Notizie

Loading...

venerdì 30 novembre 2012

L'Egitto visto nella sfera di cristallo (II)

Leggi la prima parte.

Benché Piazza Tahrir sembri di nuovo colma, stimolata da un rinato spirito rivoluzionario avverso ai decreti con cui il neo-eletto presidente si è dichiarato al di sopra di ogni potere (e non è la prima volta) e ad una costituzione di stampo islamista approvata in assenza dei laici e dei cristiani in meno di sedici ore, credo sia opportuno invitare gli osservatori a non commettere lo stesso errore di due anni fa - quando cominciarono a straparlare di "rivoluzione" - salvo rimangiarsi la definizione nel giro di pochi mesi. Per quanto piena possa sembrare quella piazza, essa non è nient'altro che uno spazio pubblico di aggregazione capace di raccogliere non più di alcune centinaia di migliaia di dimostranti. In una capitale di 25 milioni di persone: non so se mi sono spiegato. 

Se sommassimo il totale delle persone che due anni fa hanno manifestato a Tahrir e in giro per l'Egitto contro Mubarak - una stima fatta dai rivoluzionari stessi - vedremo che in nessun momento questi hanno superato il 10% della popolazione (è Al-Aswany, intellettuale di riferimento della rivoluzione ad azzardare questa stima, e la ritengo comunque gonfiata). Niente male, direbbe qualcuno: di solito le rivoluzioni le portano avanti minoranze qualificate. Il problema è che la minoranza che ha rovesciato Mubarak è tutt'altro che qualificata: ci è riuscita solo perché da una parte c'erano i laici che vendevano il prodotto "Rivoluzione" all'occidente e dall'altra gli islamisti che hanno organizzato la resistenza sul terreno, facendo crollare le difese del regime. E se non fosse per il contributo di questi ultimi, niente di tutto questo sarebbe accaduto.

E questo ci riporta alla domanda cruciale: ma se a manifestare era (ed è) solo una minoranza (allora unita, oggi divisa), il popolo dov'è finito? Nel suo ultimo editoriale, Al-Aswany prende finalmente atto di un semplicissimo dato di fatto: "Coloro che non riconoscono la rivoluzione sono molto più numerosi dei dodici milioni che hanno votato l'ex-premier di Mubarak (nelle elezioni successive alle sue dimissioni, ndr). Chi appartiene alla rivoluzione è meno della metà del popolo egiziano. Dobbiamo capire che oltre quaranta milioni di egiziani sono rimasti sorpresi dalla rivoluzione, non l'hanno capita, non ne avevano bisogno e non hanno la minima intenzione di sacrificarsi per essa". Se a questi aggiungiamo i "rivoluzionari pentiti" e vi assicuro che non sono pochi, il numero di certo aumenta vertiginosamente.

Quanto sopra affermato è esattamente quanto enunciato dal sottoscritto nel pieno degli eventi di due anni fa e ribadito subito dopo le elezioni presidenziali in cui l'ex-premier, fiero allievo di Mubarak, ha raccolto metà dei voti: la stragrande maggioranza degli egiziani ha seguito la rivoluzione passivamente, stando asserragliati nelle proprie case con sempre maggiore preoccupazione per le conseguenze economiche e le ricadute sul piano della sicurezza. La situazione oggi non è cambiata: a contendersi le piazze rimangono le stesse, identiche, minoranze elitarie: quella degli intellettuali e il loro seguito e quella degli islamisti e il loro seguito. Solo che stavolta sono divise, come era naturale che fosse.  Il guaio è che i laici non hanno le competenze guerrigliere della Fratellanza, quindi in un eventuale scontro fra i contendenti (finora non verificatosi) non ci sono dubbi su chi scommettere.

Ora che  in piazza ci siano anche persone appartenenti a classi sociali disagiate che semplicemente protestano per il caro vita, la disoccupazione etc, è naturale. Ma per la stragrande maggioranza di questa classe, ed in Egitto è quella dominante,  bastano due slogan religiosi e/o un sacco della spesa per blandirla. Ed è proprio questa fetta di gente semplice e timorata di Dio a preoccupare, perché sappiamo - checché ne dicano i pseudo esperti - che non sta aspettando la democrazia, ma che emerga l'uomo forte. Che sia islamista o laico, non importa. L'importante è che sia abbastanza autoritario e capace di riportare ordine e possibilmente benessere. Prenderne atto non significa considerare gli egiziani "capre ignoranti", ma guardare in faccia la realtà socio-economica in cui versa il paese.

Ora dalle file di chi, potrebbe emergere l'uomo forte? Di certo non da quelle dei laici demonizzati dai pulpiti delle moschee, che guardano a modelli sociali lontani anni luce da una società diventata sempre più conservatrice negli ultimi anni. Gli islamisti hanno più chance di sembrare quelli adatti a riportare l'agnognata stabilità, specie se si appellano alle leggi coraniche e a una giustizia sociale islamica. Che poi la teoria corrisponda alla pratica è tutto da vedere, e le premesse non sono affatto buone. Oppure si può tornare al vecchio sistema. D'altronde il ritornello "si stava meglio quando si stava peggio" è molto in voga in Egitto in questi giorni. Non a caso gli aderenti alla pagina facebook dei fan di Mubarak - quelli pronti a "mettere la faccia" per un leader ormai screditato e in prigione - sono arrivati a oltre mezzo milione, il che conferma che l'Egitto  è veramente passato dalla padella alla brace.