Notizie

Loading...

sabato 5 maggio 2012

L'Egitto è contro la rivoluzione.

Ricapitoliamo. Da quando Mubarak si è fatto da parte, l'Egitto ha imboccato la strada del default finanziario (fra le altre cose, i turisti stanno alla larga) ha rapporti pessimi con Israele (il vicino pericoloso) e Arabia Saudita (il vicino ricco che dà lavoro a milioni di egiziani), le piazze del Cairo sono diventate campi di battaglia, gli egiziani cadono come mosche nelle manifestazioni e persino nelle partite di calcio e via discorrendo. Letteralmente un disastro. E all'orizzonte nessun segnale incoraggiante: nella migliore delle ipotesi l'esercito rimane in sella o al potere va un ex del regime, nella peggiore il potere passa agli Islamisti (e poi magari l'esercito se lo riprende, visto che - nonostante le elezioni presidenziali siano in calendario - non c'è ancora nessun accordo sulla costituzione e la ripartizione dei poteri).

Ora qualcuno, in tutto questo macello, ci vede qualcosa di buono. I germi della democrazia, dicono. L'effervescenza della libertà di espressione. Il Sole dell'avvenire. La cosa non mi meraviglia: uno di quelli che passavano da qui per darmi del "mubarakiano" nei giorni della rivolta di Piazza Tahrir - quando sottolineavo che a voler questa rivoluzione era una minoranza disorganizzata di fighetti che è riuscita a manipolare il malcontento sociale e che prima o poi sarebbe rimasta isolata (e così è andata: nessuno li ha votati) - al suo ritorno in Italia da un viaggio di "approfondimento" in Egitto, si disse nientemeno entusiasta della "fioritura del teatro sperimentale" nel clima post-rivoluzionario. Come se in Egitto non ci fosse stato il teatro sperimentale prima della rivoluzione e come se dopo questa, la sua presenza o meno importasse alla gente che (non) lavora negli alberghi vuoti del Cairo e dell'Alto Egitto...

In ogni caso, se il buongiorno si vede dal mattino, la fine che farà il "teatro sperimentale", le arti in generale e le stesse antichità egizie, nel caso gli islamisti arrivassero al potere, si vede già adesso (basta leggere qui). E a quelli che dicono che questo è solo "allarmismo", ricordo che sono anni che sta gente smania per coprire le statue faraoniche e mettere in galera gli attori che ironizzavano sull'ipocrisia religiosa. Quindi la domanda è: che cosa sta passando esattamente per le menti dei giovani attivisti laici che sono andati a dar man forte ai salafiti asserragliati davanti al ministero della difesa egiziano in segno di protesta per l'esclusione del loro candidato di punta? Non è bastata loro la lezione di Piazza Tahrir, quando si sono illusi di essere tutt'uno con gli Islamisti, salvo poi ritrovarsi completamente esclusi dal processo politico?

Io credo che dietro questa singolare alleanza ci sia il fanatismo democratico importato dall'Occidente, sostenuto da una mania twitter-compulsiva e da un'ossessione facebookiana ai limiti del ricovero ospedaliero. D'altronde l'idea - tipicamente eurocentrica e oserei dire orientalista (in senso opposto) - che la democrazia all'occidentale possa funzionare ovunque e comunque, anche in società dove le spinte conservatrici sono forti, dove i fondamentalisti guadagnano facilmente terreno aiutati dalla povertà e dall'analfabetismo, mi è sempre apparsa un'idea a dir poco balzana. In Egitto la democrazia la vogliono solo i fighetti dell'alta e media borghesia (che in Egitto è minoranza) convinti che riusciranno a imbrigliare gli Islamisti nel gioco democratico e gli Islamisti convinti (a ragione) che monopolizzeranno il potere (per poi far fuori i fighetti). Il resto degli egiziani, e cioè la maggioranza degli 85 milioni di abitanti, non vuole la democrazia, con buona pace delle anime belle. Vuole solo stabilità e pane. E grazie alla rivoluzione, entrambi sono scomparsi.

L'avevo già scritto, ai tempi di piazza Tahrir, che agli osservatori ipnotizzati da Aljazeera era sfuggita la "bigger picture". Tahrir rappresentava una minoranza degli egiziani. La stragrande maggioranza di questi era rimasta a guardare, sperando che tutto finisse al più presto. Ora che si sono resi conto che non accenna a finire, anche gli egiziani comuni che non sono iscritti all'Università americana e non militano nei movimenti islamisti scendono in piazza per suonarle sia agli attivisti laici che agli islamisti che protestano. Lo dicono tutti gli osservatori: da Zenobia (una delle fighette che scrivono in inglese a beneficio delle galline sessantottine pro-rivoluzione in Egitto) ai giornalisti dei quotidiani indipendenti anti-Mubarak, che a suonarle ai manifestanti non sono mercenari al soldo dell'ex-regime o l'esercito, bensì i residenti esasperati dei quartieri dove vanno in scena manifestazioni volute solo dai fighetti fanatici di Twitter e dagli Islamisti che vogliono monopolizzare il potere.

Ora anche un cieco si rende facilmente conto che le idee dei fighetti attivisti portati in palmo di mano e spupazzati nei convegni internazionali dagli osservatori occidentali poco si conciliano con le richieste dei movimenti integralisti che hanno vinto le elezioni e che ora smaniano per occupare la poltrona presidenziale. In parole povere: non hanno nessuna speranza, e d'altronde si è visto benissimo quando si è trattato di andare alle urne: i primi ad essere esclusi ed emarginati sono stati proprio i giovani laici, anglofoni e ben educati che hanno fatto andare in brodo di giuggiole i mezzi di informazione occidentali. La domanda quindi è:  ma i protagonisti e i sostenitori della cosiddetta "Primavera araba" si rendono conto di essere degli "utili idioti" e che a pagare il prezzo di questo gioco dei fighetti e degli islamisti saranno alla fine gli egiziani comuni?