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giovedì 2 agosto 2012

USA-Egitto: come alienarsi gli ultimi amici.

Sia Shadi Hamid su Foreign Policy che Khalil Al-Anani su Al-Hayat accusano i liberali egiziani di essersi trasformati di fatto in golpisti anti-democratici. Un'accusa - che va di pari passo con quella di "mubarakismo" - che diversi gallinacei/e creduloni/e (*) lanciano ciclicamente nei confronti di chiunque (è capitato anche al sottoscritto) abbia espresso o esprima perplessità su questa singolare rivoluzione, cominciata laica e conclusasi simil-teocratica. Anche il noto romanziere egiziano, Alaa Al-Aswani ha dedicato ieri il suo ultimo editoriale nel tentativo di convincere i suoi lettori a non appoggiare la giunta dei generali bensì la Fratellanza che ha vinto le elezioni perché solo un clima democratico potrebbe - secondo lui - contenere il loro estremismo.

Fortunatamente, il proliferare di questi editoriali dimostra che la mia posizione, estremamente pessimista sul futuro di un Egitto governato democraticamente da una maggioranza islamista senza una tutela da parte dell'esercito, non è affatto isolata come qualcuno vorrebbe far credere. Anzi, nel panorama liberale egiziano, questa posizione è di fatto maggioritaria. Non a caso nessuno in Egitto - tranne gli islamisti assetati di potere e alcuni intellettuali ingenui come Al-Aswani (*), seguiti a ruota dai loro ammiratori in occidente - si è disperato quando è stato sciolto il parlamento o quando i militari hanno limitato i poteri del presidente poche settimane prima delle elezioni. La posizione "filo-militare", d'altronde, oltre ad essere maggioritaria tra i laici è chiaramente condivisa da metà del popolo egiziano, inclusa la quasi totalità della minoranza cristiana copta, che alle elezioni presidenziali ha dato il proprio voto ad un ex-generale. E benché questa posizione possa sembrare assurda quando sostenuta da attivisti liberali e democratici, non lo è più se si considera la particolarità del contesto egiziano.

Shadi Hamid afferma nel suo editoriale che sostenendo i militari, i liberali stanno di fatto svendendo l'ideale della democrazia. Accusa anche questi ultimi di essere diventati vittime di teorie cospirazioniste secondo cui l'amministrazione statunitense starebbe favorendo il movimento dei Fratelli musulmani nella sua scalata al potere a loro scapito. E che proprio questo spiegherebbe la pessima accoglienza riservata dai liberali egiziani agli esponenti dell'amministrazione statunitense che si sono recati al Cairo negli ultimi mesi (Prima la Clinton accolta al grido di "Monica, Monica" e un fitto lancio di uova e pomodori, quindi il ministro della difesa Panetta, assediato in ambasciata dai cori antiamericani dei laici egiziani che reggevano cartelli contro i Fratelli Musulmani). Eppure qui non si tratta affatto di "svendere l'ideale democratico" quanto garantirne la sopravvivenza. 

Come ha spiegato benissimo Hamid stesso, i liberali egiziani si sono semplicemente resi conto (meglio tardi che mai) che più si fa pressione sull'esercito e più si invoca una "rapida e completa" democratizzazione del paese nell'illusione che questa basterebbe a smorzare le spinte estremiste, più si permette a queste spinte di monopolizzare il potere politico in modo indisturbato. E dal momento che le dichiarazioni e le scelte della nuova élite al potere non lasciano presagire nulla di buono, soprattutto per i liberali, la preoccupazione è più che giustificata. La conclusione stessa dell'articolo di Anani - a quanto pare "esponente della nuova generazione dei Fratelli musulmani" (e pertanto una voce non imparziale sull'argomento) - che afferma che "La realtà è che i leader del fronte liberale sono diventati solo un fardello per l’Egitto ed hanno svolto un ruolo deleterio sia nello spazio pubblico che in quello privato" sembra persino preludere ad una purga, ed è di per sé un motivo altamente sufficiente per essere allarmati.

Quanto alle teorie cosiddette cospirazioniste, al di là del fatto che l'intera élite della Fratellanza sembra - per usare le parole di Ugo Tramballi sul Sole - una "lobby di ingegneri americani" e che i figli stessi del presidente islamista hanno la cittadinanza americana a cui non intendono rinunciare, è ovvio che il fronte liberale si ponga un bel po' di domande quando vede membri dell'ala giovanile della Fratellanza schierati in difesa dell'ambasciata statunitense, o quando  il presidente islamista del parlamento disciolto decide di espugnare dal verbale della seduta l'espressione "Gli Stati Uniti, contrada dell'idolatria", usata da un deputato islamista nel suo intervento. 

Cospirazione o meno, la luna di miele degli Stati Uniti con il potere islamista è destinata prima o poi a fallire miseramente. La feroce critica di un noto predicatore egiziano - lo stesso graziato dal nuovo presidente l'altro giorno - al "segnale di apertura" del presidente del parlamento islamista nei confronti degli USA, la dice lunga su quanto sia radicato l'odio nei confronti dell'America nella mentalità dell'ala più oltranzista, con cui anche i cosiddetti "pragmatici" devono fare i conti. O forse dobbiamo elencare le istituzioni statunitensi in cui ha lavorato l'ideologo più radicale della Fratellanza negli anni sessanta, i cui scritti hanno fortemente influenzato l'ideologia di Alqaida? Evidentemente le amministrazioni statunitensi non imparano dai propri errori, e continuano ad avere il brutto vizio di allevare la serpe in seno. Il guaio è che stavolta, oltre ad avere contro gli Islamisti, avranno contro anche i liberali egiziani. 

(*) nel senso che credono, come il noto romanziere egiziano Al-Aswani, che presto gli Islamisti sosterranno una donna copta nella corsa per la presidenza (sic)