Spesso e volentieri i "blogger" egiziani - quell' accozzaglia
di fighetti anglofoni che stanno servendo il paese su un piatto
d'argento a forze politiche peggiori del deposto Mubarak - vengono
citati dai mezzi di informazione occidentali e dai cosiddetti esperti
per cantare le lodi della "Primavera egiziana".
Inutile dire che sono stato forse l'unico, in Italia e probabilmente nell'intero mondo occidentale, ad anticipare
la loro cocente sconfitta elettorale. Conoscendo l'ambiente da cui
provenivano, non avevo dubbi sul fatto che avessero poche idee buone, ma
confuse. E che quando si sarebbe cominciato a giocare duro, sarebbero
rimasti stritolati tra l'incudine e il martello dei principali
protagonisti della complicatissima arena politica egiziana.
Oggi - nel loro fanatismo facebookiano e furore twitteriano - coloro
che mi avevano all'epoca descritto come "mubarakiano" (senza capire che
quello che volevo era evitare il peggio al mio paese), dimenticano di
andare a vedere cosa scrive il primo blogger egiziano finito in
prigione nel 2007 per la bellezza di tre anni per aver espresso le sue
opinioni sul web. Un blogger laico e democratico come piace a loro.
Eppure sarebbe quantomeno interessante andare a leggere cosa scrive
oggi, questo personaggio finito all'epoca al centro di una campagna di
mobilitazione internazionale. Perché oggi quel blogger è in esilio all'estero. Ci è andato non prima della sua carcerazione per mano del regime di Mubarak, non dopo la sua scarcerazione, sempre disposta dal regime di Mubarak, ma dopo la caduta del regime di Mubarak.
Converrete con me che la cosa suona quantomeno curiosa. Se non
preoccupante. Anche perchè questo stesso blogger, finito nelle patrie
galere grazie al regime, pochi giorni fa ha scritto
un lungo articolo in cui invitava esplicitamente a votare un qualsiasi
candidato dell'ex-regime. L'altro giorno il blogger in questione era a
Stoccolma, dove è intervenuto nell'ambito di un convegno dell'ICORN. Ecco alcuni stralci del suo intervento:
"Chi ha definito quanto sta accadendo nei paesi arabi come Primavera
ha quantomeno sbagliato espressione. E' davvero stupido insistere sulla
nostra posizione riguardo a quanto ciò che sta accadendo in questa
regione che si appresta a diventare un focolare di terrorismo e
fanatismo. (....)
Pochi mesi fa ho dovuto partire per l'Europa per scappare da quello che chiamano "Primavera araba" - davvero non capisco chi insiste ad usare questa definizione - che ha trasformato la vita di parecchi miei concittadini in un inferno insopportabile.
Pochi mesi fa ho dovuto partire per l'Europa per scappare da quello che chiamano "Primavera araba" - davvero non capisco chi insiste ad usare questa definizione - che ha trasformato la vita di parecchi miei concittadini in un inferno insopportabile.
Conosco molti che erano entusiasti per la rivoluzione, a cui hanno
partecipato non risparmiando sforzi o energie, mettendo la loro vita in
pericolo e che poco dopo si sono ritrovati impossibilitati di continuare
a vivere nell'Egitto "rivoluzionario". Alcuni hanno lasciato il paese,
altri si apprestano a farlo, altri ancora stanno aspettando l'occasione
opportuna. Qualcuno potrebbe meravigliarsi di quanto vado affermando,
poiché molti pensano che la mia sofferenza sia finita con la caduta del
regime che mi aveva messo in galera.
La verità però è che il regime non è mai stato un protagonista
principale nella mia vicenda. Alcuni hanno usato la mia storia per un
regolamento di conti con il regime, di cui ho pagato il prezzo con
lunghi anni in carcere ma a portarmici era la mia opposizione ad alcune
istituzioni e gruppi religiosi il cui potere sfidava - e sfida tuttora -
l'autorità dello stato. E' vero: il regime li ha accontentati e mi ha
messo in prigione. Ma se non fosse per il loro ruolo, non avrei passato
tutto questo.
Ciò non significa che io non fossi un acceso oppositore del regime.
Ho partecipato alle manifestazioni di opposizione del movimento Kifaya,
sono stato un sostenitore dell'unico candidato che ha osato sfidare
Mubarak (poi finito in carcere pure lui, ndr) Ayman Nour. Io stesso sono
stato in prigione con l'accusa di aver diffamato il presidente. E
quando è scoppiata la rivoluzione non ho esitato a scendere in piazza e
urlare slogan assieme alla moltitudine presente (...)
Confesso di essere stato completamente incosciente e stordito durante
questi eventi. Molti dei miei amici occidentali o egiziani che vivevano
all'estero mi chiedevano se era vero quanto affermava il regime
riguardo al ruolo giocato dalla Fratellanza musulmana nel compattare le
masse e nell'organizzare quanto stava accadendo nel paese.
La mia volontà di guadagnare l'appoggio e il supporto di chiunque per
quanto stava succedendo mi spinse a siminuire il ruolo della
Fratellanza e affermare che non avrebbero rappresentato un pericolo.
Eppure attorno a me c'erano migliaia di loro membri a presidiare la
piazza e a organizzare gli accessi (...) Mi sono ubriacato di mia
volontà per svegliarmi in una successione di incubi (...).
Seguo da vicino quanto sta accadendo nei paesi della "falsa
primavera" e non vedo nulla che non porti alla depressione. Le correnti
politiche islamiche oggi sono il protagonista principale della scena
egiziana. E ora che hanno vinto la maggioranza in parlamento, siamo
davvero in pericolo. L'Egitto che era un esempio della convivenza tra
varie fedi è in procinto di diventare un Afghanistan talebano.(...)
La donna egiziana e le sue conquiste sono in pericolo. Gli islamisti
in parlamento presentano ogni giorno delle proposte per modificare le
leggi sulle pari opportunità che sono fra le poche cose buone fatte dal
precedente regime. Alcuni hanno chiesto di cancellare la legge che
permette alle mogli di ripudiare i propri mariti (..) altri di
cancellare quelle che vietano la mutilazione genitale (...) altri di
abbassare a 14 anni l'età minima delle ragazze per contrarre il
matrimonio. Addirittura una delle deputate del partito dei Fratelli
musulmani ha chiesto di non criminalizzare le molestie sessuali poiché
la colpa è di come vanno vestite le donne.
Non voglio essere duro con il mio paese
descrivendo quanto vi accade. Ma i fatti mi obbligano a farlo. Non
voglio fuggire dalla realtà che prospetta per l'Egitto un futuro i cui
contorni sembrano abbastanza oscuri. Voglio però essere onesto con me
stesso e con voi, ammettendo l'amara verità. Ammettere potrebbe aiutare a
raddrizzare il percorso. Quando un uomo si ritrova a dover scappare dal
caldo della primavera al freddo dell'inverno, dovrebbe fermarsi per
mettere in ordine le sue idee confuse".
Consiglio caldamente a tutti i fan della "primavera araba" di leggere
attentamente l'intervento, quindi respirare, contare fino a cento e
chiedersi: "E se avesse ragione?".


