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mercoledì 20 giugno 2012

L'Egitto e il partito del Divano.

Quello di cui i "rivoluzionari" egiziani non riescono a capacitarsi (parlo di quella fauna appollaita sui propri account Facebook e Twitter che Shahira Amin, nota dissidente egiziana, ha inutilmente "implorato di lasciar perdere telefonini e PC e vivere nella realtà") è come si è arrivati a questo punto. Come è successo che nonostante le oceaniche adunate di Piazza Tahrir, quasi metà del popolo egiziano ha votato per l'ex premier di Mubarak mentre l'altra metà ha votato per un modello islamista sostanzialmente conservatore?

Alcuni noti attivisti della prima ora hanno usato termini davvero pesanti per commentare le sconfitte che si sono accumulate lungo il movimentato processo elettorale. Una di loro in particolare, dopo i risultati del referendum costituzionale in cui le forze islamiste hanno prevalso dopo aver trasformato la consultazione in una lotta tra l'Islam e gli infedeli, ebbe a dichiarare su Twitter che "la rivoluzione egiziana ha dimostrato che il 90% del popolo egiziano è costituito da cani che non meritano la rivoluzione". 

Alaa Al Aswani, di professione dentista nonché noto romanziere e intellettuale di riferimento della rivoluzione, non si spinge a tanto. L'altro giorno però ha scritto un lungo articolo in cui denunciava l'esistenza di una "minoranza non indifferente" di "cittadini addomesticati" (Al-Aswani la definisce "minoranza" sulla base di un calcolo che somma ad ogni egiziano sceso in piazza tre suoi famigliari rimasti a casa: ragionamento fallace, visto che conosco personalmente giovani scesi in piazza i cui genitori hanno votato per l'ex premier di Mubarak). Costoro si sarebbero "adattati al regime di corruzione e sottomissione" e quindi non "meritano la rivoluzione"

Anche l'ex premier di Mubarak ha affermato durante la campagna elettorale che "Gli egiziani sono per loro natura un popolo obbediente". Sembra un'affermazione ingiuriosa, ma alla luce di ciò che affermano i rivoluzionari stessi, non lo è poi tanto. Quello che non riesco a capire è: visto che in Egitto sono ormai  tutti d'accordo, a cominciare da chi la rivoluzione l'ha tentata, che gli egiziani non sono esattamente fan delle rivoluzioni,  qualcuno mi può spiegare perché quando affermavo che in Egitto non sussitevano ancora i presupposti per una rivoluzione democratica mi si accusava di "insultare il mio popolo"?
 
In realtà qui si prendeva solo atto della psicologia dell'egiziano medio. Materiale su cui gli esperti di guerra psicologica e i responsabili delle campagne elettorali hanno lavorato egregiamente. La maggioranza degli egiziani, checché ne dicano i media, non ha partecipato alla rivoluzione. Si sono limitati a seguire gli eventi di piazza Tahrir come fosse una partita di calcio (la definizione è di Al-Aswani) salvo scendere in piazza a cose fatte "per farsi fotografare coi bimbi vicino al carro armato" (sempre Al-Aswani). E' la stessa maggioranza che alle prime avvisaglie di difficoltà economiche e insicurezza ha detto "Ora basta. Vogliamo tornare alla stabilità, non importa come".

Nei primi giorni di Piazza Tahrir, quando le telecamere inquadravano una piazza gremita, il fatto che il sottoscritto sottolineasse che questa maggioranza esistesse e che - nonostante i numeri - i manifestanti in piazza erano "una minoranza", sembrava un'eresia. Eppure l'immobilismo dei 25 milioni di Cairoti era abbastanza evidente.  Ed è pensando a questo enorme pubblico di spettatori, a quello che in Egitto viene chiamato "Il partito del Divano", che si si raccomandava di non tirare troppo la corda dell'economia, mentre altri confidavano nel fatto che il popolo egiziano sarebbe stato in grado di "pazientare". E invece è bastato l'aumento dei prezzi, la crisi della benzina e del gas e la mancanza della sicurezza per far loro cambiare idea.

Il problema è che i borghesi scesi in piazza parlano con le pance piene da quartieri protetti: quindi se milioni di egiziani non sono scesi con loro o votano contrariamente ai loro desiderata è perché hanno avuto "l'imprinting della corruzione". Ma cosa significa esattamente "pazientare" quando devi sfamare cinque o sei bimbi giorno per giorno, rischiando di essere accoltellato per due lire? Questa incapacità di immedesimarsi nei bisogni semplici dei poveri - sapientemente usata invece da chi la mentalità del popolo egiziano la conosce bene - è quella che ha segnato il fallimento dei rivoluzionari. Fortunatamente alcuni protagonisti di questa stagione fallimentare hanno fatto mea culpa e ora stanno ragionando sui propri errori. Ma forse l'errore più grande è stato quello di voler trascinare in una rivoluzione un popolo che non ha vocazioni rivoluzionarie.

Nella foto un graffiti dei manifestanti: "Aderite al più grande partito in Egitto: il partito del Divano. Si alla stabilità".