Notizie

Loading...

martedì 7 agosto 2012

Gaza, il sangue egiziano e i tifosi a distanza.

L'uccisione di sedici guardie di frontiera egiziane e il ferimento di altre dieci per mano di jihadisti provenienti da Gaza, nel tentativo (prontamente bloccato dalle forze aeree israeliane) di infiltrarsi in Israele è soltanto una piccola anteprima di uno scenario catastrofico che il sottoscritto ha già largamento anticipato su questo blog.

Sono del 2008 i miei articoli (qui e qui) a sostegno della chiusura ermetica della frontiera egiziana con Gaza (attuata nuovamente in seguito all'attentato). Una chiusura sicuramente dolorosa per le conseguenze che ha sulla popolazione civile già provata da un blocco totale ma necessaria per evitare che questo sputo di terra diventi un chiodo nella bara dell'Egitto e la pietra tombale della causa palestinese, con conseguenze ancora peggiori per i civili di entrambe le parti. 

Purtroppo la cosiddetta "primavera egiziana" (sic) ha comportato l'adozione della politica delle "porte aperte" che Mubarak ha osteggiato proprio per evitare il passaggio della "patata bollente" di Gaza in campo egiziano (con grande felicità di Israele). Non a caso il giorno in cui si è deciso questo cambio di rotta, mentre i gallinacei festeggiavano la "dimostrazione della solidarietà e della fratellanza panaraba", qui ci si preoccupava già per il cupo futuro annunciato. 

Ed eccoci qua: ancora una volta l'Egitto si ritrova a pagare un pesante tributo di sangue per una causa per cui ha già largamente dato e in cui - sinceramente parlando - non ha nessun interesse, ancor meno in questo momento delicato politicamente e economicamente. In appena un giorno sono state uccise più guardie di frontiera egiziane di quelle uccise in trent'anni di governo di Mubarak, la vecchia volpe di cui tutto si può dire tranne che non fosse in grado di districarsi in uno scenario geopolitico delicato mantenendo buone relazioni con tutti. 

Da quando si è fatto da parte, non solo si sono deteriorati i rapporti con Israele (e en passant con l'Arabia Saudita e alcuni paesi del Golfo) ma è l'intera penisola del Sinai ad essere sfuggita al controllo del Cairo, con beduini che bloccano gli aeroporti e rapiscono i turisti manco fosse lo Yemen. Nel giro di un anno e mezzo quello che era un motore dell'economia turistica egiziana si sta trasformando in un campo di battaglia tra israeliani e palestinesi, con gli egiziani a prendersela sia da una parte che dall'altra.

Saranno contenti, i tifosi a distanza della causa palestinese, quella Gauche sardine che difende gli "interessi" di Gaza stando magari a qualche chilometro di distanza di sicurezza. La distanza giusta per non beccarsi i missili di Israele e per non rischiare di finire sgozzati dai Salafiti. Tanto prima o poi scoppierà un'altra bella guerra che potranno seguire dagli schermi di Aljazeera, giusto in tempo per sfornare  un po' di editoriali e pubblicare qualche nuovo libro in cui versare lacrime di coccodrillo sugli arabi bistrattati.

Ma hanno poco da rallegrarsi: se i frutti dell'apertura di credito nei confronti di Gaza e dei decreti di grazia presidenziale assegnati a jihadisti condannati alla pena capitale hanno già cominciato a germogliare sulla frontiera egiziana, quando scoppierà la guerra che ardentemente desiderano (purché a fare da carne da cannone siano i figli di altri) l'odore marcio di questi frutti si sentirà molto lontano, e arriverà fin dentro casa loro. Potete starne certi.