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sabato 4 febbraio 2012

Democrazia in Egitto? Solo se autoritaria (II)


Non si tratta di essere "conservatori" o "reazionari" ma di prendere atto, cinicamente, della realtà:
piaccia o meno ai fanatici della democrazia, se un paese non è economicamente e culturalmente pronto a evolvere democraticamente, lo status quo è il male minore. Dopotutto la democrazia non è una prescrizione medica o una ricetta miracolosa capace di funzionare in qualsiasi contesto. Anzi, a volte può essere persino controproducente. Come giustamente ha scritto un anno fa Lev Grinberg in questo editoriale:

"
Vorrei tuttavia avvertire gli attivisti democratici in Egitto, e soprattutto i loro seguaci in Medioriente, che la democrazia non è la soluzione a tutti i problemi. Non risolve necessariamente i problemi legati alla povertà e alle disuguaglianze economiche, né i conflitti culturali relativi all’identità comune dei cittadini di una nazione (...) Quando manca l’equilibrio di potere tra le classi, e un’identità nazionale unica e consensuale, l’instaurazione automatica di principi democratici formali può perfino peggiorare le cose".

"Il sociologo politico Michael Mann ha dimostrato che, in questi casi, la democrazia serve solo ad intensificare le tensioni tra gruppi razziali e etnici, e a questo aggiungerei, nel contesto mediorientale, il conflitto tra gruppi confessionali diversi e fra gli ambiti religiosi e quelli laici". Proprio quello che sta accadendo in Egitto oggi, con gli scontri tra religiosi e laici, tra musulmani e cristiani, e persino tra tifosi di squadre calcistiche (una novità assoluta per l'Egitto, frutto non di un complotto di chissà chi ma di una percezione sbagliata della democrazia da parte di masse che la intendono come libertà di invadere il campo, aggredire i tifosi dell'altra curva e umiliare le forze dell'ordine). Una situazione che ha portato il paese sull'orlo della bancarotta e che di fatto sta acuendo le sofferenze della popolazione.

Ma come scrive Grinberg, "Per impedire questi possibili risvolti, bisogna conoscere le peculiari condizioni sociali ed economiche di ogni singolo paese e stabilire non solo formali principi democratici, ma anche altri elementi costituzionali, istituzionali e politici". Questo è un processo che ha bisogno di tempo, e che non si improvvisa. Come egiziano, che sicuramente conosce le condizioni sociali e culturali del proprio paese meglio di - che ne so - una giornalista occidentale che si improvvisa paladina della democrazia in virtù del fatto che traduce (magari dall'inglese, manco dall'arabo) gli articoli di qualche intellettuale egiziano, sono convinto che la strada per la democrazia e per la laicità in Egitto passi necessariamente attraverso un autoritarismo concentrato sul conseguimento del benessere economico e sull'educazione ai principi stessi della democrazia. Perché, come scrive Grinberg "non basta manifestare per la democrazia. Ciò di cui i paesi mediorientali hanno bisogno è il consenso politico sul riconoscimento reciproco dei diritti e della coesistenza".

Nel caso non si sia capito, sono un convinto assertore del modello kemalista per la transizione verso la democrazia, anche islamica, in Medio Oriente. Ataturk ha imposto le sue riforme laiche con la forza della legge e dei militari, a una società e un clero riluttanti, concentrandosi sulla modernizzazione del paese nello spirito del motto "Yurtta sulh, cihanda sulh". Fu lui a creare il consenso, politico e di massa, sul concetto di laicità e rispetto reciproco dei diritti individuali. E se oggi la Turchia - retta da un partito dal background islamico - è il modello invocato da tutti gli esperti per un Medio Oriente democratico, laico e prospero, lo dobbiamo proprio all'approccio autoritario e illuminato di Ataturk che ha spianato la strada per una democrazia degna di questo nome. Leggi la terza e ultima puntata.