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sabato 9 giugno 2012

L'Egitto visto da McDonald.

Un detto arabo recita "el tikrar yeallem el homar", ovvero "Il ripetere giova all'asino". Lo trovo molto più efficace della locuzione latina "repetita iuvant". E quindi ripetiamo: la rivoluzione egiziana - che finalmente si rivela per la farsa che è sempre stata (seppur dai risvolti potenzialmente pericolosi) - non è stata una rivoluzione di massa. Questo banalissimo dato di fatto, che il sottoscritto enunciò sin dai primissimi giorni di agitazione a Piazza Tahrir al Cairo (attirandosi gli strali di chi non aveva occhi che per la piazza gremita, dimenticando che l'Egitto conta oltre 90 milioni di abitanti) è ora una verità conclamata.

Se ci fosse bisogno di una prova, ormai ce l'abbiamo nero su bianco: un egiziano su quattro ha votato per l'ultimo premier di Mubarak. Superato di alcune centinaia di migliaia di voti dal candidato di un'altra forza saldamente conservatrice: i Fratelli Musulmani. Comunque finisca il ballottaggio, i giovani di Tahrir (che già all'epoca definii, suscitando qualche malumore, i "Fighetti di Tahrir") che hanno entusiasmato giornalisti ed esperti occidentali sono destinati ad essere sconfitti e a scomparire. In un modo o nell'altro.

Il corrispondente del Time al Cairo scrive oggi, sedici mesi dopo l'inizio di questa soap opera dagli esiti sconosciuti, ciò che il sottoscritto scrisse prima ancora delle dimissioni di Mubarak: "an uncomfortable reality for Egypt's revolutionaries 16 months after Mubarak's fall: not everyone wanted a revolution". Lo stesso dicasi della limitata capacità dei giovani rivoluzionari di comunicare con le masse e di capire i bisogni dei poveri, denunciata dal sottoscritto e all'epoca ridicolizzata e che invece oggi si percepisce benissimo nel commento di un altro corrispondente: "those in the square need a strategy to connect with the mass of ordinary Egyptians who have not joined their protest".


Un mio lettore, tempo fa, mi ha posto questa domanda: "Spero  che tu possa spiegare come sia nato il fenomeno dei "fighetti di Tahrir". Tu provieni da un retroterra culturale contiguo, forse anche simile, ma hai strumenti di analisi che a loro sembrano, ripeto sembrano, mancare completamente e vorrei capire perché". Cercherò di spiegarlo con due immagini. La prima mi è stata riferita da un amico che si è recato al Cairo alcuni anni fa. Viene fermato da uno dei numerosi "bambini di strada". Sporco, scalzo, vestito di cenci si è avvicinato all'amico che fece il gesto di dargli l'elemosina. Il bambino rispose: "No, no. Non voglio i soldi. Voglio che mi compri da mangiare". In realtà voleva che l'amico si recasse al McDonald e gli comprasse l'Happy meal. Come tutti i bambini, lo voleva provare ma se ci fosse andato di persona, la guardia della sicurezza all'ingresso glielo avrebbe impedito: simili soggetti costituiscono un'offesa all'occhio dei frequentatori.

La seconda immagine è la descrizione di uno dei Fighetti di Tahrir fatta da un corrispondente dello Zeitung, già riportata su questo blog: "Mahmoud indossa jeans attillati e scarpe da ginnastica Converse e ha studiato scienze della comunicazione. Anche i suoi amici sono andati al college. I loro genitori sono medici, avvocati, artisti. Sul tavolo gli ultimi iPhone e Blackberry. Il bagliore dei monitor dei computer portatili. Horreya: il nome del locale significa "libertà". Proprio qui c'è la birra. "La gente come noi ha messo in moto la rivoluzione", dice con orgoglio Mahmoud, spiegando come, con i loro smartphone, hanno diffuso l'appello per protestare su Facebook ad altri giovani della classe media egiziana durante i primi giorni. Sono educati, ben informati, mangiano al "McDonald". Questo fighetto ha rivelato all' attonito corrispondente la soluzione per i problemi dei poveri del Cairo: "So cosa fare con gli abitanti delle baraccopoli. Mostriamo loro come funziona Facebook".

Vale la pena notare che il Horreya è lo stesso locale da cui qualche blogger radical chic in vacanza temporanea al Cairo scriveva appassionati racconti sulla rivoluzione egiziana, prendendo in giro gli autisti esasperati da chi bloccava il traffico cairota "per protestare". E il problema è proprio questo: mentre i Fighetti e i loro sostenitori della gauche sardine internazionale cianciano di democrazia dai locali climatizzati e off-limits, i membri della Fratellanza distribuiscono beni di prima necessità con tanto di logo del loro partito. Ora è vero che il sottoscritto proviene da un ambiente sociale contiguo, ma di certo non ne condivido lo stesso retroterra culturale.

A differenza dei Fighetti di Tahrir, io non vivo in un modo ovattato dove si discute di politica in inglese davanti ad una birra ghiacciata. Sono perfettamente consapevole delle condizioni in cui versano milioni di egiziani: democrazia e rappresentatività politica sono l'ultima delle loro preoccupazioni, strangolati come sono da una rivoluzione senza fine. Non a caso ero allarmatissimo dalle avvisaglie del declino economico, mentre - ancora una volta - c'era chi mi prendeva in giro, incurante dei bisogni di chi campa giorno per giorno. La morale che si trae dalle due immagini sopra riportate è proprio questa: non puoi aiutare i poveri se non li vuoi nemmeno vedere.