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lunedì 2 luglio 2012

L'Egitto e il mettere in dubbio l'"anima araba".

Chi, come il sottoscritto, ha dovuto subire un fiume di contumelie per aver espresso - sin dai primi istanti - forti critiche sulla cosiddetta rivoluzione egiziana, sul suo sviluppo e sui suoi esiti, non può che rimanere sollevato nel vedere Tariq Ramadan - professore di Studi Islamici Contemporanei presso il  St. Antony’s College della Oxford University - denunciare il tentativo di screditamento delle "voci più prudenti e pessimiste" che si sono espresse sul caso egiziano. 

Mi è particolarmente piaciuto il paragrafo dedicato a difendere le voci che "esprimevano dubbi sul popolo arabo e sulla sua capacità di liberarsi dalla dittatura". E qui mi viene in mente quando definii gli attivisti di Piazza Tahrir "fighetti scollati dalla realtà" anticipando che non avrebbero cavato un ragno dal buco, e che invece di una democrazia laica avrebbero trasformato l'Egitto in quello che uno dei più noti blogger egiziani ha giustamente definito "uno stato militar-religioso". Nel caso non abbiate capito cosa significa, sappiate solo che è qualcosa di peggiore di ciò che c'era prima.

Cosi come mi viene in mente quando affermai che "noi egiziani non saremmo in grado di gestire un gabinetto alla turca, figuriamoci un'omonima democrazia": un chiaro riferimento alla Turchia e alla sua capacità di coniugare democrazia e laicità, cosa che gli egiziani hanno dimostrato di non saper fare, dal momento che alle elezioni hanno votato un movimento - i Fratelli musulmani - che ha già fermamente rigettato l'invito di Erdogan alla laicità. Curioso però come persino questo gioco di parole sia stata manipolato per screditarmi trasformandosi in un patetico "gli egiziani non saprebbero gestire manco un cesso, figuriamoci il proprio Stato".
 
L'incipit dell' editoriale di Ramadan è una risposta magistrale ai dilettanti che vorrebbero occuparsi di questioni geopolitiche quando invece farebbero molto meglio a dedicarsi alla ricerca di una buona ricetta culinaria o di qualche piccante avventura occasionale di cui condividere i dettagli con i propri lettori.

In Egitto regna la confusione. La rivolta di massa iniziata il 25 gennaio 2011 ha rovesciato il presidente a vita Hosni Mubarak e apparentemente ha scosso il suo regime dittatoriale. L’ottimismo sembrava aver trionfato: era giunta la “primavera araba”, la “rivoluzione” stava avanzando, la gente aveva sconfitto il dittatore e aveva cominciato la sua lunga marcia verso la libertà. Le voci più prudenti, che avevano ammonito che bisognava essere più attenti alla congiuntura politica nazionale e regionale, finirono sotto attacco e vennero sommariamente screditate. Erano infettate dal pessimismo, dissero alcuni, o dedite alla promozione degli interessi occidentali.

Cosa ancora più grave, queste stesse voci esprimevano dubbi sul popolo arabo e sulla sua capacità di liberarsi dal duplice giogo della dittatura e dei diktat delle Grandi Potenze. Gli egiziani, come i tunisini e gli yemeniti, si erano liberati senza alcun aiuto esterno e avevano preso in mano il loro destino. Esprimere una qualunque esitazione significava mettere in dubbio se stessi e l’ “anima araba”, se non lo stesso “arco della storia”. Un simile dubbio era, per sua stessa natura, un’espressione di colpa. Nel mio libro ‘Islam and the Arab Awakening’, ho espresso alcune riserve circa l’origine e anche la natura delle rivolte che hanno scosso il Medio Oriente e il Nord Africa. Sono stato criticato in Occidente (come teorico della cospirazione), così come nei paesi arabi ed a maggioranza musulmana (per lo stesso motivo e, soprattutto, per la mia mancanza di fiducia nel coraggio del popolo arabo). Eppure …

La situazione in Egitto ci obbliga ad abbandonare l’ottimismo dettato dalle emozioni dei primi mesi e a tornare ad un esame più attentamente ponderato, e più logico, dei fatti e delle questioni così come sono. Non possiamo trascurare la conclusione che, fin dall’inizio della sollevazione popolare, l’unica istituzione a non aver perso il controllo della situazione sono state proprio le forze armate. Dopo qualche esitazione (dovuta essenzialmente alle tensioni tra il clan filo-Mubarak e la maggioranza degli ufficiali desiderosi di scaricare un leader che era diventato motivo di imbarazzo, allo stesso tempo salvaguardando le proprie prerogative ed i propri interessi), la gerarchia prese inizialmente la decisione di non intervenire (seguendo l’esempio tunisino) e di permettere le proteste di massa fino a quando il dittatore non fosse caduto (....).