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venerdì 3 febbraio 2012

Democrazia in Egitto? Solo se autoritaria (I)

Ne è valsa la pena? Mi riferisco alla cosiddetta "rivoluzione di Piazza Tahrir", ovviamente. So già che alcuni risponderanno: "Ci vuole tempo, non si può giudicare una rivoluzione dopo appena un anno", "Bisogna pur cominciare da qualche parte altrimenti saremmo ancora sudditi del Re Sole", "Si, come no, ai tempi di Mussolini i treni arrivavano in orario". Però non posso esimermi dal porre questa domanda, perché - se il buongiorno si vede dal mattino - so per certo che l'esito di questa "rivoluzione" sarà - nella migliore delle ipotesi - un nulla di fatto e - nel peggiore - una catastrofe di dimensioni epocali.

Ciò che sta accadendo in Egitto in questi giorni, e ciò che vi è accaduto in questo ultimo anno, più che essere magnificato come "evento clou della Primavera Araba" dovrebbe diventare materia di insegnamento nei centri di studi strategici sotto il titolo "Come non fare una rivoluzione". D'altronde l'intera faccenda era iniziata con il piede sbagliato: l'avevo affermato ancor prima delle dimissioni di Mubarak mentre media, giornalisti, bloggers e galline varie starnazzavano su quanto fosse meravigliosa questa sollevazione fighetta, fatta di facebook e twitter e di giovanotti anglofoni che studiano all' università americana del Cairo, tacciando il sottoscritto di "vigliaccheria" e "disonestà intellettuale"...

Il punto è che io sono sempre stato convinto - e alcuni anni fa l'avevo anche scritto - che "i cambiamenti storici sono stati opera paziente e silenziosa di minoranze colte ed organizzate, di lobby e di corporazioni che sono sempre riuscite a ottenere risultati giocando le proprie carte con tutti i protagonisti presenti sulla scena". Ci volevano pochi minuti per capire che in Egitto, nonostante le apparenze (e le apparenze ingannano) non era in corso nessun cambiamento storico. Perché eravamo, sì, in presenza di una minoranza colta, ma scollata dal paese, dalle sue pulsioni e dalle sue aspettative e - cosa ancora più importante - per niente organizzata. Una minoranza che rappresentava sé stessa e le aspettative dei suoi referenti e finanziatori nel mondo occidentale, per nulla coincidenti con quelli delle masse egiziane.

Questi "fanatici di Twitter", come ebbe a definirli William Engdhall, hanno fatto la parte assegnata loro nell'accendere la miccia della rivoluzione usando i social media, senza rendersi conto che di fatti stavano dando fuoco alla santabarbara con loro all'interno. O forse erano tranquillizzati dall'idea che, anche se le cose fossero andate male, un visto per l'estero non glielo avrebbe negato nessuno. I fighetti di Tahrir hanno scelto, irresponsabilmente, di entrare in contrapposizione diretta con le forze che hanno sempre governato il paese, esplicitamente o implicitamente: dai militari agli islamisti, passando dai potenti oligarchi. E il bilancio di questo scontro, che non si è ancora concluso, è pessimo: hanno perso le elezioni, hanno dilapidato la simpatia popolare e ora manifestano a vuoto nella speranza (vana) di ripetere l'exploit di un anno fa, lasciandosi dietro una scia interminabile di morti.

Obiettivamente parlando, la strategia della contrapposizione ad oltranza intrapresa dai giovani sta portando il paese sull'orlo del baratro: dal parlamento zeppo di gente impegnata attivamente nella lotta al bikini ai ventimilioni che rischiano la fame in breve periodo, dalla riduzione della riserva di valuta estera all'asta andata deserta dei titoli di stato, dalla scomparsa del turismo alla mancanza di sicurezza. Ora, io credo che una rivoluzione si debba intraprendere se si ha la certezza che prima o poi il paese farà passi avanti, anche se sono da tenere in conto un po' di contraccolpi fisiologici. Se si ha invece la certezza matematica che smuovendo le acque, di passi indietro il paese ne farà centinaia e che sarà difficile, se non impossibile, recuperare il tempo perduto, pazientare e non fare nulla è molto più saggio che mettere in moto una macchina infernale di cui non si conosce né si può controllare o prevedere il funzionamento. Leggi la seconda puntata.