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lunedì 25 giugno 2012

L'Egitto e il Giardino delle Bestie.

Alla fine lo possiamo affermare con certezza: il 75% degli egiziani non voleva la cosiddetta rivoluzione, ovvero la farsa che ha portato al potere il candidato dei Fratelli Musulmani (e nemmeno quello originale, bensì la sua versione apparentemente più moderata).

Perché se è vero che metà degli aventi diritto (circa 25 milioni) non si sono presentati alle urne, è lecito pensare che per costoro - il vero "Partito del Divano" egiziano - non faceva nessuna differenza essere governati da Mubarak, da suo figlio, dal suo ultimo premier o da un esponente della Fratellanza. O Franza o Spagna, purché se magna. E se è altrettanto vero che circa metà (per l'esattezza il 48%) dei votanti ha invece optato per quello che si definiva "fiero allievo di Mubarak", si può altrettanto legittimamente immaginare che a costoro andava benissimo come era già o che quanto meno hanno ritenuto che fosse il "meno peggio".

Invece l'élite laico borghese del Cairo, con la sua discesa in piazza, la vedeva diversamente, mossa come era dall'illusione di impostare una democrazia all'occidentale. E adesso si ritrova guidata e rappresentata da un presidente la cui moglie starà rigorosamente a casa, lontana dai riflettori (e da quei inutili progetti per l'infanzia e le donne promossi dalla fin troppo "occidentalizzata" moglie di Mubarak) e da un partito che voleva, vuole e vorrà sempre lo stato teocratico.

La Fratellanza ha segnato un ottimo goal, seppur dimezzato. La sua strategia del "lungo fiato" ha alla fine pagato, a differenza di quella violenta e sanguinaria dei loro "compagni che sbagliano". A riascoltare un vecchio discorso di Nasser, il presidente che ha portato la casta militare alla guida del paese, si capisce quanto sia stata fruttuosa la loro strategia.

Nel suo discorso, Nasser illustrava il perché abbia dovuto rinunciare ad un accordo con i Fratelli: "Fra le loro altre richieste, la  guida Suprema mi chiedeva pure di imporre il velo a tutte le donne". Il pubblico si è messo a ridere fragorosamente, con uno che addirittura esclamava "Che se lo metta lui, il velo" scatenando ulteriori risate. Provate a fare lo stesso discorso, oggi, nell'Egitto che vota la Fratellanza e in cui una donna non velata è sicuramente copta.

Eppure la Fratellanza ha davanti a sé un'occasione storica, perché dopo lo sdoganamento sancito dall'ascesa alla Presidenza potrebbe arrivare il riconoscimento anche da parte di chi ancora non si fida. Ci sarà tutto il tempo per vedere se il nuovo presidente sarà all'altezza del suo incarico, seppur ridotto a incarico onorario. Basterebbe infatti una dichiarazione sbagliata, una visita fuori posto, per scatenare un vicino che non aspetta altro.

In ogni caso si è persa una battaglia, non la guerra. Rimane ancora da vedere quali poteri avrà questo nuovo presidente, come sarà composto il nuovo parlamento, come si muoveranno i generali, quanto tempo ci vorrà per infiltare il sistema e ridurre al silenzio quegli elettori che hanno votato contro. In fin dei conti questa non è stata una rivoluzione ma l'ennesimo round tra l'esercito e la Fratellanza, gli storici contendenti del potere. Potrebbe ancora finire come nel '54, quando il tentativo di spartirsi la torta finì con la repressione del movimento. Oppure no. Chissà.

Che dire? Forse è il caso di rassegnarsi e pensare come gli intellettuali e i fighetti che hanno consegnato la vittoria ai Fratelli regalando loro quei voti (circa 900.000) che hanno fatto la differenza. Dopotutto anche l'ambasciatore statunitense nella Berlino del '33, che era un fine intellettuale, la pensava allo stesso modo (*): "Credo fermamente che un popolo abbia il diritto di governarsi da solo e che gli altri paesi debbano mostrarsi pazienti anche quando vengono compiute crudeltà e ingiustizie. Bisogna dare agli uomini il diritto di giocare le loro carte". Vedremo quali saranno quelle dei Fratelli Musulmani.

Comunque vada, io la penso invece come Max Planck, che riflettendo sullo stesso periodo storico - gli anni 30 della Germania - disse: "In mezzo a tanto sconforto, la mia unica consolazione è sapere che viviamo in un'era di catastrofi, l'inevitabile scia di ogni rivoluzione, e che dobbiamo sforzarci di accettare ciò che accade come un fenomeno naturale, senza tormentarci al pensiero che le cose sarebbero potute andare diversamente".

(*) Le citazioni sono tratte da un bellissimo libro che racconta la trasformazione della cultura e della civiltà europea in un "giardino delle bestie", dal nome del Tiergarten, il giardino adiacente alla casa del neo ambasciatore statunitense nella Berlino del 33.