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mercoledì 18 luglio 2012

Primavera salafita e Islamismofobia.

In un certo ambiente radical chic, che preferisco definire Gauche Sardine, prevale la convizione che siccome la cosiddetta Primavera Araba ha finalmente reso "visibili" gli arabi "simili a noi" (quelli che navigano su Facebook e mangiano da Mc Donald's per intenderci) allora "Alqaida è sconfitta" e "il potenziale dell'Islam radicale è in declino". Corollario necessario di questo strampalato ragionamento è che chiunque esprima dubbi su questa stagione politica del mondo arabo altro non è che uno degli incalliti islamofobi che hanno spadroneggiato sui media nell'ultimo decennio oppure un nostalgico delle dittature, o - meglio ancora - entrambi.

Ebbene: che la cosiddetta "Primavera araba" abbia spinto in prima linea sui mezzi di informazione di mezzo mondo la crema della società araba è indubbio. Finalmente l'opinione pubblica mondiale si è resa conto che non ci sono solo gli i barbuti, i terroristi, i kamikaze e via discorrendo, ma anche uomini, donne e sorpatutto giovani con aspirazioni "normali": pane, libertà, giustizia sociale. Ma l' improvvisa e a mio parere sovraesposta visibilità di questa fetta della società del mondo arabo in un momento politico critico non ci dovrebbe far dimenticare che questa stessa stagione ne ha dimostrato anche la disorganizzazione, lo scollamento dalla realtà che li circonda e la debolissima capacità di incidere sul corso degli eventi.

Le cancellerie occidentali avrebbero dovuto accorgersi della presenza di queste persone e sostenerle almeno dieci anni fa, invece di ricorrere a strategie che di fatto hanno rinforzato i movimenti radicali tipo andare in giro a bombardare mezzo mondo islamico nella speranza di "esportare la democrazia" per poi passare direttamente a trattare con i movimenti islamisti in nome del libero mercato. Rendersi conto ora, tra l'altro solo mediaticamente, del fatto che nel mondo arabo esista un fronte laico, dopo la débacle che ha visto i laici perdere in tutte le consultazioni elettorali è del tutto inutile. La frittata è fatta: a conti fatti, "il potenziale dell'Islam radicale" non è mai stato forte quanto oggi.

Spesso e volentieri si tende a fare distinzioni fra  i movimenti islamisti "pragmatici" (che secondo alcuni saranno indeboliti dall'esercizio del potere che mette a nudo le loro contraddizioni) e  i gruppi radicali (che invece ricorrono alla violenza), il che è accademicamente è corretto. Ma la discussione accademica è una cosa, la realtà sul terreno è un'altra: quando un movimento arriva al potere, richiama intorno a sé una corte dei miracoli che spesso e volentieri lo rinforza, nonostante oppure proprio grazie alle contraddizioni. E i movimenti violenti, spesso e volentieri nati dalle costole di quelli "pragamtici", giocano un ruolo tutt'altro che secondario in questo processo di consolidamento. 

Benché i movimenti islamisti che hanno vinto in Tunisia e in Egitto oggi ripudino formalmente la violenza e perseguano la loro agenda con metodi pacifici, la loro salita al potere ha di fatto "ringalluzzito" i loro "compagni che sbagliano". In Tunisia non passa giorno senza che i salafiti irrompano in qualche cinema o qualche università, mentre in Egitto sono visibilmente aumentati i casi di "poliziotti della morale fai da te". Tre di loro hanno addirittura ucciso a coltellate un giovane reo di passeggiare con la sua fidanzata che ha osato protestare per la loro ingerenza nella sua vita privata. Persino le elezioni libiche (dove ha vinto il fronte "liberale") hanno sostanzialmente "ripulito" l'immagine di diversi jihadisti acclamati, permettendo loro di partecipare alla corsa elettorale.

Volenti o nolenti, la pressione - politica e sociale - che eserciterà la fazione ultraconservatrice condizionerà fortemente l'operato dei "compagni che non sbagliano". La storia è vecchia: le camicie brune aiutano Hitler ad arrivare al potere (nel caso egiziano ci hanno pensato però i giovani fighetti di Piazza Tahrir a fare un "lavoro pulito", politicamente corretto e mediaticamente vendibile di cui hanno raccolto i frutti i movimenti radicali) poi Hitler - che non era esattamente un moderato - non riuscendo ad accontentare le loro richieste sempre più spinte e temendo gli eccessi che mettevano in pericolo la sua autorità, decise di liquidarle. Lo stesso accadde a Gaza, con Hamas che ad un certo punto decise di schiacciare i salafiti. Accadrà lo stesso nei paesi dove hanno vinto gli islamisti?

In questo clima che non promette nulla di buono (ci sarà prima uno scontro tra i militari e gli islamisti o uno scontro tra le varie anime degli islamisti?), il fatto che alcuni giornalisti si sveglino adesso - dopo più dieci anni di forsennata islamofobia, a cui pochissimi si sono opposti (e fra questi pochissimi proprio il sottoscritto, tanto per chiarirci) - per tacciare proprio con accuse di islamofobia le voci che osano esprimere timori sulla salita degli islamisti al potere nei paesi arabi, mi fa francamente ridere. Ma come, proprio ora che gli scenari apocalittici prospettati dai media rischiano davvero di concretizzarsi, chi fa la Cassandra rischia di passare per islamofobo?

Si fa ricorso al termine "islamofobia" proprio quando non si dovrebbe. Qui non si sta parlando di impedire di costruire le moschee o a "guardarsi dal vicino della porta accanto" (il buon vecchio Allam): ma del pericolo concreto rappresentato da una determinata visione della politica e della società che implica conseguenze disastrose non solo per i popoli interessati, ma per il mondo intero. Qui si parla di "Islamismofobia", che è la fobia - tutt'altro che ingiustificata - nei confronti di movimenti politico-religiosi che sguazzano nell'ambiguità. E il fatto che persino in arabo ci siano due diversi termini per indicare i musulmani (muslimun) e gli islamisti (islamiyun) dovrebbe quanto meno far riflettere. Ma bisogna conoscere l'arabo, appunto.