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venerdì 14 dicembre 2012

Egitto: meglio tardi che mai.

Sarà per l'imminenza del referendum sulla bozza della costituzione egiziana, sta di fatto che in questi giorni sembra che gli esponenti più in vista del mondo laico egiziano siano tornati in sé. Ieri abbiamo parlato di Alaa Al-Aswani, intellettuale di fama internazionale, che ha affermato "Dobbiamo impedire agli analfabeti (il 40% del popolo egiziano, ndr) di votare: sono questi ignoranti il vero esercito degli islamisti". Oggi invece, Ramadan Salah, "regista della rivoluzione" e autore di diversi documentari sulla rivolta di Piazza Tahrir ammette (al decimo minuto di questo mini-documentario): "Oggi pensiamo che l'Egitto stia andando indietro, non avanti come avevamo creduto (...) Nei primi giorni della rivoluzione il Vice Presidente di Mubarak disse "Gli egiziani non sono pronti per la democrazia". Questo ci aveva fatto arrabbiare molto. Oggi, dopo quasi due anni, stiamo ripensando a quelle parole. E forse erano giuste.". Ecco Sandmonkey, uno dei più noti blogger egiziani in occidente, sfornare almeno quattro articoli il cui succo è (parole testuali): "Il vecchio regime era autocratico, dittatoriale e laico. E' arrivata la rivoluzione e non è più laico".

Ormai l'avrò ripetuto fino alla nausea che avevo ragione e mi rendo conto che la cosa può dare sui nervi. Ma mettetevi nei miei panni: due anni fa nel rimarcare i rischi a cui andava incontro l'Egitto, ho prestato il fianco ad accuse infamanti da parte di gente talmente innamorata dell'idea che da qualche parte del mondo ci fosse "la Primavera rivoluzionaria", che ancora oggi - a differenza dei laici egiziani - si rifiuta di ammettere la realtà e di chiedere almeno scusa. Ma ancora più importante del fatto che io avessi ragione, è il fatto che i laici si sono finalmente resi conto di dove vivevano: non in America, non in Europa, nemmeno in India. Benvenuti in Egitto, signori. Ci sono voluti due anni, centinaia di morti e feriti, il crollo dell'economia egiziana e lo spettro della teocrazia per farli uscire dalle loro torri d'avorio, dal mondo ovattato di Facebook, dai salotti e dai convegni della "Gauche sardine" occidentale che li invita e li interpella in quanto "massimi esperti di questioni mediorientali" e "profondi conoscitori della realtà egiziana".

Avevo anche ragione sul fatto che parecchi protagonisti che hanno ispirato sui media internazionali (a torto o a ragione) il dibattito sulla democrazia, sulla libertà di espressione, etc in Egitto, si sarebbero semplicemente trasferiti all'estero lasciando il loro paese di origine al suo destino. Cosi come avevo ragione sul fatto che alcune delle voci internettiane più attive (rigorosamente a distanza) nella fase "primaverile" della rivolta egiziana si sarebbero occupate di altro. Avrebbero semplicemente cambiato lavoro o meta di vacanza. Emblematico il caso della blogger che dopo aver rotto gli zebedei per mesi sull'Egitto, si è trasferita a Cuba dove - invece di parlare di democrazia e libertà di espressione non dico in Egitto, ma nel paese in cui si è trasferita - loda la "caratura" di Castro perché "se questi si fosse trovato al posto di Mubarak nella gabbia degli imputati, di certo non si sarebbe scaccolato per ore". Con questa profondità di analisi, non mi meraviglia che nessuno si sia reso conto in tempo dell'abisso in cui l'Egitto stava sprofondando...

Se si fosse trattato di un altro paese, e non di quello in cui sono nato e di cui porto la cittadinanza, non me la sarei presa più di tanto. Ma è una sensazione che non auguro a nessuno: vedere la propria patria andare a rotoli nella consapevolezza che degli imbecilli (là, ma anche chi li ha sostenuti in Occidente) hanno messo in moto, senza che nessuno la possa fermare, la macchina del tempo all'indietro. Ad attutire la tristezza di questa constatazione, arriva il sollievo di quella che io percepisco come una vera e propria "riabilitazione", ovvero lo sdoganamento "ufficiale" e inequivocabile delle mie posizioni e delle mie idee. Adesso non sono più il pazzo che sostiene cose che non stanno né in cielo né in terra, il paria, la voce fuori dal coro, l'egiziano che fa l'anti-egiziano, come ebbe a scrivere qualche rincretinito. D'ora in poi il primo che mi accuserà di essere un fascista perché ho rimarcato che in Egitto analfabetismo e democrazia sono due parole inconciliabili, gli tapperò la bocca con le dichiarazioni dell' autore arabo contemporaneo più conosciuto a livello mondiale. Peccato che quest'ultimo ci sia arrivato con due anni di ritardo. Meglio tardi che mai. Comunque, prometto: d'ora in poi smetterò di affermare che "Avevo ragione". E' diventato lampante, ormai.