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martedì 5 giugno 2012

L'Egitto, gli Islamisti e il Terrore.

Alcuni mesi fa scrissi una frase che fece sussultare d'indignazione qualche anima bella del web: "noi egiziani non saremmo in grado di gestire un gabinetto "alla turca", figuriamoci un'omonima democrazia". Come osavo mettere in dubbio le magnifiche potenzialità e le credenziali democratiche dei giovani fighetti egiziani muniti di Facebook e Twitter?

Poi si è visto come è finita, ovvero esattamente come previsto dal sottoscritto. Oggi, a pochi giorni da un ballottaggio che vede concorrere per la presidenza l'ultimo premier di Mubarak e un membro della Fratellanza musulmana (nota: si tratta del candidato "di riserva" poiché quello ufficiale, il potentissimo El-Shater, era stato escluso dalla commissione elettorale), sarebbe estremamente illuminante farsi un giro sui siti dei tanto amati bloggers della borghesia laica cairota che si sono lanciati in una rivoluzione di cui evidentemente non hanno calcolato affatto gli esiti più che probabili.

Non solo si potranno apprezzare i pesantissimi commenti indirizzati ai votanti che hanno messo i rivoluzionari facebookiani in un vicolo cieco (con il dover (non) scegliere tra uno che si è dichiarato fiero allievo di Mubarak e uno che promette di applicare la Sharia) ma anche rendersi conto del fatto che l'essenza stessa della parola democrazia non è tanto chiara nemmeno a chi è sceso in piazza per rivendicarla a suon di tweet e di slogan all'americana. Un fenomeno, questo, che era evidente sin dai primi giorni della rivoluzione quando gli attivisti laici obbligavano gli islamisti presenti in piazza, che abbozzavano, a non urlare slogan a favore dello stato islamico.

Mi ha particolarmente colpito un commento lasciato da un lettore in calce ad un articolo apparso sul sito di uno dei più noti bloggers egiziani (si noti che l'intero dibattito si svolge in inglese, ovvero che se la cantano e se la suonano da soli in un paese con milioni di analfabeti). L'articolo giustificava la posizione dei copti terrorizzati che si sono schierati dalla parte del candidato del vecchio regime contro la prospettiva di uno stato confessionale. Il commento, invece, recitava: "In una fase di transizione, la minoranza dovrebbe comportarsi in una maniera più intelligente e non andare contro la volontà della maggioranza".

E se quanto sopra riportato è la concezione che hanno i bloggers egiziani colti e anglofoni di ciò che dovrebbe essere la democrazia nel neo-Egitto, vi lascio immaginare cosa pensano quelli analfabeti. O gli estremisti. E in quale direzione andrà il paese sulla scorta dei voti delle migliaia di poveri che vengono "agganciati" con sacchetti della spesa colmi di beni di prima necessità, dopo essere stati opportunamente informati sulla figurina da crocettare sulla scheda (in un paese con milioni di analfabeti, ogni candidato sceglie un proprio simbolo: la scala, il cavallo, ecc. Il che rende doppiamente ridicolo l'aulico dibattito anglofono dei fighetti sul web).


La direzione sembra averla già tracciata il candidato della Fratellanza che ha promesso di "tenere Mubarak in prigione anche se venisse assolto dalla corte". La folla forcaiola che si sta radunando in piazza in queste ore, compatta dietro la Fratellanza, ancora una volta a suon di tweet, per chiedere la pena capitale per l'ottantenne in barella sarà contenta. Temo però che nel suo cieco accanimento ideologico non si renda pienamente conto di quali implicazioni questo singolare approccio giuridico possa comportare se da eccezione diventasse la regola. Cosi facendo, prima o poi la rivoluzione sfocerà nel Terrore giacobino.

E' lo stesso furore ideologico che ha totalmente onnubilato le menti dei vari analisti ed esperti in Occidente. Robert Fisk, noto giornalista inglese, si è spinto per esempio in uno dei suoi recenti editoriali infuocati contro Mubarak a mettere "estremisti islamici" tra virgolette, insinuando che si tratti di un'invenzione dell'ex presidente ed elevando al rango di "rivolte" le azioni armate da loro messe a segno. Evidentemente ha dimenticato che fra le cosiddette "rivolte" c'era anche il massacro di decine di turisti a Luxor, nel 97. Turiste smembrate col machete con tanto di biglietti ineggianti alla lotta inseriti negli intestini. Solo il pugno di ferro del regime ha obbligato i capi della galassia armata a dichiarare un cessate il fuoco.
 
Questa tendenza a sminuire il pericolo rappresentato dalla violenza armata che spesso e volentieri nasce dalle costole dei movimenti islamisti è estremamente pericoloso. E' opinione condivisa purtroppo, anche da parte di esperti di fama internazionale, che non c'è da temere questi movimenti poiché "non hanno il controllo dell'esercito, della polizia, una milizia o armi". E se fosse una questione di tempo? Di certo le armi non sono un problema in un paese che ha una gruviera di tunnel di collegamento con i territori palestinesi (da cui, durante la rivoluzione, sono entrati vari commandoes che hanno permesso la fuga dei prigionieri affiliati ai loro movimenti armati) e una frontiera di migliaia di chilometri con una Libia in cui circolano armi a gogò.

Quanto alla milizia, proprio alcuni giorni fa Omar Suleiman, già capo dei Servizi Segreti egiziani (ha lasciato l'Egitto alla vigilia del primo turno delle elezioni per recarsi in Germania, ufficialmente per motivi medici) ha pronosticato uno scontro tra l'esercito e gruppi paramilitari che la Fratellanza potrebbe istituire nell'arco del primo mandato, una volta vinte le elezioni. Un'ipotesi che riporta in mente uno degli episodi che hanno scosso l'opinione pubblica egiziana e non solo nel 2006: la dimostrazione di arti marziali davanti all'ufficio del rettore dell'università di Al-Azhar messa in atto da un nutrito gruppo di giovani incappucciati aderenti alla Fratellanza.

All'epoca il regime ordinò l'arresto di ben 180 studenti e di chi organizzò questa plateale dimostrazione di forza: proprio El Shater, ovvero il candidato originario della Fratellanza per la poltrona presidenziale. Il quale appena un anno prima del suo arresto pubblicò sul Guardian un articolo significativamente intitolato: "Non c'è bisogno di temerci". Non ci sono motivi per non credergli.