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domenica 5 febbraio 2012

Democrazia in Egitto? Solo se autoritaria (III)

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Ataturk è riuscito ad imporre la laicità e a spianare la strada per la democrazia nel paese sede dell'ultimo califfato perché - come già sottolineato - era "Un leader che non era influenzato da interessi personali, familiari, tribali o settari", concentrato sul benessere del proprio paese, dotato di carisma e di credibilità, circondato da un gruppo di ufficiali e politici organizzati che credevano in lui. L'esatto contrario di ciò che è accaduto nei paesi arabi finora, dove leader poco carismatici - alle prese con l'integralismo esportato dai paesi confinanti e con le pressioni dell'occidente - erano circondati da élite parassitarie. Come giustamente afferma Seyfi Tashan, presidente del Foreign Policy Institute di Ankara, maggiore think tank di politica estera turco: «Alcuni di questi Paesi hanno avuto dei dittatori che cercavano di imitare Ataturk ma erano corrotti. Bisogna separare l'arabismo dall'Islam, in questo senso la Turchia non è un modello per questi movimenti». Perché? «perché la maggioranza delle forze di opposizione di quei Paesi arabi si ispirano ai Fratelli musulmani, movimento che guarda alla sharia, la legge islamica come fonte primaria del diritto».

Monica Ricci Sargentini sul suo blog pone quindi la domanda: "E voi cosa ne pensate? E’ giusto difendere la secolarità della Costituzione in un Paese in cui il 95% dei cittadini è musulmano?". Tempo fa un lettore italo-arabo che si professava laico (!) ha risposto a questa domanda scrivendomi che "pensare di vietare le barbe e il niqab in una società al 99% islamica è una strategia fallimentare". Invece no: fallimentare è ridurre l'Islam a precetti che con la fede c'entrano come i cavoli a merenda, dare per scontato che barbe e niqab siano l'islam, e lasciar fare - se non in nome della fede - allora in nome della "democrazia" e delle "libertà individuali", rinunciando a difendere la laicità anche con l'imposizione. A tal proposito, è interessante il caso della Tunisia neo-islamista, dove è stata netta la presa di posizione del ministro dell'Interno tunisino, Ali Laarayedh: "Il niqab non esiste nell'Islam e non ha alcuna base referenziale nella nostra religione. Si tratta solo di una interpretazione e di una scelta personale". Cosi come è stata netta la presa di posizione ufficiale dei presidi delle facoltà di Lettere e Scienze umanistiche delle Università di Sousse, La Manouba, Sfax, Kairouan e 9 Aprile di Tunisi che, con un documento congiunto, hanno riaffermato il loro rifiuto categorico all'uso del niqab. Non facessero cosi - gli islamisti pragmatici e i laici - la Tunisia diventerebbe nel giro di pochissimo un'emirato fondamentalista. Con l'imposizione. E i segnali non mancano.

Ma, ancora una volta, così come la Turchia non è un paese arabo, anche la Tunisia non è l'Egitto: diversi gli interessi strategici in ballo e quindi le interferenze da parte di paesi terzi, diversi i livelli di istruzione raggiunti e - piaccia o meno ai democratici da strapazzo - la radicazione della laicità imposta da Ben Ali. Qualcuno potrebbe dire che ciò che è accaduto e sta accadendo in Egitto non sia da imputare ai giovani rivoluzionari. Che dobbiamo avere maggiore fiducia e sostenere con più forza questi giovani nella loro lotta, recentemente scesi in piazza per gridare slogan anche contro i Fratelli Musulmani, scontrandosi con il loro servizio d'ordine davanti al parlamento. E io mi chiedo: chi dobbiamo sostenere esattamente? Questi non sanno neanche cosa vogliono: gridano slogan contro i Fratelli musulmani eppure vogliono che il potere passi subito dall'esercito al presidente del parlamento che appartiene alla Confraternita (!). E' vero: non si può accusare l'agnello dei danni provocati dal lupo. Ma il punto è un altro: è nella natura del lupo fare certe cose, quindi se è l'agnello a provocarlo e/o a spianargli la strada, senza essersi organizzato per affrontare le conseguenze di questa provocazione, allora tanto peggio per lui. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. (Fine)