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giovedì 6 settembre 2012

Quando si svegliano le tartarughe (egiziane).

Ci aspettavamo che il primo presidente eletto cominciasse a fondare uno stato equo e civilizzato che tenesse in considerazione il valore dell'essere umano e la sua dignità indipendentemente dalla sua fede o la sua appartenenza politica. Ma i segnali che invia il presidente Morsi sono inquietanti e non presagiscono nulla di buono. Il Presidente Morsi continua a rilasciare i detenuti islamisti che appartengono come lui alle organizzazioni dell'Islam politico e allo stesso tempo non vuole usare il suo potere di grazia per far rilasciare gli attivisti civili, che sono stati processati militarmente, perché non sono islamisti.

Alaa Al-Aswani, romanziere e intellettuale pro-rivoluzione egiziana, nel suo ultimo editoriale intitolato "Siamo davvero civilizzati?", 4 settembre 2012.

A un mese esatto dall'inizio dell'Operazione Aquila, lanciata dal Cairo per cercare di ripulire il Sinai dai terroristi, la strategia seguita dalle autorità egiziane suscita valutazioni divergenti. Lo spiega una dettagliata analisi pubblicata oggi dal sito del quotidiano locale Al Ahram, la quale si sofferma a considerare, in particolare, il secondo pilastro su cui poggia l'operazione (oltre al dispiegamento dell'esercito): le controverse trattative in corso con i gruppi militanti presenti nell'area. Da un paio di settimane, il governo avrebbe fatto ricorso a mediatori semi-ufficiali per comunicare con i combattenti che scorazzano nella penisola desertica, e che da lì tentano d'infiltrarsi nel vicino Stato ebraico. Ma questo tentativo di diplomazia fa storcere il naso a più d'uno in Egitto, nella convinzione che lo Stato non dovrebbe negoziare con estremisti sospettati di azioni violente. Nizar Ghorab, ex parlamentare salafita, guida la campagna del dialogo. In un'intervista ad Al Ahram, l'uomo ha confermato che ci sono stati «diversi incontri» con i gruppi islamisti del Sinai, e ha aggiunto: «Io e altri come me abbiamo conosciuto questa gente in prigione durante il passato regime. Abbiamo stima gli uni degli altri. Questo ci consente di mantenere aperta la comunicazione e di affermare che questi gruppi, inclusi quanti hanno imbracciato le armi, non avranno più motivo di opporre resistenza al nuovo governo, che noi supportiamo.

Ansa, stralci da un servizio dal quotidiano Al Ahram.

"Lasci che le spieghi perché può capitare, di tanto in tanto, che un episodio del genere (un'aggressione ad un cittadino ebreo, ndr) si verifichi. Nei dodici anni della Repubblica di Weimar, la nostra gente era di fatto in prigione. Ora il nostro partito è al potere, e quella stessa gente è di nuovo libera. Quando un uomo che ha passato dodici anni in galera riacquista di colpo la libertà, la gioia che ne deriva può dar luogo a comportamenti irrazionali, a volte perfino brutali. Non esiste forse lo stesso rischio anche nel vostro paese?"

Risposta del ministro della propaganda nazista Goebbels a Norman Ebbutt, direttore della sede berlinese del Times di Londra, che a sua volta rispose: "Se una simile circostanza dovesse verificarsi (in Inghilterra, ndr), quell'uomo tornerebbe subito in prigione". Lo scambio è riportato nel romanzo storico "Il Giardino delle bestie", da cui ho tratto il titolo per uno dei miei post sull'Egitto. Non a caso.