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giovedì 13 settembre 2012

USA, Libia, Egitto: chi semina raccoglie.

Nell'apertura del suo sito, il New York Times afferma che gli assalti alle ambasciate americane in Libia (dove una brigata islamista che ha combattuto contro Gheddafi nella guerra appoggiata anche dagli Stati Uniti è riuscita ad uccidere l'ambasciatore americano e altri diplomatici) e in Cairo (dove in maniera del tutto incomprensibile le forze dell'ordine si sono dileguate permettendo ai manifestanti di penetrare fin dentro il cortile per ammainare la bandiera USA e sostituirla con una islamista) potrebbero "troncare le speranze dell’opinione pubblica americana sugli effetti democratici della rivoluzione araba"

Evidentemente qualcuno al New York Times crede ancora negli "effetti democratici" delle cosiddette rivoluzioni. Se questo è il caso, forse farebbe bene a leggere l'ultimo editoriale del romanziere egiziano Al-Aswani che è stato fra i promotori e i sostenitori della "rivoluzione" egiziana poiché convinto che la neo-democrazia egiziana sarebbe stata capace di trasformare, in breve tempo, Islamisti e salafiti in forze politiche aperte nientepopodimeno all'ipotesi di "votare compatte per un candidato-presidente donna e cristiana perché più capace del suo concorrente musulmano"

Ieri invece Al-Aswani ha scritto un editoriale che è un compendio di numerosi segnali preoccupanti: "Ci si aspettava dal primo presidente eletto di fondare una vera democrazia e invece ha cominciato ad piegare la macchina dell'oppressione nel suo interesse. Il Senato (a maggioranza islamista, ndr) ha sostituito i caporedattori che lodavano Mubarak con persone grate agli Islamisti e invece di un ministro dell'informazione con background militare impegnato a vietare le critiche al consiglio supremo delle forze armate, ora abbiamo un ministro dell'informazione appartenente alla Fratellanza che vieta i serial televisivi che criticano la stessa. 

In un momento in cui gli ospedali sbarrano le proprie porte per paura degli attacchi dei malviventi, il Presidente va in giro protetto da ben tremila soldati. (...) Al posto dei governatori fedeli a Mubarak sono stati nominati governatori fedeli alla Fratellanza. E invece della legge di emergenza adottata da Mubarak ora si prepara una nuova legge di emergenza per servire il presidente Morsi. Ho saputo da fonti attendibili che importanti ufficiali nella Sicurezza di Stato si stanno avvicinando alla leadership della Fratellanza chiedendo perdono per la repressione attuata ai tempi di Mubarak e offrendo i propri servizi. (...) Noi non sappiamo che differenza interocorre tra la Presidenza e l'ufficio della Guida Suprema della Fratellanza e questo fa di quest'ultima un'organizzazione segreta che sfugge al controllo dello stato. Abbiamo visto tra l'altro come gruppi organizzati hanno malmenato  gli operatori mediatici critici della Fratellanza salvo vedere la dirigenza della Fratellanza e il Presidente prendere le distanze"

Il sottoscritto che non è un romanziere, e che evidentemente già da tempo gli mancava la fertile immaginazione che faceva di Al-Aswani un inguaribile ottimista, tutto questo lo aveva previsto addirittura due giorni prima delle dimissioni di Mubarak. E pochi mesi dopo scriveva su questo blog quanto segue: "più si invoca una "rapida e completa" democratizzazione del paese nell'illusione che questa basterebbe a smorzare le spinte estremiste, più si permette a queste spinte di monopolizzare il potere politico in modo indisturbato. (...)". E poiché uno dei maggiori sponsor della "rapida e completa democratizzazione" sono stati proprio gli Stati Uniti, aggiunsi: 

"la luna di miele degli Stati Uniti con il potere islamista è destinata prima o poi a fallire miseramente. La feroce critica di un noto predicatore egiziano - lo stesso graziato dal nuovo presidente l'altro giorno - al "segnale di apertura" del presidente del parlamento islamista nei confronti degli USA, la dice lunga su quanto sia radicato l'odio nei confronti dell'America nella mentalità dell'ala più oltranzista, con cui anche i cosiddetti "pragmatici" devono fare i conti. (...) Evidentemente le amministrazioni statunitensi non imparano dai propri errori, e continuano ad avere il brutto vizio di allevare la serpe in seno".  

Ora Obama, insodisfatto della gestione egiziana della crisi, ha già cambiato tono: "Non credo che considereremo l'Egitto un alleato, ma non lo considereremo neanche come nemico". Quest'altro editoriale del New York Times la dice lunga sul malcontento che serpeggia nei corridoi della diplomazia americana e della preoccupazione suscitata dal nuovo corso imboccato dall'Egitto. Sembrano avverarsi già le profezie del fu direttore dei servizi segreti di Mubarak: "La Fratellanza non ha nessuna esperienza in materia di politica estera. Se non difenderà gli interessi degli Stati Uniti nella regione presto trascinerà l'Egitto verso l'isolamento, l'embargo e la fame". Il conto alla rovescia è già iniziato. Spero che i radical-chic tanto entusiasti della "rivoluzione egiziana" siano soddisfatti del precipizio in cui presto piomberà l'Egitto.