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martedì 20 novembre 2012

L'Egitto, quando c'era Lui.

Il tragico incidente che ha mietuto le vite di una cinquantina di bimbi tra i quattro e i sei anni presso Asyut, nell'Egitto meridionale, è la dimostrazione pratica della prima parte del detto riportato su questo blog quasi due anni fa: "Noi egiziani non saremmo in grado di gestire un gabinetto alla turca, figuriamoci un'omonima democrazia". All'epoca, l'affermazione - forse per la sua eccessiva sincerità - aveva indignato un po' di ipocriti (la verità fa male, specie se a contraddire gli esperti improvvisati è proprio un egiziano).

Eppure proprio perché questo genere di incidenti in Egitto è all'ordine del giorno, da anni, potete trarre voi le debite conclusioni. Non solo il casellante si era addormentato lasciando il passaggio alzato, ma evidentemente anche l'autista dello scuolabus dormiva, visto che ha attraversato i binari nell'esatto momento in cui il treno passava. E probabilmente anche i medici del vicino ospedale dormivano, visto che ci hanno impiegato due ore per giungere sul luogo dell'incidente. Ma anche se fossero giunti in tempo non avrebbero potuto combinare granché, visto che l'ospedale era sprovvisto persino dei cerotti.


Certo, ci sono i limiti economici e strutturali, oltre a quelli culturali (il senso del dovere, etc). Ma a questo punto uno si aspetterebbe che chi ha doveri di responsabilità si concentri sul colmare queste lacune, visto che il precedente regime non ne è stato capace. Invece no, la nuova amministrazione è impegnata a discutere se sia il caso inserire "le regole" piuttosto che "i principi" della legge islamica nella costituzione. E qui si dimostra la veridicità della seconda parte del detto sopra riportato. Per rendersene conto basterebbe infatti seguire l'evoluzione dei lavori dell'assemblea costituente egiziana, da cui si sono ritirati quasi tutti gli esponenti laici e liberali nonché i rappresentanti delle chiese in segno di protesta per l'impostazione sempre più in chiave religiosa che le forze conservatrici cercano di imporre nella bozza.

A oltre due anni dalla rivoluzione che ha costretto Mubarak alle dimissioni, il paese è quindi tuttora privo di costituzione e di parlamento, e le prospettive sono tutt'altro che rallegranti. In mezzo a questo caos politico, accompagnato da una tremenda crisi economica, costellata dalle disgrazie quotidiane e dagli appelli di alcuni esponenti salafiti a distruggere la sfinge per meglio implementare la legge di Dio, è arrivata l'offensiva israeliana a Gaza, e la reazione super veloce del governo islamista in sostegno di Hamas (ritiro dell'ambasciatore egiziano), che si aggiunge a tutta una serie di aiuti (fornitura elettrica, ecc) accordati alla striscia di Gaza. (I lettori si ricorderanno che quando l'ambasciata statunitense è stata assaltata dai salafiti, il presidente egiziano ha impiegato ventiquattro ore per commentare l'accaduto). Inutile dire che nei corridoi di Washington guardano con sempre più sospetto la nuova amministrazione egiziana, con conseguenze dirette sui vitali aiuti statunitensi. Per non parlare degli investimenti esteri che per detta dell'ex-ministro del tesoro sono pari a Zero.

L'impressione che ne hanno ricavato i cittadini egiziani comuni, manifestazioni di solidarietà ai palestinesi a parte, è che il nuovo governo sia molto più attento ai bisogni degli appartenenti alla Confraternita dei Fratelli musulmani (inclusa la succursale di Hamas) che a quelli del popolo egiziano nel suo insieme. Motivo per cui chiunque segue i media egiziani rimarrà sconvolto dalla quantità di critiche (per non dire insulti) rivolti alla Fratellanza, e allo stesso presidente Morsi che ne è espressione, con punte allarmanti (per gli illusi della cosiddetta "rivoluzione") di nostalgia per il vecchio regime.

Illuminante l'editoriale di Nader El Sharqawy su Youm7, uno dei più diffusi quotidiani egiziani, intitolato: "Comincio a sentire sempre più spesso "Dove sono finiti i tuoi giorni, o Mubarak" in cui riferisce della reazione dei tassisti cairoti - da sempre termometro dell'opinione pubblica egiziana - al suo tentativo di protesta contro questo spirito nostalgico: "Senta, signore, non mi faccia venire il mal di testa. F****o la rivoluzione e i Fratelli musulmani. Vivevamo bene ai tempi di Mubarak. Non abbiamo mai fatto la fila per la benzina o per il gas. C'era sicurezza, ed eravamo soddisfatti".

Inutile dire che ve l'avevo detto, che sarebbe finita cosi.