfabetismo e la povertà). Poi sono arrivate le prime elezioni democratiche dell'Egitto che hanno decretato la vittoria schiacciante dei movimenti di ispirazione islamista che oscillano tra l'ambiguità strategica e il letteralismo più fanatico e l'entusiasmo è finalmente rientrato.

A quel punto uno pensava che questi soggetti si sarebbero dati finalmente una svegliata e una conseguente calmata. E invece no: siamo passati dal tambureggiare per i "ragazzi di Tahrir" al tambureggiare per i movimenti islamisti "pragmatici" e "moderati" che si apprestano a governare il paese. Dimenticandosi che fu proprio l'esponente di uno di questi movimenti "moderati" ad affermare, alcuni anni fa: "il giorno in cui prendermo il potere colpiremo gli oppositori con le suole delle scarpe". Che fu proprio uno di questi movimenti moderati a promuovere, nell'università del cairo, una sfilata di giovani incappucciati e in divisa nera salvo liquidare - non appena è scoppiata la polemica - questa lampante dimostrazione di forza come "uno spettacolo teatrale sulla causa palestinese". E se queste erano le idee e le azioni dei moderati, figuriamoci quelle dei cugini meno "pragmatici": per loro la democrazia è una specie di diavoleria occidentale bella e buona, un'invenzione pagana che porta oppressione. Un altro errore, dunque: partire dal presupposto che la democrazia è capace, con il suo solo fascino, di convertire anche i più retrogradi dei fondamentalisti.

Per mesi i su citati esperti ci hanno rotto gli zebedei con l'Egitto che si avviava a diventare un'altra Turchia: laica, moderna ma fiera del suo retaggio culturale islamico. Una chimera che il sottoscritto ha liquidato con una battuta che ha fatto vibrare d'indignazione qualche gallina del web: "non saremmo in grado di gestire un gabinetto "alla turca", figuriamoci un'omonima democrazia". Poi ci hanno pensato i Fratelli musulmani a darmi ragione, sconfessando urbi et orbi il primo ministro turco Erdogan e invitandolo a non immischiarsi in "questioni interne" - nonostante la trionfale accoglienza riservatagli inizialmente all'aeroporto - non appena questi ha osato parlare di "laicità dello stato" in un'intervista alla tv egiziana. Quello che non entra in zucca a certe persone è che non è possibile "esportare" i modelli: non era possibile farlo con le armi, e non sarà possibile farlo con Facebook. L'Egitto non è la Turchia. Ma non è neanche l'India o il Pakistan. E che non c'è niente di "offensivo", "disgustoso", "triste" e via delirando nel prendere atto della realtà: del fatto che l'Egitto vanta la più alta percentuale di analfabeti del mondo arabo, che milioni di persone ci vivono con pochi dollari al giorno, con tutta un'altra serie di fattori che lo rendono intrinsecamente diverso dai paesi sovramenzionati.

L'altro ieri la responsabile delle questioni di genere di un partito islamista moderato ha affermato che "Il fatto che una donna scenda in piazza per reclamare i propri diritti è assolutamente inopportuno. Non ha un marito, un fratello o un figlio che la possa difendere?". Un commentatore ha giustamente sottolineato che questo è quello che pensano milioni di egiziani. Confermo. Quello che non capisco è perché provi tristezza nel "vedere un egiziano che reputa il suo popolo come una massa di capre deficienti che non sa distinguere cosa è bene e cosa non lo è per il loro paese". Al di là del fatto che non considero capre i miei compatrioti ma che semplicemente prendo atto della loro immaturità politica e culturale, mi potete spiegare come si fa a fare una democrazia degna di questo nome con un parlamento in cui non sono praticamente rappresentate le donne, cioè la metà o più del paese? Con partiti moderati in cui le responsabili delle questioni di genere fanno le affermazioni sopra riportate? Con partiti meno moderati - che per inciso hanno ottenuto un quarto dei seggi - che sostituiscono nei santini le foto delle candidate, piazzate in fondo alla liste, con immagini del simbolo della lista stessa, di rose, di tende nere e persino dei loro mariti? E - cosa non meno importante - con una maggioranza di cittadini che la pensano come loro?

PS: come sempre, una vignetta egiziana riassume tutto: in mezzo, il futuro presidente islamista dell'Egitto. E - da destra a sinistra: la "first lady" ma anche la "second lady", la "third lady" e la "fourth lady".