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lunedì 30 gennaio 2012

Beppe Grillo. Demagogia razzista di massa.

Secondo Beppe Grillo "La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite". L'uscita ha deluso e sconvolto non poche persone e organizzazioni, che - sbagliando - hanno pensato che Grillo fosse una specie di Messia progressista, salvo poi ritrovarsi bollati come "buonisti senza se e senza ma" (una battuta che mi ricorda pericolosamente il Magdi Allam dei vecchi tempi). Da queste parti invece, ho accolto la pessima uscita per quello che è: l'ennesima conferma di ciò che ho sempre pensato - e scritto negli ultimi anni - di questo pericolosissimo demagogo. Rileggere per credere:

* In un paese in cui i politici sono diventati (pessimi) comici, i comici si improvvisano capi-popolo, oppure vengono investiti dello Spirito Santo. Prendete Beppe Grillo: un giorno pubblica una considerazione intelligente tipo che dall' "11 settembre 2001, siamo una nazione a rischio attentati islamici. Sono passati più di sei anni e a memoria non si è avuto un solo morto o ferito a causa della Jihad in Italia. Quasi un record. Non si è visto un solo invasato con il turbante o un fanatico con la barba coinvolto in una rapina, in un fatto di sangue, in un assalto in villa", il giorno dopo chiede di impedire al Ministro degli Esteri d'Alema di parlare ai ragazzi nelle scuole perché ha affermato che “L’Islam per tradizione è tollerante, se non fossimo andati noi a dargli fastidio con le crociate”, e - pensate un po' - l'ultima crociata è avvenuta nel 1271. Non lo sfiora nemmeno il dubbio, il Beppe nazionale, che qualcuno abbia definito "Crociate" anche le guerre in Iraq e Afghanistan.

* Ma additare solo quella formazione politica come partito xenofobo, quasi a voler assolvere gli altri protagonisti politici, è un'operazione di bassa Lega, visto che negli ultimi anni non solo i partiti della Destra ma anche alcuni esponenti della Sinistra si sono distinti per aver pronunciato espressioni non proprio gentili nei confronti dei cittadini extracomunitari presenti in Italia. Persino comici come Beppe Grillo o "martiri" della televisione come Santoro si sono aggregati al carro, chi con deliranti appelli sui "sacri confini della Patria" (...)

* Sono profondamente convinto che non possiamo confidare nelle folle manipolate da capipopolo più o meno carismatici, come Beppe Grillo. E' roba da Seconda Guerra Mondiale. (...) Nessuna svolta epocale ha avuto come punto di origine "la massa" - quella su cui punta Beppe Grillo per intenderci - e questo vale anche in questo mondo che si ammanta di democrazia e di voto partecipato.

martedì 24 gennaio 2012

Diritti Umani? Donne? Vedremo, forse...

A dimostrazione di quanto già esposto:

E' questo il risultato dell'invito che Amnesty International ha rivolto ai partiti politici lo scorso novembre, prima dell'inizio delle elezioni parlamentari, chiedendo loro di sottoscrivere un "Manifesto per i diritti umani in Egitto", contenente 10 misure-chiave. (...) Ma il partito più forte non ha risposto. Il Partito della libertà e della giustizia, che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nella nuova Assemblea del popolo, è stato uno dei tre partiti che sostanzialmente non hanno risposto, nonostante i considerevoli sforzi fatti da Amnesty International per conoscere il suo punto di vista. "Mentre questa settimana s'insediano i primi nuovi parlamentari - ha detto Philip Luther, direttore ad interim di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord - è incoraggiante vedere che così tanti dei principali partiti politici abbiano discusso con Amnesty International e si siano dimostrati pronti a impegnarsi in favore del cambiamento, attraverso il contrasto alla tortura, la tutela dei diritti degli abitanti degli insediamenti precari e la garanzia di processi equi". "La nostra sfida, tuttavia - ha aggiunto Luther - è preoccupante constatare che un certo numero di partiti ha rifiutato d'impegnarsi in favore dell'uguaglianza dei diritti per le donne. Oltre al fatto che nel nuovo parlamento egiziano le donne sono poche, questo pone alti ostacoli a un ruolo a tutto tondo delle donne nella vita politica egiziana", ha commentato Luther. "Vogliamo sfidare il nuovo parlamento a cogliere l'opportunità della stesura della nuova costituzione per garantire tutti i diritti a tutte le persone. Le pietre miliari della nuova costituzione dovranno essere la non discriminazione e l'uguaglianza di genere", ha precisato Luther. (Repubblica)

martedì 17 gennaio 2012

L'Egitto, la Primavera e i Fessi

Essere ottimisti è una bella cosa, ma essere fessi non lo è di certo. Se c'è un cosa che mi ha lasciato spiazzato nella narrativa che molti cosiddetti esperti, giornalisti e bloggers hanno offerto della "Primavera egiziana" (sic) è proprio il fatto che hanno dimostrato di non essere solo degli ingenui ottimisti, ma dei veri e propri fessi. Prima sono partiti in quarta accreditando la presenza di una "opposizione simile a noi", intesa come "laica e democratica", individuata in alcune migliaia di giovani borghesi, istruiti e anglofoni nonché muniti di Facebook e Twitter (che nulla hanno a che spartire con gli ottanta e passa milioni di egiziani, gran parte dei quali sono in preda all'analfabetismo e la povertà). Poi sono arrivate le prime elezioni democratiche dell'Egitto che hanno decretato la vittoria schiacciante dei movimenti di ispirazione islamista che oscillano tra l'ambiguità strategica e il letteralismo più fanatico e l'entusiasmo è finalmente rientrato.

A quel punto uno pensava che questi soggetti si sarebbero dati finalmente una svegliata e una conseguente calmata. E invece no: siamo passati dal tambureggiare per i "ragazzi di Tahrir" al tambureggiare per i movimenti islamisti "pragmatici" e "moderati" che si apprestano a governare il paese. Dimenticandosi che fu proprio l'esponente di uno di questi movimenti "moderati" ad affermare, alcuni anni fa: "il giorno in cui prendermo il potere colpiremo gli oppositori con le suole delle scarpe". Che fu proprio uno di questi movimenti moderati a promuovere, nell'università del cairo, una sfilata di giovani incappucciati e in divisa nera salvo liquidare - non appena è scoppiata la polemica - questa lampante dimostrazione di forza come "uno spettacolo teatrale sulla causa palestinese". E se queste erano le idee e le azioni dei moderati, figuriamoci quelle dei cugini meno "pragmatici": per loro la democrazia è una specie di diavoleria occidentale bella e buona, un'invenzione pagana che porta oppressione. Un altro errore, dunque: partire dal presupposto che la democrazia è capace, con il suo solo fascino, di convertire anche i più retrogradi dei fondamentalisti.

Per mesi i su citati esperti ci hanno rotto gli zebedei con l'Egitto che si avviava a diventare un'altra Turchia: laica, moderna ma fiera del suo retaggio culturale islamico. Una chimera che il sottoscritto ha liquidato con una battuta che ha fatto vibrare d'indignazione qualche gallina del web: "non saremmo in grado di gestire un gabinetto "alla turca", figuriamoci un'omonima democrazia". Poi ci hanno pensato i Fratelli musulmani a darmi ragione, sconfessando urbi et orbi il primo ministro turco Erdogan e invitandolo a non immischiarsi in "questioni interne" - nonostante la trionfale accoglienza riservatagli inizialmente all'aeroporto - non appena questi ha osato parlare di "laicità dello stato" in un'intervista alla tv egiziana. Quello che non entra in zucca a certe persone è che non è possibile "esportare" i modelli: non era possibile farlo con le armi, e non sarà possibile farlo con Facebook. L'Egitto non è la Turchia. Ma non è neanche l'India o il Pakistan. E che non c'è niente di "offensivo", "disgustoso", "triste" e via delirando nel prendere atto della realtà: del fatto che l'Egitto vanta la più alta percentuale di analfabeti del mondo arabo, che milioni di persone ci vivono con pochi dollari al giorno, con tutta un'altra serie di fattori che lo rendono intrinsecamente diverso dai paesi sovramenzionati.

L'altro ieri la responsabile delle questioni di genere di un partito islamista moderato ha affermato che "Il fatto che una donna scenda in piazza per reclamare i propri diritti è assolutamente inopportuno. Non ha un marito, un fratello o un figlio che la possa difendere?". Un commentatore ha giustamente sottolineato che questo è quello che pensano milioni di egiziani. Confermo. Quello che non capisco è perché provi tristezza nel "vedere un egiziano che reputa il suo popolo come una massa di capre deficienti che non sa distinguere cosa è bene e cosa non lo è per il loro paese". Al di là del fatto che non considero capre i miei compatrioti ma che semplicemente prendo atto della loro immaturità politica e culturale, mi potete spiegare come si fa a fare una democrazia degna di questo nome con un parlamento in cui non sono praticamente rappresentate le donne, cioè la metà o più del paese? Con partiti moderati in cui le responsabili delle questioni di genere fanno le affermazioni sopra riportate? Con partiti meno moderati - che per inciso hanno ottenuto un quarto dei seggi - che sostituiscono nei santini le foto delle candidate, piazzate in fondo alla liste, con immagini del simbolo della lista stessa, di rose, di tende nere e persino dei loro mariti? E - cosa non meno importante - con una maggioranza di cittadini che la pensano come loro?

PS: come sempre, una vignetta egiziana riassume tutto: in mezzo, il futuro presidente islamista dell'Egitto. E - da destra a sinistra: la "first lady" ma anche la "second lady", la "third lady" e la "fourth lady".

lunedì 16 gennaio 2012

Tunisia, la deriva fondamentalista.

Nel corso di un incontro con la stampa che si è tenuto il 22 dicembre scorso in occasione dell'assegnazione del Premio Roma per la Pace e l'Azione Umanitaria, la giovane attivista tunisina Lina Ben Mhenni, candidata al Nobel per la pace, famosa per il suo blog ''A Tunisian Girl'', nel quale ha denunciato la repressione del regime di Ben Ali e documentato gli sviluppi della ''rivoluzione dei gelsomini'', ha affermato che:

"La situazione in Tunisia, vista dall'esterno, potrebbe sembrare migliore rispetto ad alcuni mesi fa, ma non è esattamente cosi'. La deriva fondamentalista mi spaventa''. Secondo la blogger ventisettenne, Ennahda, partito vincitore delle ultime elezioni, ''si presenta come una coalizione moderata ma basta sentire le dichiarazioni di alcuni suoi rappresentanti che propongono il divieto di adozione o la reintroduzione della poligamia per capire che in Tunisia i diritti della singola persona sono in pericolo. La fuga di Ben Ali non significa la fine di un intero sistema''.

Su Ennahada non saprei dire se la paura sia giustificata o meno. D'altronde non sono tunisino e non seguo la scena politica e i media tunisini assiduamente, concentrato come sono sull'Egitto. Quello che so è che sono stati molto più chiari su ciò che intendono fare col turismo dei loro omologhi egiziani. A preoccuparmi invece - e seriamente - sono i salafiti tunisini, che non si definiscono e non hanno intenzione di essere percepiti come "moderati": l'11 ottobre hanno dato l’assalto alla sede della tv Nessma perché aveva trasmesso il film franco-iraniano Persepolis, il 29 novembre hanno bloccato l'accesso alla facoltà di lettere dell'università di La Manouba (Tunisi), sequestrando il preside ed impedendo lo svolgimento delle lezioni e degli esami perché il Consiglio di facoltà aveva impedito ad una studentessa di entrare in niqab e il 12 gennaio, a Sejenane, piccola cittadina a 150 km da Tunisi, hanno aperto un tribunale islamico e una prigione, dando la caccia a chi beve alcol.

domenica 15 gennaio 2012

Egitto. Chicche rivoluzionarie

La responsabile delle "questioni di genere" del partito dei Fratelli Musulmani in Egitto, uscito trionfante dalle recenti elezioni: "Il fatto che una donna scenda in piazza per reclamare i propri diritti è assolutamente inopportuno. Non ha un marito, un fratello o un figlio che la possa difendere?"


sabato 14 gennaio 2012

Quando gli islamisti diventano "pragmatici".

Tempo fa, un lettore di questo blog non smetteva di ripetere che - una volta arrivati al potere in Egitto - le forze islamiste sarebbero diventate "pragmatiche", e non avrebbero imposto vincoli al turismo. E io gli risposi: "Certo, basterà trasformare i monumenti archeologici in riserve per soli turisti. E presentarle invece agli egiziani come retaggio dell'idolatria buono solo per gli stranieri". Siamo sulla buona strada: tutto è bene quel che finisce bene.

(ANSAmed) I salafiti, emersi come seconda forza politica alle elezioni in Egitto, vogliono partecipare alla delegazione istituzionale alla Fiera internazionale del turismo Fitur, ma il governo egiziano si oppone, temendo l'imposizione di un modello di turismo ispirato all'ideologia integralista. E' quanto riferisce oggi El Mundo, secondo il quale l'affermazione del partito salafita Al Nur alle elezioni in Egitto "ha sollevato incertezza sul modello che i seguaci dell'Islam rigoroso propugnano per il turismo", una delle principali fonti di entrate per il Paese. Mohamed Nur, il portavoce del partito salafita Al Nur, citato dal quotidiano madrileno, annuncia l'intenzione di partecipare a Fitur, in programma a Madrid dal 18 al 2 gennaio, uno dei principali appuntamenti del settore a livello mondiale, per informare i tour operator sulle proposte turistiche della sua formazione. Mohamed Nur prevede di guidare la delegazione egiziana alla fiera e si è detto disposto a dare conferenze nelle università spagnole per rispondere alle domande sull'ideologia salafita, su quale sarà il futuro delle relazioni economiche fra Egitto e i paesi europei e Israele, ma anche su come si pensa di applicare la 'sharia', la legge coranica, a settori come quello del turismo. Da parte sua, il ministro egiziano al ramo, Munir Fajiri Sbdelnur, ha smentito categoricamente la partecipazione di Al Nur alla delegazione che sarà presente a Madrid. "Vi prenderanno parte il ministro, il suo segretario e varie imprese egiziane del settore che esporranno alla fiera", ha assicurato in dichiarazioni a El Mundo. I rappresentanti del partito salafita, secondo Abdelnur, "Possono andare a Fitur come visitatori, ma non come membri della delegazione ufficiale". Sullo sfondo della disputa, due visioni distinte su come rilanciare il settore in Egitto, danneggiato dalle rivoluzione che un anno fa ha posto fine al regime di Hosni Mubarak e dalla situazione politica ancora instabile. I salafiti propongono di applicare la 'sharia' al turismo, che comporterebbe una segregazione fra i visitatori stranieri e gli egiziani. "Nell'ambito della sharia, rispettiamo la privacy - ha assicurato Nur - Il visitatore straniero potrà godere delle spiagge e del mare in costume, sarà preservata la sua privacy", ha aggiunto. Ma l'applicazione della legge islamica esige che ci siano spiagge private per i turisti, in maniera da evitare contatti con la popolazione locale. Il che comporterebbe anche una nuova pianificazione dei complessi turistici esistenti nel Paese. Mohamed Nur ha tuttavia sottolineato che i turisti siano comunque tenuti a rispettare i costumi e le tradizioni del Paese musulmano.

giovedì 12 gennaio 2012

I giovani subiscano gli islamisti. Poi, forse...

L'Occidente può accompagnare il risveglio dei paesi arabi stando vicino ai popoli, alla gente, non certo ai governanti; a loro volta gli islamisti non devono scoraggiare il turismo, nei vari paesi, anzi: toglierebbero il lavoro e il futuro ai loro figli (...) Se il turismo dovesse boicottare questi paesi, sarebbe la fine; la gente deve continuare ad andare in vacanza e in viaggio in questi paesi per i quali il turismo è una risorsa fondamentale. E i popoli arabi devono sapere che se allontanano e disprezzano i turisti, la gente non verrà più, e avranno distrutto anche il futuro dei loro figli. Quindi devono operare perché nessuno vada a toccare chi viene da altri paesi o impedire, nel rispetto di tutti, l'industria turistica (...) Non sono un veggente, ma mi preoccupano due cose. la situazione in Siria (...) poi l'Egitto: è diretto da militari, che sapevano benissimo che le elezioni sarebbero state vinte dagli islamici. Bisogna che i giovani egiziani subiscano anche gli islamisti, ma che sappiano come arginarli, che non li lascino da soli a governare; forse, dopo tutto questo nascerà una nuova generazione democratica". (Ben Jelloun, La Repubblica)

Come sempre, una vignetta egiziana (stavolta di uno dei più noti caricaturisti egiziani) vale più di mille parole. In quella riportata qui, un uomo con le tasche visibilmente vuote - che rappresenta, indossandone la "cupola", il parlamento egiziano - è incatenato ai mille problemi del paese: disoccupazione, inflazione, inquinamento, povertà ecc. Però grida: "Tutto tranne che il bikini!". Come se questo fosse il vero problema dell'Egito.

mercoledì 11 gennaio 2012

Gli argomenti di una mubarakiana.

Vorrei dimostrare ai miei lettori, con un piccolo esempio pratico e illuminante, la veridicità della mia affermazione circa il fatto che non sono io quello che cambia idee, ma coloro che di volta in volta mi attaccano pretestuosamente.

Molti certamente si ricorderanno che nei primi giorni di agitazione a piazza Tahrir, in Egitto, una blogger si è messa ad accusare il sottoscritto di essere un "mubarakiano", un "vigliaccio in fuga dal servizio militare" che "odia i giovani della borghesia colta cairota" ecc. Anzi, uno dei primi tweet a commento della rivoluzione (sic) della suddetta blogger era, letteralmente, il seguente: "voglio vedere adesso quel coglione di Sherif al Sabaye (http://salamelik.blogspot.com/) come la mette, dopo avere leccato il culo di Mubarak dal suo blog fino a ieri"

L'accusa di aver "leccato il culo" all'ex-presidente si basava praticamente sul nulla: un articolo intitolato "Giù le mani dall'Egitto" risalente ai tempi in cui Bush paventava di esportare la democrazia manu militari in tutto il Medio Oriente (in cui affermavo che: 1) avrei preferito essere governato da Mubarak, che comunque qualche pregio ce l'aveva, e per assurdo persino da suo figlio piuttosto che da un esercito di occupazione e 2) in cui mi chiedevo se i continui inviti a promuovere una democrazia da cui sarebbero usciti vincitori i movimenti fondamentalisti non fossero in realtà parte integrante di un'agenda tesa a promuovere il "disordine creativo" in Egitto). Poi più nulla su Mubarak fin quando non ho scritto una email indignata a Massimo Gramellini de La Stampa (che faceva ironia sul caso Ruby "nipote di Mubarak" finendo poi per offendere gli egiziani e colui che all'epoca - ci piaccia o meno - li rappresentava. Poi Gramellini si è giustamente scusato).

La cosa tragicomica però, oltreché ridicola, che a infervorarsi per la mia prudenza nei confronti dei Fighetti di Tahrir che in seguito sarebbero stati affossati dagli islamisti, fu proprio la blogger che ha salutato quell'articolo scrivendo un articolo intitolato - pensate un po' - "Giù le mani dall'Egitto" in cui ha affermato testualmente quanto segue: "uno potrebbe dire che “la pensiamo in modo molto simile”. Sarebbe inesatto: qui non si tratta di “pensare” ma di constatare la realtà e riferirla. (...) Da straniera, sono contenta di vedere che il mio sguardo sull’Egitto, pur limitato dalle oggettive difficoltà linguistiche e non in cui mi barcameno, funziona. Ci vedo bene. D’altra parte, parliamo di cose talmente evidenti che due prosciutti interi sugli occhi non basterebbero a nascondercele. Manca, al mio sguardo, il coinvolgimento diretto che si sente nel discorso di Sherif: io non potrei nutrire sentimenti filogovernativi né antigovernativi, rispetto all’Egitto. Non sarebbe il caso e, comunque, la mia stranieraggine me lo impedisce"

Eppure proprio quella signora - che si è messa a fare propaganda antigovernativa per settimane, nella convinzione che i Salafiti fossero uno "spauracchio soprattutto ad uso dell'Occidente, visto che prendere per il naso gli egiziani è parecchio più difficile (Già, s'è visto: hanno regalato loro il 25% dei voti) - si è offesa e si è stracciata le vesti, scrivendo lunghissimi articoli in cui mi ha persino dato del "leghista" solo perché le ho ricordato che era appunto una straniera, che non conosceva manco la lingua del paese di cui straparlava. Domanda semplice: visto che la sua "stranieraggine" le impediva di "nutrire sentimenti" di alcuna sorta, perché mai ha cominciato a fare il tifo anti-Mubarak e negli ultimi tempi ha persino attaccato il Consiglio Supremo delle Forze Armate? Ha sposato un egiziano in moschea?

Se pensate che sia finita, vi sbagliate. Perché proprio quella che mi diede del "mubarakiano" scriveva pure quanto segue: "So che Sherif ha qualche ragione quando scrive:"I paesi di tutto il mondo arabo invidiano all’Egitto e al popolo egiziano questo presidente dalla politica moderata. [...] se oggi c’è meno analfabetismo, se ci sono più donne che lavorano, se c’è un sistema sanitario efficiente e quattro linee di metropolitana al Cairo, se l’ondata degli attacchi terroristici si è fermata, lo dobbiamo a Mubarak". Anzi, la nazionalista più egiziana degli egiziani ci aveva messo pure del suo, aggiungendo: "E a Donna Susan, per quanto riguarda analfabetismo e questione femminile, amatissima moglie del Presidente il cui impegno sociale è molto più antico e, ovviamente, efficace di qualsiasi cosa abbia mai fatto, faccia e farà un’Emma Bonino tanto strombazzata da noi e del tutto ignota agli egiziani. Condivido anche le virgole della fotografia che Sherif fa della situazione in questo paese".

E meno male. Pensate quali insulti mi sarei beccato alcuni anni dopo se non avesse condiviso "anche le virgole"...

martedì 10 gennaio 2012

Egitto: avanza la democrazia (2)

Secondo l'Agenzia centrale per la mobilitazione pubblica e statistica, nel 2011 sono circa 337 mila gli egiziani che hanno perso il proprio lavoro, e il tasso di disoccupazione è salito all'11,9% dall'8,9 del terzo trimestre dello scorso anno fiscale. Almeno 64 milioni di egiziani - su una popolazione di 85 milioni di persone - ricevono già delle sovvenzioni per acquistare riso, lenticchie, olio, zucchero e tè, poiché l'aumento prezzi dei generi alimentari è salito a un ritmo vertiginoso dall'inizio della rivoluzione. "I turisti hanno smesso di venire, le fabbriche stanno chiudendo, e centinaia di migliaia di persone hanno già perso il lavoro", ha dichiarato Rashad Abdou, professore di economia all'Università del Cairo. Secondo James Rawley, coordinatore delle Nazioni Unite per l'Egitto, il 20% degli egiziani vive al di sotto della soglia della soglia di povertà e un altro 20 per cento rischia di fare la stessa fine nel breve periodo.

Il miliardario egiziano Naguib Sawiris, di religione copta, è stato rinviato ieri a giudizio con l’accusa di oltraggio all’Islam per aver pubblicato sul suo account di Twitter una caricatura islamica dei famosi personaggi della disney Minnie e Topolino. In testa all’accusa figura il noto avvocato, nonché leader della corrente salafita Mamdouh Ismail. La vicenda risale a fine giugno scorso, quando il magnate egiziano Sawiris, conosciuto in Italia perchè presidente della compagnia telefonica Wind, pubblicò sulla sua pagina Twitter la foto di Minnie e Topolino in abiti musulmani. In particolare Topolino con la kefiah e la barba lunga e Minnie con il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi. (...) La vicenda della caricatura passa però in secondo piano se si analizzano l’accusato e l’accusatore, due personaggi in antitesi. Il primo è un esponente della comunità copta ed è uno degli uomini più ricchi dell’Egitto, in quanto proprietario dell’azienda di telecomunicazioni Orascom, la più grande azienda privata del paese. In passato si è espresso molte volte in favore della secolarizzazione dell’Egitto e contro il fondamentalismo, condannando anche l’obbligo di indossare il velo per le donne. Il secondo è invece un musulmano estremista, leader della corrente salafita che predica il ritorno all’islam degli antenati e che giudica con disprezzo “il condizionamento occidentale che ha secolarizzato l’Egitto”.

lunedì 9 gennaio 2012

Egitto: avanza la democrazia.

Cartelli di alcune manifestanti egiziane - rigorosamente in niqab - che invitano a sostenere gli islamisti in Egitto in una fotografia riportata dalla rete araba Alarabiya il 30 novembre scorso: "L'Islam è la soluzione per l'Egitto". "La democrazia porterà oppressione", il che è tutto dire...

sabato 7 gennaio 2012

L'Egitto e un po' di "autocritica" (II)

Leggi la prima puntata.

Se proprio devo fare un po' di autocritica, allora ammetto di non aver espresso abbastanza frequentemente la mia avversione all'interpretazione letteralista e retrograde della fede islamica. In realtà era costretto a farlo, visto che in giro c'erano molte altre persone che avanzavano queste critiche in un modo fin troppo strumentale e per altri fini. Per paura di essere accomunato a costoro, e per non buttare benzina sul fuoco dell'islamofobia, mi sono quindi autocensurato. Mea culpa. Ora però che vedo con i miei occhi il mio paese di origine correre il rischio di piombare nel Medioevo (e nemmeno quello arabo, che era un'età dell'oro), non ho intenzione di stare zitto.

Anche se la mia "autocensura" ha permesso a molti islamofobi di dipingermi come una specie di quinta colonna dell' "invasione islamica", le mie idee sono sempre state le stesse. Sono i lettori - islamisti o islamofobi che siano - che, di volta in volta, facevano finta di non aver capito bene quanto scrivevo perché non gli conveniva. D'altronde non ho cominciato a criticare il niqab in questi giorni. L'ho fatto nel 2003, appena inaugurato il blog. Eppure solo adesso una zelante fustigatrice si è sentita in dovere di dirmi che "ci hai deluso come fratello". Allo stesso modo non sono stato scettico sulle conseguenze delle libere elezioni in Egitto solo nei giorni in cui traballava il governo di Mubarak, ma dal 2005, quando scrissi un articolo intitolato "giù le mani dall'Egitto" in cui anticipavo ciò di cui ha scritto Michael Scheuer, già ufficiale della CIA, pochi giorni fa: "la follia di un governo federale (statunitense, ndr) che si batte per la democrazia laica in tutto il mondo islamico, in tal modo rafforzando gli islamisti".

Non a caso in quell'articolo scrissi testualmente quanto segue: "Che fine farebbe l’Egitto all’ombra delle tanto acclamate “elezioni libere”? Si dovrà riconoscere ufficialmente l’organizzazione dei Fratelli musulmani, tanto per far un esempio. Peccato che sia stata demonizzata dagli stessi personaggi che sollecitano le riforme democratiche. Nascerebbe una miriade di partiti di ispirazione islamica – da quelli moderati a quelli intrasigenti – che farebbero man bassa della quasi totalità dei voti. E non è che la loro politica nei confronti degli Stati Uniti o di Israele cambierebbe. Come minimo, si assisterà ad un notevole regresso nelle relazioni diplomatiche egiziano-statunitensi ed egiziano-israeliane. A volte non si capisce se questi individui (quelli che stanno alla Casa Bianca o sul libro paga della stessa) siano consapevoli delle conseguenze delle loro azioni, spesso in contraddizione tra di esse. Viene il sospetto che non siano altro che agitatori professionisti che vorrebbero, come dice il proverbio egiziano, “il funerale per battersi il petto fino alla sazietà” ['Ayez ganaza w yeshba' fiha latm, n.d.r.]".

Le mie previsioni si sono avverate tutte: l'agenda democratica statunitense ha portato all'anarchia e i laici che hanno rovesciato Mubarak sono stati democraticamente estromessi. Al potere stanno andando movimenti di ispirazione religiosa di cui non conosciamo le intenzioni semplicemente perché sono ambigui e contradittori. Ma i segnali lanciati da quelli più intrasigenti non possono che destare preoccupazione. Su tutti i fronti: dal turismo alla pace regionale, quello che prospettano preannuncia una catastrofe. E meno male che gli esperti denoantri annunciavano le meraviglie democratiche della "generazione facebook" salvo poi parlare di "sorpresa salafita" a elezioni finite. Ora bisogna solo vedere se la fase due delle mie previsioni si concretizzerà: rottura dei rapporti diplomatici e confronto armato con Israele, il che per l'Egitto sarebbe un disastro di dimensioni epiche. Intanto Israele si sta già attrezzando per l'eventualità militarmente, economicamente e politicamente. L'Egitto sta giocando col fuoco. E non c'è affatto da rallegrarsi. (Fine)

venerdì 6 gennaio 2012

L'Egitto e un po' di "autocritica" (I)

"Fossi in te inizierei a chiedermi perchè ultimamente quando vieni nominato, negli ambienti egiziani e arabi, LAICI (ho molti più amici laici che religiosi qui in Italia), si parla di te come una specie di nuovo Allam che ha trovato la via giusta per fare carriera. Un po' di autocritica non ti farebbe male". Così recita l'ultimo commento di un lettore di origine italo-giordana che si firma col nick Beduino.

Se è vero quanto sostiene il lettore, e questa è davvero la diceria che gira negli ambienti arabi "laici", non oso immaginare cosa dicono invece negli ambienti islamisti (o forse si). Eppure non è passato tanto tempo da quando proprio Allam mi definiva un "esponente di un tribunale di inquisizione islamica" solo perché difendevo gli immigrati musulmani dall'indegna campagna di demonizzazione che nega(va) loro non solo i diritti di cittadinanza ma persino quello di pregare in un luogo di culto decente e riconosciuto come tale. Fa davvero ridere, quindi, l'accusa di "voler far carriera" rivolta ad uno che ha rifiutato di salire sul carro dei cosiddetti "moderati" che per anni hanno raccolto prebende andando in televisione ad accreditare la versione dell'imminente pericolo fondamentalista in Occidente...

E' ancora più sconcertante, però, che questa accusa provenga da arabi "laici" nel momento in cui esprimo preoccupazione per ciò che potrebbe diventare l'Egitto del futuro, dove il pericolo fondamentalista è una realtà e non l'invenzione di un manipolo di arrivisti in cerca di notorietà. Preoccupazione dovuta quando un quarto (dicasi un quarto) del parlamento va a gente che dichiara che le opere di Nagib Mahfuz - il premio Nobel egiziano per la letteratura - promuovono la prostituzione, che le piramidi sono reminiscenze idolatriche, che fare gli auguri di Natale ai cristiani è da considerarsi peccato, che ci vorrebbe una polizia preposta al controllo della morale pubblica e via discorrendo. Persino Carlos Latuff, il vignettista brasiliano filopalestinese che ha alimentato la rivolta contro Mubarak con i suoi disegni ha espresso la sua preoccupazione con la vignetta qui sopra riportata (e anche lui è stato accusato, nonostante il suo sostegno alla rivoluzione e le sue critiche al Consiglio Supremo delle Forze Armate, di essere un "orientalista" e un islamofobo).

Eppure, come scrive Tariq Ramadan, è difficile "valutare cosa stia realmente accadendo in Egitto, tutte le ipotesi restano possibili; il risultato è imprevedibile". Motivo per cui continuo a non capire la fiducia di molti cosiddetti laici nel fatto che l'Egitto non si trasformerà in una brutta copia di qualche satrapia teocratica della penisola arabica, con l'aggravante dell'assenza dei petrodollari e pertanto ancora più chiusa. L'unica certezza che abbiamo al momento è che le forze laiche, liberali, progressiste e i giovani che hanno rovesciato Mubarak contano politicamente come un due di picche. La palla è tutta nel campo islamista dove però non sono chiare le alleanze: ancora oggi non si sa se i Fratelli musulmani si alleeranno con i Salafiti o meno. Se manterranno la loro promessa di mettere in pratica un'agenda riformista o meno. Lo dice Tariq Ramadan, non io. Motivo in più per tenere alta la soglia di attenzione e premere affinché il riformismo abbia la meglio sul letteralismo.

Ci ho riflettuto bene, quindi, nel tentativo di fare "autocritica", come consigliato dall'amico Beduino. Poi mi sono reso conto che non sono io che devo fare autocritica ma quelli che di volta in volta mi criticano. Io sono sempre stato dalla parte dei diritti. Il fatto che alcuni musulmani abbiano interpretato la mia posizione a favore del diritto di una comunità di professare il proprio credo in un luogo di culto dignitoso come una specie di guerra santa tesa a glorificare la causa dell'Islam, e che alcuni islamofobi l'abbiano invece percepita come un tentativo di invasione portato avanti da un Fratello musulmano è un problema loro, non mio.

Per lo stesso motivo, il fatto che alcuni percepiscano ora la mia preoccupazione per ciò che sta succedendo in Egitto, dove non passa giorno senza che i movimenti di ispirazione islamista facciano una dichiarazione che scuote un'economia già provata o che metta a rischio i delicati equilibri geopolitici, venga inteso da alcuni musulmani come una specie di crociata allamesca avente fini personali e che gli islamofobi la ritengano invece la prova provata della correttezza delle loro idee, ebbene anche questo è un problema loro, non mio. Leggi la seconda puntata.

giovedì 5 gennaio 2012

Libia: avanza la democrazia (2)

Scritto su questo blog il 2 settembre 2011:

"Se ci sono "posizioni insostenibili" su Gheddafi in giro in questo momento di certo non sono le mie - visto che, non essendo un voltagabbana, la mia opinione sul Fratello Colonello non è cambiata - ma quelle dei signori che non hanno esitato a scaricare il leader libico foraggiando e finanziando, grazie ad un sequestro indiscriminato sia dei soldi del governo libico che di quelli di Gheddafi, una guerra civile che ha trasformato una della capitali con il reddito pro-capite più alto della regione in una città sull'orlo di una crisi umanitaria. E non è detto che la guerra civile si concluda in fretta o che non si trasformi - una volta sparito dalla scena il Colonello - in un regolamento di conti all'afghana tra le varie fazioni che già ora si scannano tra di loro".

Ora leggo sulla Reuters

Passati oltre due mesi dalla cattura e dalla morte di Gheddafi, i nuovi governanti libici stanno ancora cercando di affermare la propria autorità, mentre i leader delle milizie rivali rifiutano di cedere il controllo dei loro combattenti e di deporre le armi. "Ora ci troviamo tra due opzioni amare", ha detto ieri sera Jalil a una folla a Bengasi. "Affrontiamo con severità queste violazioni (gli scontri tra le milizie) e mettiamo i libici di fronte a uno scontro militare che non accettiamo, oppure ci dividiamo, e allora sarà guerra civile". "Se non c'è sicurezza, non ci sarà legge, né sviluppo né elezioni", ha detto Jalil. Le milizie, messe in piedi da decine di diverse città e da diversi gruppi politici, sono state alla testa della guerra contro il regime di Gheddafi, col sostegno aereo della Nato, e ora sono riluttanti ad abbandonare il campo e sciogliersi.

Oh yeah! Avanza la democrazia...

mercoledì 4 gennaio 2012

Egitto: l'incognita islamista.

Due versioni contrastanti sul ruolo delle forze islamiste in Egitto. In ogni caso, una vignetta egiziana vale sempre più di mille parole (sull'uomo che fa da sgabello è scritto "La rivoluzione"): tanto per illustrare cosa pensano i laici in Egitto, in questo periodo. Un sentito ringraziamento ai Fighetti di Tahrir...

Non è facile valutare cosa stia realmente accadendo in Egitto. Dopo i primi risultati delle elezioni, tutte le ipotesi restano possibili; il risultato è imprevedibile. I due partiti islamici – il partito “Libertà e Giustizia” che rappresenta i Fratelli Musulmani, e Al-Nour che rappresenta i salafiti – sono emersi come le principali forze politiche in Egitto, suscitando interrogativi sulla natura del futuro Stato. Le cose si stanno evolvendo rapidamente, e molti elementi sono sorprendenti, poco chiari e perfino sconosciuti: è difficile identificare non solo i protagonisti, ma anche le nuove alleanze che stanno prendendo forma in questa svolta storica.

In meno di sei mesi, il movimento salafita ha completamente cambiato le sue posizioni ideologiche e religiose nei confronti della “democrazia”. I suoi leader avevano ripetuto per anni che la “democrazia” non era islamica, che era perfino “kufr” (un rifiuto dell’Islam), e che i veri musulmani non dovevano prendere parte alle elezioni – o alla politica in generale – essendo l’intero sistema corrotto nelle sue stesse fondamenta. Poi, improvvisamente i salafiti hanno creato un partito, hanno iniziato ad essere attivi in tutto il paese, producendo volantini e opuscoli, e invitando il popolo a votare per loro o, in alternativa, almeno per la Fratellanza Musulmana. Il loro voltafaccia di 180 gradi è stato tanto rapido quanto sorprendente e curioso.

(...) Al-Nour potrebbe essere uno strumento per indebolire l’influenza e il potere della Fratellanza Musulmana, spingendola a stringere alleanze rischiose. Se i Fratelli Musulmani sceglieranno di concludere un patto con i letteralisti, perderanno rapidamente la propria credibilità e si porranno in contrasto con la loro dichiarata agenda riformista. Se decideranno di tenersi lontani dai salafiti, non avranno altra alternativa che quella di prendere in considerazione un’alleanza con altre forze politiche (che sono molto deboli) e soprattutto con i militari, che rimangono molto potenti. (...) in ogni caso, queste forze (islamiste, ndr) hanno ancora molto da dimostrare; nessuno sa se manterranno le loro promesse quando saranno al potere.

(Tariq Ramadan, Gulf News)

''Non fidarsi degli islamisti, non mantengono mai le promesse che fanno'': è un avvertimento, accompagnato da un'accurata disamina delle ragioni della vittoria dei partiti dei Fratelli Musulmani e dei salafiti (specie di Al Nour) al primo turno delle elezioni legislative in Egitto, oltre che del fallimento elettorale del movimento di piazza Tahrir, che Iman Bibars, attivista dei diritti umani, rivolge tanto ai suoi connazionali che agli osservatori esterni parlando con l'ANSA.

"I Fratelli Musulmani si dicono 'moderati di centro', ma e' una definizione che non significa nulla - sostiene - la loro strategia è quella di conquistare il potere, passo per passo. Il problema è che non hanno una visione politica, nè una economica, nè propongono politiche sociali. In tanti anni non hanno creato un'impresa che creasse posti di lavoro per i giovani, e quello che hanno raggiunto è soltanto frutto delle attività caritatevoli che hanno svolto, grazie all'aiuto di fondi spesso provenienti dall'Arabia Saudita, o donazioni di sostenitori arabi''. Per i salafiti il discorso è molto simile, con la differenza, dice Iman, che ''i Fratelli sono più astuti e non si rivelano subito per quello che effettivamente vogliono: il potere puro e semplice''.

(...) Il movimento dei giovani e meno giovani di Tahrir - ''un momento di eccezionale vitalità esploso contro le frustrazioni di decenni, non aveva tessuto ideologico nè politico e voleva soltanto la caduta di Mubarak, che non ha retto perchè era fragile, e le soluzioni per tenerlo in piedi erano prive di fantasia e intelligenza''. Per il futuro Bibars teme che il danno peggiore di un regime islamista possa venire dall'imposizione ''di un sistema educativo che renderà tutti ignoranti e con una cultura monotematica a sfondo religioso, senza scambi con l'esterno''.

(Iman Bibars, Ansa Med)

martedì 3 gennaio 2012

Primavera araba? Deriva fondamentalista.

Primavera araba, occidente spiazzato.
E la pace è nelle mani di Israele.

di Franco Cardini, Quotidiano Nazionale

(...) Tutto ciò ha un riflesso immediato, e non rassicurante, sul mondo arabo e sul Vicino Oriente. La primavera araba ha costituito per alcuni versi un movimento di rinnovamento e di democratizzazione, ma con molte articolazioni e contraddizioni, e non sempre in un senso che grossolanamente potremo definire «filoccidentale».

Anzi, il movimento innovatore si è volto soprattutto contro governi sostenuti dall’Occidente. La strada intrapresa dalla nuova politica tunisina appare molto interessante, ma in Algeria e nell'intera penisola arabica, la repressione del movimento innovatore, che gli occidentali hanno avallato, ha lasciato dietro di sé un fuoco che cova sotto la cenere.

Il futuro dell’Egitto appare oggi molto incerto; e un po’ dappertutto la spinta fondamentalista musulmana è forte. In Siria non è per nulla detto che un futuro possibile cambiamento interno presenterebbe per forza un volto liberale. Quanto alla Libia, presenta a sua volta il rischio di una deriva fondamentalista.

Esiste poi l’incognita irachena: dopo lo sfortunato intervento occidentale del 2003 che si è praticamente concluso con il ritiro delle forze armate americane, il paese rischia addirittura la secessione tra il nord curdo, il centro sunnita e il sud sciita. E c’è seriamente da chiedersi se lo stesso Afghanistan sopravviverebbe a un analogo ritiro dei soldati occidentali. Gli errori della fallimentare era Bush peseranno a lungo sul nostro domani.

Ma la questione centrale del Vicino Oriente appare ancora quella israelo-palestinese: e qui è prevedibile che la tensione con l’Iran resterà invariata se addirittura non peggiorerà, con effetti che allora sarebbero davvero allarmanti. Al governo israeliano dobbiamo chiedere una prova di coraggio e di responsabilità: abbracciare sul serio la strada di un’intesa con i palestinesi di entrambe le componenti (Olp e Hamas), desistendo dal mantenere il divide et impera e dare sul serio l’alt alla politica dei nuovi insediamenti di coloni nei territori occupati.

Non c’è dubbio che ciò produrrà, nell’immediato, un aumento dell’attività terroristica: è l’unico mezzo che gli estremisti hanno per raggiungere il risultato che vogliono, il fallimento della politica di pace. Ma bisogna tener duro: cadere nella trappola della loro provocazione sarebbe letale. E d’altronde Israele ha bisogno di risolvere il problema della convivenza con i palestinesi se vuole affrontare con serenità la nuova difficile prova che l’attende: la soluzione dei gravi problemi sociali interni, che minacciano sul serio la sua stabilità.

Il quadro è complesso e minaccioso. Saranno necessarie, nell’anno che ci aspetta — e che, ohimè, è bisestile —, molta saggezza, prudenza, misura. Facciamo in modo di lavorare per smentirla, l’infausta profezia Maya

lunedì 2 gennaio 2012

Egitto? Sarà un paradiso. Come le Maldive.

Ogni volta che scrivo dei rischi che corre il settore turistico in Egitto con l'avvento di movimenti islamisti intrasigenti al potere, un lettore di origine italo-giordana che si firma con lo pseudonimo Beduino si affretta a precisare che i movimenti ultraconservatori nel futuro parlamento egiziano hanno raccolto solo (sic) il 25% dei voti. E io ho sempre risposto che alcuni movimenti politici italiani, con una percentuale molto più bassa, hanno preso in ostaggio la politica del governo per lunghissimi anni.

Di rimando Beduino risponde "Si, ma questi saranno all'opposizione". Ora, al di là del fatto che è tutto da vedere se saranno davvero all'opposizione, questo non vieta che possano condizionare la politica del governo. Un esempio illuminante si è appena verificato alle Maldive, dove il turismo è la più importante fonte di reddito per l'economia e di occupazione per la maggioranza dei cittadini: il partito islamico d'opposizione Adhaalath, dopo aver organizzato diverse manifestazioni di protesta, è riuscito a ottenere dal governo un decreto che ordina la chiusura di tutte le spa e i centri benessere presenti sulle 1.192 isole coralline dell'arcipelago nell’Oceano Indiano in quanto «bordelli dove si ascolta musica lussuriosa» e «posti dove si esercita la prostituzione».

La propaganda e le proteste del partito fondamentalista hanno avuto la meglio nonostante nemmeno una settimana prima il presidente Mohamed Nasheed, con un discorso conciliatore, avesse invitato tutti i partiti politici e i cittadini a non abbracciare l'estremismo religioso, ma a praticare un islam tollerante (nell'arcipelago tutti i residenti sono musulmani e un recente emendamento alla costituzione mira a negare la cittadinanza ai non musulmani).

In un certo senso la nuova versione delle Maldive, dove "la crescita dell'influenza del fondamentalismo islamico è inquietante" assomiglia molto all'Egitto: «Sempre più studenti nati nell'arcipelago vanno a studiare in Arabia Saudita e in Pakistan - dichiara Hassan Saeed, ex consulente dell'avvocatura di Stato dimessosi nel 2007 in polemica con l'inazione del governo - Qui imparano l’islam wahabita, la forma più radicale del fondamentalismo musulmano». Un fenomeno che è in corso in Egitto dagli anni 70. Ohibò, diranno le radical chic...

domenica 1 gennaio 2012

25/1/2012: Finisce la serie tv "Tahrir" (III)

Leggi la prima puntata
Leggi la seconda puntata


Ha ragione, Michael Scheuer, quando si meraviglia di come persone che hanno studiato nelle migliori università e che hanno accesso a database giganteschi, segreti e non, riescano ad essere cosi miopi mentre "il sogno adolescenziale della rosea Primavera araba implode": "nessuno potrà mai perdere denaro scommettendo sulle segnalazioni puerili, superficiali e arroganti dei giornalisti occidentali, o sulla loro capacità di segnalare come dati di fatto le opinioni di persone che dicono quello che loro vorrebbero sentire: le loro prestazioni e commenti in Egitto e Libia ne sono una dimostrazione lampante".

"Lo shock
arriva, però, quando sentiamo Barack Obama, John McCain, Nicholas Sarkozy, Lindsey Graham, David Cameron, Steven Harper, Susan Rice, Hillary Clinton saltare sul carro strombazzante di questi giornalisti e prevedere in termini certi e incandescenti l'inizio delle democrazie laiche in tutto il mondo arabo. Prodotti di Harvard, Yale, Oxford e Annapolis che attestano l'idea ridicola e veramente demente che gli egiziani in piazza Tahrir avrebbero compiuto in 18 giorni ciò per cui l'America, Gran Bretagna e Canada hanno lavorato da quando si verificarono gli eventi culminati nella Magna Charta del giugno 1215, quasi 800 anni fa".


Ma gli ottimisti replicano: "Infatti nessuno ha detto che l'Egitto diventerà una democrazia nel giro di poco. Ci vuole tempo". Elisa Ferrero, autrice del Diario dall'Egitto, è per esempio convinta che "Certo, i giovani della rivoluzione sono emarginati in questa fase politica, ma la loro generazione (trentenni e ventenni, o anche più giovani) si sta facendo le ossa. Crescerà, acquisterà esperienza e fiorirà. A fatica, forse, ma non potrà essere cancellata. E' una generazione combattiva, testarda e senza paura. Non rinuncerà facilmente ai propri diritti, dovessero volerci decenni. Lotterà per conquistarsi il suo spazio".

La domanda è: con i segnali che provengono ora, che indicano un rischio concreto di balzo indietro piuttosto che un passo in avanti (polizia del vizio, spiagge segregazioniste, smantellamento delle piramidi), quanti decenni ci vorranno? Ottocento anni? Ammesso che non facciano una brutta fine il prossimo 25 gennaio e negli anni successivi, i Fighetti di Tahrir molto probabilmente faranno la fine dei sessantottini italioti: o saranno inglobati dal sistema (qualunque esso sia) oppure ricorderanno la loro gioventù con nostalgia e rabbia repressa, magari dall'esilio negli Stati Uniti, facendo il tifo per qualche rivoluzione da qualche altra parte nel mondo. Esattamente come i sessantottini frustrati che dall'Italia tifavano per "i ragazzi di Tahrir".

Ho già sentito discorsi ottimisti sull'Egitto da altre parti: "ci vorrà tempo e fatica, ma quello che gli egiziani sono riusciti a fare in questi mesi non glielo toglie più nessuno". Balle. Avevamo - fino agli anni 50 - un paese cosmopolita, multiconfessionale, con un'economia fiorente e una moneta che rivaleggiava con la sterlina inglese. Oggi non ce l'abbiamo più. E chi ha fatto questo? I colonialisti? gli ebrei? No, gli egiziani. Abbiamo fatto tutto da soli: da quando abbiamo ottenuto la piena indipendenza, è stata una parabola discendente. Quello che eravamo riusciti a fare in duecento anni siamo riusciti a perderlo nel giro di nemmeno sessanta. Come ha scritto un commentatore, l'Egitto è la dimostrazione viva della legge di Murphy: se qualcosa può andare male, lo farà.

Quando tocchiamo il fondo, noi egiziani abbiamo il vizio di iniziare a scavare:
stavolta è toccato ai giovani farlo, nella falsa speranza di risalire la china. Invece sono riusciti a farsi togliere persino la loro rivoluzione, e dagli slogan su "Pane, libertà e giustizia sociale", stiamo a discutere sui bikini in spiaggia e se le statue faraoniche sono da ritenersi idoli o meno. E cosi si sono resi conto, con un bel po' di ritardo, di essere stati solo degli utili idioti. C'è chi cerca di reagire continuando a perdere tempo su Facebook e Twitter (devo proprio commentare?). Altri invece - decisamente più irresponsabili - hanno deciso di ricorrere allo scontro frontale per far cadere il governo dei militari e il parlamento degli islamisti: molto probabilmente intendono farlo il prossimo 25 gennaio.

Non si rendono conto che ormai la gente di strada li identifica come coloro che hanno rovinato l'Egitto e ridotto alla fame i suoi cittadini. E, detto sinceramente, a guardare come è ridotta l'economia, non hanno tutti i torti. In vari quartieri del Cairo gli stand improvvisati di questi Don Chisciotte internettiani, in cui cercano - muniti di schermi e videoproiettore - di illustrare ai passanti i video che documentano la repressione delle ultime manifestazioni, vengono attaccati e smantellati dai passanti stessi e dai negozianti che "non vogliono sobillatori nei paraggi. Che se ne stiano a Tahrir".

Come scrive giustamente Elisa Ferrero sul suo blog "di tutto questo la maggioranza degli egiziani ha una percezione completamente diversa. Sono veramente in tanti a pensare che i manifestanti che insistono a scontrarsi con poliziotti ed esercito meritano di essere picchiati e uccisi". E alcune forze islamiste hanno persino paventato che potrebbero andare a Tahrir per "ripulirla dai teppisti". D'altronde hanno vinto le elezioni e non si capisce perché i Fighetti insistono. Della serie "Rivoluzionario avvisato...". Detto in parole povere, i giovani rivoluzionari sono riusciti nell'ardua impresa di mettersi contro le due forze che contano nel paese: l'esercito e gli islamisti e alienarsi l'unico sostegno su cui potevano fare affidamento: la simpatia popolare. Un mix esplosivo che spiana la strada per la loro liquidazione definitiva. A questo punto si spera che tra di loro ci siano alcuni saggi che impediscano che la prossima Tahrir diventi la tomba delle loro aspettative. Stavolta vorrei proprio sbagliare previsione. (Fine)