Notizie

Loading...

venerdì 23 novembre 2012

Egitto: il popolo vuole rifare la rivoluzione?

Due anni fa, gli ebeti di mezzo mondo e mezza rete strombazzavano che ciò che stava succedendo a Piazza Tahrir al Cairo era nientepopodimeno che l'alba di una nuova era per l'Egitto. A dimostrazione del fatto che si trattava invece dei primi passi di salita verso l'abisso, come correttamente preannunciato dal sottoscritto, tre giorni fa - proprio nelle vicinanze della stessa piazza - diversi edifici (fra cui la sede di Aljazeera in Egitto e ben otto scuole, incluso lo storico Liceo Francese del centro) sono stati  dati alle fiamme durante i disordini scoppiati nel totale silenzio dei cosiddetti "osservatori", ufficialmente troppo impegnati a seguire la crisi di Gaza ma secondo me timorosi di ammettere di essere degli incompetenti fatti e finiti.

Centinaia di dimostranti hanno lanciato pietre agli agenti, i quali hanno risposto con gas lacrimogeni. Decine di manifestanti rimasti feriti, di cui uno dichiarato morto clinicamente, 203 arrestati. Dimostranti a bordo di motociclette hanno trasportato i feriti in un ospedale da campo, mentre altri mostravano fotografie delle persone uccise durante le proteste dell'anno scorso. Alcune persone portavano un grande striscione con la scritta 'Fratelli musulmani non ammessi', mentre altri cantavano: 'Il popolo vuole rovesciare il regime', ovvero lo stesso slogan urlato a squarciagola quando il regime era rappresentato da Mubarak.

A conferma del fatto che gli eventi "primaverili" di due anni fa sono serviti solo a far passare il paese dalla padella alla brace, il nuovo presidente egiziano - con la scusa di riprocessare gli esponenti del vecchio regime assolti o condannati a pene non ritenute all'altezza delle loro supposte colpe - ha emanato ieri una dichiarazione costituzionale che di fatti blinda i suoi poteri e annulla quelli della magistratura. Tutte le dichiarazioni costituzionali e le decisioni del presidente, a cominciare da quelle prese non appena insediato, saranno inappellabili davanti ai giudici. Qualsiasi ricorso contro i decreti, le leggi e decisioni che firmerà sarà proibito. Blindata anche l'assembla costituente dai ricorsi (assemblea abbandonata da quasi tutti gli esponenti laici e dai rappresentanti delle chiese in quanto egemonizzata dagli islamisti che premono per un'applicazione letterale della legge religiosa), blindata la Camera alta del Parlamento a maggioranza islamista, e rimosso il procuratore generale (nominato da Mubarak).

La decisione di Morsi è stata ovviamente accolta con entusiasmo dai sostenitori del Fratelli musulmani e dai salafiti, che ora possono andare avanti come un treno nel modellare il nuovo Egitto islamista a propria immagine e somiglianza, senza preoccuparsi delle opposizioni. Totale lo sconforto dei leader liberali il cui laconico commento la dice lunga su dove andrà a finire questa "primavera": "E' nato il nuovo Faraone". La madre di Khaled Said, il ragazzo vittima della tortura della polizia dell'era Mubarak che ha dato il nome alla principale pagina facebook di opposizione al presidente deposto sembra quasi replicare a questi deficienti quando commenta le nuove decisioni presidenziali con un significativo: "Neanche Mubarak era arrivato a tanto". Alaa Al-Aswany, la voce anti-Mubarak per eccellenza, si straccia le vesti in un editoriale elencando le controverse pene coraniche che rischiano di approdare nella nuova costituzione e intitola l'editoriale di critica indirizzato agli islamisti: "Prima che ci tagliate le mani". Fossi in lui mi preoccuperei per la testa.