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venerdì 20 luglio 2012

Egitto: Campa cavallo che la democrazia cresce.

L'altro giorno, negli Stati Uniti, è morto il generale Omar Suleiman, ex capo dei servizi segreti del Cairo. Figura amatissima da moltissimi egiziani e odiatissima da altrettanti. Chi lo ha amato, incoraggiandolo persino a candidarsi alle ultime elezioni presidenziali (in 48 ore erano state raccolte quasi 50 mila firme), vedeva in lui l'eroe di guerra e il patriota i cui successi e le cui imprese hanno risparmiato all'Egitto i rischi dei conflitti regionali e del terrorismo jihadista. Purtroppo questi traguardi, proprio in quanto afferenti la sfera dei servizi segreti, non saranno mai resi noti oppure lo saranno fra parecchi decenni. 

Chi lo ha odiato, invece, vedeva in lui la personificazione del demonio, il fido braccio destro di Mubarak, un pilastro della repressione del regime e - sopratutto - lo strumento della politica di collaborazione con Israele nella regione. Inutile dire che fra i suoi più acerrimi nemici ci sono proprio e sopratutto gli esponenti dei movimenti islamici radicali: le loro reazioni scomposte sui media egiziani (alcuni si sono lasciati andare a manifestazioni di giubilo, altri hanno persino emesso una fatwa che lo dichiarava "infedele" e pertanto immeritevole di un funerale islamico) la dicono lunga sull'enorme perdita strategica rappresentata dalla morte di questo importante personaggio.

Benché la linea di dialogo intrapresa da Suleiman con le autorità israeliane abbia di fatto stretto Gaza in una morsa di ferro, non può essere messo in discussione il fatto che proprio questa linea abbia fortemente limitato il flusso di armi destinati ai movimenti radicali islamici egiziani e risparmiato all'Egitto un eventuale intervento israeliano nel Sinai con la scusa di difendere i confini dello stato ebraico: una garanzia preziosissima per la sicurezza del territorio egiziano. Ora non si può più affermare lo stesso: Israele ha schierato i suoi missili sui confini egiziani, intensificando le accuse alle autorità egiziane di non essere in grado di controllare il Sinai, da cui spesso e volentieri partono attacchi contro Israele.

Omar Suleiman era l'uomo che gestiva i più importanti file regionali: la questione palestinese e quella iraniana, tanto per incominciare. Al punto che si potrebbe presumere che Mubarak stesse di fatti preparando lui - e non il figlio, come vuole la vulgata - alla successione. D'altronde Mubarak stesso aveva seguito questo percorso poiché nessuno può ambire alla poltrona di presidente in Egitto senza avere in mano le fila dei più spinosi casi regionali. Peccato che Mubarak abbia sempre tergiversato (probabilmente era titillato dall'idea di piazzare comunque il figlio), prendendo la decisione di nominare Suleiman come Vice Presidente ufficialmente  solo negli ultimi giorni del regime, di fatto bruciando la sua successiva candidatura.

La reazione isterica degli esponenti del radicalismo islamico alla sua morte rappresenta l'ennesimo cattivo presagio sulla sorte dell'Egitto. Ed è la conferma che l'unico linguaggio di cui sono capaci questi personaggi è quello della scomunica e della violenza. Proprio i loro commenti fanno risaltare quanto scalpitino per rimuovere ogni ostacolo che possa rallentare o impedire un loro totale monopolio del potere. Come interpretare altrimenti il commento di uno di costoro che augurava la stessa sorte toccata a Suleiman a tutti coloro che "tengono incatenato il nostro Presidente" ? Il che fa propendere a credere che la linea dura usata da Suleiman nei loro confronti fosse di fatto l'unica in grado di contenerli, checché ne dicano quelli del "Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere" (Ok, ma la controparte è disposta a fare altrettanto?). 

La cosa a dir poco allucinante è che probabilmente la morte di Suleiman verrà accolta con altrettanto sollievo anche da parte di alcuni osservatori occidentali radical chic (la famosa Gauche Sardine) che hanno già bollato l'uomo in passato come quello "che faceva il bello e cattivo tempo in Egitto" chiedendosi come mai non sia stato ancora "processato". Un atteggiamento irresponsabile facile da spiegare: questi "esperti" traggono le loro conclusioni dall'amicizia dichiarata con alcuni intellettuali egiziani completamente scollati dalla realtà del paese. Particolarmente illuminante è l'ultimo editoriale di Al-Aswani, di professione dentista, romanziere e intellettuale di riferimento del fronte rivoluzionario, che immagina l'Egitto nel 2035, dopo il ritiro forzato dei militari - quelli che tengono incantenato il Presidente per intenderci - dalla scena politica. La sua fervida immaginazione dà il via libero al delirio: "Si candiderà una donna copta contro un candidato musulmano. E i Fratelli Musulmani e i Salafiti (le cui idee si saranno nel frattempo evolute) decideranno di appoggiare la candidata cristiana, perché più capace". Campa cavallo che la democrazia cresce.