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sabato 26 maggio 2012

Del non capire niente dell'Egitto.

"Esperti, studiosi e giornalisti occidentali non hanno capito niente dell'Egitto. Non solo per aver pensato che Moussa e Fotouh sarebbero stati i grandi concorrenti: invece non sono mai stati in gara. Hanno dato peso ai giovani di piazza Tahrir, a ogni dichiarazione, a ogni loro mobilitazione per scoprire, ieri, che un egiziano su quattro ha scelto il candidato di Hosni Mubarak

Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2012

Rapida analisi dei risultati delle elezioni egiziane: dopo i voti contati in 12.800 dei circa 13.100 seggi elettorali, il candidato dei Fratelli musulmani - Mursi - ha avuto il 25,3 per cento dei voti, l'ultimo premier e "fiero allievo" di Mubarak - il generale Ahmed Shafiq - il 24,9 per cento, Hamdeen Sabahi (Sinistra laica nasseriana, molto popolare tra i giovani di Facebook) il 21,9 per cento e Abul Fotouh (l'islamista sedicente liberal espulso dalla Fratellanza ma alleato dei Salafiti, ndr) il 19 per cento. Sonora sconfitta per Amr Moussa, già ministro degli esteri di Mubarak, considerato il favorito almeno fino alla vigilia delle elezioni (12%). Andranno quindi al ballottaggio Mursi e Shafiq. Quest'ultimo dovrebbe incassare i voti andati a Amr Moussa mentre Mursi incasserà sicuramente quelli di Abul Fotouh. I giovani di Facebook sostengono che non poteva andare peggio: "Il fascista islamico contro il militare fascista". Non poteva esserci una coppia più polarizzante e più lontana dalle loro aspettative di questa. Sapete che vi dico? Peggio per loro. Se la sono cercata.

Insomma: dopo un anno e mezzo di passione la scelta è - come ha mirabilmente riassunto qualcuno - tra il "tornare indietro di 14 secoli (votando il candidato della Fratellanza) e il tornare indietro di un anno e mezzo (e cioè al regime di Mubarak, ndr, votando Shafiq)". La scelta dovrebbe essere ovvia: se i giovani rivoluzionari non si sono bevuti il cervello, i voti andati a Sabahi dovrebbero andare a Shafiq. Invece siccome è un anno e mezzo che sostengo che il cervello se lo sono bevuti già da quando erano scesi in piazza un anno e mezzo fa, sono assai certo che i loro voti andranno al candidato dei Fratelli per il solo gusto di impedire a un "ex del regime" di arrivare alla presidenza. Il che non mi meraviglia: Shafiq aveva già promesso urbi et orbi che chiuderà definitivamente quel luna park per sfaccendati che è Piazza Tahrir. Ed è proprio questo il messaggio che gli è valso il consenso di circa cinque milioni e passa di egiziani: la ricreazione è finita. Quindi i "giovani dei social media" che fanno? Piuttosto che sospendere la farsa, riverseranno i loro voti sugli islamisti conservatori. Tanto passaporti e visti stranieri sono già nel cassetto, no?

Gli egiziani, dopo aver visto come la rivoluzione li ha privati sia della sicurezza che del pane, le hanno suonate (elettoralmente e spesso anche fisicamente) ai vari "attivisti democratici" a tempo perso. Il colpo di grazia sarà l'elezione di Shafiq, che ha già promesso di usare il pugno di ferro contro chi contesterà la sua elezione. Il problema è che le incognite sono ancora tante, chiunque sia il vincitore: quali poteri avrà il prossimo presidente? Che ruolo avranno le forze armate? Gli sconfitti - chiunque siano - non scenderanno in piazza? Sul web gira questa illuminante battuta: "L'Egitto sarà il primo paese al mondo in cui un popolo fa una rivoluzione per abbattere un regime e poi lo rielegge democraticamente, ci saranno corsi di laurea e dottorati appositamente creati per studiare la mentalità incomprensibile di questo popolo". Non a caso il sottoscritto, l'altro giorno, ha sottolineato la necessità di capire la struttura psico-sociale degli egiziani, una necessità che - a mio modesto parere e ho già spiegato perché - può esplicare soltanto un egiziano.

Si conferma infatti la psicologia di un popolo deve temere la legge perché non è in grado di rispettarla. E che per implementare questa politica, sin dai tempi dei Faraoni, apprezza la figura dell'uomo forte, il duro e puro, islamista o generale che sia. Il primo ha promesso la rigida applicazione della legge islamica, il secondo di usare il pugno di ferro per riportare la stabilità. Questo dovrebbe aprire gli occhi agli esperti ed osservatori e a tutta quella galassia di rivoluzionari col culo al caldo che ci (mi) hanno rotto gli zebedei nei giorni caldi di Piazza Tahrir affermando che gli egiziani sono scesi in piazza per reclamare la democrazia, la libertà di espressione, i diritti politici. Democrazia un paio di balle. Gli egiziani comuni vogliono soltanto sicurezza e pane. Francia o Spagna, basta che si magna. Illuminante questo editoriale di una ricercatrice a Oxford, intitolato "E se la "gente" non volesse la democrazia?" che conferma la stessa tendenza in Libia. D'altronde sono stato l'unico ad anticipare che dall'ambaradan scatenato dalla cosiddetta rivoluzione, il martoriato Egitto avrebbe ricavato solo un ulteriore carico di guai da risolvere. Il primo dei quali, ad elezioni finite, sarà: come evitare la guerra civile?