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domenica 9 dicembre 2012

Che cosa vogliono (veramente) i laici egiziani.

Devo confessare che trovo davvero incredibile il modo con cui i cronisti italiani seguono la situazione egiziana. Continuano a farlo attraverso i paraocchi ideologici e le lenti deformanti tipiche della "Gauche Sardine". Non paghi dell'aver sbagliato ogni previsione sul caso egiziano da quando è cominciata la cosiddetta "Primavera araba" (sic), continuano imperterriti a ripetere come un disco rotto le parole d'ordine della stagione di Piazza Tahrir: "Democrazia", "Rappresentanza" etc. Quanto di più lontano dai desideri della maggioranza degli egiziani (che auspica l'avvento di un leader col pugno di ferro che assicuri calma e stabilità). Più o meno quello che in questo momento, benché sembri assurdo, auspicano gli stessi laici egiziani.

Mi spiego meglio: la cosiddetta rivoluzione egiziana - ormai è evidente anche a chi all'epoca lo negava - è il frutto della mossa azzardata, potremmo dire del passo più lungo della gamba, dell'élite intellettuale e fighetta cairota. Gli imbecilli hanno scambiato la libertà d'espressione e il potere mediatico che - piaccia o meno - è stato conferito loro da Mubarak (nella convinzione che "una valvola di sfogo" bastasse per tenere tutti buoni) per un vero radicamento e un autentico seguito sul territorio. I giornali e i canali Tv dell'opposizione che tuonavano contro il regime erano davvero convinti di essere in grado non solo di abbatterlo, ma anche di rimpiazzarlo.

In realtà, se non fosse stato per la successiva discesa in piazza dei Fratelli musulmani al loro fianco, molto probabilmente già due anni fa le forze dell'ordine del regime avrebbero dato loro una lezione indimenticabile dimostrando qual'era la loro vera dimensione. Invece questo non è accaduto, perché la milizia super organizzata della Fratellanza (che ora le suona ai laici che protestano) ricevette l'ordine di scuderia di scendere e resistere, mentre l'esercito seguiva gli sviluppi e prendeva tempo. E cosi Mubarak, abbandonato anche dall'amministrazione Obama, ha dovuto dimettersi e passare la palla all'esercito, che dopo una tormentata fase di transizione, ha permesso le varie consultazioni elettorali che hanno portato al potere una maggioranza e un presidente islamisti.

Ora, come scrive Bernardo Valli, tutti questi referendum e queste elezioni da cui sono sempre usciti vincitori i movimenti islamisti (presidenza islamista, camere alte e basse islamiste, costituente islamista etc) hanno fatto capire ai laici che non saranno mai in grado di conquistare il potere con le tanto acclamate elezioni. Le loro forze, anche unite (e qui mi spiace contraddire chi crede che un'eventuale unione dei litigiosi laici egiziani basterebbe per prevalere), non saranno mai in grado di contrastare la macchina organizzativa e la rete sociale vecchia di ottant'anni della Fratellanza.

Quindi cosa vogliono esattamente oggi i laici egiziani? Lo spiega con molto acume il Guardian, confermando ancora una volta la professionalità anglosassone: in gioco non è il decreto (appena ritirato) con cui Morsi si è attribuito pieni poteri, né la costituente e la bozza della costituzione egiziana (che sarà comunque sottoposta a referendum). In gioco è la presidenza islamista dell'Egitto. I laici egiziani vorrebbero far cadere il presidente islamista, regolarmente eletto, e lo vorrebbero fare con l'aiuto dell'esercito, nella speranza che quest'ultimo permetta loro di conquistare la poltrona. Una cosa che l'esercito non ha la minima intenzione di fare, e per capire perché basta leggere attentamente la bozza islamista della costituzione che conferma i privilegi della casta militare e addirittura toglie al presidente il potere di dichiarare la guerra senza il consenso dei generali.

E' un cane che si morde la coda: dopo aver capito che con un processo regolarmente democratico non saranno mai in grado di prevalere, i laici egiziani fomentano manifestazioni e scontri di piazza, invocando apertamente la discesa in campo dell'esercito, e cioè un ritorno al vecchio sistema. O l'intervento dell'Occidente, addirittura il blocco degli aiuti economici. Inutile dire quanto questi ultimi appelli li rendano ancora più impopolari agli occhi della maggioranza conservatrice egiziana. El Baradei, presentato sui media occidentali come gran capo dell'opposizione, è agli occhi di quasi tutti gli egiziani - esclusa l'élite ora usa la sua reputazione internazionale come megafono - il prototipo del tizio in cerca di poltrona e disposto a tutto pur di ottenerla. La sua intervista a Der Spiegel, in cui ha chiesto l'intervento dell'occidente, e in cui ha denunciato la presenza di negatori dell'olocausto in seno alla costituente egiziana, l'ha reso la barzelletta di gran parte degli egiziani. Se alle elezioni prenderà mille voti sarà già tanto.

Se i cosiddetti "esperti" italiani avessero un minimo di coraggio intellettuale, o fossero almeno in grado di leggere la situazione egiziana in modo obiettivo, dovrebbero quindi ammettere che quanto sta succedendo oggi in Egitto non è tanto il trionfo la democrazia, che attraverso manifestazioni di piazza è riuscita a far revocare il decreto plenipotenziario del Presidente, quanto una sostanziale dichiarazione di fallimento da parte dei laici egiziani. Laici che ora dovranno subire l'ennesima sconfitta elettorale con il prevalere dei "Si" a favore di una costituzione di stampo islamista, a cui né loro né le chiese né nessuna altra minoranza ha contribuito, e che lascia molte porte aperte ad un regime religioso conservatore. Ed è proprio per evitare questo, che sarebbero disposti anche a far tornare l'esercito al potere.